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La cultura: risorsa della laguna di Varano

Convegno 9 settembre 2015, Bagno, frazione del comune di Cagnano Varano”

Leonarda Crisetti autrice dl libro “La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare” 2001libro La laguna di Varano

Consentitemi di aprire con una nota autobiografica, partecipandovi, attraverso la mia storia pregressa, sessant’anni di vita della laguna di Varano, che ho avuto modo di conoscere sin da bambina, essendo cresciuta in una famiglia di pescatori. A undici dodici anni, uscita di scuola, raggiungevo i miei familiari sulle sponde del Fresckale, una località poco più avanti di Bagno, procedendo verso Carpino, per aiutarli nella lavorazione degli inserti di cozze nere, nel tempo in cui stava prendendo piede la mitilicoltura nel Varano. Sempre negli anni Sessanta del secolo scorso mi rivedo sulle sponde della Fascia – vicino a san Nicola – dove i miei lavoravano i mitili in “compagnia” con altri pescatori, quindi sulle rive dell’istmo che in quegli anni si stavano popolando. Ho vissuto il passaggio dalle reti in cotone impeciate a quelle di nylon, dai bertovelli ai lupi, dai sandali a remi a quelli a motore, dalla mitilicoltura in laguna a quella in mare. Ho provato le gioia per le grandi pescate: – Vojèsse bbenedètta quella Madonna! soleva dire mia madre – riferendosi alla madonna delle Grazie – quanda ggnidde c’ha ffatte pescà nda na nuttata! E i morsi della fame nei giorni di miseria che seguivano il Natale, perché come afferma il detto “Dope Natale fridde e ffame!” Sono stata senza padre, nei mesi in cui fu costretto ad emigrare, per fare fronte ai bisogni della sua numerosa famiglia, proprio come tanti altri figli di pescatori. Sono rimasta, poi, per qualche tempo senza fratelli, pescatori anch’essi, perché costretti a fare le valigie negli anni Settanta, a seguito della moria delle cozze. Il numero dei pescatori riuscì a superare le 400 unità, l’equivalente di più di 2000 persone che vivevano con i proventi della pesca. Pescatori che hanno lavorato cercando di rispettare le regole e che fino agli anni Ottanta hanno pagato la gabella sul pesce pescato, avendo come corrispettivo da parte del comune l’impegno a tenere pulito il lago e il canale col dragaggio, e a vigilare affinché il regolamento sulla pesca fosse rispettato. Dopodiché, l’abbandono, come attesta l’esiguo numero dei pescatori di professione. Ho poi continuato ad interessarmi di questa realtà da insegnante, promuovendone la conoscenza e il rispetto da parte degli alunni delle scuole elementari, medie e liceali, ho effettuato ricerche etnografiche e storiche assumendo dati dai pescatori, dalle loro mogli, dagli specialisti di settore, dalla letteratura e dagli archivi. Risultati poi pubblicati in particolare in La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, La Grotta di San Michele, Itinerari lungo la laguna di Varano, oltre che in articoli di giornali.

Entrando nello specifico del tema oggetto di studio di questo convegno promosso dall’amministrazione comunale di Cagnano Varano – La cultura, risorsa della Laguna di Varano -, vorrei fare con voi una riflessione sul concetto di cultura che, secondo l’antropologia, è l’insieme delle idee di un gruppo, le quali producono determinati comportamenti e si manifestano attraverso le azioni.

La domanda a questo punto è la seguente: – Quali sono le idee dei cittadini frequentatori della laguna di Varano? Per risalire ad esse, risulta più agevole partire dai comportamenti osservati. Chi guarda le azioni dei pescatori-mitilicoltori, vedendo che pescano pesci anche di piccola taglia, radono il fondale per prelevare le vongole, anche piccolissime, e fanno incetta di novellame di questi bivalvi, si capisce che per essi il lago è una risorsa da sfruttare. Le reste di plastica, usata per la lavorazione di inserti, i pali, i blocchi di cemento e altri rifiuti che tappezzano il fondale della laguna lasciano supporre che per essi il lago sia una discarica. Il fatto che impiantano “paranze” persino nel canale, dal quale in passato tutti erano tenuti a mantenere una debita distanza, oppure il costume di allevare quantitativi di cozze che la laguna non è capace di sopportare, lascia dedurre che in laguna ciascun pescatore pensa che possa fare come vuole. Comportamenti che i figli hanno ereditato dai padri, accentuandone però la negatività, sia perché le trappole attuali sono più distruttive, sia perché non c’è più controllore, sia perché sembra sia venuto a mancare quella sorta di “rispetto” che un tempo i pescatori avevano verso il lago che, pur tra mille difficoltà, consentiva di “campare”. Azioni dalle quali si evince, in ogni caso, che la laguna è considerata luogo in cui depredare e gettare ciò di cui ci si vuole disfare.

