RSS

Archivi categoria: luoghi della memoria

San Michele Arcangelo, leggenda e storia

San Michele Arcangelo, leggenda e storia

A Cagnano Varano si racconta che un giorno un bue scappò via veloce dalla mandria e s’infilò nella grotta del Puzzone, un fondo comunale che si bea della presenza del lago e delle piccole insenature dove attraccano i sandali dei pescatori e, soprattutto, dei rigogliosi pascoli e delle numerose sorgenti che soddisfano i bisogni essenziali degli animali. Il guardiano fece molti sforzi per liberare quel bue senza riuscirvi ma restò molto impressionato perché, nel buco in cui si era infilato l’animale, in mezzo ad una gran luce, vide subito apparire l’arcangelo Michele.
L’uomo corse subito in paese per narrare l’accaduto e tutto il popolo unitosi a lui si recò in grotta per vedere l’arcangelo. Allargò il buco per potere entrare,cercò in ogni angolo, ma San Michele non c’era più. C’erano però alcuni segni dell’arcangelo e precisamente: l’ala di San Michele scolpita dalla roccia dietro l’altare dell’Annunciazione e l’ impronta del suo cavallo.
Seguendo le orme di questo quadrupede, il popolo di Cagnano giunse fuori le mura del centro storico del paese, nel luogo che tutti chiamano la Fundana de Sammechèle, dove l’arcangelo si era fermato perché aveva sete: “Avvicinò la bocca alla roccia e, all’improvviso, da quella pietra zampillò l’acqua fresca e pura che tanto bene ha fatto ai cagnanesi.
Le tracce lasciate dal cavallo condussero poi il popolo di Cagnano a “do nLluise”, sulla via che portava a Monte Sant’Angelo, una località che nel nome conserva la memoria dell’antico possessore e padrone del luogo, Don Luigi Brancaccio, principe di Carpino e barone di Cagnano, e, più avanti, a lla puscina de Sammechèle, dove l’arcangelo aveva trasformato un pozzanghera in acquaio utile per fare dissetare le greggi.
Proseguendo il cammino, il popolo di Cagnano si trovò infine davanti alla grotta di Monte Sant’Angelo, dove San Michele aveva deciso di rimanere.

Fuori dalla leggenda
Sembra che lo scopo della leggenda sia quello di mettere in chiaro che la supremazia del culto micaelico spetti a Monte Sant’Angelo – dove l’angelo avrebbe deciso di restare. Le cose però non sembrano essere andate proprio così. A svelare il mistero – meglio l’inganno – è Antonio Guida di San Marco in lamis, un appassionato studioso garganico secondo il quale le origini del culto micaelico andrebbero ricercate nella grotta di San Michele sul Varano non di Monte Sant’Angelo, così come cercherò di spiegare in questo saggio.
In ogni caso, di vero, in questa narrazione c’è il bisogno di acqua dei cittadini di Cagnano e di tutto il Gargano roccioso e carsico.
Di vero, c’è inoltre che gli abitanti del Gargano erano in passato prevalentemente un popolo di pastori e che il promontorio è stato soggetto da sempre a diverse calamità naturali (terremoti, pestilenze, siccità, invasione d’insetti).
Di vero c’è infine la lotta tra coloni e allevatori che non di rado sconfinavano per consentire ai loro animali di invadere i campi del vicino, così distruggendo il loro raccolto.
Di vero c’è insomma la paura della miseria, della malattia e della morte, nonché lo sfruttamento dei poveri diavoli da parte del più forte.
Di vero ci sono infine le “ragioni di stato”: i politici di turno – bizantini, longobardi, normanni, papi – che si appropriano del culto micaelico perché tramite esso potessero meglio governare le popolazioni del luogo.
Per superare le difficoltà della vita le condizioni precarie dell’esistenza le popolazioni garganiche hanno dato pertanto spazio al culto miacaelico, l’angelo che in Oriente aveva già fatto parlare di sé con i suoi miracoli: Michele assicurava la salute, guariva i ciechi, contrastava il male, lasciava sperare in un Aldilà di giustizia.
È questa la ragione per cui il complesso statuario dell’Arcangelo vuole che Michele sovrasti il demonio, che assume le sembianze di un arimanne invecchiato, di un serpente o di un toro.
Per la medesima ragione l’Arcangelo indossa le vesti di un combattente e cinge la spada, oppure, porta in mano una bilancia.
Il culto micaelico si sarebbe irradiato nel Gargano a partire dal quinto secolo dell’era volgare – così come traspare dalla leggende e dalle apparizioni– per un motivo ben preciso, costituito dalla presenza ancora radicata nel promontorio dei culti pagani, come attesta la grotta sul Varano dove prima che si diffondesse il cristianesimo si praticavano culti originari dell’Egitto, della Persia, della Grecia: di Mitra e di Apollo, delle acque, della divinazione, dell’incubatio, pella pesatura delle anime.
A tutt’oggi la ricorrenza dell’Arcangelo Michele si celebra due volte l’anno: l’8 maggio – legata alla tradizione longobarda e dai cagnanesi più sentita- e il 29 settembre – che coinvolge maggiormente i cittadini di Monte Sant’Angelo.
5 SAN MICHELE IN GROTTA DI CAGNANO V. (FG)12a  LEGGENDA DEL TORO17 PITTUR RUPESTRE MADONNA CON BAMBINO22 GRAFFITI DI MANI E PIEDI DEI FEDELI

