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Dalla tradizione orale garganica, poesia de “I mesi dell’anno”

Ji sò jennare,
lu cape putatóre
e ccéche l’òcchie a ttutte li pecurale
che gastùmene lu mése de jennare.

Ji sò ffrebbare
e ssònghe curte.
Se li jurne mija fòssene tutte,
farija jelà lu vine nda li vutte. 12

Ji sò mmarze e ccu la mija zappètta
a ppane e vvine e ffazze lu dejune.
S’arrìvene a lluuà li mija fumètte,
sò nnate a lla manganza de la luna.13

Ji sò aprile e ccu li ramagliètte
scjurìscene li mundagne e lli vallune.
Aprile ce li fa li ramagliètte,
magge ce la góde la ggiuvendù.14

Ji sò mmagge
e ssò maggióre de tutte l’alemènte.
Strata pe strata vaje cu ssóne e ccande.
E ssò li ciucce e stanne allègramènde. 15

Ji sò ggiugne e ccu la mia sferrècchia
e mmò me l’aj’a fà la sferracchiata.
Pe nnanze me la cumbine na fèmmena vècchia
e ll’aj’a tagghià la capa pe la sferrècchia.16

Ji sò llugghie e ccu li carre rutte.
Jè rrutte lu carre e ppure la majésa.
Ammacàmece, cumbagne, ca lu tèmpe jè scurse
se nnò perdime lu carre e ppure li spése.17

Ji sò aguste e ccu la malatija,
lu mèdeche me la òrdena la gaddina,
lu mèdeche me la òrdena la suppòsta,
Segnóra mija, pe la grazia vòstra.18

Ji sò settèmbre e ccu la fica mòscia
vè lu muscatèlle e cce funisce.
Se l’annata mija va de prèscia
pèrde pèrseche, melune e mméla lìscia.19

Ji sò ttòbbre, lu cape vedegnatóre
e mmò me l’aj’a fà la vedegnata,
na vuttecèlla de muste
la mòglie nda lu lètte friscke.20

Ji sò nnuvèmbre, lu cape semenatóre
e mmò me l’aj’a fà la semenata.
N’hé’ sumendà nu póche pe ll’aucèlle
e nnu póche pe li dònne bbèlle.21

Ji sò ddecèmbre. Lu séje è sSande Necóla,
lu trìdece jè sSanda Lucija,
lu vendecinghe jè lu Redendóre:
accedime lu pòrce sènza avé delóre.22

Tratto da Bbèlla te vu mbarà …, Canti e storie di vita contadina.
nonna e filly (6)

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Pubblicato da su 2 gennaio 2015 in Senza categoria

 

La pittura si fa suono, la musica diventa poesia  

“Donne nere piangono

Altre cantano l’amore sofferto

I dipinti suonano con i loro bianchi rossi e blu

Nell’orecchio i versi di tanka e di haiku.

Io viandante

In una perla del Gargano

La sera del 13 agosto

Ho visto la pittura farsi suono

La musica diventare poesia”.

 

Stimolati dalla performance degli artisti, questi e altri versi sono stati creati alla gelateria-caffetteria “Mediterraneo Delicadezas” di Rodi Garganico la sera del 13 agosto dietro la consegna di tre parole-chiave: “Amore, Gargano, Viandante”.

Ideatrici e conduttrici della originale serata, le prof.  Rosanna Santoro e Teresa Maria Rauzino che hanno via via preso confidenza con l’esperimento laboratoriale artistico-culturale e felicemente sorpreso gli astanti offrendo l’immagine dell’“altro Gargano”. Quello che apre la porta ai nuovi talenti i quali intendono esprimere con il linguaggio poetico, musicale e iconografico le suggestioni che la terra di Puglia, il Gargano, l’amore sanno stimolare.

Protagonisti della serata: Valerio Agricola, Maria Mattea Maggiano, Luigi Rodio, Vincenzo Campobasso e Pino Veneziani che meritano una breve presentazione.

Valerio Agricola, ischitellano, nasce nel 1986, lascia informatica per frequentare l’Accademia delle Belle Arti, fa poi esperienza di vita pastorale nel Molise, quindi ritorna nel Gargano. Scopre nel frattempo di avere attitudini per la fotografia che utilizza con maestria, preferendo il contrasto dei bianchi e dei neri, insieme alla poesia ritmata, impreziosita da metafore, allitterazioni, enjambement. “ Noio e m’annoio – recita infatti il giovane poeta –, un esaurito/ puttanaio di mosche all’inchiuso/rovista, affila ali, s’accoppia/ nell’incepparsi diritto al capello/e invano le scansi, pensi ad altro/qualche sparuto ricordo di casa/ a pena il fumo spazia delimitato. Versi molto apprezzati per “i fondi ironici” da Ugo Gregoretti, il quale non può fare a meno di commentare la dedica a “Terra data”: “la più geniale, originale ed inquietante” racchiusa nei monosillabi “A Te”, da cui traspare l’ingegno “individuale e plurale, acuto e destabilizzante”  di Valerio che partecipa con successo anche a diversi concorsi fotografici.

