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Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

 

Prefazione di Leonarda Crisetti

Nella prima parte del mio intervento vorrei spendere due parole a favore della lingua dialettale, che non merita di essere subordinata alle altre lingue neolatine, ma ha una propria dignità, sia per l’efficacia comunicativa ed espressiva, sia per lo spessore sociale e storico-culturale, come cercherò di argomentare qui di seguito. Nella seconda parte accennerò al titolo di questa snella ma significativa antologia,  farò qualche osservazione sull’impianto del libro, sul contenuto dei testi e sul loro scenario.

Nel Gargano il dialetto può dirsi ancora la lingua materna, perché è la prima che continua ad essere appresa dal bambino. Essa è, inoltre, la lingua del focolare, degli affetti, dell’essere, perché si parla con i propri familiari, con gli amici, con la gente del proprio paese nelle situazioni informali. Ancora, il dialetto – che è veicolato massimamente attraverso il parlato – non ha bisogno di eccessiva rigorosità logica perché chi lo usa gode dell’opportunità di avere di fronte l’interlocutore, di capire pertanto da subito se il messaggio viene recepito, anche perché la comunicazione verbale è completata e integrata dalla postura e dal linguaggio mimico-gestuale. Emblematica a tale riguardo era la posizione della nonna quando, le braccia conserte, lo sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore, l’espressione seria del volto, proferiva: “Jè accussì”. Senza concedere il diritto di replica. Il dialetto, infine, è espressione di un gruppo ristretto. L’italiano, al contrario, è una lingua utilizzata in un’area geografica molto più estesa, caratterizzata da un codice decisamente più articolato, scritto e orale, e dall’autorità, cioè dal potere di essere insegnata nelle scuole, di veicolare norme e regolamenti. Dialetto e lingua, anche se diversi, sono in ogni caso entrambi importanti strumenti di comunicazione.

Non tutti, però, la pensano così. C’è infatti chi ritiene che il dialetto sia inferiore alla lingua nazionale per il fatto che non è ricco e variegato come l’italiano e non è in grado di astrarre e di concettualizzare come la lingua nazionale. D’altro canto, se si analizza il vocabolario dialettale, si scopre che non è facile reperire termini astratti, quanto piuttosto parole riconducibili all’ambito dell’esperienza concreta. Non è agevole, ad esempio, trovare nel repertorio dei dialetti parole come gentilezza, dolcezza, candore e, per esprimere tali virtù, si ricorre agli aggettivi corrispondenti (gendìle, “gentile”, dòvce ,“dolce”, gghiànghe, “bianco”).[1] I detrattori ritengono inoltre che il dialetto sia espressione di povertà culturale. Ne sarebbe prova il fatto che esso è parlato da chi occupa i gradini più bassi della scala sociale, spesso con disagio e vergogna, avvertendo un senso d’inferiorità. Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’italiano non era ancora abbastanza diffuso e i meno abbienti si esprimevano solo in dialetto, a scuola andavano bene solo i figli del ceto medio – alto per il fatto che padroneggiavano l’italiano, mentre i figli dei poveri venivano bocciati perché possedevano un “codice ristretto”[2]. Per decenni si è poi ragionato così: – Se il dialetto è fonte di discriminazione e di svantaggio, è inutile continuare a parlarlo. È accaduto perciò che molte famiglie, pensando di fare il bene dei propri figli, hanno cominciato a dismettere l’abitudine di parlare in dialetto, alitando sul fuoco di chi si fa portavoce della superiorità della lingua nazionale.

Se i contrari sogliono associare il vernacolo alla persona ignorante e non abbiente e avvalorare l’ipotesi che il dialetto sia lingua “cenerentola”, i fautori sono del parere che il dialetto sia “lingua del focolare, dignitosa sorella minore delle lingue neolatine”[3] che meglio esprime l’intimità e l’identità. Non a caso quando si è addolorati, adirati, annoiati, estasiati, le prime espressioni che vengono in mentre sono nella forma dialettale e quando ci si sente soli si vorrebbe a fianco un amico che parli la lingua che più ci è familiare. Significativo, a tale riguardo, il testo di Pietro Salcuni, presente in questa antologia – un elogio al dialetto che, “muntanère, napuleténe o giargianèse, assuzzèsce segnure e jumméne strutte de lu vosche, de la città o de lu paèse” – per il quale “a Monte pe doje parole all’use descurse ej chiére pure s’ej ‘mbecciuse, se tenghe nu ruspe ‘ncurpe cusse ej u suspètte ca ije sacce cumunechè schitte ‘ndialette”.[4]

Certo, il dialetto potrebbe condizionare negativamente la formazione qualora fosse l’unica lingua a disposizione della persona, la quale per stare bene con se stessa e con gli altri deve sapersi esprimere e capire l’espressione altrui nei vari contesti e situazioni, ma non è così. Il dialetto non sostituisce l’italiano, né l’inglese o altra lingua internazionale, ma esplica una funzione comunicativa complementare e integrante, e la formazione linguistica risulta tanto più funzionale e completa quanto più è radicata sulla concretezza e sulla lingua parlata nei contesti di vita vissuta, a partire da quella del focolare. Il dialetto, d’altro canto, rinsangua l’italiano, dandogli nuova linfa.

Il dialetto è strumento di comunicazione che si veste delle peculiarità sintattiche, semantiche e fonologiche prodotte nelle varie epoche e nei diversi luoghi geografici. Questo accade perché le lingue sono per natura dinamiche, non si cristallizzano, ma evolvono, mutuando e trasformando termini ed espressioni usate dalle persone con le quali si è in contatto. Così è per i dialetti dei paesi del Gargano, che sono la risultante delle parlate dei popoli che si sono succeduti nel tempo e nello spazio. Vi si trovano le tracce delle varie dominazioni, del fenomeno della transumanza, delle divisioni amministrative, dei contesti culturali. Lo attestano i termini in uso riconducibili alla cultura greca (spara, “cercine”, fanòja “falò”), alla lingua prelatina (crapa, “capra”, grava, “voragine”), latina (restuccia, “stoppia”, setìdde , “setaccio”), longobarda (ualàne, “bovaro”, zènna, “angolo”), araba (varda, “basto”, nzanzàna,“ruffiana”), francese (sciarrabbà, “calesse”, traìne (carro a due ruote), spagnola (nínne ,“bambino”, manda “coperta”), slava (jale “spiaggia”).[5]

Mettendo a confronto alcune voci[6]  e ascoltando le conversazioni, si capisce che i termini dialettali sono diversi soprattutto a livello fonologico, spesso per il tramutarsi e/o prolungarsi del suono vocalico, per la presenza di dittonghi, per l’uso di semisuoni[7].  Differenze di cui è possibile dare conto solo in parte attraverso la trascrizione. A livello semantico si registrano invece analogie e differenze riconducibili a volte alle subaree garganiche. Il “cercine”, ad esempio, che le donne mettevano sul capo,  per poggiarvi la scala, il barile, un fascio di rami secchi da ardere, una pagnotta di pane, una vasca d’acqua, ebbene, quest’antico attrezzo a Cagnano, a Sannicandro, a San Giovanni Rotondo e a San Marco in Lamis è detto “spàra” [con il suono aperto della a], a Carpino, a Ischitella e a Peschici “spàre” [con la e muta finale], a Lesina “spàse”, a Vieste “stràzze”, a Monte Sant’Angelo “strazzetìdde”, a Rignano e Apricena “pèzze”, a Rodi Garganico “spère”, a Vico del Gargano “spère” e “taràdde”. Anche se diverse a livello semantico, le voci presentano tuttavia una certa “aria di famiglia” e lasciano supporre che alcune di esse richiamino la forma a spirale (come esplicita l’etimologia greca di “spara”), altre il materiale (“strazze”, pèzze, teli di stoffa, spesso strappati a vecchie lenzuola) di cui era costituito l’antico attrezzo, che “taradde” (tarallo) sia una metafora nata dalla corruzione del termine originario, che richiama comunque la forma ad anello del cercine. Le voci “sète”, “setaróle”, “setìdde”, “setàcce”, “setìlle”, “setèlle”, utilizzate genericamente per indicare il setaccio[8], presentano quasi tutte la radice [“sèt”] riconducibile al latino medievale [sāeta, “setola”, “crine”, da cui sarebbe derivato setacciare], tranne la variante cerneture (dal lat. “cribrum”), usata come sinonimo. Salvo a considerare le varietà locali, perché a Peschici il setaccio per la farina era denominato “sète” e “setarole”, quello utile per fare passare i pomodori si chiamava setacce. A San Marco in Lamis “lu setacce” era di stagno e veniva usato come passa pomodori, “la setarola” constava di una retina sottilissima e serviva per separare la farina dalla crusca o da altre impurità, “lu cerneture” consisteva in un telaio di legno di forma rettangolare sul quale la massaia faceva scorrere i setacci per abburattare. Il setaccio per vagliare il grano, infine, prendeva qui il nome di “farnare”, “farnarédde e farnaróne”, in base alla trama più o meno stretta che lo caratterizzava.[9]

In non pochi casi uno stesso significante assumeva significato diverso da un paese all’altro. Erano i giorni di Natale, quando: “Me magnàte nu scartellate tanda grosse – disse un giovane studente di Cagnano ad un compagno di Sannicandro” – allargando il pollice e l’indice di entrambe le mani, per indicare un diametro di oltre dieci centimetri. Il compagno scoppiò a ridere e rivolto ad altri amici presenti commentò stupito: “Oh a Cagnane ce màgnene li scartellate grosse accuscì!”. L’equivoco nasceva dal fatto che i due non si riferivano allo stesso dolce, perché “lu scartellate” di Cagnano Varano era “lu crùstele” di Sannicandro Garganico, quindi, più piccolo nella dimensione e diverso nella forma.[10] La diversità che connota i dialetti si riscontra persino nello stesso paese ed è riconducibile talvolta ai mestieri. A Cagnano, infatti, i pescatori, che erano soliti fare bollire la reti “nda lu lapìje[11], dov’era stata sciolta una sostanza ricavata dal pino d’Aleppo per non farle deteriorare, si ubriacavano facendo “a ppetècchia”, i contadini che avevano a che fare con i covoni di grano, prendevano la sbornia facendo “mezzètte a rrègghje[12], bevendo in entrambi i casi una grande quantità di vino. Dunque, il dialetto non è una lingua povera ed essenziale, ma lingua che abbonda di metafore, sinonimi e parole di diversa etimologia.