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 30 settembre 2015 in luoghi della memoria

 
Immagine

La leggenda dell’Apparizione di San Michele Arcangelo alla grotta di Cagnano Varano

0. laguna-grotta e dintorni“La tradizione popolare cagnanese narra che un giorno, mentre un pastore pascolava gli animali, un bue scappò via e andò ad infilarsi in grotta attraverso un  buco. Il pastore fece molti sforzi per farlo uscire, ma non ci riuscì. Da quel buco vide però apparire in mezzo ad una gran luce l’arcangelo San Michele. 

Il pastore corse subito in paese per narrare l’accaduto ai cagnanesi che si unirono a lui per potere vedere  anch’essi l’Arcangelo.

Giunti sul posto, allargarono il buco della grotta, cercarono in ogni angolo, ma San Michele non c’era più. Trovarono però le sue ali e l’impronta del suo cavallo.

Decisero di proseguire la ricerca seguendo le orme del suo cavallo, che li condusse alla Fontana di San Michele, dove all’Arcangelo che aveva sete, avvicinò la bocca alla parete rocciosa e da questa zampillò improvvisamente acqua fresca e pura. Tutti i cagnanesi ebbero poi modo di attingere acqua alla sorgente Fontana di Sa Michele fino a che fu realizzato l’acquedotto pugliese. 

Le tracce condussero proseguivano in direzione di Monte Sant’Angelo. Seguendole, il popolo di Cagnano attraversò la contrada di do nLluise  [il barone duca del luogo don Luigi Brancaccio] e si trovò di fronte alla “puscina di Sammechele”, dove l’arcangelo aveva trasformato una pozzanghera in acquaio utile per fare dissetare gli animali, e giunse infine davanti alla grotta di Monte Sant’Angelo, dove San Michele aveva deciso di fermarsi.”

 

Di vero in questa narrazione c’è che:

  1. il territorio di Cagnano, come tutto il Gargano,  è arido e  soggetto a terremoti;
  2. molti abitanti del luogo erano in passato pastori;
  3. senza l’acqua  la vita dei paesani e degli animali era compromessa;
  4. la grotta di San Michele di Monte Sant’Angelo è diventata più famosa di quella di Cagnano.

Di vero c’è anche che la Grotta di San Michele di Cagnano Varano vanta una lunga frequentazione, che va dal paleolitico sino ai nostri giorni, che in essa trovano stanza variegate contaminazioni culturali, come attestano i segni dei diversi approcci avuti nel tempo con il sacro. Qui si sono infatti  recati gli uomini in ogni tempo per incontrarsi con gli dei e i semidei (per chiedere responsi e guarigione ad Asclepio, per tributare onori a Mithra, a Iside, ad Apollo e a Venere) prima, per invocare l’aiuto degli Angeli San Michele, San Raffaele, San Gabriele), della Vergine e di San Pio, con la diffusione del Cristianesimo.

In occasione delle feste patronali (8-10 maggio) vi invito  a visitare la Grotta di San Michele di Cagnano Varano e a narrare ai bambini la leggenda di San Michele.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 3 maggio 2014 in luoghi della memoria

 

Kàlena: un po’ di storia

Kàlena è una località legata inizialmente ad una chiesa abbandonata. Ad un certo punto la storia di questa abbazia s’intreccia con quella dei monastero di Montecassino e di Tremiti. Accade, poi, che Tremiti la fagocita, assorbendola nel suo seno, insieme alle sue proprietà. A fine Settecento, in ogni caso, anche il ciclo dell’abazia tremitese si chiude, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine di storia.