Anche la popolazione civile non sembra apprezzare adeguatamente la risorsa-lago: molti ragazzi non la conoscono e chi abita l’area perilagunare ha manifestato un comportamento poco riguardoso nei suoi confronti, non curandosi, ad esempio, di tenere libero il “canalone” scavato negli anni Cinquanta per bonificare la zona, con la conseguenza che gran parte dell’isola Varano s’impantana nelle stagioni piovose o con le mareggiate, oppure di smaltire i rifiuti delle abitazioni nel rispetto delle leggi.

Se osserviamo il comportamento degli amministratori si capisce che è venuta meno l’attenzione sul lago, lasciandolo pressoché in balia di sé stesso, come testimoniano le recinzioni di diversi tratti di sponda, i progetti messi in opera, esigui e poco funzionali o poco efficaci, l’interrimento dei canali sublacuali e di Capojale, le griglie divelte, i porticcioli a giudizio di esperti pescatori male fatti perché frenerebbero il fluire dell’esigua corrente, i manufatti abbandonati, gran parte del fondo Puzzone dismesso, l’assenza di progetti per uno sviluppo inclusivo che scommetta anche sulle sponde della laguna, ricche di storie e di attrattive.

La conseguenza è che la laguna di Varano è diventata agonizzante e a tutt’oggi non riesce ad esprimere tutto le sue potenzialità.
Se questa è la cultura delle popolazioni della laguna, pare evidente che si debba intervenire con azioni di controcultura, promuovendo da una parte la nascita di idee e di comportamenti che sono l’esatto contrario di quelli sin qui osservati, dall’altra di idee nuove.

Idee orientate a fare riscoprire i punti di forza della laguna, stimolando il turismo culturale, religioso e balneare, senza contrastare la pesca che costituisce la sua peculiarità, punti di forza, se ben declinati, potranno costituire il volano dell’economia del Gargano nord. Idee di controcultura da veicolare tramite le conoscenze e le buone pratiche.

A tal fine occorrerebbe intraprendere a mio avviso diverse azioni da svolgere nello stesso tempo e sinergicamente:

1. Azione che vede protagonisti i cittadini, a partire dalla scuola dell’infanzia, affinché acquisiscano familiarità con la realtà lacuale e perilacuale e nasca in essi un legame tale che li impegnerà a preservarla, a proteggerla, a promuoverla con l’accoglienza dei visitatori che vi giungeranno per percorrere sentieri, visitare il museo, leggere il segno dei tempi nei manufatti, osservare flora, fauna ed elementi paesaggisti, degustare i prodotti tipici, coltivare il senso estetico e il sentimento religioso. I docenti, d’accordo con le famiglie, ogni anno dovrebbero progettare percorsi di educazione ambientale che conducano gli studenti e le studentesse ad interfacciarsi con la laguna, ideando, ad esempio,
a. un Itinerario naturalistico, che consenta loro di osservare il lago, i canneti, le sorgenti, i salicorneti, i giuncheti, i luoghi di svernamento degli uccelli acquatici;
b. un Itinerario faunistico, che permetta loro di osservare i pesci – orate, spigole, cefali, aguglie, sardine, gamberi, granchi, anguille – e gli uccelli – aironi, germani reali, folaghe, garzette, beccapesci, cavalieri d’Italia – che popolano la laguna;
c. un itinerario religioso che li porti a visitare le chiese del Crocifisso, di San Michele, di Santa Barbara, il Convento benedettino dell’Imbuti, per loro tramite, ripercorrere il viaggio dei culti che dalla preistoria ad oggi sono stati praticati nella zona, da quando era un seno di mare;
d. un Itinerario storico e archeologico, che li conduca a Vadoiannina, agli ipogei protostorico e paleocristiano di Bagno, al villaggio dei pescatori, alla Sezione dell’Idroscalo di Varano, alle torri di Varano, alla Civita d’Ischitella, alla villa romana di Avicenna, …, per favorire la conoscenza delle popolazioni e l’evoluzione dei centri abitati;
e. un Itinerario antropologico, che metta a parte gli alunni dei valori, dei costumi, degli strumenti, delle credenze, delle tradizioni legate alla pesca.
Percorsi che, impegnando l’“occhio”, la “mano” e il “cuore”, oltre a promuovere la conoscenza, daranno spazio alle emozioni e faranno nascere un legame d’affetto, da cui scaturirà poi il bisogno di cura, quindi l’orgoglio di essere nati in questo spazio geografico.