Il dialetto è vera e propria lingua per il fatto che viene utilizzato per comunicare (parlare e farsi capire); è strumento del pensiero perché traduce quest’ultimo in parole; è, infine, oggetto culturale dato che testimonia la storia, l’economia, l’evoluzione dell’uomo e della società. Riflettere su questo codice linguistico è, pertanto, utile al bambino come all’adolescente, perché lo aiuta a socializzare esperienze, a strutturare i propri pensieri, a conoscere la vita dei padri, dei nonni e, più in generale, dell’uomo, ed è auspicabile che tale riflessione venga promossa a scuola.

Resta ora da verificare se la lingua dialettale sia in grado di svolgere anche la funzione estetica e artistica, di esprimere cioè sentimenti ed emozioni che appartengano alla sfera umana soggettiva, se sia capace insomma di fare poesia ricorrendo – ma non necessariamente – alla metrica, agli schemi ritmici e a particolari soluzioni stilistiche. Chi compone poesie, infatti, non lo fa per gli altri, per informare, scrivere o argomentare sul piano razionale, ma per esprimere il proprio mondo interiore, utilizzando le parole, lo spazio, i costrutti in modo personale e creativo, coniando persino nuovi termini.

I detrattori risponderebbero da subito con un no, ritenendo che il dialetto sia incapace di esprimere pensieri profondi e nobili sentimenti. Io, però, attraverso l’analisi di canzoni e poesie popolari tramandate oralmente[13] ho avuto modo di constatare che la lingua dialettale riesce ad emozionare allo stesso modo della lingua italiana e forse anche di più. Essa è infatti ricca di termini originalissimi, di cui non sempre è possibile trovare l’equivalente in lingua italiana. Ricordo un’antica “canzone de sdègne[14] in cui si leggono parole come muschejature (luogo dove le mucche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato dove sostano d’estate le capre), muriature (là dove le pecore si stringono facendosi ombra), sugghiature (luogo sporco dove amano rotolarsi i maiali). Nelle canzoni si utilizzano, inoltre, figure retoriche e onomatopee, sono  adottate  soluzioni stilistiche originali e spesso molto efficaci. Due soli esempi. Ne “I mesi dell’anno”, giugno si presenta dicendo che vuole farsi la “sferracchiata” [mietuta] con “sferrècchia” [falce], tagliando la testa alla “fèmmena vècchia” [campo maturo].[15]  In una “canzone d’amore”, il cantore invita la donna a sciogliersi i capelli – che “ce chiàmene chinzòla cristiiane” – in modo che il vento possa farli svolazzare e il sole li faccia splendere, scegliendo parole singolari come “sbalijà” e “sderlucì”.[16] Le conversazioni dei più anziani si colorano di suoni onomatopeici, quando parlano di pioggia che “scquendèja” (scendendo a goccia), di cielo che “ndrona” (tuona), di “fanòja sckattejènda” (falò che scoppietta), di bambino che fa “tùppete e tiritùppete” (mentre cade e rotola). La tesi che la lingua del dialetto sia capace di fare poesia è confortata da Donato Valli là dove scrive che “ il dialetto si costituisce effettivamente come lingua autonoma, alla quale non solo è possibile applicare il canone tecnico e retorico della letteratura alta indipendentemente dalla sua estrazione sociologica, ma è possibile attribuire un’intensa funzionalità espressiva che nasce dalla incondizionata potenzialità analogica delle forme in un terreno indenne di compromissioni di paradigmi storici e normativi.”[17]

Oggi in diverse regioni d’Italia le nuove generazioni non si esprimono più correntemente in dialetto. La flessione dell’idioma locale è riconducibile agli anni post-unitari, allorché i governi hanno inteso “fare gli italiani” anche attraverso la diffusione della lingua nazionale.  Il resto è opera dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in testa, e, da ultimo, di internet che, veicolando l’uso delle lingue internazionali dominanti, favorisce l’omologazione. Da alcuni decenni però si registra una controtendenza e la conoscenza del vernacolo costituisce un punto di forza, sia perché il dialetto non è più l’unico strumento di comunicazione, sia perché non è parlato solo dai ceti bassi, sia soprattutto per il suo potenziale espressivo. A conferirgli dignità hanno concorso – oltre alla letteratura della seconda metà del secolo scorso e alle associazioni – i Programmi del 1985 per la scuola primaria, là dove affermano il diritto dei fanciulli e delle fanciulle di potere comunicare con tutti, che la formazione linguistica va dilatata, che si possono accettare termini ed espressioni dialettali “da virgolettare”. I dialetti perciò resistono anche nelle conversazioni dei giovani – non solo del Gargano – che nelle situazioni informali e confidenziali amano ricorrere a termini dialettali, indubbiamente corrotti e,  per certi aspetti,  italianizzati, come del resto accade alla lingua nazionale, sempre più invasa dagli anglicismi. Cosa accadrà in futuro non è dato di sapere con certezza. Il ben noto linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, con un certo ottimismo affermava: “C’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse.”[18] Il dialetto perciò non morirà mai del tutto. Spetta in ogni caso alle comunità il compito di sostenerlo – promuovendolo anche attraverso le scuole – in quanto bene culturale da salvaguardare e specchio della realtà, in nome dell’originalità, della diversità, dell’identità, per arginare l’omologazione sempre più perversa e pervasiva, e favorire l’integrazione.

Ed è proprio in questa direzione che ritengo vada la presente raccolta intitolata “Poeti e poesie in lingua dialetto del Gargano”, forse la prima della “Montagna del sole”, non perché non ve ne siano altre, ma perché come spiega Franco Ferrara – ideatore del progetto – è questa la prima che consente agli autori di esprimersi utilizzando il codice dialettale del proprio paese liberamente, trascrivendo i suoni della parlata locale senza sottostare a regole imposte. Sotto questo profilo la raccolta assume carattere documentario. Inoltre, le poesie qui presenti sono espressione di poeti locali, nati e vissuti a lungo nel Gargano: Franco Ferrara e Raffaele Pennelli di Apricena, Angelo Curatolo di Cagnano Varano, Giuseppe Trombetta di Carpino, Nino Visicchio e Rocco Martella di Ischitella, Pietro Salcuni di Monte Sant’Angelo, Giuseppe Lombardi di Rignano Garganico, Onorio Grifa e Michele Totta di San Giovanni Rotondo, Antonio Guida di San Marco in Lamis, Maria Rosaria Vera, Michela Di Perna e Nicola Angelicchio di Vico del Gargano, Isabella Cappabianca Pernice e Angela Ascoli di Vieste.

L’antologia è organizzata per autore. Ciascuno ha avuto facoltà di inserire fino a tre poesie scritte nella propria lingua madre. I testi afferiscono massimamente al genere lirico ed esprimono le emozioni e i sentimenti vissuti personalmente dagli autori. In alcuni casi, però, i poeti affidano ai versi il compito di veicolare insegnamenti, facendo assumere alle poesie i caratteri del genere didascalico (“Fëlësufànnë”, “I macch-nett-”). In altri (Na preièra alla Madonna, Uijucce … Zè Gatte), il dialetto si fa strumento privilegiato per comunicare con la Vergine e con Dio e la poesia assume i caratteri del genere religioso. I poeti del Gargano, inoltre, danno prova che il dialetto non è un vecchio arnese, ma un mezzo espressivo con il quale si possono affrontare i temi più vari, vecchi e nuovi: da quelli ironici e scanzonati (“Ci chiamano mup”) a quelli più tristi e delicati (“Lu tumore”). I pensieri e le emozioni sono espressi nella maggior parte dei casi nel verso libero senza rima. Non mancano testi dal verso più regolare, talvolta in rima (baciata o alternata), spesso arricchiti da assonanze, consonanze, metafore, personificazioni, anafore, simboli, come è dato di verificare, ad esempio, leggendo “Lu Cavut”, dove la “luc’” si chiama “pac’” e “li muscant‘” sono gli animali che con i loro versi, “sopa lu tupp’ d’ SantJorj”,[19] formano una vera e propria orchestra. Ne (L’attore) insieme alle rime e alle assonanze, è facile notare il ritmo cadenzato, a tratti incalzante, che conferisce musicalità al verso:

 

Si custréttë a jèssë attòrë

pë fòrza maggiòrë

a jèssë

quànnë vu jèssë

schiàvë dë la sucëtà

a dìcë e a fà

còmë vònnë lòrë

së nnò të trùvë fòrë.