Corre l’anno 1023 quando l’arcivescovo di Siponto, con il consenso del clero diocesano, dona al monastero [cenobio] di Santa Maria delle isole Tremiti, nella persona dell’abate Roccio, “la chiesa non più officiata [ecclesia deserta] di Santa Maria di Calena con le sue pertinenze, quattro appezzamenti di terreno appositamente acquistati e i boschi siti nella medesima zona”.[1]  Ecco la motivazione: "molte terre di proprietà della mensa vescovile restano incolte per la lontananza della sede”. Leggiamo testualmente:

En ego Leo divina concedente grazia sancte Sipontine sedis arcgiepiscopus, testamentum declarationis  facio qualiter plurimis terris abuntantibus de episcopio nostro pertinentibus, plurima inculta remanent propter sui diversitatem, in diversis enim locis consistunt, intre que plurima que laborare nequimus, est una ecclesia deserta in loco que vocatur calena, cuius vocabulum est Sancta Maria; anc ecclesiam cum ipsa terricella parva in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello, placuit mich[i] et omnibis sacerdotis et levitis, cunto clero nostre sedis, omnibus in unum pro hac causa ad consilium ollectis, offerre ij cenobio Beate Marie in insula que Tremiti dicitur, in qua preesse videtur domnus Roccius abbas; [ …].[2]

Sulla data non sembra esservi dubbio, poiché il documento dice espressamente che la donazione è rogata “sexagesino secundo anno imperii domini Basilii et domini Costantini sanctissimi imperatoribus nostris”.[3]

Pare che sia costume dei tremitesi acquistare appezzamenti di terreno coltivati a grano o a vigne, anche in piccole chiese rurali di origine privata, con l’impegno di fondarvi una cella benedettina.

Nel 1053, anno della battaglia di Civitate [giugno 1053], che segna la vittoria dei Normanni sui bizantini, Sancte Marie in loco Calena è tra i beni tremitesi. Lo conferma il Privilegium di Leone IX. È Guisenolfo, abate tremitese filobizantino, a chiedere tale conferma al papa, temendo i Normanni. Insieme ai possedimenti, la prima autorità della chiesa di Roma concede all’abate l’immunità dalla giurisdizione vescovile.[5]

Nel 1059 si assiste al tentativo di Desiderio, abate di Montecassino, di annettere a Cassino le isole di Tremiti e tutti i loro beni. Quando, nell’estate del 1059, papa Niccolò II scende a Melfi per il concilio, Desiderio si fa donare da Riccardo d’Aversa anche il monastero di Santa Maria di Calena. Il monaco tremitese Adam, però, interviene prontamente per dimostrare le ragioni di Tremiti e, due giorni dopo, esibendo gli antichi prvilegi, ottiene sentenza favorevole.  Il privilegium del 1061 riconferma, quindi, al monastero di Santa Maria di Tremiti, retto dal monaco Adam, tutti i possessi e i diritti che gli spettano. Ciò  soprattutto dopo le pretese dell’abate di Desiderio. Anche qui troviamo in elenco Santa Maria di Calena.[6]

L’ecclesia Sanctae Mariae de Calena è poi citata nel Privilegium del papa Alessandro III, datato 25 luglio 1172, ed è compresa nel territorio Montis Sancti Angeli de Gargano.[7]

Il privilegio più importante, che testimonia la grandezza dell’abbazia di Càlena, è del 7 maggio 1176. È emanato a Palermo da Guglielmo II. I suoi beni comprendono il luogo in cui insiste il monastero di Kàlena, i terreni, le chiese, le celle, le case, i castelli, gli orti, i vigneti, gli oliveti, i mulini, i casali, le saline, le pertinenze ubicate un po’ ovunque, soprattutto lungo la fascia che dal Gargano nord giunge fino a Campomarino. 

 

cellam beati Pauli, cum terris et aliis pertinentiis suis; cellam Sancte Trinitatis de Monte sacro com terris et pertinentiis suis; cellam Sancti Nicoli de Marino cum pertinentiis suis; cellam Ss. Cosmi et Damiani cum pertinentiis suis; cellam Sancti Nicolay de Montenigro cum ipso casali, molindinis et aliis pertinentiis suis; cellam San Petri de Schitela cum pertinentis suis; cellam S. Iohannis de fauce Sparviperga cum pertinentis suis; cellam  Nicolai de Imbuto cum pertinentis suis; et castrum ipsum imbutum cum silvis, terris et vineis suis; cellam S. Petri de Casa veteri cum pertinentis suis; cellam S. Salvatoris sita in territorio civitatis vestan (e) cum pertinentis suis; in loco  qui dicitur Pesclice cellam S. Andree, cellam S. Barbare, cum baptisterio et casali et cellam S. Petri cum earum pertinentiis; in civitate Siponto cellam S. Lucie et cellam S. Giorgii cum earum pertinentiis; cellam S. Stephani de Cannis cum salinis et terris suis, cellam S. Giorgii in territorio Rignani cum pertinentis suis ; et ibidem terras et olivas; in Casali novo ecclesiam S. Basilii cum domibus, vineis et olivis; iuxsta castrum Cagnariii ecclesiam S. Giorgii, ecclesiam S. Marci et ecclesiam S. Barbare cum earum pertinentis; in pertinentis Caprilis ecclesiam S. Marine, sancti Helie et S. Bartolomei cum pertinentiis earum, in territorio Rodi eccelsiam S. Agate, S. Teodori, S. Martini e S. Menne cum molendinis et earum pertinentiis; in Barano piscatores ad piscandum in Pantano et flumine; in territorio Vici ecclesiam S. Blasii, S. Nicolai Pancratii Sancli Angeli de gaio et S. Stephani cum molendinis et earum pertinentiis; item in castro Peschlice homines cum possesionibus, dominio districto et omni iure ipsorum et iuxsta ipsum castrum ecclesias S. Nicolai monachorum et S. Maria de Calenela  cum hominibus et pertinentiis earum; item in praedicta civitate vestane domos et extra civitate vineas et olivas et ecclesias S. Iohannis, S. Marci et S. Felicis cum pertinentiis earum; in Campomarino ecclesia S. Thome cum domibus, vineis, olivis et terris et aliis pertinentiis suis”.[8]

