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Chi offende la Natura offende Dio – Intervista a Salvatore Saggese

Immagine“Ero un bambino come tutti gli altri, ma ho capito da subito che il frutto del fico più secca, più si fa dolce, come l’uomo invecchia e diventa più maturo.”

“Il problema è che il lago è uno e i comandanti sono due, anzi, tre, mentre ci vuole una sola amministrazione,  … . “Vuoi salvare il lago? Devi portare la draga nel canale.”

Nel mondo della globalizzazione, del consumismo e della fretta, bisognerebbe recuperare “ il filo della ricerca che conduce al vero mondo, alla Natura , a Dio, che  suggerisce di non danneggiare nessuno, né uomo, né qualsiasi altro essere vivente”.  

Lo dice  Salvatore Saggese, ex pescatore ottantacinquenne,   nativo di Cagnano Varano, che da oltre cinquant’anni vive nella sua “torre” situata  lungo la riva settentrionale della laguna, quasi a confine tra il territorio di Cagnano e quello di Ischitella. Uno spazio di circa 16 metri quadri, pieno di umidità – mi confessa-  confortato d’inverno  solo dalla fiamma del camino, da che sua moglie non è più tra i vivi.

Pelle solcata da rughe marcate e dorso ricurvo, barba incolta e abiti piuttosto consunti, occhi penetranti e sguardo profondo che scruta, osserva, commenta, Salvatore pare abbia capito che il segreto della vita e la salvezza degli uomini sta nel rispettare le leggi della natura.

Lo incontro ogni volta che faccio la mia passeggiata nel lungolago. Quando la corrente è favorevole lo vedo nel suo sandalo, mentre spinge  la barca (“lu sànere) aiutandosi con un  palo, oppure, fermo alla “paranza” nell’atto d’ ispezionare i “lupi” impiantati, per poi dividere il pescato: una parte ai nipotini che vanno a fargli visita, una per sé e una per i gatti.

Un pomeriggio lo vedo pigiare alcuni grappoli d’uva raccolti dal suo piccolo vitigno. Mi avvicino e gli chiedo se posso rivolgergli delle domande. Comincio col chiedergli perché vive tutto solo, lontano dalla “civiltà”, dato che non lo vedo mai in paese, ed egli po’ filosofo e un po’ sfinge, mi racconta:

“Su questo vermicello di terra, su questo mostriciattolo di bambino, mia  madre volle indagare e andò a leggere la fortuna dal pappagallo. [Chi ha una certa età ricorderà che nei tempi passati per le strade girava una signora con un pappagallo che interrogato dai passanti aveva facoltà di soddisfare il bisogno tutto umano di conoscere il futuro]. E il pappagallo rispose: ‘Non dire agli altri quello che tu sai’.

Ero un bambino come tutti gli altri, ma ho capito da subito che il frutto del fico più secca, più si fa dolce, come l’uomo invecchia e diventa più maturo. Voglio dirti che quello che vediamo è il mondo esterno; ma c’è  quello oscuro che non si vede. Per arrivare a sentire la dimensione soprannaturale, quel bambino era già destinato. Iddio esiste. Nessuno lo vede. Qualcuno lo sente. E quel qualcuno sono proprio io. Dio è la Natura e chi offende la Natura offende Dio.

Oggi  l’uomo vuole assoggettare la Natura. Ma chi è l’uomo? L’uomo è un verme di terra velenosissimo. Io sono un po’ diverso. Sento Dio, il soprannaturale, le voci astrali, di cui tu non sai. Gli antichi sapevano e dicevano : ‘Rècchia manca, core nfrande/ rècchia dritta, cor’afflitte’. Dio ti suggerisce: devi arrivare al punto di non danneggiare nessuno.

Perché stai solo- mi chiedi. E io ti rispondo: ‘ Per provocare me stesso, per ascoltare meglio la voce di Dio. Con la meditazione e la riflessione si arriva al soprannaturale. Però devi avere il senso della ricerca, devi conoscere il filo conduttore tra cielo e terra; se non ce l’hai, non arrivi a niente e resti imprigionato nel mondo esterno. Avevo vent’anni, quando ho capito che il Dio si può adorare ovunque, anche al lago.”

E il lago? Cosa mi dici del lago? – gli domando.

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“In due parole ti posso dire tutto. Il potere attuale cerca solo il profitto e disobbedisce alle regole della Natura. Il lago è malato  e, se rifanno le griglie, lo seppelliscono prima del tempo. Se il malato è moribondo e tu gli dai le botte, finisce ancora prima la sua esistenza. Ogni cambiamento d’acqua porta l’avvelenamento. Messi i pannelli [ le griglie], diminuiscono la salinità, l’ossigeno, la corrente. Nel fondo del lago ci sono sostanze chimiche che si combattono tra loro. Quando tiro un paletto sento che puzza. Il primo ad ammalarsi è il fondale.

Nel periodo della prima guerra, 1915-18, il Governo ha fatto scavare la foce a scopo militare, perché  a San Nicola c’erano gli apparecchi [idrovolanti], sulle colline di Varosella c’era il semaforo della marina, a lli Cannune – sopra San Nicola – c’erano le postazioni dei cannoni che dovevano colpire le navi austriache. C’era insomma lungo il lago un baluardo militare. Stavano finanche un pastificio e l’ospedale a San Nicola. Poi c’è stata la Mazzacurati che ha scavato il canalone che hanno fatto bene al lago.

Se fanno di nuovo le griglie anche le vongole moriranno. Le vongole non fanno male al lago. Fa male il motore grande che scava il fondale e distrugge le uova delle specie del nostro lago, li grugnalette, li vavose,  … .

Il problema è che il lago è uno e i comandanti sono due o tre, mentre ci vuole una sola amministrazione che provveda a tenere puliti  e sotto controllo tutti i canali, altrimenti una volta si avvelena la foce di Varano [Ischitella] e una volta quella di Capojale [Cagnano]. Bisogna capire che i canali comandano il lago.

Prima di dare i soldi ai comuni, il governo dovrebbe controllare. Vuoi salvare il lago? Devi portare la draga nel canale. Devi misurare il grado di salinità che vuole la passera, che ha cominciato a scomparire da che insieme alla salinità e alla corrente è cominciato a scemare l’ossigeno. Se vivono le passere [indicatore di benessere della laguna dunque] vivono le altre specie. Per salvare il lago bisogna fare in modo che la corrente faccia il giro intorno al lago. Per salvare il lago, i tre comuni si devono unire.”

 

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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Senza categoria

 

L’abbigliamento garganico ai tempi della cività contadina

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L’abbigliamento consegnatoci dalla tradizione è molto importante perché dà modo di conoscere la storia umana, più precisamente la stratificazione sociale, la posizione di chi indossava gli abiti, i tempi  e le stagioni, le differenze di genere, le regole morigerate del tempo, il peso della gente che criticava i comportamento disdicevole di chi avesse osato andare in giro “scoprendosi” più di quanto fosse consentito dalla consuetudine. L’abbigliamento offre, inoltre, l’opportunità di cogliere le trasformazioni, un tempo lentissime – come sanno i nostri nonni e bisnonni costretti ad indossare lo stesso abito e il medesimo paio di scarpe pressoché tutta la vita. Consente insomma di capire che anche in passato c’era una “moda”, che non era passeggera come quella di oggi e di individuare alcune costanti nell’abbigliamento delle comunità garganiche originate probabilmente dal fenomeno della transumanza. Le vie erbose, infatti, sin dai tempi più remoti hanno consentito agli uomini di incontrarsi e alle culture di contaminarsi. La forte religiosità e la frequenza dei pellegrinaggi, inoltre, costituirono occasioni utili per mettere in comune le esperienze e per confrontarsi. Per tali motivi i costumi dei paesi garganici e in genere del Mezzogiorno in qualche modo si assomigliano, ad esempio, nella lunghezza, nel tipo di tessuto che doveva fare i conti necessariamente con la materia prima endogena, nel colore in genere scuro perché lo sporco non si vedeva facilmente. Va aggiunto che in passato forse più di oggi era importante evidenziare il rango anche attraverso l’abbigliamento e soprattutto nella scelta dei tessuti, indubbiamente più pregiati e colorati rispetto a quelli dei poveri.