2. Azione che vede impegnati i pescatori e tutti coloro che sono a diretto contatto con la laguna pressoché ogni giorno, ai quali le conoscenze di base pregresse non saranno sufficienti e per i quali si rende necessaria una formazione specifica da conseguire in quello che potrebbe essere denominato IPPAT (Istituto Professionale per la Pesca, Acquacoltura e Turismo);
a. una scuola che impegni lo studente ad interfacciarsi con la realtà lago e gli insegni a pensare declinando i principi dell’eco-sostenibilità con quelli della qualità della vita:
i. da un lato il futuro lavoratore capirà che il lago è sistema sostanzialmente chiuso e una realtà geologicamente effimera, che egli non può sfruttare a piacimento, dall’altro si renderà conto che dovrà dismettere l’abito del predatore sregolato e indossare quello dell’allevatore che semina nel “campo” del Varano, rispettando i tempi di crescita e i modi della raccolta; la scuola favorirà insomma la riconversione del pescatore-predatore in allevatore-imprenditore, e gli insegnerà come funziona l’acquacoltura;
ii. scuola che inviti a ripensare i possibili sviluppi delle potenzialità della laguna, dove potrebbero trovare un posto di lavoro anche coloro che non sono interessati alla pesca ma a impiantare ad es. aree attrezzate e altri servizi o industrie di trasformazione;
b. una scuola che lo inviti a relazionarsi positivamente con gli altri, creando occasioni di confronto e di cooperazione, in modo che venga superata la logica individualista;
c. formazione che richiederà degli aggiornamenti in itinere utili per stare a passo coi tempi;
d. detta scuola potrebbe utilizzare gli ambienti vuoti dei licei di Cagnano e/o un edificio di San Nicola Varano da ristrutturare utile soprattutto per i seminari sul campo;

3. Azione che impegna gli amministratori degli enti locali a raccordarsi tra di loro e con le altre istituzioni, con le cooperative e con le associazioni, a valorizzare le eccellenze (che non mancano nel territorio) e a coinvolgerle nella stesura di progetti in grado di coniugare pesca, acquacoltura e turismo, a snellire la burocrazia, a sciogliere i nodi derivanti dai conflitti di competenza, a stendere e realizzare un piano di recupero dell’isola Varano, a fare decollare le strutture ricettive ecocompatibili – il turismo gastronomico e balneare potrà costituire una voce molto importante nel prossimo futuro data la presenza nel territorio del lago Varano, dell’Isola e del mare, a curare i servizi, tra cui la sistemazione e il potenziamento della rete viaria e il controllo del rispetto dei regolamenti sino a che in cittadini non indosseranno il nuovo habitus comportamentale da promuovere tramite la “controcultura”.

4. Azione che vede entrare in scena le associazioni che s’impegneranno per creare occasioni d’incontro, sempre più necessari al giorno d’oggi, e per dare impulso ai punti di forza dell’area considerata, organizzando, ad esempio, mostre, convegni, concerti, degustazioni, percorsi, corse, sagre.
Per fare decollare lo sviluppo ipotizzato c’è bisogno, come accennavo, di sinergie: degli specialisti di settore, dei pescatori-allevatori, delle scuole, dei gestori della cosa pubblica, delle popolazioni di cagnano, Carpino e Ischitella, che insistono nell’area perilagunare. Attivando ogni settore dell’economia, dal primario (pesca, agricoltura e allevamento), al secondario (trasformazione e conservazione dei prodotti, edilizia e artigianato), al terziario rappresentato dalla fornitura dei servizi legati al commercio e dall’accoglienza dei visitatori, potrebbe risorgere tutta l’economia.

Una rinascita attesa invano da diversi decenni. Ma non vorrei chiudere le porte alla speranza. Penso infatti che viviamo una stagione favorevole, perché possiamo contare sul volontariato delle associazioni, sulla disponibilità delle scuole ad aprirsi al territorio, sulla volontà dei pescatori di uscire dalla precarietà, sul dialogo che i sindaci dei comuni di Cagnano, Carpino e Ischitella, l’assessore al turismo della Regione Puglia, il consigliere alle Attività Produttive, Turismo, Agricoltura, Caccia e Pesca della provincia di Foggia, il direttore tecnico Gac Lagune del Gargano, il responsabile ISMAR, hanno cominciato a tessere sull’argomento, come testimonia l’attuale convegno, che alla base della redenzione della laguna di Varano pone la cultura. A patto che la cultura si connoti di significati nuovi, come ho cercato di argomentare sin qui, facendo spazio alla “controcultura”.