 

Anche se l’opera voleva essere una raccolta libera, per non frenare la fantasia di nessuno, di fatto è venuto fuori un lavoro abbastanza organico, che rappresenta significativamente lo scenario del Gargano con i suoi centri abitati e una varietà di luoghi piani, montani, marini e lacustri. I contenuti spaziano nel tempo e, tra presente e passato, mettono a nudo affetti, virtù e difetti umani, paure e precarietà, questioni dell’attuale società (povertà, disoccupazione, emigrazione, degrado ambientale, incomunicabilità, diffidenza verso l’autorità). Un documento che fotografa insomma la nostra realtà. Emerge il profilo del garganico con la mente rivolta al passato e lo sguardo al presente. Un uomo che vive il disincanto ed è legato ai ricordi: di Fraulicchj, “che ogni tant pigghie nu sicchie e va a ‘nnacque chiant e sciure, o leve ‘u vritt da ‘n facce ‘u mure” [20]; della guerra che recide i legami “Ji m’arr’cord quann c’sim cansciut, pù è scuppièt la uerr e so partut. M’hann mannet allunden a dov facev freded e ‘nc putemm ‘cav’dà”[21]; L’amore de ‘na vote, diverso da quello di oggi, perché in passato “I nnamurate parlavn da luntane, e ndrete steve ‘a mamm p’i recchie tese” [22];  il Natale di un tempo, allorché “supr ‘i muntagn e supr ‘u pais, acchyan acchyan ascegn ‘a niv” e “mezz a’ strat ‘na morr dj guagniun kj guanc tutt roscj menjn all’aria tanta paddun”, mentre “dintr ‘i cas dy vicayul i mamm stan affacjnnat a fa: crustjl, pettjl e kaucjun”[23];  il ricordo dei piatti della tradizione (Fave e KiKoccia); delle paure dei fanciulli, “u paponn” che “nanonn muntuèv spiss” e, “p fa sta quièt a nuje quatrà”, diceva: “‘mo v’ava muccicà!”, e “u scazzamaurèdd … sempr p nu cuappèdd ca … s ci lu riusciv a luà nu sacc d solt t’avva lassà.” [24]

Un uomo triste e solo come L’uteme ciucce, come i centri abitati, sempre più deserti, “la strata tùtta cagnàtä, ‘na frècä dï pòrtë chiúsë dï càsë e dï tànda iúsï, che pàrönö abbandunàtï. Pla víjä pròpïjö nësciúnö, no nvócï dï crïstijànï, lundànö dújë afrïcànï, li rùcchï allì balïcúnï”[25] e A chés d nanonn, che pareva una reggia e “mo n’n ci sta chiù nisciun”. Uomo che apprezza le bellezze naturali e gli spazi incontaminati (Lu Cavut, Nu sguarde da… lundène, ‘A terr d’u Gargan, Bell’acqua, L’albe a Viste), che indugia sui fenomeni atmosferici (U maletimbe, Favugne), che è disposto a sopportare il fastidio provocato da “muschidd e zampan” presenti nelle zone depresse del Varano[26], ma che non tollera l’ambiente venga deturpato (Quanda volete, scugghire moje, te so venute a truè …) o che antichi abitati siano abbandonati al degrado:

 

Quiddu ca oj scrop’

l’occhj d’ la jent’

a Sant’ N’cola

n’ sonn av’t che catapecchj abbandunat’

com’ s’ tort’ pur’ lor’

a qualcun’ avessen’ fatt’.

Eppur’ nu jurn’

sti catapecchj ch’ v’dim’mo

jev’n’ lu fior’ all’occhiell’

d’ lu Stat’ nostr’,

p’cchè qua jeva l’Idroscal’

e l’idroscal’ de Sant’ N’cola Imbut’

da tutt’ jeva can’sciut.[27]

 

Un uomo che ha difficoltà a trovare lavoro ed è costretto ad abbandonare i propri cari e il proprio paese, “l’ucchie … lucede”, “lu core” che “batte forte”, “parte pe forze” perché lascia “tutte la vita , la mamme, li sore e li frate”, “nu pizze de core”[28]. Emigra perché “sta tèrre avére, manghe na zènne de fatiche non dèje pene nemmanche a na furmiche”[29]. Deve andare, perché “La famigghia sta’ ‘nguaiata, soffre citta e ’arretrate, ie’ fenuta inde nu fosse”[30]. Un uomo attaccato alla proprietà (Nu mazz de sparie), che si lamenta anche quando non ve n’è bisogno (Auanne è musce), diffidente verso chi amministra e governa (Da stamatínä chióvë e cchióvë fòrtë, Gargan), o verso chi, legato al potere, non ha il coraggio di farsi da parte (U curagg’). Un uomo sensibile ai problemi delle diseguaglianze sociali (U funaral d’ nu v’cchiaredd), della povertà (Lu sonne de ‘nu pezzènte), della terza età (Li vucàle della nonna); che sospetta del matrimonio (Alla vegiglje u matremonje) e che, pur essendo infastidito dal comportamento del “vanaglorjòsë” pronto “a njà vërëtà” (U Busciardë), nel palcoscenico della società si vede costretto a recitare una parte che non si è scelta (L’attore). Questo uomo, pur essendo consapevole di vivere “ndà nu mònnë dòvë còntë sòlë quéddë ca vùnë pussédë no quéddë ca vùnë jè vëramèntë”, pensa in ogni caso che occorra agire con responsabilità (Fëlësufànnë) e che sia necessario ripensare i modelli educativi: insegnare le regole ai propri figli (S- vu bèn) e tenerli lontani dal vizio del gioco (I mach-nett-). Un uomo profondamente umano che è addolorato dalla morte delle persone care (U Pacche) ed è terrorizzato dal male del secolo:

 

Pe ‘lla puttana! ‘Stu cacchiye de tumore

fa rèje li capidde a tutte quante.

Arrappa scìa li vecchiye che li ggiune

e lèste li manna allu campesante.[31]

 

Un uomo fondamentalmente fragile (Crejature miie) e uguale a se stesso (Simme accusi), che si rivolge nello stesso tempo alla magia, “ Cenzè te si misse u lambetine?”[32], e alla Vergine, per chiederle di potere trovare conforto in un suo abbraccio:“Famme sta’ ‘cchiu’ strinte a Te, che vu’ tanta bène a me. Smania custu core mie, ‘nnanze a Te, Mamma de Die”[33]

Cagnano Varano, 7 gennaio 2017

 

[1] La trascrizione fonetica degli aggettivi appartiene al dialetto di Cagnano Varano. La e [corsivo] in corpo o a fine parola dialettale è muta. La regola non vale per le citazioni virgolettate tratte dai testi dei poeti di questa antologia, che sono state trascritte fedelmente.

[2] L’espressione è riconducibile a Basil Bernestein, secondo il quale il successo scolastico è condizionato dalla capacità verbale, che riflette le condizioni socio-economico-culturali degli alunni. Il sociologo parla anche di codice “allargato” della lingua tipico dei ceti medio-alti caratterizzato, tra l’altro, da climi familiari distesi, improntati al dialogo, e dalla fiducia dei membri. B. Bernestein, Class, codes and control (1971). La forte e ingiusta selezione della scuola, che faceva parti uguali fra disuguali, nel 1967, fu denunciata da don Lorenzo Milani, Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, 1967.

[3] F. Granatiero, Rère ascennènne 2002, pag.14.

[4] Traduzione: “[il dialetto] montanaro, napoletano, giargianèse, rende pari signori e uomini stremati dalla fatica / del bosco, della città o del paesino”… “a Monte con due parole giuste / il discorso è chiaro anche se complicato / se ho un rospo in corpo ho il sospetto/ che so sfogarmi solo in dialetto”.

[5] Il lettore che voglia soddisfare qualche curiosità sui dialetti di Capitanata, Terra di Bari, del Gargano e interregionali può consultare:  Bbèlla te vu mbarà … cit., Prefazione, F. Granatiero, poeta dialettale pugliese, in pp. 21-26;  M. R. Carosella [a cura di], Interferenze di forme e dinamiche di strutture. Influssi bidirezionali tra dialetti e italiani regionali dell’area garaganica settentrionale,2002. pp. 229-306; N. L. Savino, Il gergo popolare in Lesina pregarganica, comune del nord delle Puglie, 1980.

[6] Oltre ai poeti della presente antologia, sono stati consultati Grazia D’Evola (Sannicandro Garganico), Vincenzo Campobasso (Rodi Garganico), Vincenzo Luciani (Ischitella), Angela Campanile (Peschici), Nicola Palmieri (Vico del Gargano), Nunzia Augello (San Giovanni Rotondo), Lidio Nicola Savino (Lesina). Grazie a tutti per la collaborazione. È stato chiesto loro come vengono chiamati nel dialetto del proprio paese cercine, falò, capra, grava, stoppia, setaccio, coperta, margine, mediatrice/ruffiana, calesse, traino, bambino, lago.

[7] Ne è un esempio la “g” di “gràve”, che nel dialetto di Carpino va pronunciata col mezzo suono.