 

I costumi del Gargano

Le fonti da me consultate mi hanno permesso di capire che i costumi tradizionali attraversavano il Gargano essendo costituiti dalla stessa materia prima e pressoché dalla stessa foggia. Essi presentano tuttavia alcune variabili, collegate allo status sociale e al ruolo svolto dall’uomo o dalla donna nella società, alla stagione della vita e dell’anno, al clima, indubbiamente più freddo nel comuni montani. Dalla testimonianza di alcuni peschiciani si evince, ad esempio, che i viestani vestissero in modo tale che fossero distinguibili a prima vista, dal copricapo. La gente di campagna era solita portare il cappello a falde, tese o pendule, a seconda del gusto e del censo. I pescatori coprivano il capo con un berretto blu scuro con visiera rigida. La coppola fu importata a Vieste a fine Ottocento dai lavoratori provenienti da Vico e da Monte Sant’Angelo per lavorare nell’industria del legname.[1] Tra i caratteri comuni va notato il fatto che i più poveri vestivano quasi sempre abiti di colore scuro, dall’intimo alla giacchetta, dato che lavoravano nei campi e là si sporcavano facilmente. Quando  il bucato si faceva a mano  e l’approvvigionamento dell’acqua era faticoso, pare che contasse non l’abito pulito, ma che lo sporco non si rendesse visibile.

Seguono due testimonianze riguardanti l’abbigliamento di San Marco in Lamis e di Cagnano Varano, entrambi  comuni della provincia di Foggia oltre che del promontorio del Gargano, per altro confinanti, con la differenza che il primo è tutto montano e il secondo gode della presenza del lago, del mare e del paesaggio collinare. Differenza che si riflette sui materiali e sui colori adoperati. A  Marco in Lamis, dove gli inverni erano più lunghi e freddi, la fibra più usata in assoluto era infatti la lana, come risulta da una conversazione con la collega, professoressa Grazia Galante.[2]

 “Parlo di mia nonna, una popolana di San Marco, nata nel 1890, la quale ha vestito sempre in modo tradizionale, dagli anni Venti alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Cominciamo dall’intimo. A contatto con la pelle, c’era camicia di cotone, in tela tessuta in casa, con filato più sottile o più doppio in base alla stagione. Camicie che diventavano più morbide col lavaggio. S’indossava poi una sorta di tuta senza maniche. Allora non usavano le mutande, ma questa specie di tuta con uno sparato che andava dall’ombelico all’osso sacro, apertura che permetteva alle donne di fare i bisogni [la pipì] in piedi. Era in tela tessuta localmente. D’inverno , a volte, era di lana di pecora. La donna indossava poi la tunacèdde, un gonnone con tante pieghe, specie nella parte posteriore per dare più risalto alle forme (poi sono arrivate le arricciature) unito al corpetto smanicato. Sopra il gonnone andava lu ggiacchètte o la giacchettina, in lanetta, per lo più a tinta unita, nelle tonalità marrone o blu, nero (col lutto stretto) nero a palline bianche (col mezzo lutto). Nelle grandi occasioni, quando sposava un figlio, la donna indossava tunacèdde  e ggiacchettina dello stesso colore, sempre in lanettina, che formavano lu  vestemènde. Si confezionavano tunacèdde anche con tessuti locali da indossare per lo più in casa, perché erano più pesanti. Quando si usciva s’indossavano tunacèdde di stoffa più delicata o di vellute, più costosi[3]. Per coprire lo sparato della tunacèdde si metteva il grembiule, con o senza pettorina, specie quando si stava in casa, senza pensare all’abbinamento. In genere il grembiule era comunque di colore nero con le pecchecèdde bianche. Il vestito più elegante non era richiedeva il grembiule. Le calze delle donne (come quelle dei maschi) erano fatte ai ferri, utilizzando le fibre di cotone o di lana. Erano di due tipi: semplici, a tinta unita, in genere di lana marrone, tenute legate dalla liagghia, un laccetto di stoffa, che poi verrà sostituito con l’elastico, e a due colori (nero e celeste). Calzavano poi le chianèdde (anche quando uscivano, in diverse fogge, anche lussuose, di velluto, ricamato da artigiani locali, oppure di pelle con punta di vernice e tacco a rocchetto. C’erano anche le scarpe ma mia nonna ha sempre indossato le chianelle, mentre mia madre, nata nel 1915, popolana anch’ella, non ha mai usato abbigliarsi come la nonna, bensì con quella che noi chiamavamo la vestaglia, ovvero con la veste, mutande e scarpe. D’inverno mia nonna si copriva con lo scialle molto grande con la frangia. Era di lanettina, di colore marrone con la fascia giallo oro. I capelli erano pettinati a tuppe, avvolgendo i capelli già intrecciati e fissandoli con forcine di osso e pettinini che nei giorni di festa erano impreziositi da strassini. Un fazzoletto, lu maccature, copriva la testa. Fazzoletto che in casa era di colore bianco e legato alla nuca con la cocca rientrante, mentre fuori casa era scuro e sciolto con uno o entrambi i  pizzi sciolti.  La differenza tra l’abbigliamento dei ricchi e quello dei poveri era allora marcata, segnata dalla qualità, dalla confezione e dai colori dei tessuti oltre che  dal modello. Ricordo che l’abito da sposa di mia nonna del 1912 era in colore verde e constava di una tunacèdde e di una giacchettina con merletto giallo-beige prima dell’orlo.

Mio nonno, agricoltore nato nel 1889, indossava la cavezunètta, mutandone da uomo lunga fino alla caviglia tenuta legata da due nastrini (capesciola). Quella invernale era confezionata con tessuto in lana al telaio sammarchese. Quella estiva era di di cotone o di tela e arrivava fino al ginocchio. C’erano cavezunètte gghianche o pinte nei colori marrone e blu, per non fare vedere lo sporco. Aveva il corredo a trenta, ciò significa che aveva 30 cavezunette, trenta camicie,  in genere bianche, che non ha usato perché si sporcavano facilmente, tanto che alcune sono giunte fino a noi. Sopra la cavezunètta indossava i pantaloni, sempre un po’ larghi e comodi trattenuti in vita da una cintura di cuoio. Mio nonno vestiva sempre pantaloni e giacca di lana tessuti dalle tessitrici locali di colore marrone. C’erano anche vestiti di casturine, felba vellutine [4], recrènè, velurre[5], di vellutine. Si usavano pantaloni più o meno lunghi: cavezόne alla zompafόsse (più corti della norma), cavezόne alla zuèrra (alla ziuava), cavezόne sènza mborra (senza fodera). I bambini indossavano li cavuzuncèdde con la variante dei cavuzuncèdde cu lla petterèdda, che si presentavano in un solo pezzo: corpetto senza maniche  abbottonato dietro e pantaloni con lo sparato, vale a dire con un’apertura sul davanti e sul dietro da cui fuoriusciva un lembo della camicia intima.[6] Vedi foto Cavuzuncèdde cu la petterèdda. D’estate per coprire il dorso a diretto contatto con la pelle s’indossavano le camicie. D’inverno, invece, le camicie si sovrapponevano alle maglie di lana. San Marco è un paese freddo e quando si zappava bisognava coprirsi con la lana. A primavera mia madre lavorando realizzava per mio padre maglie ai ferri, col cotone delle nostre campagne vicino ad Apricena. Maglie colorate di grigiastro, che si otteneva unendo bianco e marrone scuro perché in campagna si sporcavano. Sulla camicia indossava il panciotto (cammesciuline), quindi la giacchette, nei giordi di festa. Qualcuno indossava il panciotto anche quando andava in campagna ma non per zappare.  Un fazzoletto nel taschino della giacca, una cravatta (scolla) intorno al collo e un cappello in testa completava l’abbigliamento dei giorni di festa. Nei giorni feriali e di lavoro si usava la coppela[7] per copricapo. Per proteggersi dai freddi invernali e dal vento gelido gli uomini si coprivano con il cappotte, un mantello a ruota di castòre e grancastòre[8], con collo alto di astracan e due alamari in argento . I più poveri al posto della cappa usavano le mantelline in verde militare che si erano portati dietro dopo avere prestato servizio.