Maria Mattea Maggiano, nativa di Peschici,  ama l’attività teatrale e il reportage. È autrice del radiodramma “L’ultimo pasto di un mostro marino”, dei romanzi “Il Romeo della Luna” e del “Dossier Diomede”, nonché di diverse liriche, raccolte nella silloge “L’Ultima Arcadia di Lulù”, che evocano giardini, rivi, terre esotiche e marine che ricalcano l’eterno e mai desueto tema dell’amore.  Nel suo documentario “Il Gargano. La montagna del sole”, conduce Alfredo Bortoluzzi, allievo prediletto di Klee alla Bauhaus, a ricordare il primo affascinante incontro con questa nostra terra.

Il giovane Rodio, pseudonimo di Luigi De Luca per i suoi natali nella cittadina delle zagare, direttore d’orchestra, compositore e clarinettista, ha dato prova di saper coniugare i linguaggi della produzione artistica e musicale. Nelle sue ricerche audiocromatiche, esito di uno studio personale sorretto dal pensiero di Klee, Kandinskj, Scriabin e Veronesi – anch’essi interessati al possibile connubio tra le due arti – Rodio fonde la lettura dell’opera pittorica con quella dell’ascolto degli elaborati sonori. Il suo intento è quello di pervenire ad un equilibrio stilistico in cui musica e pittura finiscono per annullarsi e divenire una terza essenza. E forse un giorno il suo linguaggio interdisciplinare vedrà interagire anche la poesia.

Vincenzo Campobasso, ribattezzato “il Rodianino” ma cagnanese di nascita, dopo la laurea in Filosofia, fa esperienze tra l’Italia e il Belgio, fissa poi la sua dimora a San Giovanni Rotondo. Dal 1966 si cimenta con la poesia e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 1996 scopre l’Haiku (breve componimento lirico della tradizione giapponese) e se ne innamora, sì da comporne finora oltre duemila, raccolti in “Traduzioni e Sussurri dell’Esserci” e in “Aforisticamente-Haiku”. Non è agevole per la penna degli occidentali offrire la forma poetica dell’haiku,  ma il poeta Campobasso supera egregiamente questa difficoltà – così come emerge dal giudizio di Fabio Simonelli. Vincenzo è infine autore di diversi racconti brevi, pubblicati da “Il Gargano Nuovo” e da “New Punto di Stella”, che il lettore potrà trovare oggi in “Tullia e le altre”.

Il giovane rodiano Pino Veneziani si cimenta anche lui nella produzione di versi. Attualmente è alle prese con “Il diario di un viaggiatore” in cui trova espressione quell’esperienza di viandante, che dall’Italia l’ha condotto alle Ande, la quale continua ad alimentare  il suo interesse per la scrittura.  

 A “Labor-iamo da Milly”, declinando i linguaggi dell’arte, sono state inoltre prodotte felici interazioni con il pubblico, che è intervenuto con chiarimenti e si è cimentato con la poesia, svolgendo i ruoli di fruitore e produttore di versi singolari. “Magistralmente condotto, e con insospettata professionalità, all’insegna della giovialità e della bella convivialità – osserva Campobasso –, l’evento ha avuto un solo nemico: il tempo.”

L’augurio è che questa iniziativa, contrassegnata dal forte spessore culturale, vada coltivata, estesa ad altre cerchie di persone che, presi dalla routine, hanno quasi smesso di osare e di cimentarsi con i linguaggi dell’arte. “È chiaro  che l’interesse deve essere risvegliato per scuotere la nostra pigrizia mentale” – conclude la Santoro, socia ordinaria di EWWA, un’associazione di autrici e di professioniste del mondo della comunicazione (stampa, grafica e audiovisivo), che ha come obiettivo primario la solidarietà professionale e creativa tra donne che lavorano in questo settore a livello europeo.  

Leonarda Crisetti

 

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria

 

La pietra si fa statua, musica, poesia,

la venere del gargano

Il Gargano non finirà mai di stupire. Il fascino questa volta proviene dalle pietre che la natura ci consegna in forme singolari: nuclei di selce interi e tagliati, raccolti oserei dire religiosamente dal dott. Michelangelo di Mauro nativo di Carpino.