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Pubblicato da su 15 settembre 2015 in Senza categoria

 

L’Idroscalo di San Nicola Varano e la prima guerra mondiale

L’Idroscalo di San Nicola Varano e la prima guerra mondiale

 
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Pubblicato da su 22 gennaio 2015 in storia

 

Dalla tradizione orale garganica, poesia de “I mesi dell’anno”

Ji sò jennare,
lu cape putatóre
e ccéche l’òcchie a ttutte li pecurale
che gastùmene lu mése de jennare.

Ji sò ffrebbare
e ssònghe curte.
Se li jurne mija fòssene tutte,
farija jelà lu vine nda li vutte. 12

Ji sò mmarze e ccu la mija zappètta
a ppane e vvine e ffazze lu dejune.
S’arrìvene a lluuà li mija fumètte,
sò nnate a lla manganza de la luna.13

Ji sò aprile e ccu li ramagliètte
scjurìscene li mundagne e lli vallune.
Aprile ce li fa li ramagliètte,
magge ce la góde la ggiuvendù.14

Ji sò mmagge
e ssò maggióre de tutte l’alemènte.
Strata pe strata vaje cu ssóne e ccande.
E ssò li ciucce e stanne allègramènde. 15

Ji sò ggiugne e ccu la mia sferrècchia
e mmò me l’aj’a fà la sferracchiata.
Pe nnanze me la cumbine na fèmmena vècchia
e ll’aj’a tagghià la capa pe la sferrècchia.16

Ji sò llugghie e ccu li carre rutte.
Jè rrutte lu carre e ppure la majésa.
Ammacàmece, cumbagne, ca lu tèmpe jè scurse
se nnò perdime lu carre e ppure li spése.17

Ji sò aguste e ccu la malatija,
lu mèdeche me la òrdena la gaddina,
lu mèdeche me la òrdena la suppòsta,
Segnóra mija, pe la grazia vòstra.18

Ji sò settèmbre e ccu la fica mòscia
vè lu muscatèlle e cce funisce.
Se l’annata mija va de prèscia
pèrde pèrseche, melune e mméla lìscia.19

Ji sò ttòbbre, lu cape vedegnatóre
e mmò me l’aj’a fà la vedegnata,
na vuttecèlla de muste
la mòglie nda lu lètte friscke.20

Ji sò nnuvèmbre, lu cape semenatóre
e mmò me l’aj’a fà la semenata.
N’hé’ sumendà nu póche pe ll’aucèlle
e nnu póche pe li dònne bbèlle.21

Ji sò ddecèmbre. Lu séje è sSande Necóla,
lu trìdece jè sSanda Lucija,
lu vendecinghe jè lu Redendóre:
accedime lu pòrce sènza avé delóre.22

Tratto da Bbèlla te vu mbarà …, Canti e storie di vita contadina.
nonna e filly (6)

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2015 in Senza categoria

 

La pittura si fa suono, la musica diventa poesia  

“Donne nere piangono

Altre cantano l’amore sofferto

I dipinti suonano con i loro bianchi rossi e blu

Nell’orecchio i versi di tanka e di haiku.

Io viandante

In una perla del Gargano

La sera del 13 agosto

Ho visto la pittura farsi suono

La musica diventare poesia”.

 

Stimolati dalla performance degli artisti, questi e altri versi sono stati creati alla gelateria-caffetteria “Mediterraneo Delicadezas” di Rodi Garganico la sera del 13 agosto dietro la consegna di tre parole-chiave: “Amore, Gargano, Viandante”.

Ideatrici e conduttrici della originale serata, le prof.  Rosanna Santoro e Teresa Maria Rauzino che hanno via via preso confidenza con l’esperimento laboratoriale artistico-culturale e felicemente sorpreso gli astanti offrendo l’immagine dell’“altro Gargano”. Quello che apre la porta ai nuovi talenti i quali intendono esprimere con il linguaggio poetico, musicale e iconografico le suggestioni che la terra di Puglia, il Gargano, l’amore sanno stimolare.

Protagonisti della serata: Valerio Agricola, Maria Mattea Maggiano, Luigi Rodio, Vincenzo Campobasso e Pino Veneziani che meritano una breve presentazione.