Il bambino appena nato veniva fasciato. Dopo la prima e la seconda culazza, si metteva il coprifasce. In occasione del battesimo o quando si usciva per qualche visita indossava la vavarda, un vestito bianco e lungo con maniche che si abbottonava alle spalle. In testa portava la cuppulicchia. Anche dopo essere stato svezzato vestiva come la femminuccia. Quando si faceva più grande indossava lu pagghiaccèdde e fino a tre o quattro anni i pantaloni con lo sparato, per non bagnarsi quando faceva pipì. In seguito vestiva gli abiti del papà se era maschio e quelli della sorellina o della mamma, riadattandoli, perché a quei tempo l’industria di abbigliamento dei bambini non c’era.

Mia madre aveva il telaio in casa – ma a quei tempi chi non lo aveva! Bisogna sapere che de donne sammarchesi non amavano fare le braccianti e andare a lavorare nei campi, che distanti, con ambiente promiscuo e per non correre rischi o per fare tacere le malelingue facevano le tessitrici, le filatrici, le fornaie, le lavandaie, oppure andavano a servizio. Le nostre tele erano vendute ad Apricena, a Foggia, a San Severo … . nelle nostre case c’erano molti tessuti a mano nei colori bianco e nero che davano luogo al grigiastro, a volte si tingevano  i tessuti nei colori marrone o azzurro, comunque sempre scuro per non fare vedere molto lo sporco. Con lana filata molto sottile si facevano anche lenzuola, coperte giacche e pantaloni maschili, i mutandoni da uomo. I maschi, che lavoravano in campagna, nelle terre verso Apricena, San Severo, Sannicandro e Cagnano Varano, portavano praticamente la pecora addosso. Si usavano i seguenti tessuti: talpa[9], matrassa[10], percalle[11], percalline[12] rrobba a ssciόre de line[13], setenata[14], trattaglia[15].”

 

 

Io invece ricordo che mio padre, come tutti i  papà che lavoravano in laguna, indossava la sua immancabile maglia di lana di pecora lavorata tassativamente a mano da mia madre. Prima però la mamma aveva acquistato la lana di pecora appena tosata, l’aveva cimata, cardare, filata, lavata, unita ad un filo di cotone, per farla durare di più e non farla infiltrire  o per renderla più fresca.  Mio padre vestiva inoltre con pantaloni di talpa di colore scuro.  Ai piedi infilava calze anch’esse di lana, lavorate ai ferri dalla instancabile mamma, e calzava i sandali, con due occhi sopra la tomaia.

In strada c’erano le donne che sferruzzavano, sedute in cerchio  nel periodo in cui erano terminati i lavori nei campi: donne sposate, spesso anziane, colorate in genere di nero. Le mogli dei pescatori  alternavano il lavoro ai ferri con  quello della retaia o della tessitrice.

Gli anni Cinquanta del secolo scorso volgevano al termine. Allora i tempi erano più lunghi e i vestiti duravano quasi tutta la vita, passandosi di padre in figlio, dai più grandi ai più piccoli. Era sufficiente qualche aggiustamento praticato dalla mamma, all’occasione anche sarta.

In quegli anni mia madre, come ogni altra popolana, indossava ancora il costume della tradizione, lo stesso di mia nonna, costituito da una gonna lunga pressoché fino alla caviglia e arricciata in vita, nei colori nero e bianco se portava il semilutto, nero se era a lutto, con fondo blu o marrone e qualche fiorellino, triangolino o bollino bianco, in condizioni di normalità. E siccome il lutto si portava per molto tempo, specie gli anziani erano vestiti sovente di nero; pertanto, in via eccezionale, indossavano gunnèdde dai colori blu o marrone con qualche puntino bianco.

La gonna lunga faceva coppia con lu giacche, stretto in vita, con qualche piega o arricciatura, abbottonato davanti, non sempre nella stessa tonalità della gonna. Sopra la gonna c’era immancabilmente lu zenale, un grembiule sovente senza pettorina, che completava l’abbigliamento e al contempo proteggeva la gonna da qualche macchia.

La donna copriva la testa con lu tuccate, legato in genere a fiocco dietro la nuca: un fazzoletto quadrato piegato a metà in diagonale, bianco quando era in casa, colorato quando usciva. Nelle occasioni importanti alcune donne più vezzose lasciavano pendere ai due lati del viso i triangoli del foulard, oppure uno lo piegavano all’insù e uno lo lasciavano scendere sul collo.

Come ogni donna mediterranea, anche quella di Cagnano Varano, che da tempo immemorabile ha tratto vantaggio principalmente dall’economia della pesca e dell’allevamento,  faceva la filatrice. Ne fa fede il costume della Quarandanna, una pupa di pezza che si soleva impiccare l’ultimo giorno di Carnevale, dopo avere incendiato il fantoccio di Carnevale suo marito, e fare penzolare con il collo legato ad una corda tra un palo e l’altro della strada per quaranta giorni, fino al  giorno di Pasqua, quando terminava la Quaresima.

Il  costume della Quarandanna è dunque il medesimo dell’abito tradizionale della donna cagnanese (vedi foto Quarandanna e pupa impiccata): tuccate, gunnèdda, zenale, giacche, chianèdde, fuse mmane e chenocchia alla cendura[16]. Abito che testimonia status e ruoli della donna cagnanese: instancabile e laboriosa, tutta la vita impegnata a filare, a lavorare insomma per fare fronte ai debiti contratti dal marito ubriacone, come vuole la tradizione. Lo confermano alcuni canti popolari da me raccolti[17], che recitano:

‘I quand’è bbèlla la patrona mija

Quanne ce mètte la gunnèlla nova.

Me pare na palomma zomba e vvola.[18]

 

 

Celate jè stu pajése e bbeneditte

Vό jèsse chi m’ava mannate

Ce stava la nénna mia a ffelà la séta

Facéva li bbottόne arrecamate.[19]

 

 

Bbèlla dònna che fa la cavezètta,

mesùrete lu pedule ca te va stritte.

Ti li mane gghianghe com’a nu latte,

la luna de ggennaje mmèzze a llu pètte.