[8] Arnese costituito da una rete di sete, tela, crine o fili metallici, adoperato per separare i prodotti della macinazione dei cereali, legumi, in base alla grossezza.

[9] M. e G. GALANTE, Dizionario dialettale di San Marco in Lamis, 2006.

[10] Per “scartellate” s’intende a Cagnano il dolce natalizio che si ottiene tagliando la sfoglia impastata con farina e vino (oppure con uova) in fettuccine larghe 3 cm circa e lunghe circa mezzo metro, unendo i lembi di ciascuna fettuccia ogni due cm circa a mo’ di barchetta, avvolgendola infine come una spirale. Ciascuno scartellate viene poi fritto e condito con miele d’api o di fichi (venecotte), mandorle e noci tritate. “Lu crùstele” invece, è uno gnocco dolce fritto,  ha il diametro massimo di 3-4 cm, è ottenuto dall’impasto di uova, farina, zucchero e lievito.

[11] Grosso recipiente di stagno.

[12] Il “mezzètte” era una misura di capacità degli aridi ed equivaleva a Cagnano a circa 24 kg. L. Crisetti Grimaldi, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, 1999, pag. 205

[13] L. Crisetti Grimaldi, Bbèlla te vu mbarà … cit.

[14] “Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe”, ivi, pag. 120. Le canzoni di “sdègne” sono di disprezzo. Ivi, pag. 140

[15] “I mesi dell’anno” ivi, pag. 47

[16] “Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla porta”, ivi, pag. 125.

[17] D. Valli , Prefazione, in F. Granatiero, Scuerzele, 2002, pag.12.

[18] T. De Mauro, Prefazione, in Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis cit., pag. 8.

[19] Sul poggio di “Sant’ Jorj” situato di fronte al centro storico che guarda da un lato alla Valle di San Giovanni e dall’altro alla Laguna di Varano.

[20] “… che ogni tanto prende un secchio/e va a innaffiare piante e fiori / o toglie lo sporco dai muri.”

[21] “Io mi ricordo quando ci siamo conosciuti / poi è scoppiata la guerra e sono partito. / Mi hanno mandato lontano / dove faceva freddo e non potevamo riscaldarci”, Rrcòrd.

[22] “Gli innamorati si parlavano da lontano,/e dietro c’era la madre di lei con le orecchie tese.”

[23] Allorché “sui monti e sui paesi, / piano piano scende la neve” e “per strada una quantità di ragazzini / con le guance tutte rosse / lanciano per aria tanti palloncini (di neve)”, mentre “nelle case dei vichesi/le mamme sono/affaccendate a fare: /crustoli, pettole e calzoni. ‘U Natal a Vich.

[24] “U paponne”, che la nonna nominava spesso e per fare stare quieti i fanciulli diceva: “Ora vi deve mordere!”, e “u scazzamauredd”/ce lo facevano immaginare sempre con un cappello / che se glielo riuscivi a levare… / un sacco di soldi ti doveva lasciare”. I pagur di quatrà.

[25] “… tutta cambiata,/un fracco di porte chiuse/di case e di tante stalle , / che sembrano abbandonati. / Per la via proprio nessuno,/non voci di cristiani/lontano due africani, / i colombi ai balconi.” Ndö la stràtä dï càsa míjä.

[26] A mucc’caredd.

[27] “Quello che scopre / oggi l’occhio della gente / a San Nicola / non sono altro che catapecchie abbandonate / come se anch’esse / avessero fatto torto a qualcuno. / Eppure un giorno queste catapecchie che vediamo ora / erano il fiore all’occhiello del nostro Stato, / perché qui c’era l’Idroscalo / e l’idroscalo di San Nicola Imbuti7 era da tutti conosciuto.” Sant’ N’cola di Varano.

[28] La valige.

[29] La partènze.

[30] L’emigrante.

[31] Lu tumore.

[32] Cenzè hai messo “l’abitino”?, U Malucchije.

[33] Na preièra alla Madonna.

 

 
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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Libri, Senza categoria

 

Quarandanna, il rito che riconduce al mito di Erigone [figlia della primavera, colei che genera], ed esprime la difficile condizione dell’adolescente. Intervento di Leonarda Crisetti, Convegno, Peschici, 23 febbraio 2017, giorno di giovedì grasso.

 

Esiste una relazione tra Carnevale e Quarandanna, che è di parentela perché, secondo alcune ipotesi Quarandanna è moglie, per altre è figlia o madre di Carnevale, ma anche temporale perché il rito della Quarandanna si celebra subito dopo quello di Carnevale. Esistono infine delle differenze tra i due rituali perché il Carnevale si caratterizza come periodo di baldoria, di abbondanza, di sfrenatezza, dato come – come sostenevano i romani – “semel in anno licet insanire”, e la Quarandanna inaugura un periodo di digiuno, di astinenza anche sessuale, di preghiera e di penitenza. Se le origini del Carnevale – collegate ai baccanali e ai saturnali –  sono note a tutti e in ogni caso trattate da chi mi ha preceduto, quelle della Quarandana, Quarandanna, Quarandène (nomi con i quali è conosciuta nel Gargano) lo sono meno. Spero di chiarirle in questo mio intervento e di soddisfare qualche altra curiosità  sulle origini, il significato, il rito di Quarandanna che, rinvia ad un mito e sottende simboli che spiegherò.

Oltre vent’anni fa, nel lontano 1994, docente di lettere alle scuola media “N. D’Apolito” del mio paese, dovendo fare capire ai ragazzi di 1a media  cosa fosse il mito in modo interessante, ho pensato di proporre loro l’esperienza della Quarandanna. Che cos’è?  Come si fa? Perché? Cosa si faceva con essa? Che fine faceva? Sono state queste le domande con le quali ho cercato di incuriosire i giovani studenti che sono scesi con entusiasmo sul campo, per raccogliere i dati utili alla ricerca, intervistando nonni, vicini e comari, e, aiutati dalle loro mamme, hanno costruito la loro Quarandanna. Tracce della ricerca sono in questo opuscolo, intitolato Quarandanna, la pupa impiccata, pubblicato a cura dell’associazione culturale L’Alternativa, che vado presto a sintetizzare

Quarandanna è una pupa di pezza, confezionata di anno in anno dalle donne, vestita in genere con i costumi del luogo nei colori scuri ( giacche, gunnèdda, zenale, tuccate ‘ngape) con fuso in mano e conocchia alla cintura. Secondo la tradizione Cagnanese Quarandanna è moglie di carnevale, fila tutto il giorno per pagare i debiti del marito ubriacone e viene impiccata l’ultimo giorno di Carnevale. Il cappio al collo, legato ad una corda tesa tra un capo e l’altro della strada, da un balcone all’altro, sulla finestra, oppure sulla mezza porta, è sospesa nell’aria per tutto il tempo della Quaresima ed è schernita, derisa dai bambini: “Povera Quarandanna!” In alcune versioni il pupazzetto della Quarandanna ha una patata con 7 penne sotto i piedi: ogni settimana se ne estrae una, fungendo da calendario. Un popolare informa che notte di sabato santo, quando si slegavano le campane, veniva estratta l’ultima penna di gallina dalla patata e si distruggeva la pupa, urlando con sollievo:

 

Jè ffenuta la mózza e la sana,
fóre fóre la Quarandana!

La mozza era la metà penna con la quale si contava la prima settimana di quaresima, che iniziava mercoledì delle ceneri. In altre versioni, la pupa ha una corona in mano. Ce n’erano tante per tutto il paese: “Vuna pe ogni capestrata; ce l’arrubbàvene e nuja la javame a truvà”- raccontano gli intervistati più anziani. Il rituale si ripeteva ogni anno, a partire dall’ultimo giorno di Carnevale, anche in altri paesi del  Gargano. Riguardo al perché, quasi tutti hanno risposto che la Quarandanna si faceva “perché così si usava”.

Per capire meglio il perché del rituale, ci vengono in aiuto i versi di una poesia di San Giovanni Rotondo, che ci offrono l’immagine di una Quarandana cristianizzata, simbolo della Quaresima. Colpita dalla pioggia e dal vento, la pupattola “persuasa venduleja”, mentre i giovani sospirano, la gente prega e fa penitenza. Ve la propongo:

Sòpe na funestràdda
ce sta nu pupazzàdda
cu ssètte pènne e nna patana sàutta
e ccu nna cròna mmane.
La vòria la fracca,
la nfàunna tutta l’acqua
e jjèssa persuuasa vendulàja
pe ssètte settemane,
la Quarandana.
P’àugnè ssettemana
la lèvene na pènna.
Suspìrene li ggiùvene e li uagliune
cu ppazijènza, chiane chiane,
la Quarandana.
E ll’òmme che la vède
ce lèva lu cappèdde
e ddice nu zinne a llu vecine
e ccu nna faccia strana
la Quarandana.
E ppe ttutte li nutte
e lli jurnate sane
prèga la ggènde
e ppenetènza faje,
pe ssètte settemane,
la Quarandana [4].

Le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro ci presentano invece una Quarandanna  bruttina, con la bocca storta, che digiuna mangiando mangia ricotta.

Quarandanna mussetòrta
ce ha mmagnate la recòtta.
La recòtta ne gnè ccòtta.
Quarandanna mussetòrta.