Pietre che presentano scenografie, tratteggi e ghirigori che non solo gli artisti sanno apprezzare.

Pietre che evocano elementi della natura, aspetti ludici dell’esistenza, sofferenze e persino il legame con l’Aldilà. Pietre a cui il Di Mauro dà un’anima e assegna i nomi di battesimo. Ed ecco “La Venere del Gargano”, “L’urlo”, “il sauro”, “la foca blanca, “la testa dell’aquila”, “lo zoccolo olandese”, “il cane imprigionato” … .

Nuclei di selce – reperiti nei pressi di Carpino, Cagnano, Ischitella (a Scarcafarica, a Monte Vernone, a Nìveze, nel Piano), in territorio di Vico e di Sannicandro Garganico – che richiamano diversi simboli fallici e variegati mascheroni.

Pietre solo in parte assemblate, come ciascuno può verificare, osservando la sezione “litofunghi”.

Numerosi “rucioli” – come si dice in loco – che devono il loro nome alla capacità di roteare, a causa della loro sfericità.

Una passione che il dott. Di Mauro coltiva sin da bambino e che il 14 giugno 2014 approda in una interessante mostra allestita in un locale di Via Mentana 17, che si affaccia sul suggestivo panorama del Varano.

Opere della natura che il dott. Michelangelo aiuta a leggere ponendole all’attenzione del viandante allo scopo di sensibilizzarlo “alla riscoperta l’altro Gargano”.

“Da ragazzo – riferisce il dottor Di Mauro che da diversi decenni vive a Pescara – non avendo amici del posto, piuttosto che frequentare i bar del paese, da solo me ne andavo per i freschi vaddone, nell’assolata Varisce, nella misteriosa Nìveze, (da Neos Zeos = nuovo dio), ind’ Lu Chian Bicolore (l’argento degli ulivi secolari e il biondo del grano dell’area antistante il lago di Varano), alla ricerca di testimonianze imperiture del passato di cui sentivo il richiamo e a cui fin da allora mi sentivo legato geneticamente”.  … “Quando compongo i litofunghi  divento uno scultore micorrizio (entro cioè in simbiosi come le piante con i funghi)”.

Nel giorno dell’inaugurazione della mostra, ringrazia chi ha creduto nella sua avventura e lo ha aiutato a realizzare  sia l’esposizione, sia il sito internet:  Michele Basanisi, Carlo Giancristofaro, Federico Deidda e Silvia Giampietro, Luciano Gubiotti, Vladimiro Marrama, Giuliano Angelozzi, Pasquale Corsi, la moglie Silvana e le tre figlie, “la buon anima” dello zio Di Cosmo Francesco detto Cicce la post, che gli ha trasmesso l’amore per la terra di Puglia, così come conferma il nome Daunia scelto per una delle sue figlie.  

Il suo progetto è quello di fare della sala un museo etnografico dove il linguaggio della pietra si coniuga con quello della musica e della poesia o, com’è recita il suo slogan,  “la pietra si fa statua, musica, poesia”.

100_1413visita guidata al laboratorio Di Mauro

Leonarda Crisetti

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria

 
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La leggenda dell’Apparizione di San Michele Arcangelo alla grotta di Cagnano Varano

0. laguna-grotta e dintorni“La tradizione popolare cagnanese narra che un giorno, mentre un pastore pascolava gli animali, un bue scappò via e andò ad infilarsi in grotta attraverso un  buco. Il pastore fece molti sforzi per farlo uscire, ma non ci riuscì. Da quel buco vide però apparire in mezzo ad una gran luce l’arcangelo San Michele. 

Il pastore corse subito in paese per narrare l’accaduto ai cagnanesi che si unirono a lui per potere vedere  anch’essi l’Arcangelo.

Giunti sul posto, allargarono il buco della grotta, cercarono in ogni angolo, ma San Michele non c’era più. Trovarono però le sue ali e l’impronta del suo cavallo.

Decisero di proseguire la ricerca seguendo le orme del suo cavallo, che li condusse alla Fontana di San Michele, dove all’Arcangelo che aveva sete, avvicinò la bocca alla parete rocciosa e da questa zampillò improvvisamente acqua fresca e pura. Tutti i cagnanesi ebbero poi modo di attingere acqua alla sorgente Fontana di Sa Michele fino a che fu realizzato l’acquedotto pugliese. 