…. . [20]

In ogni casa contadina non mancavano pertanto gli attrezzi utili per filare: lu fuse, lu vurticchje,  la chenόcchia, lu matassare e lu vìnnele[21]. Pressoché in ogni strada, inoltre, c’era un’ abitazione con il telaio, dato che la donna tesseva di tutto: lenzuola, asciugamani, tovaglie, coperte, intimo per grandi e piccini, stoffe per confezionare i vestiti (camicie, corpetti, sottogonne, gonne, pantaloni, giacche femminili e maschili).Come materia prima si utilizzava il cotone e il lino, estratti sempre dalla donna dalle piante che crescevano nei pressi del lago di Varano, ma soprattutto la lana di pecora, che risultava più economica sia perché la sua lavorazione richiedeva meno tempo, sia perché l’allevamento ovino era in passato molto diffuso, anche dopo che era stata soppressa la transumanza. I mestieri della filatrice e della tessitrice sono oggi ormai pressoché estinti, anche se c’è chi si adopera per tenerne in vita la memoria, associandosi.[22]

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, allorché  il benessere ha cominciato a bussare anche alle porte del Mezzogiorno d’Italia, anche le donne del Gargano hanno cominciato a cambiare look, dismettendo anzitutto l’abito tradizionale costituito da gunnèdda e giacche per indossare la vesta, prima consentita solo alle donne nubili. I maschi, invece, hanno abbandonato i vecchi pantaloni di talpa per cominciare ad indossare via via i pantaloni alla Celentano e gli ormai intramontabili jeans.

Degli abiti della tradizione restano comunque traccia nelle foto d’epoca, nei canti e nelle storie raccolti da alcuni storici locali o appassionati di etnografia, nei costumi, in qualche cimelio che alcuni appassionati sogliono custodire, sia per amore della tradizione, sia perché essi costituiscono un legame con antichi affetti (il padre, la madre, il nonno o la nonna che non ci sono più).”

 

 

 


[1] MIMMO ALIOTA, Il mio paese, Vieste 2002, pag. 121.

[2] GRAZIA GALANTE, ricercatrice di San Marco in Lamis, Foggia, autrice di diverse  pubblicazioni e  coautrice con MICHELE GALANTE di un Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Levante Editore, Bari  2006.

[3] Il velluto poteva essere liscio, a maccarone (spinato).

[4] Felba vellutine, tessuto rasato un po’ lucido, usato per abiti maschili.

[5] Velurre, tessuto di lana per cappotti.

[6] Cfr. GRAZIA GALANTE, Dizionariuo cit., pag. 177.

[7] Berretto di stoffa con visiera, che per molto tempo ha rappresentato i contadini, contrapposto al cappello dei galantuomini.

[8] Tessuto di lana pesante ma morbida, usata soprattutto per confezionare i mantelli a ruota.

[9] Talpa,  tessuto pesante rigato usato per abiti maschili d strapazzo.

[10] Matrassa, tessuto di cotone molto leggero usato per copricapo.

[11] Percalle, tessuto di cotone molto leggero che ha due versi uguali, utilizzato per camicie.

[12] Percalline, Più leggero del percalle, adatto per camicie e federe.

[13] Rrobba a ssciόre de line, tessuto sottile di cotone adatto per copricapo e sovraccoperte con il volante (ricce).

[14] Setenata, di satin, tessuto rasato di cotone lucido usato specialmente epr fodere e trapunte (mmuttite), per copriletti e vestiti da donna (tunacèdde).

[15] Trattaglia, tessuto felpato a quadrettoni per camicie da uomo, fodere di gilè e tunacèdde.

[16] Fazzoletto in testa, gonna lunga, grembiule, pianelle, fuso in mano e conocchia alla cintura. Cfr. L. CRISETI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amόre, Canti e storie della civiltà contadina, Centro Grafico Francescano 2004, pp. 157-159.

[17] . L. CRISETI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amόre, Canti e storie della civiltà contadina, Centro Grafico Francescano 2004

[18] Ivi, pag. 96, Celate jè stu paése.

[19] Celato è questo paese e sia benedetto chi mi ha mandato. C’era una bella fanciulla che filava la seta e ricamava bottoni. Cfr. L. CRISETTI GRIMALDI, BBèlla te vu mbarà … cit., pag. 74.

[20] Cfr. BBella donna che ffà la cavezètta, ivi, pag. 227. Traduzione: Bella donna, che fai la calza, prova la pianta del pieve, che è stretta. Hai le mani bianche come il latte, la luna di gennaio in mezzo al petto.

[21] Il fuso è costituito da un pezzo di legno affusolato. Alla base del fuso è lu vurticchje, un legnetto arrotondato con il foro centrale, che poteva essere sostituito da una patata, con la funzione di sostenere il fuso mentre si avvolge il filato. La conocchia è un arnese di canna o di legno, lungo circa un metro che porta in cima il pennecchio di fibra tessile. Lu matassare è utile per fare la matassa e lu vìnnele è l’arcolaio che gira su un perno e consente alla matassa di essere dipanata.

[22] A Carpino nel 199- è nata …………….., con le sorelle De Perna, l’associazione ……..; a Ischitella “la cruedda” impegnata a rivitalizzare l’attività d’intreccio con le fibre vegetali, a Cagnano c’è la signora … che da alcuni alcuni sia dopera a rivitalizzare il telaio.

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Senza categoria

 

Orientamento come antidoto alla dispersione

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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in Senza categoria

 

IDEA PROGETTULAE “EUREKA” Orientamento per gli studenti nel passaggio dal primo al secondo ciclo di istruzione Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia, (Prot. AOODRPU n. 560/2)

“Io scelgo”

Un discreto progetto di Orientamento, che mira a fare acquisire a ciascuno studente la consapevolezza di sé, dei propri interessi, della/e formae mentis prevalenti, del mondo del lavoro e delle competenze richieste dalla società tecnologica, conoscitiva e globalizzata, in cui tutto si consuma in fretta, necessita di tempi lunghi, del necessario coinvolgimento dei consigli di classe, della collaborazione delle famiglie e dei rappresentanti le istituzioni locali. Meglio sarebbe, perciò, partire dalla classe prima della secondaria di primo grado; ancor di più si potrebbe conseguire iniziando dalla scuola dell’infanzia, cominciando col fare riconoscere i propri gusti ai bambini e alle bambine. Il progetto pilota “Eureka” assegna invece due anni e con questo arco temporale fa i conti il gruppo di progetto che punta sulla  formazione e partecipazione attiva dei docenti, richiedendo la condivisione dei consigli delle classi interessate che si incontrano per costruire percorsi mirati, per monitorare l’attività, effettuare aggiustamenti in itinere sulla base di ciò che emerge, valorizzano la valutazione formativa. Richiede, inoltre, la partecipazione della famiglia, il confronto con il gruppo amicale e con le tecnologie, con gli “ambienti di apprendimento” e i “mondi di vita privilegiati del preadolescente” che l’alunno influenza e da cui è influenzato.

L’idea progettuale prevede inoltre che l’Orientamento rientri tra le attività curricolari, perché svolgendolo nelle ore aggiuntive  pomeridiane si potrebbe veicolare il messaggio che si tratti di un optional o di un passatempo.

L’idea forte del progetto “Io scelgo” sta nella valorizzazione dell’intelligenza emotiva, sulla quale poggia lo sviluppo cognitivo: curando l’ascolto, la fiducia di base, il clima sereno e le relazioni autentiche (alunno- alunno, alunno- docente, alunni-docenti), coniugando i “saperi caldi” afferenti al territorio con quelli “freddi” dei libri,  valorizzando il soggetto persona che cresce e cerca di capire chi è per costruire il suo progetto di vita, prestandogli attenzione e ascolto, egli non potrà non trarne vantaggio.

Il progetto rappresenta perciò un’opportunità per ragazzi che in genere giungono impreparati e scelgono di frequentare questo o quell’istituto seguendo le indicazioni dell’amico/a, della famiglia o del docente perdente posto e quasi mai perché ha letto bene dentro di sé. La scuola, che di fatto non offre adeguato spazio all’attività di orientamento, esaurendolo sovente nelle visite agli istituti che fanno propaganda, ha le sue responsabilità. Non meraviglia perciò, che molti studenti nel biennio sentendosi inadeguati, abbandonano la scuola, dando spazio alla dispersione.