La  filastrocca di Sannicandro, inoltre, sembra incoraggiare i penitenti, ricordando loro che il tempo del digiuno sta per finire e, quando sarà Pasqua, si potranno mangiare anche i formaggi meno magri:

 

Quarandana vòcchetòrta,
Ne nde magnanne cchiù rrecòtta.
Quanne arrive Pasquarèlla
te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla [2].

La filastrocca di Monte Sant’Angelo – lascia intendere anch’essa che la Quarandéne sia simbolo di digiuno là dove recita – “Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije” –  dato che in tempo di Quaresima era vietato mangiare carne (eccezione fatta per i malati e le puerpere). Il testo presenta, inoltre, un’altra analogia con le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro là dove parla di “muse de chene”  in luogo di “musse” o “vocche torte”, là dove recita:

Quarandéne muse de chéne,
e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.
 

Elementi simbolici che ci consentono  di effettuare una chiave di lettura diversa e di ipotizzare che il rito non sia nato in epoca cristiana. Da un approfondimento, si capisce che il rituale di appendere bamboline, imitando l’impiccagione, è nato prima della venuta di Cristo, in Attica, regione della Grecia, e si riconduce al mito di Erigone, al quale bisogna accennare.[1]

Il mito narra che Erigone era figlia di Icario, un pastore che, per avere ospitato Diòniso [il nostro Bacco] ricevette in dono del vino e un tralcio di vite. Icario volle fare assaggiare la gustosa e inebriante bevanda ai pastori della sua regione ma questi, avendo ecceduto nel bere, si ubriacarono e, credendo di essere stati avvelenati con quella bevanda, lo uccisero. Avvedutisi dell’errore, i pastori si pentirono e nascosero il cadavere, senza dargli degna sepoltura. L’ombra d’Icario, che vagava senza pace, apparve in sogno alla figlia Erigone e le raccontò l’accaduto. Erigone, che era molto legata al padre, insieme al cane Maira si mise alla ricerca del cadavere, per dare al padre la sepoltura che meritava, finché dopo mesi lo trovò. Vinta, dalla paura di restare sola e povera, sopraffatta dal dolore si tolse infine la vita, impiccandosi ad un ramo dell’albero sotto al quale aveva prima sepolto Icario.  Maira, il cane di Erigone, si lasciò morire anch’esso, ai piedi di quell’albero, senza più mangiare. A memoria dell’evento sfortunato, Zeus trasformò Icario nella costellazione di Arturo (Boote), Erigone nella costellazione della Vergine e Maira nella costellazione del Cane (Canicola). Configurazione astrale che spiegherebbe il senso dell’immagine evocata verso della filastrocca di Monte Sant’Angelo là dove menziona il cane [costellazione del Cane Minore] che morde la lingua ai bambini  [per la sua vicinanza al segno dei Gemelli].

Il mito vuole inoltre che Erigone, prima di impiccarsi, augurasse la sua stessa fine alle vergini ateniesi, se non avessero vendicato la morte di suo padre. Maledizione che produsse i suoi effetti, perché dopo la morte di Icario e di Erigone, in Atene si registrò un’epidemia di giovani donne che morivano impiccandosi. L’evento drammatico causò una grande problematica sociale perché con le morti delle adolescenti si sarebbe interrotto il ricambio generazionale. Fu quindi consultato l’oracolo di Apollo, il cui responso fu di non di dimenticare il sacrificio di Icario e di Erigone, di  punire i loro assassini, di istituire una festa in onore della giovane donna, di offrire primizie durante la vendemmia a padre e figlia.

Il popolo ateniese, per placare l’ira di Erigone e per fare cessare l’epidemia suicida, decise quindi di istituire le Aiòra e di festeggiarle tra febbraio e marzo di ciascun anno, nello stesso periodo in cui si celebravano le Anthestéria in onore di Diòniso, spillando il vino novello [il periodo in cui festeggiamo il Carnevale]. Nacque, così, ad Atene la tradizione di appendere delle altalene agli alberi dove le fanciulle si lasciavano dondolare, per simboleggiare l’impiccagione di Erigone ed esorcizzare l’istinto suicida. Alcune versioni narrano di uomini ateniesi che si appendevano alle corde e si lasciavano andare aventi e indietro e, siccome, alcuni di essi cadevano, furono sostituiti dalle loro immagini (mascherine) che si facevano dondolare, sospese alla corda come le nostre pupe di stoffa.

Mito complesso quello di Erigone e Icario che, narrando il dono del vino, l’uccisione di Icario, il suicidio di Erigone, il suicidio delle vergini ateniesi, intende per spiegare: la resistenza del popolo al cambiamento (che Diòniso avrebbe provocato col dono del vino) ovvero la transizione da una società di pastori a una di contadini; l’importanza della famiglia, che è l’elemento primordiale della società, il luogo in cui si determina la continuazione della specie; l’importanza della donna alla quale la società greca agro-pastorale riconosceva l’importante compito di procreare e di assicurare il ricambio generazionale; le difficoltà, le paure, i dubbi della donna adolescente che – come Erigone – teme soprattutto di restare sola. Mito che richiese la messa a punto di un rito che svolse due importanti funzioni: una sociale, che consiste nell’aiutare le adolescenti a superare ancestrali paure, soprattutto quella di non procreare, che era la massima aspirazione della donna, ed esorcizzare l’istinto suicida; una economica, favorita dal dono della vite di Diòniso al padre di Erigone e quindi ai pastori, che agevolò la transizione da una società di pastori ad una società contadina.

Il rito dell’impiccagione che – come ogni rituale – consta di sequenze ordinate, reiterate nel tempo a scadenza fissa, prevede l’allontanamento dalla terra, la  sospensione nell’aria, l’oscillazione, la morte [elementi presenti tutti nel rito della Quarandanna]. Il suicidio è stato interpretato come rito di separazione [della figlia privata del padre], come rito di passaggio da giovane vergine a donna di matrimonio,  come rito propiziatorio della fertilità. La sospensione e allontanamento dalla terra come isolamento necessario per non farsi contaminare e ritornare alla vita con più energie.  Il movimento oscillatorio è stato visto come mezzo utile per consentire a chi vi partecipa di liberasi dalle negatività dell’esistenza.  L’aria, l’acqua e il fuoco – che fanno la loro apparizione nel racconto mitico – sono simboli di purificazione.

La prima Quarandanna della storia dovette essere pertanto Erigone, in onore della quale è nato il rituale di oscillare nell’aria sull’altalena. Il  rito ha poi viaggiato ed è giunto nei paesi del Mediterraneo probabilmente all’epoca della colonizzazione greca, superando le coordinate spaziotemporali, dato che fu riconosciuto  e  reimpiegato anche nel contesto del Gargano, per il fatto che nella società di pastori e contadini del promontorio  trovò le stesse matrici culturali della regione in cui era nato. Quando sopraggiunse il cristianesimo, non potendo sradicare il rito, lo mutuò, celebrandolo nello stesso periodo dell’anno e simulando l’impiccagione, apportando però alcuni cambiamenti.  È possibile riscontrare diverse analogie tra Quarandanna ed Erigone: entrambe si isolano, allontanandosi dalla terra, oscillano sotto i colpi del vento e e dell’acqua e infine muoiono, per consentire il ritorno alla normalità; tutte e due scelgono la forma dell’impiccagione: Quarandanna dopo la morte del marito Carnevale – vorrei ricordare che alcune versioni la fanno morire suicida (“Si ammazza perché non riesce a pagare i debiti del marito Carvevale ubriacone”), la seconda perché riesce a vivere da sola senza il padre (ucciso dai pastori per avere loro donato del vino).

Esistono però anche delle differenze e se il mito originario fa nascere la donna primordiale dalla terra e le affida il compito importantissimo di tenere in vita la specie umana, così riconoscendo la sua potenza,  il mito cristiano sminuisce il valore della donna, facendola nascere da una costola di Adamo e costringendola a vivere all’ombra del marito fino alla prima metà del Ventesimo secolo. Inoltre, se il rito originario simboleggia le paure ancestrali dell’ adolescente, soprattutto quella di non poter procreare, quello cristianizzato accosta sempre più il significato di Quarandanna a quello di Quaresima, che è preparazione alla santa Pasqua ed è  accompagnato da digiuno, penitenza, preghiera e castità.

Il rito fu reiterato finché durò la civiltà contadina, perché in quelle matrici culturali aveva un senso. Quando, con l’industrializzazione, la donna cominciò ad essere più libera e indipendente, perché le sue facoltà furono finalmente riconosciute, il lavoro retribuito e il suo essere nel mondo non fu più solamente circoscritto al dovere di mettere al mondo i figli, potendo coltivare anche aspirazioni altre, il rito della Quarandanna non ebbe più ragione di esistere. Le ultime Quarandanna risalgono infatti agli anni Sessanta del secolo scorso, facendo eccezione per alcuni tentativi di riesumare la tradizione da parte delle scuole e delle associazioni.