Valerio Agricola, ischitellano, nasce nel 1986, lascia informatica per frequentare l’Accademia delle Belle Arti, fa poi esperienza di vita pastorale nel Molise, quindi ritorna nel Gargano. Scopre nel frattempo di avere attitudini per la fotografia che utilizza con maestria, preferendo il contrasto dei bianchi e dei neri, insieme alla poesia ritmata, impreziosita da metafore, allitterazioni, enjambement. “ Noio e m’annoio – recita infatti il giovane poeta –, un esaurito/ puttanaio di mosche all’inchiuso/rovista, affila ali, s’accoppia/ nell’incepparsi diritto al capello/e invano le scansi, pensi ad altro/qualche sparuto ricordo di casa/ a pena il fumo spazia delimitato. Versi molto apprezzati per “i fondi ironici” da Ugo Gregoretti, il quale non può fare a meno di commentare la dedica a “Terra data”: “la più geniale, originale ed inquietante” racchiusa nei monosillabi “A Te”, da cui traspare l’ingegno “individuale e plurale, acuto e destabilizzante”  di Valerio che partecipa con successo anche a diversi concorsi fotografici.

Maria Mattea Maggiano, nativa di Peschici,  ama l’attività teatrale e il reportage. È autrice del radiodramma “L’ultimo pasto di un mostro marino”, dei romanzi “Il Romeo della Luna” e del “Dossier Diomede”, nonché di diverse liriche, raccolte nella silloge “L’Ultima Arcadia di Lulù”, che evocano giardini, rivi, terre esotiche e marine che ricalcano l’eterno e mai desueto tema dell’amore.  Nel suo documentario “Il Gargano. La montagna del sole”, conduce Alfredo Bortoluzzi, allievo prediletto di Klee alla Bauhaus, a ricordare il primo affascinante incontro con questa nostra terra.

Il giovane Rodio, pseudonimo di Luigi De Luca per i suoi natali nella cittadina delle zagare, direttore d’orchestra, compositore e clarinettista, ha dato prova di saper coniugare i linguaggi della produzione artistica e musicale. Nelle sue ricerche audiocromatiche, esito di uno studio personale sorretto dal pensiero di Klee, Kandinskj, Scriabin e Veronesi – anch’essi interessati al possibile connubio tra le due arti – Rodio fonde la lettura dell’opera pittorica con quella dell’ascolto degli elaborati sonori. Il suo intento è quello di pervenire ad un equilibrio stilistico in cui musica e pittura finiscono per annullarsi e divenire una terza essenza. E forse un giorno il suo linguaggio interdisciplinare vedrà interagire anche la poesia.

Vincenzo Campobasso, ribattezzato “il Rodianino” ma cagnanese di nascita, dopo la laurea in Filosofia, fa esperienze tra l’Italia e il Belgio, fissa poi la sua dimora a San Giovanni Rotondo. Dal 1966 si cimenta con la poesia e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 1996 scopre l’Haiku (breve componimento lirico della tradizione giapponese) e se ne innamora, sì da comporne finora oltre duemila, raccolti in “Traduzioni e Sussurri dell’Esserci” e in “Aforisticamente-Haiku”. Non è agevole per la penna degli occidentali offrire la forma poetica dell’haiku,  ma il poeta Campobasso supera egregiamente questa difficoltà – così come emerge dal giudizio di Fabio Simonelli. Vincenzo è infine autore di diversi racconti brevi, pubblicati da “Il Gargano Nuovo” e da “New Punto di Stella”, che il lettore potrà trovare oggi in “Tullia e le altre”.

Il giovane rodiano Pino Veneziani si cimenta anche lui nella produzione di versi. Attualmente è alle prese con “Il diario di un viaggiatore” in cui trova espressione quell’esperienza di viandante, che dall’Italia l’ha condotto alle Ande, la quale continua ad alimentare  il suo interesse per la scrittura.  

 A “Labor-iamo da Milly”, declinando i linguaggi dell’arte, sono state inoltre prodotte felici interazioni con il pubblico, che è intervenuto con chiarimenti e si è cimentato con la poesia, svolgendo i ruoli di fruitore e produttore di versi singolari. “Magistralmente condotto, e con insospettata professionalità, all’insegna della giovialità e della bella convivialità – osserva Campobasso –, l’evento ha avuto un solo nemico: il tempo.”