 
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Pubblicato da su 22 maggio 2012 in Senza categoria

 
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progetto Eureka: “Io scelgo”. La presentazione può interessare anche genitori, docenti e laureati non interessati al progetto

 
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Pubblicato da su 22 maggio 2012 in Senza categoria

 

“La raccolta non più donna”, testo del documentario di Leonarda Crisetti

 

 

Antonella- Fino a qualche decennio fa a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord di circa 7500 abitanti, la raccolta delle olive è stata una faccenda declinata pressoché esclusivamente al femminile ed ha costituito una voce importante dell’economia locale. Ora che sono subentrate le macchine non sembra essere più così. Inoltre, fino a trent’anni fa due olivi costituivano il motivo sufficiente per fare litigare due fratelli, oggi invece accade di vedere interi uliveti lasciati in pasto agli uccelli. Per saperne di più abbiamo pensato di indagare nella letteratura e di scendere sul campo.  Cominciamo col prendere atto del parere del nostro storico, prof.ssa Leonarda Crisetti.

Prof. Leonarda Crisetti – L’olivicoltura a Cagnano affonda le radici nell’età classica, quando il lago di Varano che bagna parte del suo territorio è ancora un seno di mare, qui importata forse dai greci, sicuramente esercitata in epoca romana, come lasciano supporre le tracce di olio presenti negli orci rinvenuti ad Avicenna.

È Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino, che nel 1743 fa innestare i primi oleastri. Il feudatario controlla la produzione dell’olio, come l’imperatore in epoca romana. Nel Settecento, due alberi e mezzo sottano fanno sentire ricco anche il più povero del paese, rappresentando “la casa” e “l’ulivo”  i valori del tempo.

Prima degli innesti, i cittadini di Cagnano ricorrono all’oleastro persino per condire i cibi, sebbene l’olio di quest’olivo selvatico non sia di qualità. È tuttavia nell’Ottocento, che l’olivicoltura comincia a decollare, quando vanno al potere i “galantuomini” del paese, anche grazie all’enorme disponibilità di manodopera femminile a basso costo. Che la raccolta sia sin dall’inizio una faccenda tutta donna trova conferma in un documento del 1861 allorché, mentre esplode il fenomeno del brigantaggio, il sindaco del paese lamenta preoccupato:

“Il ricolto … si raccoglie in questo paese esclusivamente dalle donne, le quali, affinché i briganti non le avessero a riprendere in campagna, ed attendarle nel pudore, si diniegano ad un tal servizio”.[1]

Nel secondo dopoguerra gli amministratori deliberano di dare “alla parte” le olive del Puzzone, un luogo della memoria molto caro ai cagnanesi che per millenni soddisfa il bisogno di sacro, alimenta  e disseta gli animali, fornisce legna da ardere, e che per oltre mezzo secolo, con l’innesto dei 16 mila oleastri esistenti, dona olio buono a gran parte della popolazione.

Negli anni Cinquanta, sette-ottocento donne vanno Puzzone[2], per farsi l’abbaste pe la casa. Lo confermano le nonne intervistate che parlano volentieri, con orgoglio, ma anche con rammarico di questo sito.

Lucietta[3]– M’arrecorde accome se fosse mo, quanne ggiunenètta jéva nzembra a mamma a ccogghje l’avulive a llu Puzzone.  C’ascèva a nnuvèmbre, sùbbete doppe tutte li Sande, pecché accoma llu ditte, “Dope tutte li Sande ce cogghje la néra, ce cogghje la gghianga”.

Ce ngundravame a lla torra de li Manarédde[4]. Lu capesquatra ce chiamava. Chia pe la scala, chia pe lu ngine, chia pe l’accètta, chia pe li sacche, javame appresse a llu capesquatra e a llu ciucciare, addova avama cogghje.

– “Bbèlli fé, qua amma cogghje oje, jame bbèlle!

Arruate sopa poste, ce mettavame lu ccappucce[5] pe lu cippe, ce suppundava la scala e c’accumenzava.

“Ddova la mitte ssa scala?! Nda la crucera la menà, nò nda la ppennagghja!”

“ E jànnem’aiuta”.

“Mìttela cchiù crucata, ne vvide ca sta troppe tèsa! Ccom’a nghianà? Attacca la scala, c’avèssa svutà, e mmàchete!”

 Chia da sope e chia da sotta, cughiavame l’aulive e pe fa passà lu tèmbe, candavame li sturnèlle[6]

Spica di grano, chi te la metterà, l’anèlla al dito? chi te la bacerà, la bbianca mano? Spica di grano”[7].

 La vocia arruuava nzine a llu Nnusulature[8], ma li mane n’attennèvene nda li ppennagghje e l’aulive avèvena cadè nda lu ccappucce senno c’ammaccavene.

A mezze jurne li capesquatra ce chiamava:- Bbèlli fè, scegnite, jàmece a magnà nu mucche de pane!

Pane e ogghje, pane e pemmadore, na fica sècca, na cecurièdda, vulive cotte nda la cènera. Na mana alla vocca e n’àveta capava li frunne.

“Quanda so saprite! mba Matté, mìtteli, n‘avetu pare”.

 “Mo, mo!”

Ce cugghiéva fin’a vèspre e addova li mane n’arruuavene, ‘na bbotta de ‘ngine. Quarche cemone ce tagghiava e quarche fémmena ce frecava l’aulive:

“Nu corna- penzava-  ne nge l’aja dà tutte a llu comune!”[9]

Quanne lu sole accumenzava a calà, lu capesquatra fresckava.

“Bbèlli fè, sscignite, ch’amma scapelà. Mba Matté, stuta ssu foche! Sciappàmece ca jè fatte notte. Avvucina ssu ciucce, cumbarò, carecame st’aulive!”

A li  Manarèdde ce pesavene e ce spartèvene l’aulive: una a llu comune, una a chia cugghieva e chia teneva lu ciucce ce pigghiava pure la parte.

Pe li vulive ngape, ogneduna turnava a lla casa e alla fina de la scogna li purtava a llu trappite a  macenà.

Quanta strapazze pe nu pare de chile d’aulive!

 Testimonianza di Giovanni – A llu Puzzone l’aulive so state annestate. Vedete qua, dove stanno queste mammelle, questo è il punto dell’innesto.

Testimonianza di nonna Giulietta: Pure ji so gghiuta a cogghje l’aulive a llu Puzzone. Ddà l’acqua ne mangava maje. Quanne ce tenèva sèta, scegnavame bbasce pandane e iavame a vève l’acqua nda li pelètte.[10]

Testimonianza di Maria Sciulla- Uh, lu Puzzone! L’anne ppicciate. Che ppuccate! Quanda ogghje c’àve date e mo l’ànne abbandunate. Che puccate![11]

Prof. Crisetti – Negli anni Cinquanta Cagnano esporta l’olio, “essendo abbondantissimo e di ottima qualità, tanto che diversi proprietari, mandandone dei saggi all’esposizione oliologa di Milano, sono premiati”.  Cagnano è uno dei primi paesi del circondario a dotarsi di moderni stabilimenti per la molitura delle olive. Otto oleifici sei a corrente elettrica e due a trazione animale sono ancora attivi negli anni Settanta.[12] Negli anni Novanta, però, proprio quando la raccolta comincia meccanizzarsi, chiude anche l’ultimo frantoio del paese, con grave disagio della popolazione, costretta a portare le olive fuori.

Antonella – Le macchine, scuotendo rami e foglie, suscitano la iniziale protesta delle anziane donne, affezionate alla tradizionale tecnica della brucatura, che le vedeva procedere delicatamente ma alla svelta con le sole mani.