La domanda è a questo punto: “Ha senso oggi riproporre il rito della Quarandanna?” Se pensiamo di ricreare le radici culturali che lo hanno originato, la risposta è no. Se invece ripensiamo al significato originario, che è fondamentalmente un rito di passaggio dell’adolescente alla vita adulta, e – per suo tramite – alla possibilità di concedere ai ragazzi in crescita spazi utili per dare fiducia, rasserenare, riflettere sulla propria condizione, allora si che potrebbe avere un senso. Perché tra le costanti che attraversano le società di tutti i tempi c’è la condizione difficile dell’adolescente, che io amo paragonare alla moleca – stadio del granchio quando è privo della corazza – ed è, perciò, molto vulnerabile, privo quindi delle difese che nascono con l’età e con l’esperienza. Gli adolescenti, sia maschi, sia femmine, che la civiltà tecnologica e conoscitiva ha reso più liberi ma anche più esposti, vanno tutt’oggi alla ricerca della propria identità e vivono le ansie di sempre: hanno paura di non riconoscersi guardandosi allo specchio per via dei cambiamenti, temono di non trovare l’amico/a o l’amore della vita, di non potersi realizzare, di diventare capri espiatori dei bulli, di non essere forti e indipendenti come gli adulti, di non essere apprezzati dai compagni e dagli insegnanti.  A differenza di ieri, però, mancano i riti d’iniziazione e gli adolescenti sono lasciati soli, in balia di nuove “sirene”. Agli amici, ai docenti, ai genitori, alle istituzioni qui presenti, a me stessa, vorrei perciò suggerire di fare più attenzione ai loro bisogni e di offrire ai giovani in crescita il nostro sostegno.

[1] Il mito che per alcuni risale ai tempi di Sofocle è stato narrato da Eratostene da Cirene e Nonno di Ponopoli (egiziani), da Apollodoro greco, da Igino e Servio latini, dal 3 secolo a. C. al V secolo d.C. .

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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Senza categoria

 

La guerra 1915-1918: elenco dei caduti di Cagnano Varano

Caduti Cagnano (dati non definitivi) 

concorso Il Gargano e la Grande Guerra, la prof. Crisetti incontra gli alunni della

Concorso “Il Gargano e la Grande Guerra”, la prof. Crisetti incontra gli alunni della “N. D’Apolito”

18. lapide ai caduti

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Pubblicato da su 15 settembre 2015 in Senza categoria

 

La cultura: risorsa della laguna di Varano

Convegno 9 settembre 2015, Bagno, frazione del comune di Cagnano Varano”

Leonarda Crisetti autrice dl libro “La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare” 2001libro La laguna di Varano

Consentitemi di aprire con una nota autobiografica, partecipandovi, attraverso la mia storia pregressa, sessant’anni di vita della laguna di Varano, che ho avuto modo di conoscere sin da bambina, essendo cresciuta in una famiglia di pescatori. A undici dodici anni, uscita di scuola, raggiungevo i miei familiari sulle sponde del Fresckale, una località poco più avanti di Bagno, procedendo verso Carpino, per aiutarli nella lavorazione degli inserti di cozze nere, nel tempo in cui stava prendendo piede la mitilicoltura nel Varano. Sempre negli anni Sessanta del secolo scorso mi rivedo sulle sponde della Fascia – vicino a san Nicola – dove i miei lavoravano i mitili in “compagnia” con altri pescatori, quindi sulle rive dell’istmo che in quegli anni si stavano popolando. Ho vissuto il passaggio dalle reti in cotone impeciate a quelle di nylon, dai bertovelli ai lupi, dai sandali a remi a quelli a motore, dalla mitilicoltura in laguna a quella in mare. Ho provato le gioia per le grandi pescate: – Vojèsse bbenedètta quella Madonna! soleva dire mia madre – riferendosi alla madonna delle Grazie – quanda ggnidde c’ha ffatte pescà nda na nuttata! E i morsi della fame nei giorni di miseria che seguivano il Natale, perché come afferma il detto “Dope Natale fridde e ffame!” Sono stata senza padre, nei mesi in cui fu costretto ad emigrare, per fare fronte ai bisogni della sua numerosa famiglia, proprio come tanti altri figli di pescatori. Sono rimasta, poi, per qualche tempo senza fratelli, pescatori anch’essi, perché costretti a fare le valigie negli anni Settanta, a seguito della moria delle cozze. Il numero dei pescatori riuscì a superare le 400 unità, l’equivalente di più di 2000 persone che vivevano con i proventi della pesca. Pescatori che hanno lavorato cercando di rispettare le regole e che fino agli anni Ottanta hanno pagato la gabella sul pesce pescato, avendo come corrispettivo da parte del comune l’impegno a tenere pulito il lago e il canale col dragaggio, e a vigilare affinché il regolamento sulla pesca fosse rispettato. Dopodiché, l’abbandono, come attesta l’esiguo numero dei pescatori di professione. Ho poi continuato ad interessarmi di questa realtà da insegnante, promuovendone la conoscenza e il rispetto da parte degli alunni delle scuole elementari, medie e liceali, ho effettuato ricerche etnografiche e storiche assumendo dati dai pescatori, dalle loro mogli, dagli specialisti di settore, dalla letteratura e dagli archivi. Risultati poi pubblicati in particolare in La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, La Grotta di San Michele, Itinerari lungo la laguna di Varano, oltre che in articoli di giornali.

Entrando nello specifico del tema oggetto di studio di questo convegno promosso dall’amministrazione comunale di Cagnano Varano – La cultura, risorsa della Laguna di Varano -, vorrei fare con voi una riflessione sul concetto di cultura che, secondo l’antropologia, è l’insieme delle idee di un gruppo, le quali producono determinati comportamenti e si manifestano attraverso le azioni.

La domanda a questo punto è la seguente: – Quali sono le idee dei cittadini frequentatori della laguna di Varano? Per risalire ad esse, risulta più agevole partire dai comportamenti osservati. Chi guarda le azioni dei pescatori-mitilicoltori, vedendo che pescano pesci anche di piccola taglia, radono il fondale per prelevare le vongole, anche piccolissime, e fanno incetta di novellame di questi bivalvi, si capisce che per essi il lago è una risorsa da sfruttare. Le reste di plastica, usata per la lavorazione di inserti, i pali, i blocchi di cemento e altri rifiuti che tappezzano il fondale della laguna lasciano supporre che per essi il lago sia una discarica. Il fatto che impiantano “paranze” persino nel canale, dal quale in passato tutti erano tenuti a mantenere una debita distanza, oppure il costume di allevare quantitativi di cozze che la laguna non è capace di sopportare, lascia dedurre che in laguna ciascun pescatore pensa che possa fare come vuole. Comportamenti che i figli hanno ereditato dai padri, accentuandone però la negatività, sia perché le trappole attuali sono più distruttive, sia perché non c’è più controllore, sia perché sembra sia venuto a mancare quella sorta di “rispetto” che un tempo i pescatori avevano verso il lago che, pur tra mille difficoltà, consentiva di “campare”. Azioni dalle quali si evince, in ogni caso, che la laguna è considerata luogo in cui depredare e gettare ciò di cui ci si vuole disfare.

Anche la popolazione civile non sembra apprezzare adeguatamente la risorsa-lago: molti ragazzi non la conoscono e chi abita l’area perilagunare ha manifestato un comportamento poco riguardoso nei suoi confronti, non curandosi, ad esempio, di tenere libero il “canalone” scavato negli anni Cinquanta per bonificare la zona, con la conseguenza che gran parte dell’isola Varano s’impantana nelle stagioni piovose o con le mareggiate, oppure di smaltire i rifiuti delle abitazioni nel rispetto delle leggi.

Se osserviamo il comportamento degli amministratori si capisce che è venuta meno l’attenzione sul lago, lasciandolo pressoché in balia di sé stesso, come testimoniano le recinzioni di diversi tratti di sponda, i progetti messi in opera, esigui e poco funzionali o poco efficaci, l’interrimento dei canali sublacuali e di Capojale, le griglie divelte, i porticcioli a giudizio di esperti pescatori male fatti perché frenerebbero il fluire dell’esigua corrente, i manufatti abbandonati, gran parte del fondo Puzzone dismesso, l’assenza di progetti per uno sviluppo inclusivo che scommetta anche sulle sponde della laguna, ricche di storie e di attrattive.

La conseguenza è che la laguna di Varano è diventata agonizzante e a tutt’oggi non riesce ad esprimere tutto le sue potenzialità.
Se questa è la cultura delle popolazioni della laguna, pare evidente che si debba intervenire con azioni di controcultura, promuovendo da una parte la nascita di idee e di comportamenti che sono l’esatto contrario di quelli sin qui osservati, dall’altra di idee nuove.

Idee orientate a fare riscoprire i punti di forza della laguna, stimolando il turismo culturale, religioso e balneare, senza contrastare la pesca che costituisce la sua peculiarità, punti di forza, se ben declinati, potranno costituire il volano dell’economia del Gargano nord. Idee di controcultura da veicolare tramite le conoscenze e le buone pratiche.