L’augurio è che questa iniziativa, contrassegnata dal forte spessore culturale, vada coltivata, estesa ad altre cerchie di persone che, presi dalla routine, hanno quasi smesso di osare e di cimentarsi con i linguaggi dell’arte. “È chiaro  che l’interesse deve essere risvegliato per scuotere la nostra pigrizia mentale” – conclude la Santoro, socia ordinaria di EWWA, un’associazione di autrici e di professioniste del mondo della comunicazione (stampa, grafica e audiovisivo), che ha come obiettivo primario la solidarietà professionale e creativa tra donne che lavorano in questo settore a livello europeo.  

Leonarda Crisetti

 

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria

 

La pietra si fa statua, musica, poesia,

la venere del gargano

Il Gargano non finirà mai di stupire. Il fascino questa volta proviene dalle pietre che la natura ci consegna in forme singolari: nuclei di selce interi e tagliati, raccolti oserei dire religiosamente dal dott. Michelangelo di Mauro nativo di Carpino.

Pietre che presentano scenografie, tratteggi e ghirigori che non solo gli artisti sanno apprezzare.

Pietre che evocano elementi della natura, aspetti ludici dell’esistenza, sofferenze e persino il legame con l’Aldilà. Pietre a cui il Di Mauro dà un’anima e assegna i nomi di battesimo. Ed ecco “La Venere del Gargano”, “L’urlo”, “il sauro”, “la foca blanca, “la testa dell’aquila”, “lo zoccolo olandese”, “il cane imprigionato” … .

Nuclei di selce – reperiti nei pressi di Carpino, Cagnano, Ischitella (a Scarcafarica, a Monte Vernone, a Nìveze, nel Piano), in territorio di Vico e di Sannicandro Garganico – che richiamano diversi simboli fallici e variegati mascheroni.

Pietre solo in parte assemblate, come ciascuno può verificare, osservando la sezione “litofunghi”.

Numerosi “rucioli” – come si dice in loco – che devono il loro nome alla capacità di roteare, a causa della loro sfericità.

Una passione che il dott. Di Mauro coltiva sin da bambino e che il 14 giugno 2014 approda in una interessante mostra allestita in un locale di Via Mentana 17, che si affaccia sul suggestivo panorama del Varano.

Opere della natura che il dott. Michelangelo aiuta a leggere ponendole all’attenzione del viandante allo scopo di sensibilizzarlo “alla riscoperta l’altro Gargano”.

“Da ragazzo – riferisce il dottor Di Mauro che da diversi decenni vive a Pescara – non avendo amici del posto, piuttosto che frequentare i bar del paese, da solo me ne andavo per i freschi vaddone, nell’assolata Varisce, nella misteriosa Nìveze, (da Neos Zeos = nuovo dio), ind’ Lu Chian Bicolore (l’argento degli ulivi secolari e il biondo del grano dell’area antistante il lago di Varano), alla ricerca di testimonianze imperiture del passato di cui sentivo il richiamo e a cui fin da allora mi sentivo legato geneticamente”.  … “Quando compongo i litofunghi  divento uno scultore micorrizio (entro cioè in simbiosi come le piante con i funghi)”.

Nel giorno dell’inaugurazione della mostra, ringrazia chi ha creduto nella sua avventura e lo ha aiutato a realizzare  sia l’esposizione, sia il sito internet:  Michele Basanisi, Carlo Giancristofaro, Federico Deidda e Silvia Giampietro, Luciano Gubiotti, Vladimiro Marrama, Giuliano Angelozzi, Pasquale Corsi, la moglie Silvana e le tre figlie, “la buon anima” dello zio Di Cosmo Francesco detto Cicce la post, che gli ha trasmesso l’amore per la terra di Puglia, così come conferma il nome Daunia scelto per una delle sue figlie.  

Il suo progetto è quello di fare della sala un museo etnografico dove il linguaggio della pietra si coniuga con quello della musica e della poesia o, com’è recita il suo slogan,  “la pietra si fa statua, musica, poesia”.

100_1413visita guidata al laboratorio Di Mauro

Leonarda Crisetti

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria

 
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La leggenda dell’Apparizione di San Michele Arcangelo alla grotta di Cagnano Varano

0. laguna-grotta e dintorni“La tradizione popolare cagnanese narra che un giorno, mentre un pastore pascolava gli animali, un bue scappò via e andò ad infilarsi in grotta attraverso un  buco. Il pastore fece molti sforzi per farlo uscire, ma non ci riuscì. Da quel buco vide però apparire in mezzo ad una gran luce l’arcangelo San Michele. 

Il pastore corse subito in paese per narrare l’accaduto ai cagnanesi che si unirono a lui per potere vedere  anch’essi l’Arcangelo.