Le tracce condussero proseguivano in direzione di Monte Sant’Angelo. Seguendole, il popolo di Cagnano attraversò la contrada di do nLluise  [il barone duca del luogo don Luigi Brancaccio] e si trovò di fronte alla “puscina di Sammechele”, dove l’arcangelo aveva trasformato una pozzanghera in acquaio utile per fare dissetare gli animali, e giunse infine davanti alla grotta di Monte Sant’Angelo, dove San Michele aveva deciso di fermarsi.”

 

Di vero in questa narrazione c’è che:

  1. il territorio di Cagnano, come tutto il Gargano,  è arido e  soggetto a terremoti;
  2. molti abitanti del luogo erano in passato pastori;
  3. senza l’acqua  la vita dei paesani e degli animali era compromessa;
  4. la grotta di San Michele di Monte Sant’Angelo è diventata più famosa di quella di Cagnano.

Di vero c’è anche che la Grotta di San Michele di Cagnano Varano vanta una lunga frequentazione, che va dal paleolitico sino ai nostri giorni, che in essa trovano stanza variegate contaminazioni culturali, come attestano i segni dei diversi approcci avuti nel tempo con il sacro. Qui si sono infatti  recati gli uomini in ogni tempo per incontrarsi con gli dei e i semidei (per chiedere responsi e guarigione ad Asclepio, per tributare onori a Mithra, a Iside, ad Apollo e a Venere) prima, per invocare l’aiuto degli Angeli San Michele, San Raffaele, San Gabriele), della Vergine e di San Pio, con la diffusione del Cristianesimo.

In occasione delle feste patronali (8-10 maggio) vi invito  a visitare la Grotta di San Michele di Cagnano Varano e a narrare ai bambini la leggenda di San Michele.

 
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Pubblicato da su 3 maggio 2014 in luoghi della memoria

 

I riti della Settimana Santa

Dopo la domenica delle Palme si dava inizio al rito della Settimana Santa, rievocando con laudi drammatiche gli ultimi giorni della vita di Gesù. Molto importante e sentita da tutta la popolazione di Cagnano come di altri paesi garganici era la celebrazione del giovedì Santo, quando nella Chiesa Madre durante l’ultima cena, si assisteva alla lavanda dei piedi e si cantava:

 Ggiuvedija Ssande

e lla Madònna ce ha mmisse lu mande

e ha mmisse lu mande e cce partì

Sóla sóla ce ne jì.

Jè gghiuta ngasa de Pelate,

là tróva lu figglie ngatenate.

– Vuja ferrare che facite li chióve,

facìtele lònghe e bbèn nzuttile,

chà hann’a passà li carne al mio figlióle devine.

– L’amm’a fà lònghe e bbèn nfurmate,

chè hann’a passà li carne e lli custate.8

 

La settimana culminava con la Via crucis del Venerdì Santo, quando dietro alle commoventi statue di Gesù morto, col costato sanguinante, e di Maria Addolorata che piangeva il figlio morto, tutto il popolo implorava:- “Gesù mio, perdono, pietà” e i bambini appostati sulle zone più elevate, nel quartiere Palladino, all’inizio del corso Giannone e all’Arco di San Giovanni, facevano un gran fracasso con le loro rangasce (grancasse) e li raganèdde. Qua e là si posizionavano anche i giovanotti speranzosi di vedere dare uno sguardo furtivo alla propria ragazza.

 

“In un locale piccolissimo in via Cannesi aveva la bottega mio nonno –  narra l’ingegnere Diego Mendolicchio –  dove, quando ero piccolo, c’erano ancora gli attrezzi del calzolaio. A questa bottega è legato un mio ricordo di ragazzo.  Arrivato all’età giusta, mia madre, all’avvicinarsi della Pasqua, mi fece costruire da Nicola Sanza falegname una grancassa (la rangàscia, micidiale strumento di fracasso), pagandola due paia di scamorze. Ma la grancassa era priva di cinghia si sostegno (si appendeva al collo), allora mamma mi mandò da mio nonno che prese le misure, tagliò la fettuccia (capescióla,  che si metteva ad occhiello alle scarpe alte e con l’elastico per infilarle), la inchiodò alla grancassa e m’infilò lo strumento appendendolo al collo. Delusione e rabbia: la rangàscia era troppo grande e il braccio troppo piccolo e non arrivava al giro completo della manovella.  Mio nonno inchinò la grancassa verso destra e così il braccio potè completare il giro. Che ti dico: uno stradivario del fracasso!  E allora di corsa mmédze a lla Còppa a far sentire la rangàscia stradivario e a raccogliere l’invidia dei miei amici.”