A tal fine occorrerebbe intraprendere a mio avviso diverse azioni da svolgere nello stesso tempo e sinergicamente:

1. Azione che vede protagonisti i cittadini, a partire dalla scuola dell’infanzia, affinché acquisiscano familiarità con la realtà lacuale e perilacuale e nasca in essi un legame tale che li impegnerà a preservarla, a proteggerla, a promuoverla con l’accoglienza dei visitatori che vi giungeranno per percorrere sentieri, visitare il museo, leggere il segno dei tempi nei manufatti, osservare flora, fauna ed elementi paesaggisti, degustare i prodotti tipici, coltivare il senso estetico e il sentimento religioso. I docenti, d’accordo con le famiglie, ogni anno dovrebbero progettare percorsi di educazione ambientale che conducano gli studenti e le studentesse ad interfacciarsi con la laguna, ideando, ad esempio,
a. un Itinerario naturalistico, che consenta loro di osservare il lago, i canneti, le sorgenti, i salicorneti, i giuncheti, i luoghi di svernamento degli uccelli acquatici;
b. un Itinerario faunistico, che permetta loro di osservare i pesci – orate, spigole, cefali, aguglie, sardine, gamberi, granchi, anguille – e gli uccelli – aironi, germani reali, folaghe, garzette, beccapesci, cavalieri d’Italia – che popolano la laguna;
c. un itinerario religioso che li porti a visitare le chiese del Crocifisso, di San Michele, di Santa Barbara, il Convento benedettino dell’Imbuti, per loro tramite, ripercorrere il viaggio dei culti che dalla preistoria ad oggi sono stati praticati nella zona, da quando era un seno di mare;
d. un Itinerario storico e archeologico, che li conduca a Vadoiannina, agli ipogei protostorico e paleocristiano di Bagno, al villaggio dei pescatori, alla Sezione dell’Idroscalo di Varano, alle torri di Varano, alla Civita d’Ischitella, alla villa romana di Avicenna, …, per favorire la conoscenza delle popolazioni e l’evoluzione dei centri abitati;
e. un Itinerario antropologico, che metta a parte gli alunni dei valori, dei costumi, degli strumenti, delle credenze, delle tradizioni legate alla pesca.
Percorsi che, impegnando l’“occhio”, la “mano” e il “cuore”, oltre a promuovere la conoscenza, daranno spazio alle emozioni e faranno nascere un legame d’affetto, da cui scaturirà poi il bisogno di cura, quindi l’orgoglio di essere nati in questo spazio geografico.

2. Azione che vede impegnati i pescatori e tutti coloro che sono a diretto contatto con la laguna pressoché ogni giorno, ai quali le conoscenze di base pregresse non saranno sufficienti e per i quali si rende necessaria una formazione specifica da conseguire in quello che potrebbe essere denominato IPPAT (Istituto Professionale per la Pesca, Acquacoltura e Turismo);
a. una scuola che impegni lo studente ad interfacciarsi con la realtà lago e gli insegni a pensare declinando i principi dell’eco-sostenibilità con quelli della qualità della vita:
i. da un lato il futuro lavoratore capirà che il lago è sistema sostanzialmente chiuso e una realtà geologicamente effimera, che egli non può sfruttare a piacimento, dall’altro si renderà conto che dovrà dismettere l’abito del predatore sregolato e indossare quello dell’allevatore che semina nel “campo” del Varano, rispettando i tempi di crescita e i modi della raccolta; la scuola favorirà insomma la riconversione del pescatore-predatore in allevatore-imprenditore, e gli insegnerà come funziona l’acquacoltura;
ii. scuola che inviti a ripensare i possibili sviluppi delle potenzialità della laguna, dove potrebbero trovare un posto di lavoro anche coloro che non sono interessati alla pesca ma a impiantare ad es. aree attrezzate e altri servizi o industrie di trasformazione;
b. una scuola che lo inviti a relazionarsi positivamente con gli altri, creando occasioni di confronto e di cooperazione, in modo che venga superata la logica individualista;
c. formazione che richiederà degli aggiornamenti in itinere utili per stare a passo coi tempi;
d. detta scuola potrebbe utilizzare gli ambienti vuoti dei licei di Cagnano e/o un edificio di San Nicola Varano da ristrutturare utile soprattutto per i seminari sul campo;

3. Azione che impegna gli amministratori degli enti locali a raccordarsi tra di loro e con le altre istituzioni, con le cooperative e con le associazioni, a valorizzare le eccellenze (che non mancano nel territorio) e a coinvolgerle nella stesura di progetti in grado di coniugare pesca, acquacoltura e turismo, a snellire la burocrazia, a sciogliere i nodi derivanti dai conflitti di competenza, a stendere e realizzare un piano di recupero dell’isola Varano, a fare decollare le strutture ricettive ecocompatibili – il turismo gastronomico e balneare potrà costituire una voce molto importante nel prossimo futuro data la presenza nel territorio del lago Varano, dell’Isola e del mare, a curare i servizi, tra cui la sistemazione e il potenziamento della rete viaria e il controllo del rispetto dei regolamenti sino a che in cittadini non indosseranno il nuovo habitus comportamentale da promuovere tramite la “controcultura”.

4. Azione che vede entrare in scena le associazioni che s’impegneranno per creare occasioni d’incontro, sempre più necessari al giorno d’oggi, e per dare impulso ai punti di forza dell’area considerata, organizzando, ad esempio, mostre, convegni, concerti, degustazioni, percorsi, corse, sagre.
Per fare decollare lo sviluppo ipotizzato c’è bisogno, come accennavo, di sinergie: degli specialisti di settore, dei pescatori-allevatori, delle scuole, dei gestori della cosa pubblica, delle popolazioni di cagnano, Carpino e Ischitella, che insistono nell’area perilagunare. Attivando ogni settore dell’economia, dal primario (pesca, agricoltura e allevamento), al secondario (trasformazione e conservazione dei prodotti, edilizia e artigianato), al terziario rappresentato dalla fornitura dei servizi legati al commercio e dall’accoglienza dei visitatori, potrebbe risorgere tutta l’economia.

Una rinascita attesa invano da diversi decenni. Ma non vorrei chiudere le porte alla speranza. Penso infatti che viviamo una stagione favorevole, perché possiamo contare sul volontariato delle associazioni, sulla disponibilità delle scuole ad aprirsi al territorio, sulla volontà dei pescatori di uscire dalla precarietà, sul dialogo che i sindaci dei comuni di Cagnano, Carpino e Ischitella, l’assessore al turismo della Regione Puglia, il consigliere alle Attività Produttive, Turismo, Agricoltura, Caccia e Pesca della provincia di Foggia, il direttore tecnico Gac Lagune del Gargano, il responsabile ISMAR, hanno cominciato a tessere sull’argomento, come testimonia l’attuale convegno, che alla base della redenzione della laguna di Varano pone la cultura. A patto che la cultura si connoti di significati nuovi, come ho cercato di argomentare sin qui, facendo spazio alla “controcultura”.

 
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Pubblicato da su 15 settembre 2015 in Senza categoria

 

Dalla tradizione orale garganica, poesia de “I mesi dell’anno”

Ji sò jennare,
lu cape putatóre
e ccéche l’òcchie a ttutte li pecurale
che gastùmene lu mése de jennare.

Ji sò ffrebbare
e ssònghe curte.
Se li jurne mija fòssene tutte,
farija jelà lu vine nda li vutte. 12

Ji sò mmarze e ccu la mija zappètta
a ppane e vvine e ffazze lu dejune.
S’arrìvene a lluuà li mija fumètte,
sò nnate a lla manganza de la luna.13

Ji sò aprile e ccu li ramagliètte
scjurìscene li mundagne e lli vallune.
Aprile ce li fa li ramagliètte,
magge ce la góde la ggiuvendù.14

Ji sò mmagge
e ssò maggióre de tutte l’alemènte.
Strata pe strata vaje cu ssóne e ccande.
E ssò li ciucce e stanne allègramènde. 15

Ji sò ggiugne e ccu la mia sferrècchia
e mmò me l’aj’a fà la sferracchiata.
Pe nnanze me la cumbine na fèmmena vècchia
e ll’aj’a tagghià la capa pe la sferrècchia.16

Ji sò llugghie e ccu li carre rutte.
Jè rrutte lu carre e ppure la majésa.
Ammacàmece, cumbagne, ca lu tèmpe jè scurse
se nnò perdime lu carre e ppure li spése.17

Ji sò aguste e ccu la malatija,
lu mèdeche me la òrdena la gaddina,
lu mèdeche me la òrdena la suppòsta,
Segnóra mija, pe la grazia vòstra.18

Ji sò settèmbre e ccu la fica mòscia
vè lu muscatèlle e cce funisce.
Se l’annata mija va de prèscia
pèrde pèrseche, melune e mméla lìscia.19

Ji sò ttòbbre, lu cape vedegnatóre
e mmò me l’aj’a fà la vedegnata,
na vuttecèlla de muste
la mòglie nda lu lètte friscke.20

Ji sò nnuvèmbre, lu cape semenatóre
e mmò me l’aj’a fà la semenata.
N’hé’ sumendà nu póche pe ll’aucèlle
e nnu póche pe li dònne bbèlle.21

Ji sò ddecèmbre. Lu séje è sSande Necóla,
lu trìdece jè sSanda Lucija,
lu vendecinghe jè lu Redendóre:
accedime lu pòrce sènza avé delóre.22

Tratto da Bbèlla te vu mbarà …, Canti e storie di vita contadina.
nonna e filly (6)

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2015 in Senza categoria

 

La pittura si fa suono, la musica diventa poesia  

“Donne nere piangono

Altre cantano l’amore sofferto

I dipinti suonano con i loro bianchi rossi e blu

Nell’orecchio i versi di tanka e di haiku.

Io viandante

In una perla del Gargano

La sera del 13 agosto

Ho visto la pittura farsi suono

La musica diventare poesia”.