Giunti sul posto, allargarono il buco della grotta, cercarono in ogni angolo, ma San Michele non c’era più. Trovarono però le sue ali e l’impronta del suo cavallo.

Decisero di proseguire la ricerca seguendo le orme del suo cavallo, che li condusse alla Fontana di San Michele, dove all’Arcangelo che aveva sete, avvicinò la bocca alla parete rocciosa e da questa zampillò improvvisamente acqua fresca e pura. Tutti i cagnanesi ebbero poi modo di attingere acqua alla sorgente Fontana di Sa Michele fino a che fu realizzato l’acquedotto pugliese. 

Le tracce condussero proseguivano in direzione di Monte Sant’Angelo. Seguendole, il popolo di Cagnano attraversò la contrada di do nLluise  [il barone duca del luogo don Luigi Brancaccio] e si trovò di fronte alla “puscina di Sammechele”, dove l’arcangelo aveva trasformato una pozzanghera in acquaio utile per fare dissetare gli animali, e giunse infine davanti alla grotta di Monte Sant’Angelo, dove San Michele aveva deciso di fermarsi.”

 

Di vero in questa narrazione c’è che:

  1. il territorio di Cagnano, come tutto il Gargano,  è arido e  soggetto a terremoti;
  2. molti abitanti del luogo erano in passato pastori;
  3. senza l’acqua  la vita dei paesani e degli animali era compromessa;
  4. la grotta di San Michele di Monte Sant’Angelo è diventata più famosa di quella di Cagnano.

Di vero c’è anche che la Grotta di San Michele di Cagnano Varano vanta una lunga frequentazione, che va dal paleolitico sino ai nostri giorni, che in essa trovano stanza variegate contaminazioni culturali, come attestano i segni dei diversi approcci avuti nel tempo con il sacro. Qui si sono infatti  recati gli uomini in ogni tempo per incontrarsi con gli dei e i semidei (per chiedere responsi e guarigione ad Asclepio, per tributare onori a Mithra, a Iside, ad Apollo e a Venere) prima, per invocare l’aiuto degli Angeli San Michele, San Raffaele, San Gabriele), della Vergine e di San Pio, con la diffusione del Cristianesimo.

In occasione delle feste patronali (8-10 maggio) vi invito  a visitare la Grotta di San Michele di Cagnano Varano e a narrare ai bambini la leggenda di San Michele.

 
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Pubblicato da su 3 maggio 2014 in luoghi della memoria

 

I riti della Settimana Santa

Dopo la domenica delle Palme si dava inizio al rito della Settimana Santa, rievocando con laudi drammatiche gli ultimi giorni della vita di Gesù. Molto importante e sentita da tutta la popolazione di Cagnano come di altri paesi garganici era la celebrazione del giovedì Santo, quando nella Chiesa Madre durante l’ultima cena, si assisteva alla lavanda dei piedi e si cantava:

 Ggiuvedija Ssande

e lla Madònna ce ha mmisse lu mande

e ha mmisse lu mande e cce partì

Sóla sóla ce ne jì.

Jè gghiuta ngasa de Pelate,

là tróva lu figglie ngatenate.

– Vuja ferrare che facite li chióve,

facìtele lònghe e bbèn nzuttile,

chà hann’a passà li carne al mio figlióle devine.

– L’amm’a fà lònghe e bbèn nfurmate,

chè hann’a passà li carne e lli custate.8

 

La settimana culminava con la Via crucis del Venerdì Santo, quando dietro alle commoventi statue di Gesù morto, col costato sanguinante, e di Maria Addolorata che piangeva il figlio morto, tutto il popolo implorava:- “Gesù mio, perdono, pietà” e i bambini appostati sulle zone più elevate, nel quartiere Palladino, all’inizio del corso Giannone e all’Arco di San Giovanni, facevano un gran fracasso con le loro rangasce (grancasse) e li raganèdde. Qua e là si posizionavano anche i giovanotti speranzosi di vedere dare uno sguardo furtivo alla propria ragazza.