 

Uno dei momenti vissuti in modo forte e intenso era costituito dalla scena della Madre che andava incontro al Figlio, allorché confluivano due processioni: quella uscita dal Convento o da San Cataldo e quella della Chiesa Madre.

La drammaticità del venerdì santo si stemperava nella gioia del Sabato santo, allorché le campane risuonavano a festa, facendo cessare il lungo periodo di digiuno e di penitenza e la Quarandanna nera e magra veniva rimossa.

Appena si slegavano le campane, le donne facevano un gran rumore battendo le travi del letto sui trespoli e, per scacciare le pulci) dicevano:

 

Fòra fòra la cemeciara

Ca ce sònene li cambane!

 

Nelle case, ripulite dentro e fuori, fervevano i preparativi del fidanzamento e del matrimonio e le mamme si apprestavano a battezzare il proprio bambino, dopo avere approntato un camicione riciclando il proprio abito da sposa.  Nella giornata di Sabato di Resurrezione, infatti – come ricordano gli anziani – ce rumbéva lu lucìleje (si apriva il battistero) e, risorto Gesù, si poteva somministrare il sacramento del battesimo con acqua nuova benedetta. La Quaresima, periodo di digiuno e di penitenza, prevedeva infatti diversi divieti: di battezzare i bambini, di celebrare  il matrimonio, di fidanzarsi in casa e persino di dare parola di matrimonio. Tutto ciò era rinviato a dopo Pasqua o al Sabato Santo, come si evince dal testo che segue: 

 

Quarandasètte jurne sònghe state unèste

e cce sò state pe fféde e ppe prepòsete

e mmò che ssò mmenute li sande fèste

raggióne de córe ce ne jèsce tòste.

Sàbbete Sande sfèrrene li campane

e llu jurne de Pasqua nghiésa ce vedime.7

 

A San Giovanni Rotondo i divieti e i comportamenti da assumere nel periodo della Quaresima, si tramandavano con questa canzone:

 

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana.

Mò ne nge fa l’amòre com’e pprima.

Mìttete na cròna lònga mmane

e vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.

Sàbbete sfàrrene li cambane

e allòra facime l’amòre com’e pprima.9

 

A San Marco in Lamis si cantavano così:

 

Quarantasètte jurne jè la Quarèseme.

Non è ttèmpe cchiù de fà l’amóre.

Mìttete na crona jinte le mane,

decème uammarije e rrazione.

La matine che te jàveze da lu lètte,

vàttela sinde na prèdica devine.

Sàbbete Sande a sciolta d’e cambane

Ce vedème arrète com’e pprime. 10

 

           Per  Pasqua, inoltre, le donne erano affaccendate fare li taràlle spaccate, li taràlleine, li palòmme, li puperàte.

Il lunedì dopo Pasqua tutti andavano fuori paese a festeggiare la Pasquarèlla, con frittata di uova, mozzarella e asparagi, agnello a llu róte, taràlline e palomma.

 

 

 

 

8 Venerdì santo, la Madonna si è vestita col manto, si è coperta col mantello e partì, andò via da sola. Andò in casa di Pilato, dove trovò suo figlio incatenato. Disse ai fabbri:- Voi fabbri che fate i chiodi, fateli lunghi e ben sottili, che trapasseranno le carni al mio figliolo divino. – Li faremo lunghi e ben formati, perché trapasseranno le carni e il costato.

7 Sono stato fedele per quatantasette giorni, lo sono stato per fede e perché me lo ero ripromesso e ora che sono giunte le sante feste, le ragioni di cuore si fanno sentire. Sabato santo suonano le campane e il giorno Pasqua ci vediamo in chiesa.

9 Da Rinaldi, con adattamenti, op. cit. T18 pag 64.

10 Allo sciogliersi delle funi delle campane. Vedi Appendice, La Sorsa, con adattamenti.

 
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Pubblicato da su 18 aprile 2014 in Senza categoria

 

La domenica della Palme

Nessuno mai in passato si sarebbe lamentato della pioggia del giorno delle Palme che, al contrario, era invocata e benedetta. Anche la ricorrenza delle Palme nella società contadina aveva un altro senso,   perché serviva a stemperare l’ansia del contadino e a dargli speranza. Non a caso le feste religiose cadevano nei periodi più delicati e dell’anno agrario.L’euforia e la trasgressione del Carnevale, ad esempio, celebravano la conclusione di un ciclo agrario e l’auspicio della fertilità dei campi; la potatura e la sarchiatura di gennaio promettevano di riempire i granai; la pioggia delle Palme auspicava un raccolto abbondante e quella di giugno portava rugna.