Lucietta (mamma di Tonino): Che  stràzeje! E ne lu trutulianne cchiù ssu povere pedale, ne vvide quanda cacchje e frunne ccadute![13]

Tonino (papà)- Tu pinze a lli frunne, ne vvide ch’amme còvete già n’àvetu pedale? Uagliù, menite a capà li fronne, e tu, Marì, avvucina ssì sacche ca l’amma scugnì![14]

Daniela (figlia di Tonino intenta nei giochi tecnologici) – Papà, ma non vedi che sto giocando?

Vincenzo (figlio di Tonino alle prese con il suo cellulare) – E pure io!

Ernestina –  Le immagini sembrano veicolare l’idea che la raccolta non sia più donna. Ma è proprio così? Per verificare questa supposizione, abbiamo interrogato 330 cittadini del posto, maschi e femmine di età compresa tra i 14 e i 57 anni.

Le risposte dicono che il 60% di essi partecipa alla raccolta, che a prevalere sono i maschi [15] (Grafici 1 e 2). Il grafico n.3 conferma che la raccolta non è più donna. Il grafico n. 4 fa capire che il campione raccoglie in genere olive di famiglia e di proprietà, mentre l’11 % degli adulti va a giornata. La presenza della manovalanza straniera è pressoché irrilevante. Dall’indagine emerge, inoltre,  la percezione che l’ulivo abbia minore valore rispetto al passato (grafico 5), lasciando pensare che l’olivicoltura sia in crisi. L’ipotesi è confortata dal grafico 6 che dà conto degli ulivi non raccolti visti dagli intervistati. Le motivazioni della sofferenza olivicola sarebbero costituite dallo spezzettamento fondiario (non esistendo più le estese mezzane di 3-4000 olivi un tempo intestate ad un solo possidente), dalla morfologia in diversi casi accidentata del territorio, che rende tutto più costoso, dal rapporto svantaggioso costi-benefici, dalla paura degli incendi, dalla concorrenza dell’olio estero e/o contraffatto, dal diffuso benessere. Le eccessive spese, la scarsa capacità gestionale, i macchinari non a norma, la concorrenza dei paesi limitrofi, avrebbero infine indotto i frantoiani a chiudere l’attività.  Grafico n 7.

Antonella – È dunque accertato che la donna non svolge più il ruolo primario nella raccolta e che l’olivicoltura attraversa una fase critica. Lo testimonia anche il caso del Puzzone, 172 Ha di superficie demaniale sul quale dagli anni Ottanta del secolo scorso il comune ha deciso di non investire più e che dal 2002 ha deliberato di alienare in parte.

Prof. L. Crisetti –  Il caso del Puzzone rappresenta, a mio avviso, la metafora della condizione dell’agricoltura del Mezzogiorno, la spia di un malessere generale, un allarme che va raccolto perché insieme all’olivicoltura si rischia di perdere parte della propria identità. Al contempo, si dà un colpo di acceleratore alla globalizzazione, nemica delle differenze. Non si tratta di rimpiangere un passato nostalgico, quanto piuttosto di recuperare ciò che proviene dalla memoria storica ed è funzionale alla nostra società. Se la raccolta non è più donna è segno che non ci sono più le condizioni del passato e non spaventa. L’olivicoltura però può essere sostenuta perché ci sono i presupposti rinvenibili soprattutto nelle caratteristiche pedologiche per un olio di qualità. L’attività va quindi incentivata, al centro come in periferia, con la cura individuale e raccordando le iniziative istituzionali a livello garganico, affinché il promontorio abbia il suo olio DOP.

Giovanni: Il nostro olio è buono perché l’olivo cresce su una roccia calcarea e le olive non sono trattate. La resa è alta: alle Coppe arrivava a 3 stare[16], a lu Puzzone 2 stare e mezze al quintale.

Antonella – Su quest’olio vorremmo saperne di più dall’agronomo, il dott. Donato Stefania.

Dott. Donato Stefania – Il nostro olio  viene prodotto dalla varietà autoctona ogliarola del Gargano che produce frutti piccoli, da cui si ottiene l’olio extravergine d’oliva a denominazione d’origine protetta Dauno Garganico dal profumo fruttato ed dal sapore dolce con tipico retrogusto di mandorle. La  raccolta avviene dalla metà di ottobre in poi, quando i frutti non sono ancora maturi, e non si è completata la fase di invaiatura, cioè le olive non hanno ancora cambiato colore. Per questo secondo me l’olivicoltura a Cagnano avrebbe potenzialità di reddito.

Antonella – Le risposte degli intervistati ci spingono a puntare i riflettori infine su un altro aspetto interessante della questione e precisamente sulle funzioni dell’olio, sostanza virtuosa e polisemica, magica  e sacra, che alcune divinità hanno voluto donare al genere umano, essendo questo liquido prezioso un elemento essenziale dell’alimentazione.

Ernestina – Dalle risposte si evince che alcuni intervistati [17] fanno benedire i rami d’ulivo nel giorno delle palme per donarli in segno di pace, rinnovando quel patto di alleanza tra Dio e l’uomo espresso dall’immagine della colomba. Un ramo benedetto, unito ad altri cimeli[18] è posto dietro la porta, accanto al letto, o sotto il materasso, col compito di tenere lontane le forze malefiche.  Un altro, piantato, darà vita a un ulivo regale, resistente. Rami d’ulivo di fresco potati sono raccolti da grandi e piccini per accendere i falò, in continuità con la tradizione precristiana che affida al fuoco il significato rigeneratore e con quella cristiana che veicola la devozione per San Giuseppe. (Grafico n. 8)

(Grafico n. 9 [19]) C’è chi usa l’olio come farmaco,  chi per accendere il fuoco, chi  per lubrificare; quasi tutti utilizzano l’olio per condire pietanze,[20] – e chi non ha l’ulivo ricorre al grasso animale o ad altri oli. Con l’olio consacrato la sera del giovedì santo, il sacerdote unge la fronte di chi riceve il battesimo, la cresima e l’estrema unzione. Con l’olio santo il vescovo consacra i ministri di Dio.

La nostra ricerca dice che la donna cagnanese, non più leader della raccolta olivicola, conosce le virtù dell’olio e, un po’ maga e un po’ santa, continua ad interpretare ruoli in cui c’è commistione di sacro e profano.

Con poche gocce d’olio fa cessare il malocchio, originato dallo sguardo iettatore, ricorrendo ad un rituale che usa gesti e parole per riportare il soggetto alla normalità.[21] Con l’abbetine[22], che custodisce una foglia d’olivo, unita a qualche acino di sale, ad un santino e ad un pezzo di rete, ha facoltà di prevenirlo.

Se l’olio cresce nda lu zzirre, non lo palesa a nessuno, se no cessa l’abbondanza.

Se malauguratamente si versa, sparge sopra l’olio prontamente del sale, per annullare l’effetto malefico.

Prof. Leonarda Crisetti – Ci sono dei comportamenti che, oltre ad essere presenti in ogni spazio, restano immutabili nel tempo; antiche credenze che sopravvivono nella nostra società complessa. E mentre cambiano i metodi e i mezzi della raccolta, mentre l’olivicoltura è soggetta a corsi e ricorsi, il rapporto col sacro e col magico non cessa. I rituali con l’olio sopravvivono perché fanno parte di quelle costanti culturali che attraversano l’umanità, perché l’uomo, posto di fronte al mistero della vita e della morte, per superare la propria angoscia esistenziale, ha avvertito da sempre il bisogno di aggrapparsi al soprannaturale, al trascendente, al magico.