 

“In un locale piccolissimo in via Cannesi aveva la bottega mio nonno –  narra l’ingegnere Diego Mendolicchio –  dove, quando ero piccolo, c’erano ancora gli attrezzi del calzolaio. A questa bottega è legato un mio ricordo di ragazzo.  Arrivato all’età giusta, mia madre, all’avvicinarsi della Pasqua, mi fece costruire da Nicola Sanza falegname una grancassa (la rangàscia, micidiale strumento di fracasso), pagandola due paia di scamorze. Ma la grancassa era priva di cinghia si sostegno (si appendeva al collo), allora mamma mi mandò da mio nonno che prese le misure, tagliò la fettuccia (capescióla,  che si metteva ad occhiello alle scarpe alte e con l’elastico per infilarle), la inchiodò alla grancassa e m’infilò lo strumento appendendolo al collo. Delusione e rabbia: la rangàscia era troppo grande e il braccio troppo piccolo e non arrivava al giro completo della manovella.  Mio nonno inchinò la grancassa verso destra e così il braccio potè completare il giro. Che ti dico: uno stradivario del fracasso!  E allora di corsa mmédze a lla Còppa a far sentire la rangàscia stradivario e a raccogliere l’invidia dei miei amici.”

 

Uno dei momenti vissuti in modo forte e intenso era costituito dalla scena della Madre che andava incontro al Figlio, allorché confluivano due processioni: quella uscita dal Convento o da San Cataldo e quella della Chiesa Madre.

La drammaticità del venerdì santo si stemperava nella gioia del Sabato santo, allorché le campane risuonavano a festa, facendo cessare il lungo periodo di digiuno e di penitenza e la Quarandanna nera e magra veniva rimossa.

Appena si slegavano le campane, le donne facevano un gran rumore battendo le travi del letto sui trespoli e, per scacciare le pulci) dicevano:

 

Fòra fòra la cemeciara

Ca ce sònene li cambane!

 

Nelle case, ripulite dentro e fuori, fervevano i preparativi del fidanzamento e del matrimonio e le mamme si apprestavano a battezzare il proprio bambino, dopo avere approntato un camicione riciclando il proprio abito da sposa.  Nella giornata di Sabato di Resurrezione, infatti – come ricordano gli anziani – ce rumbéva lu lucìleje (si apriva il battistero) e, risorto Gesù, si poteva somministrare il sacramento del battesimo con acqua nuova benedetta. La Quaresima, periodo di digiuno e di penitenza, prevedeva infatti diversi divieti: di battezzare i bambini, di celebrare  il matrimonio, di fidanzarsi in casa e persino di dare parola di matrimonio. Tutto ciò era rinviato a dopo Pasqua o al Sabato Santo, come si evince dal testo che segue: 

 

Quarandasètte jurne sònghe state unèste

e cce sò state pe fféde e ppe prepòsete

e mmò che ssò mmenute li sande fèste

raggióne de córe ce ne jèsce tòste.

Sàbbete Sande sfèrrene li campane

e llu jurne de Pasqua nghiésa ce vedime.7

 

A San Giovanni Rotondo i divieti e i comportamenti da assumere nel periodo della Quaresima, si tramandavano con questa canzone:

 

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana.

Mò ne nge fa l’amòre com’e pprima.

Mìttete na cròna lònga mmane

e vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.

Sàbbete sfàrrene li cambane

e allòra facime l’amòre com’e pprima.9

 

A San Marco in Lamis si cantavano così:

 

Quarantasètte jurne jè la Quarèseme.

Non è ttèmpe cchiù de fà l’amóre.

Mìttete na crona jinte le mane,

decème uammarije e rrazione.

La matine che te jàveze da lu lètte,

vàttela sinde na prèdica devine.

Sàbbete Sande a sciolta d’e cambane

Ce vedème arrète com’e pprime. 10

 

           Per  Pasqua, inoltre, le donne erano affaccendate fare li taràlle spaccate, li taràlleine, li palòmme, li puperàte.

Il lunedì dopo Pasqua tutti andavano fuori paese a festeggiare la Pasquarèlla, con frittata di uova, mozzarella e asparagi, agnello a llu róte, taràlline e palomma.

 

 

 

 

8 Venerdì santo, la Madonna si è vestita col manto, si è coperta col mantello e partì, andò via da sola. Andò in casa di Pilato, dove trovò suo figlio incatenato. Disse ai fabbri:- Voi fabbri che fate i chiodi, fateli lunghi e ben sottili, che trapasseranno le carni al mio figliolo divino. – Li faremo lunghi e ben formati, perché trapasseranno le carni e il costato.

7 Sono stato fedele per quatantasette giorni, lo sono stato per fede e perché me lo ero ripromesso e ora che sono giunte le sante feste, le ragioni di cuore si fanno sentire. Sabato santo suonano le campane e il giorno Pasqua ci vediamo in chiesa.

9 Da Rinaldi, con adattamenti, op. cit. T18 pag 64.

10 Allo sciogliersi delle funi delle campane. Vedi Appendice, La Sorsa, con adattamenti.

 
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Pubblicato da su 18 aprile 2014 in Senza categoria