I canti popolari da me raccolti narrano che il cantore si rivolgeva alla donna chiamandola palma d’argento e che il giorno delle Palme i giovani innamorati di Cagnano Varano solevano regalare alle fidanzate la palma d’argento  ricavata da un’anima di filo di ferro, alla quale venivano fissati dei confetti già immersi in un liquido argentato. La palma d’argento evocava il ramo d’ulivo ed era offerta in segno di pace.

Le storie narrano che la domenica delle Palme, grandi e piccini si recavano in chiesa con un fascio di rami d’ulivo da benedire raccolto qualche giorno prima. I ragazzini in chiesa gareggiavano a tenere più alti i loro rametti, nutrendo probabilmente la convinzione di potere ricevere in questo modo una benedizione più copiosa. A messa terminata, fuori dalla chiesa si dava inizio al rito dello scambio del ramoscello di olivo benedetto, accompagnato dalla seguente filastrocca:

Tècchete la palma e ffacime pace,

ne gnè ttèmbe de stare in guèrra.

Pure li turche  fanne la pace.

Tècchete la palma e damme nu vascë.7

 

Si andava subito dopo  a fare visita ai parenti e gli amici e si regalava uno dei ramoscelli benedetti, che le signore custodivano in genere accanto al letto, sul comodino, insieme al crocifisso.

I contadini portavano i rami benedetti anche nelle loro case di campagna, collocandoli dietro la porta, perché fossero di buon auspicio, insieme ad altri cimeli (il ferro di cavallo, la rete), ritenendo che fossero utili a proteggere la casa e la famiglia, contaminando significativamente sacro e profano.

 

Tratto da Bbèlla te vu mbarà … Canti e Storie di vita contadina, Leonarda Crisetti Grimaldi

 

 

7 Eccoti la palma e facciamo la pace, non è tempo di stare in guerra. Anche i turchi [musulmani] fanno la pace, eccoti la palma e dammi un bacio.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2014 in Senza categoria

 

“Quaresima” e “Quarandanna”

Quaresima e Quarandanna, La pupa impiccata
tratto da “Bbèlla, te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina”, Leonarda Crisetti Grimaldi, con adattamenti.

La Quarandanna impiccata, esperienza realizzata dalla prof. Leonarda Crisetti con la classe 2B, Scuola media “N. D’Apolito”, Cagnano Varano, a.s. 1993/94.

Anni fa ho intervistato gli anziani del paese sulla Quaresima e sulle usanze del luogo e ho scoperto la Quarandanna, la “pupa impiccata”, su cui ho scritto un saggio. Quarandanna è una bambola di pezza, che quand’ero bambina si soleva ancora confezionare ed impiccare nell’ultimo giorno del Carnevale, dopo aver bruciato il fantoccio di suo marito (Carnevale appunto).Questa pupa, vestita con i costumi del luogo (lu tuccate, la gunnèdda, lu zenale, lu giacche, chianèdde, fuse mmane e chenòcchia nda la cendura), rappresenta status e ruoli della donna contadina, una donna molto laboriosa, tutta la vita impegnata a filare per estinguere i debiti contratti da quell’ubriacone di Carnevale. La filastrocca cagnanese, però, accenna solo alla bruttezza e al digiuno, quando recita:

Quarandanna mussetòrta
ce ha mmagnate la recòtta.
La recòtta ne gnè ccòtta.
Quarandanna mussetòrta.1

Il rito della Quarandanna attraversa il Gargano. Ecco la filastrocca di Sannicandro:

Quarandana vòcchetòrta,
Ne nde magnanne cchiù rrecòtta.
Quanne arrive Pasquarèlla
te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla. 2

In entrambi i casi l’alimento prescritto in questo periodo di digiuno era la ricotta. La pupa restava sospesa nel cielo per i quaranta giorni della Quaresima e la settimana santa. A Pasqua, estratte tutte le penne dalla patata – che la Quarandana aveva ai suoi piedi, le quali fungevano da calendario pasquale – si buttava via la pupa di pezza dicendo:

Jè ffenuta la mózza e la sana,
fóre fóre la Quarandana! 3

Da San Giovanni Rotondo ci è pervenuta questa interessante poesia:

Sòpe na funestràdda
ce sta nu pupazzàdda
cu ssètte pènne e nna patana sàutta
e ccu nna cròna mmane.
La vòria la fracca,
la nfàunna tutta l’acqua
e jjèssa persuuasa vendulàja
pe ssètte settemane,
la Quarandana.
P’àugnè ssettemana
la lèvene na pènna.
Suspìrene li ggiùvene e li uagliune
cu ppazijènza, chiane chiane,
la Quarandana.
E ll’òmme che la vède
ce lèva lu cappèdde
e ddice nu zinne a llu vecine
e ccu nna faccia strana
la Quarandana.
E ppe ttutte li nutte
e lli jurnate sane
prèga la ggènde
e ppenetènza faje,
pe ssètte settemane,
la Quarandana.4

Se a Cagnano e a Sannicandro la Quarandanna si presenta con la bocca storta, a Monte Sant’Angelo è raffigurata con il muso di cane nell’atto di mordere i bambini. Il testo, che sottende anche il motivo del digiuno, recita perciò:

Quarandéne muse de chéne,
e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.

Quarandéne muse de chéne,
e tt’ha’ mangéte la carne lu quéne.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.5

Il rito della Quarandanna, condiviso da altri paesi garganici e in continuità con la tradizione precristiana, rinvia a rituali presenti nell’antica Grecia. Ripensando alla filastrocca di Monte, che presenta la Quarantana sotto l’aspetto di un cane che morde i bambini, ed effettuando una lettura in chiave astronomica, è stato osservato che nel cielo tra febbraio e marzo (periodo del rito) si vede la costellazione del Cane Minore vicina a quella dei Gemelli, che nella raffigurazione zodiacale è descritta come due bambini. La scena del cane Minore che agguanta i Gemelli significherebbe la condizione di Erigone, e in genere dell’adolescente, impegnato a ricostruire la propria identità e in preda a tanti timori. Il rito è simbolo, dunque, delle paure ancestrali della donna – soprattutto quella di non poter procreare- e del desiderio di esorcizzare ogni male. La tradizione cristiana ha poi mutuato il rito della Quarantana da rituali preesistenti, volti ad evocare la precarietà della condizione femminile, adattandolo alle nuove esigenze culturali, facendolo divenire sinonimo della penitenza e del digiuno, che precedevano la Pasqua di Resurrezione.

La Quaresima prevedeva diversi divieti: era vietato celebrare il battesimo, il matrimonio, il fidanzamento in casa e persino di dare parola di matrimonio, era vietato incontrarsi.
A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere nel periodo della Quaresima, si tramandavano con queste parole:

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana.
Mò ne nge fa l’amòre com’e pprima.
Mìttete na cròna lònga mmane
e vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.
Sàbbete sfàrrene li cambane
e allòra facime l’amòre com’e pprima.6

A San Marco in Lamis si cantavano così:

Quarantasètte jurne jè la Quarèseme.
Non è ttèmpe cchiù de fà l’amóre.
Mìttete na crona jinte le mane,
decème uammarije e rrazione.
La matine che te jàveze da lu lètte,
vàttela sinde na prèdica devine.
Sàbbete Sande a sciolta d’e cambane
Ce vedème arrète com’e pprime. 7

Terminata la Quaresima, però, le ragioni del cuore si facevano sentire, come si legge nel testo di Cagnano Varano:

Quarandasètte jurne sònghe state unèste
e cce sò state pe fféde e ppe prepòsete
e mmò che ssò mmenute li sande fèste
raggióne de córe ce ne jèsce tòste.
Sàbbete Sande sfèrrene li campane
e llu jurne de Pasqua nghiésa ce vedime.8

LA SETTIMANA SANTA
La domenica delle Palme, grandi e piccini si recavano in chiesa con il fascio delle palme da benedire. I ragazzini gareggiavano a tenere più alti i loro rametti, probabilmente con la convinzione di ricevere una benedizione più copiosa. A messa terminata, fuori dalla chiesa si dava inizio al rito dello scambio del ramoscello di olivo benedetto, accompagnato dalla seguente filastrocca:

Tècchete la palma e ffacime pace,
ne gnè ttèmbe de stare in guèrra.
Pure li turche fanne la pace.
Tècchete la palma e damme nu vascë.9

Quindi si andava a fare visita ai parenti e gli amici, regalando un ramoscello benedetto, che le signore custodivano insieme ad altri cimeli (acqua benedetta, ferro di cavallo, rete…), ritenendo che fossero utili a proteggere la casa e la famiglia da lla mmalaggènde, che faceva fatture e ffascenava. I contadini portavano i rami benedetti anche nelle loro case di campagna, collocandoli dietro la porta, perché fossero di buon auspicio. Iniziava il rito della settimana santa, rievocando con laudi drammatiche gli ultimi giorni della vita di Gesù. Molto accorata la processione del venerdì santo, allorché i devoti cantavano così:

Venerdija Ssande
e lla Madònna ce ha mmisse lu mande.
Ce ha mmisse lu mande e cce partì
Sóla sóla ce ne jì.
Jè gghiuta ngasa de Pelate,
là tróva lu figglie ngatenate.
– Vuja ferrare che facite li chióve,
facìtele lònghe e bbèn nzuttile,
chà hann’a passà li carne al mio figlióle devine.
– L’amm’a fà lònghe e bbèn nfurmate,
chè hann’a passà li carne e lli custate.10

In processione sfilavano le belle statue di Gesù morto, col costato sanguinante, e di Maria Addolorata che piangeva il figlio morto, mentre tutto il popolo implorava:- “Gesù mio, perdono, pietà”, e i bambini appostati sulle zone più elevate di Palladino, inizio del corso Giannone e all’Arco di San Giovanni, facevano un gran fracasso con le loro rangasce (grancasse) e li raganèdde. Là si posizionavano anche i giovanotti speranzosi di vedere passare la loro ragazza e di poter dare uno sguardo furtivo.

LA PASQUA
La drammaticità del venerdì santo si stemperava nella gioia del Sabato santo, allorché le campane risuonavano a festa, facendo cessare il lungo periodo di digiuno e di penitenza. Dalle strade la Quarandanna magra e nera veniva rimossa, nelle case ripulite dentro e fuori riprendevano i preparativi del fidanzamento e del matrimonio, mentre le mamme, riciclando il proprio abito da sposa o altri tessuti, avevano approntato un camicione per i bambini, che finalmente potevano essere battezzati. Nella giornata di Sabato di Resurrezione, infatti – come ricordano gli anziani – ce rumbéva lu lucìleje (si apriva il battistero) e, risorto Gesù, si poteva somministrare il sacramento del Battesimo con acqua nuova benedetta.
A Pasqua, appena si slegavano le campane, le donne in casa facevano un gran rumore, battendo le travi del letto sui trespoli, scacciando via insieme alle pulci ogni malefizio, e dicevano:

Fòra fòra la cemeciara
Ca ce sònene li cambane!

Il lunedì dopo Pasqua tutti andavano fuori paese a festeggiare la Pasquarèlla, con frittata di uova, mozzarella e asparagi, agnello a llu róte e taralline.

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1 Quarandanna muso storto, si è mangiata la ricotta. La ricotta non è cotta, Quarandanna muso storto.
2 Quarandana, bocca storta, non mangiare più ricotta. Quando arriva la Pasquetta, mangi ricotta, trecce e mozzarella.
3 E’ finita la mozza e la sana, fuori, fuori, la Quarandana!
4 Sopra una piccola finestra, c’è un pupazzetto con sette penne, una patata sotto e una corona in mano. La bora la colpisce, l’acqua la bagna tutta. Lei, decisa, oscilla di qua e di là, per sette settimane, la Quarandana. Ogni settimana le tolgono una penna. Sospirano i giovani e i bambini, con pazienza, piano, piano, la Quarandana. E l’uomo che la vede si leva il cappello e fa un cenno al vicino, con una faccia strana, la Quarandana. Ogni giorno e ogni notte la gente prega e fa penitenza, per sette settimane, la Quarandana.
5 Quarandène, muso di cane, mordi la lingua ai bambini. Sono chiuse le macellerie per quarantasette giorni.Quarandène, muso di cane, hai mangiato carne di cane, sono chiuse le macellerie per quarantasette giorni.
6 Da Rinaldi, con adattamenti, op. cit. T18 pag 64.
7 Allo sciogliersi delle funi delle campane. Vedi Appendice, La Sorsa, con adattamenti.
8 Sono stato fedele per quatantasette giorni, lo sono stato per fede e perché me lo ero ripromesso e ora che sono giunte le sante feste, le ragioni di cuore si fanno sentire. Sabato santo suonano le campane e il giorno Pasqua ci vediamo in chiesa.
9 Eccoti la palma e facciamo la pace, non è tempo di stare in guerra. Anche i turchi [musulmani] fanno la pace, eccoti la palma e dammi un bacio.
10 Venerdì santo, la Madonna si è vestita col manto, si è coperta col mantello e partì, andò via da sola. Andò in casa di Pilato, dove trovò suo figlio incatenato. Disse ai fabbri:- Voi fabbri che fate i chiodi, fateli lunghi e ben sottili, che trapasseranno le carni al mio figliolo divino. – Li faremo lunghi e ben formati, perché trapasseranno le carni e il costato.

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2014 in etnografia garganica