Antonella– Alla raccolta non più donna e in declino, fanno dunque da contrappunto le tradizioni qui documentate, patrimonio della memoria dei cagnanesi e dell’umanità, grazie alla resistenza esercitata dalle anziane donne, dalle scuole aperte al territorio e dalle associazioni culturali, che colgono ogni occasione per  consegnare alle nuove generazioni i saperi e i sapori del passato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Fonti scritte

Archivio di Stato di Napoli, catasto Onciario.

Archivio di Stato di Foggia, Polizia, Serie I, B. 339, f. 2563, Cagnano 12 ottobre 1861;

Parchi e Mezzane nella verifica Palmieri

La condizione femminile a Cagnano Varano, Progetto delle classi IVA, V A e VB a. s. 2003/4, Liceo Socio-psico-pedagogico Cagnano Varano, Referente Leonarda Crisetti, docente di scienze umane.

L’olivicoltura, una via del gusto per riscoprire il MediterraneoIl caso del Puzzone, Progetto Habitat IRRE PUGLIA, Mari da inventare terre da scoprire, a. s. 2004/5, Classi 3A e 3B, Liceo Socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano (FG),

referente Leonarda Crisetti, docente di scienze umane.

N. DE MONTE, Una gemma del Gargano, Arti Grafiche S. Pescatore, Foggia 1950.

L. CRISETTI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amore, Canti e storie di vita contadinaCentro Grafico Francescano 2004.

L. CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, L’Onciario e il Murattiano, Il Rosone 2007.

L. CRISETTI GRIMALDI, Risorgimento Garganico, Il caso di Cagnano, Bastogi 2011.

L. CRISETTI, M. d’ARIENZO, A. GUIDA, La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia, Bastogi 2010.

Comune di Cagnano Varano, Verbale di deliberazione del consiglio comunale, 10 Aprile 2002. Oggetto: Costituzione di una società di trasformazione urbana.

Comune di Cagnano Varano, Verbale di deliberazione del consiglio comunale, 7 ottobre 2003, Oggetto: S.T.U- Saint Michel./Modifica ed integrazione Delibera di C.C. n. 5 dell’11/4/2003- Provvedimenti.

Fonti orali/canore/musicali

Vissuti di donne e uomini anziani adolescenti, di età matura, anziani

Canti, brani musicali

N.B.: le virtù magiche dell’olio sono emerse soprattutto dagli incontri faccia-a-faccia

Fonti iconiche

La raccolta delle olive a Cagnano Varano, 1940, foto Mario Paolino

La raccolta delle olive a Carpino anni Cinquanta, foto Ignazio d’Anzeo, Proloco Carpino

Scheda allegata 

Il filmato documenta i tempi, i mezzi, i modi e le tecniche della raccolta delle olive, un’attività tipicamente mediterranea, declinata a Cagnano Varano (FG) pressoché esclusivamente al femminile, costituendo per la donna quel rito d’iniziazione che le ha consentito di uscire dei casa e farsi conoscere, di urlare – cantando dalla scala gli stornelli- la propria condizione. In questo paese del Gargano, inoltre, fino a trent’anni fa il possesso di due soli ulivi è stato il motivo sufficiente per fare litigare due fratelli, mentre oggi interi uliveti sono lasciati in pasto agli uccelli. Al contempo, il documentario dà conto delle funzioni magiche dell’olio, una sostanza virtuosa e polisemica che alcune divinità hanno voluto donare al genere umano, lasciando emergere nella nostra società complessa la presenza di comportamenti immutabili, credenze riconducibili ai tempi precristiani. Le risposte al questionario, ideato per l’occasione, ma soprattutto gli incontri faccia-a-faccia e le storie di vita, dicono  infatti, che il rapporto col sacro continua. Accade di vedere perciò che mentre la raccolta non è più donna e l’industria olivicola è in declino, i rituali con l’olio non cessano, probabilmente perché fanno parte delle costanti dell’umanità, perché l’uomo posto di fronte al mistero della morte ha avvertito da sempre il bisogno di aggrapparsi al soprannaturale e alla magia per superare l’angoscia esistenziale.

 

QUESTIONARIO

Testimonianza n …

Leggi e completa con una crocetta là dove occorre, cercando di rispondere con sincerità. Ricorda che il questionario è anonimo. Grazie per la collaborazione.

  1. Generalità:
  2. Anni 
  3. M
  4. F
  5. Mestiere
  1. Negli ultimi cinque anni sei andata/o a cogliere le olive
  2. No
  3. Si
  1. Se hai risposto Si
  1. gli ulivi sono di proprietà tua
  2. della tua famiglia
  3. sei andato/a a lavorare a giornata
  4. altro
  1. Crocetta l’affermazione più vicina al tuo modo di pensare
  2. Sono proprietaria/o di ulivi ma non li colgo perché ci rimetto
  3. Sono proprietaria/o di ulivi ma non li colgo perché non trovo manodopera
  4. Sono proprietaria/o di ulivi, che faccio raccogliere alla parte
  5. Sono proprietaria/o di ulivi, che colgo insieme ai giornalieri maschi e femmine
  6. Sono proprietaria/o di ulivi, che  raccolgo con le sole donne giornaliere
  7. La paga di … € è bassa e vado lo stesso
  8. La paga di … € è sufficiente
  9. Trovo che la paga di — € sia buona.
  10. La raccolta oggi è ancora una faccenda da donna
  11. La raccolta oggi è una faccenda soprattutto maschile
  12. La raccolta oggi è una faccenda maschile e femminile
  13. Ho visto nessuno, pochi, molti, ulivi non raccolti anche se la campagna è ultimata
  14. Ho visto nessuno, pochi, molti immigrati impegnati nella raccolta

 Completa

Io penso che gli ulivi non abbiano più il valore del passato perché  ……….

  1. I frantoi di Cagnano hanno chiuso perché …………………………..
  2. Con le olive io faccio

………………………………………………………………………………

  1. Con l’olio faccio  ……………………………………………………………
  2. Utilizzo i rami d’ulivo per……………………………………………………

 

 

 

 

 

 

 


[1] L. CRISETTI GRIMALDI, Risorgimento Garganico, Il caso di Cagnano, Bastogi 2011.

[2] Il termine “Puzzone”, riconducibile a “pozzo” [voce dialettale “puzze”], potrebbe significare “grande pozzo”,  metafora dell’abbondante acqua delle sorgenti che costellano la riva settentrionale di questo luogo della memoria.

[3] Le scene ricostruite hanno visto scendere in campo le famiglie dell’associazione “Le gemme del Gargano”. “Ricordo ancora quando andavo con mia madre a raccogliere le olive del Puzzone. La campagna iniziava a novembre, secondo il detto: ‘Dopo Tutti i Santi, si coglie la nera, si coglie la bianca”. Appuntamento a la Torre de li Manarèdde. Il caposquadra faceva l’appello. Che con la scala, chi con l’uncino, chi con la scure, chi con il sacco, seguivamo il caposquadra.  “ Belle donne, qui dobbiamo cogliere, su!”. Giunti sul posto assegnato, legavamo il cappuccio sul ventre, tenuto aperto con una forcella, fissavamo la scala all’albero e si cominciavamo a cogliere.   “Dove metti la scala? Tra i due rami, non su uno solo”. E e vieni ad aiutarmi!” “Mettila più inclinata, non vedi che è ripida! Come farai a salire? Legala scala, per non farla ruotare, e sbrigati!’ chi da sopra chi da sotto, coglievamo le olive e per fare passare il tempo cantavamo gli stornelli: “Spiga di grano/ chi te lo metterà l’anello al dito/ chi te la bacerà la bianca mano/spiga di grano”. La voce alta giungeva fino allu nNusulature. Le dita però dovevano scorrere svelte tra i rami per fare cadere le olive nel cappuccio, non a terra, affinché l’olio fosse buono. “Belle donne, scendete, mangiamo un po’ di pane.”  Si  mangiava un pane e olio, pane e pomodoro, un fico secco, un po’ di cicoria, qualche oliva nera cotta nella cenere. Una mano portava il cibo alla bocca, un’altra sceglieva le foglie . “Buone! Compare Matteo, mettine ancora un po’!” Si lavorava fino a vespro e dove non arrivavano le mani si assestava un colpo con l’uncino. Qualche cima si tagliava e qualche signora nascondeva le olive, per riprenderle dopo, pensando: “Un corno! non gliele do tutte al comune!” Quando imbruniva, il caposquadra fischiava: “Belle donne, scendete, è ora di smettere! Compare Matteo, spegni il fuoco! Sbrighiamoci che fa notte! Comparozzo, carichiamo queste olive!” A li Manarèdde, si pesavano le olive raccolte: una parte al comune, una a noi e una a chi portava l’asino. Ognuno faceva ritorno a casa con la sua parte di olive in testa e, al termine della raccolta, le portava al frantoio per farle molire.