 

Stimolati dalla performance degli artisti, questi e altri versi sono stati creati alla gelateria-caffetteria “Mediterraneo Delicadezas” di Rodi Garganico la sera del 13 agosto dietro la consegna di tre parole-chiave: “Amore, Gargano, Viandante”.

Ideatrici e conduttrici della originale serata, le prof.  Rosanna Santoro e Teresa Maria Rauzino che hanno via via preso confidenza con l’esperimento laboratoriale artistico-culturale e felicemente sorpreso gli astanti offrendo l’immagine dell’“altro Gargano”. Quello che apre la porta ai nuovi talenti i quali intendono esprimere con il linguaggio poetico, musicale e iconografico le suggestioni che la terra di Puglia, il Gargano, l’amore sanno stimolare.

Protagonisti della serata: Valerio Agricola, Maria Mattea Maggiano, Luigi Rodio, Vincenzo Campobasso e Pino Veneziani che meritano una breve presentazione.

Valerio Agricola, ischitellano, nasce nel 1986, lascia informatica per frequentare l’Accademia delle Belle Arti, fa poi esperienza di vita pastorale nel Molise, quindi ritorna nel Gargano. Scopre nel frattempo di avere attitudini per la fotografia che utilizza con maestria, preferendo il contrasto dei bianchi e dei neri, insieme alla poesia ritmata, impreziosita da metafore, allitterazioni, enjambement. “ Noio e m’annoio – recita infatti il giovane poeta –, un esaurito/ puttanaio di mosche all’inchiuso/rovista, affila ali, s’accoppia/ nell’incepparsi diritto al capello/e invano le scansi, pensi ad altro/qualche sparuto ricordo di casa/ a pena il fumo spazia delimitato. Versi molto apprezzati per “i fondi ironici” da Ugo Gregoretti, il quale non può fare a meno di commentare la dedica a “Terra data”: “la più geniale, originale ed inquietante” racchiusa nei monosillabi “A Te”, da cui traspare l’ingegno “individuale e plurale, acuto e destabilizzante”  di Valerio che partecipa con successo anche a diversi concorsi fotografici.

Maria Mattea Maggiano, nativa di Peschici,  ama l’attività teatrale e il reportage. È autrice del radiodramma “L’ultimo pasto di un mostro marino”, dei romanzi “Il Romeo della Luna” e del “Dossier Diomede”, nonché di diverse liriche, raccolte nella silloge “L’Ultima Arcadia di Lulù”, che evocano giardini, rivi, terre esotiche e marine che ricalcano l’eterno e mai desueto tema dell’amore.  Nel suo documentario “Il Gargano. La montagna del sole”, conduce Alfredo Bortoluzzi, allievo prediletto di Klee alla Bauhaus, a ricordare il primo affascinante incontro con questa nostra terra.

Il giovane Rodio, pseudonimo di Luigi De Luca per i suoi natali nella cittadina delle zagare, direttore d’orchestra, compositore e clarinettista, ha dato prova di saper coniugare i linguaggi della produzione artistica e musicale. Nelle sue ricerche audiocromatiche, esito di uno studio personale sorretto dal pensiero di Klee, Kandinskj, Scriabin e Veronesi – anch’essi interessati al possibile connubio tra le due arti – Rodio fonde la lettura dell’opera pittorica con quella dell’ascolto degli elaborati sonori. Il suo intento è quello di pervenire ad un equilibrio stilistico in cui musica e pittura finiscono per annullarsi e divenire una terza essenza. E forse un giorno il suo linguaggio interdisciplinare vedrà interagire anche la poesia.

Vincenzo Campobasso, ribattezzato “il Rodianino” ma cagnanese di nascita, dopo la laurea in Filosofia, fa esperienze tra l’Italia e il Belgio, fissa poi la sua dimora a San Giovanni Rotondo. Dal 1966 si cimenta con la poesia e partecipa a diversi concorsi letterari. Nel 1996 scopre l’Haiku (breve componimento lirico della tradizione giapponese) e se ne innamora, sì da comporne finora oltre duemila, raccolti in “Traduzioni e Sussurri dell’Esserci” e in “Aforisticamente-Haiku”. Non è agevole per la penna degli occidentali offrire la forma poetica dell’haiku,  ma il poeta Campobasso supera egregiamente questa difficoltà – così come emerge dal giudizio di Fabio Simonelli. Vincenzo è infine autore di diversi racconti brevi, pubblicati da “Il Gargano Nuovo” e da “New Punto di Stella”, che il lettore potrà trovare oggi in “Tullia e le altre”.

Il giovane rodiano Pino Veneziani si cimenta anche lui nella produzione di versi. Attualmente è alle prese con “Il diario di un viaggiatore” in cui trova espressione quell’esperienza di viandante, che dall’Italia l’ha condotto alle Ande, la quale continua ad alimentare  il suo interesse per la scrittura.  

 A “Labor-iamo da Milly”, declinando i linguaggi dell’arte, sono state inoltre prodotte felici interazioni con il pubblico, che è intervenuto con chiarimenti e si è cimentato con la poesia, svolgendo i ruoli di fruitore e produttore di versi singolari. “Magistralmente condotto, e con insospettata professionalità, all’insegna della giovialità e della bella convivialità – osserva Campobasso –, l’evento ha avuto un solo nemico: il tempo.”

L’augurio è che questa iniziativa, contrassegnata dal forte spessore culturale, vada coltivata, estesa ad altre cerchie di persone che, presi dalla routine, hanno quasi smesso di osare e di cimentarsi con i linguaggi dell’arte. “È chiaro  che l’interesse deve essere risvegliato per scuotere la nostra pigrizia mentale” – conclude la Santoro, socia ordinaria di EWWA, un’associazione di autrici e di professioniste del mondo della comunicazione (stampa, grafica e audiovisivo), che ha come obiettivo primario la solidarietà professionale e creativa tra donne che lavorano in questo settore a livello europeo.  

Leonarda Crisetti

 

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria

 

La pietra si fa statua, musica, poesia,

la venere del gargano

Il Gargano non finirà mai di stupire. Il fascino questa volta proviene dalle pietre che la natura ci consegna in forme singolari: nuclei di selce interi e tagliati, raccolti oserei dire religiosamente dal dott. Michelangelo di Mauro nativo di Carpino.

Pietre che presentano scenografie, tratteggi e ghirigori che non solo gli artisti sanno apprezzare.

Pietre che evocano elementi della natura, aspetti ludici dell’esistenza, sofferenze e persino il legame con l’Aldilà. Pietre a cui il Di Mauro dà un’anima e assegna i nomi di battesimo. Ed ecco “La Venere del Gargano”, “L’urlo”, “il sauro”, “la foca blanca, “la testa dell’aquila”, “lo zoccolo olandese”, “il cane imprigionato” … .

Nuclei di selce – reperiti nei pressi di Carpino, Cagnano, Ischitella (a Scarcafarica, a Monte Vernone, a Nìveze, nel Piano), in territorio di Vico e di Sannicandro Garganico – che richiamano diversi simboli fallici e variegati mascheroni.

Pietre solo in parte assemblate, come ciascuno può verificare, osservando la sezione “litofunghi”.

Numerosi “rucioli” – come si dice in loco – che devono il loro nome alla capacità di roteare, a causa della loro sfericità.

Una passione che il dott. Di Mauro coltiva sin da bambino e che il 14 giugno 2014 approda in una interessante mostra allestita in un locale di Via Mentana 17, che si affaccia sul suggestivo panorama del Varano.

Opere della natura che il dott. Michelangelo aiuta a leggere ponendole all’attenzione del viandante allo scopo di sensibilizzarlo “alla riscoperta l’altro Gargano”.

“Da ragazzo – riferisce il dottor Di Mauro che da diversi decenni vive a Pescara – non avendo amici del posto, piuttosto che frequentare i bar del paese, da solo me ne andavo per i freschi vaddone, nell’assolata Varisce, nella misteriosa Nìveze, (da Neos Zeos = nuovo dio), ind’ Lu Chian Bicolore (l’argento degli ulivi secolari e il biondo del grano dell’area antistante il lago di Varano), alla ricerca di testimonianze imperiture del passato di cui sentivo il richiamo e a cui fin da allora mi sentivo legato geneticamente”.  … “Quando compongo i litofunghi  divento uno scultore micorrizio (entro cioè in simbiosi come le piante con i funghi)”.

Nel giorno dell’inaugurazione della mostra, ringrazia chi ha creduto nella sua avventura e lo ha aiutato a realizzare  sia l’esposizione, sia il sito internet:  Michele Basanisi, Carlo Giancristofaro, Federico Deidda e Silvia Giampietro, Luciano Gubiotti, Vladimiro Marrama, Giuliano Angelozzi, Pasquale Corsi, la moglie Silvana e le tre figlie, “la buon anima” dello zio Di Cosmo Francesco detto Cicce la post, che gli ha trasmesso l’amore per la terra di Puglia, così come conferma il nome Daunia scelto per una delle sue figlie.  

Il suo progetto è quello di fare della sala un museo etnografico dove il linguaggio della pietra si coniuga con quello della musica e della poesia o, com’è recita il suo slogan,  “la pietra si fa statua, musica, poesia”.

100_1413visita guidata al laboratorio Di Mauro

Leonarda Crisetti

 
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Pubblicato da su 26 agosto 2014 in Senza categoria