[4] Questa torre era il punto di riferimento delle mandrie che pascolavano nella Difesa Puzzone, quando la pastorizia conviveva con l’olivicoltura. 

[5] Grande grembiule terminante con due lacci che opportunamente incrociati e legati intorno alla vita della donna formano un cappuccio nel quale fare cadere le olive colte, tenuto aperto alla sommità da un ramo di olivo a forma di “V”.

[6] Gli “stornelli” sono canti di genere, che parlano d’amore e di sdegno, canti di lavoro quasi urlati dalle donne, che facevano a botta e risposta (chi da un albero chi dall’altro), ritmando l’attività e liberando le frustrazioni.

L. CRISETTI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amore, Canti e storie di vita contadina, Centro Grafico Francescano 2004.

[7] Spiga di grano/chi me lo metterà l’anello al dito/ chi me la bacerà la bianca mano/spiga di grano.

[8] Lu Nnusulature è un toponimo che sta a significare il luogo in cui è possibile ascoltare, che coincide con la parte più elevata della collina del Puzzone. Qui era appostata in passato la guardia comunale per cogliere in flagrante chi tentava di rubare le olive o di tagliare gli alberi del Puzzone. Evidentemente il fenomeno era preoccupante.

[9] Qualche donna si allontanava guardinga, per nascondere le olive nel tronco dell’albero, pensando di dovere così rivendicare i propri diritti. Da sempre nei comuni del Gargano c’è stato un atteggiamento ostile verso gli Enti locali e verso lo Stato, considerati tuttora nemici.

[10] Anch’io sono andata a cogliere le olive del Puzzone. Là, l’acqua non mancava mai. Quando avevamo sete, scendevamo in riva al lago e andavamo a bere l’acqua raccolta nelle pilette [piccole buche scavate nella calcarenite].

[11] Il Puzzone? L’anno incendiato. Che peccato! Quant’olio ci ha dato e ora l’hanno abbandonato. Che peccato!  

[12] I sei frantoi a corrente elettrica erano della Società Sid, della Ditta di Pumpo e Compagni, De Simone Michele, della Società Panerai, di Coccia Alfredo, di Ferrante Francesco. I due a trazione animale erano di proprietà di De Simone Giovanni e di Matteo Grimaldi.  

[13] Che strazio! E non lo scuotere più questo povero albero! Non vedi quante foglie e quanti rametti sono caduti?

[14] Tu pensi alle foglie, non vedi che abbiamo già colto un altro albero?

[15] Agli studenti (14-18 anni) è stato chiesto solo se hanno partecipato alla raccolta delle olive di quest’anno. 

[16] 1 staio di olio è l’equivalente di 10 litri.

[17] Indagine svolta in occasione di questo concorso, da gennaio a febbraio 2012, dal gruppo “Le gemme del Gargano”, diretto dalla Prof. ssa Leonarda Crisetti che ha curato la stesura del questionario, la trascrizione, elaborazione e lettura dei dati. I grafici sono stati prodotti dall’ingegnere Filomena Grimaldi.

[18] Rete, ferro di cavallo, Crocifisso, Madonna.

[19] I cagnanesi ricorrono tuttora all’olio per curare la bocca infiammata, il male d’orecchi, una scottatura, una puntura da insetto, problemi di intestino, per eliminare il fastidioso cigolio alla porte, per cancellare la ruggine, per accendere il fuoco.

[20] Con l’olio si condiscono i piatti della tradizione (pane e ogghje, panecotte, acquasala, pane e ppemmadore, pizza, maccarune e fogghia, fave, cice e ndròccele, pèsce a ppane nfusse, … ) e quelli moderni.

[21] Ecco la formula magica contro il malocchio, svelatami giorni or sono da una quarantenne: “Tre occhi t’han guardato/ Tre santi t’han salvato/Nel  nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo/Malocchio non va avanti!” Parole accompagnate da gesti e segni di croce, utili a fare cessare conati di vomito, male di testa e agli occhi, spossatezza generale.  Lo confermano diverse persone anche autorevoli con le quali ho avuto il piacere di conversare sulla questione, cercando conferme o smentite. Vorrei aggiungere che sono stati soprattutto gli incontri faccia-a-faccia e le storie di vita a farmi conoscere i rituali con l’olio.

[22] Un sacchettino di stoffa che viene a tutt’oggi fissato con uno spillo sotto l’abito del bambino con la funzione di prevenire il malocchio.

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2012 in etnografia garganica

 

La commissione della FITP presieduta dalla prof. P. Resta assegna il 3° posto a “La raccolta non più donna”

Il 22 aprile ad Alberobello (Ba) davanti alla piazza del comune è un tripudiare di colori, di suoni e canti.

21 gruppi folclorici provenienti da diversi comuni del nord del centro e del sud d’Italia, dopo avere assistito alla celebrazione eucaristica nella Basilica dei Santi Cosma e Damiano s’incontrano per la premiazione e il saluto di commiato.

A ciascun gruppo partecipante con la performance della danza popolare (quadriglia, rispetto, tarantella, pizzica) viene assegnata una coppa.

Ai gruppi  che hanno partecipato presentando il documentario sui “saperi” e che hanno guadagnato i primi tre posti viene consegnato un premio in denaro, rispettivamente di 1000, 800 e 500 euro.

La commissione scientifica – costituita dai docenti universitari,  Patrizia Resta, Vincenzo Spera, Vincenzo Espostito, Pino Gala e Simone Ligas, dopo avere sottolineato l’elevato livello di tutti i documentari visionati, proclama i nomi dei primi tre documentari come segue:

1° “Seta, il filo dell’arte”, per il “rilevante impegno tecnico e di ricerca”, gruppo folckorico  “Curtalisi” di Catanzaro (Calabria);

2° “La ceramica”, di “rilevante impegno tecnico e di ricerca”, gruppo folklorico di Varese;

3° “La raccolta non più donna”,  esito di” un’adeguata attività di ricerca, tecnica soddisfacente e possibilità di resa didattica”, dal gruppo “Le gemme del Gargano” di Cagnano Varano (FG).

 La commissione scientifica conferisce, inoltre, un premio speciale al documentario “Le mani che raccolgono”  di un gruppo di Castaci (Catanzaro ) che presenta qualche analogia con  “La racconta non più donna”, indugiando però sullo sfruttamento nella raccolta delle olive che oggi vede impegnate soprattutto le mani della gente di colore.

 
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Pubblicato da su 23 aprile 2012 in Senza categoria