Alle dipendenze dell’abazia di Kàlena sono dunque ben 16 celle,  obbedienti alla regola di San Benedetto da Norcia, variamente distribuite in terra garganica, dove uno, dove due e dove tre: a Ischitella, a Carpino, a Cagnano, a Vico, a Vieste, a Rignano, a Peschici.[9]  

Nel tenimento di San Nicola Imbuti – territorio di Cagnano Varano – Kàlena possiede la cella omonima con le pertinenze, il castello dell’Imbuto, boschi, terre e vigneti. Esercita, inoltre, i diritti di pesca  sul lago di Varano e sul fiume.[10]

 

L’abazia Calena per un certo tempo conduce una vita indipendente e gode di buona salute sul piano economico. Lo conferma il succitato Privilegium e quello sottoscritto da Innocenzo III nel 1208.[11]

Per il monastero tremitese inizia intanto una fase di declino. Per uscirne fuori, nel XIII secolo il governo di Tremiti passa all’ordine dei Cistercensi e nel XV ai Canonici regolari di Sant’Agostino, che, pensano di recuperare il patrimonio, rivendicando  anche il possesso di Calena.[12]  In queste pretese i priori di Tremiti hanno l’appoggio di papa Eugenio IV e alla fine vi riescono, dato che il 7 marzo 1445 il papa ordina che Kàlena sia restituita ai Canonici. Il provvedimento consente, intanto, al monastero tremitese di rifiorire, ampliando  i territori anche con altre donazioni.

La vita a Tremiti non è semplice perché bisogna contrastare il potere dei feudatari e dei vescovi locali. I tremitesi, però, hanno dalla loro sovrani e papi, per cui non affrontano da soli le difficoltà. Al tempo degli aragonesi  è soprattutto re Ferdinando a proteggerli. Nel Gargano, ad esempio, nel 1451 Giovanni Dentice, signore di Ischitella,  è condannato a restituire al monastero la barra dell’isola Varano; nel 1467, il priore di Tremiti riesce a spuntarla sul signore di Vico, Ettore Bulgarelli, che pretende i diritti di pesca sul lago. Dal 1464, inoltre, re Ferdinando obbliga detti signori garganici a far macinare il grano nei molini tremitensi di Calena e di Montenero (Vico).   

I priori di Tremiti ora sanno che non possono vivere isolati, che hanno bisogno dell’appoggio delle massime autorità. Si fanno sempre più furbi. Basti pensare che nel 1462 tentano di corrompere l’abate di Ripalta, al fine di barattare Kàlena, esentasse, con la chiesa di Ripalta – altro possedimento benedettino in terra garganica molto appetitoso. Il tentativo non si traduce in realtà, probabilmente perché i cistercensi sono messi a parte del piano.

I canonici di Tremiti, in ogni caso, ottengono diversi privilegi: dal re Ferdinando, che nel 1475 li esenta dalla gabelle su ogni prodotto importato dalla terraferma, dal papa Sisto V, che nel 1483 li esonera da ogni imposizione. Lo stesso fa papa Innocenzo VIII (1482).

Grazie a queste agevolazioni fiscali, l’economia del monastero di Tremiti si fa sempre più robusta, consentendo ai priori di investire in opere di pubbliche utilità, mettendo in primo piano la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, la fortificazione dell’isola di san Nicola, la sistemazione delle zone agricole possedute in terraferma. Il monastero di Tremiti riesce finalmente ad ottenere la chiesa di Santa Maria della Carità di Ripalta. Accade anche che da priorato diviene abazia: primo abate Savino da Mortara.

Sin dal XIII secolo il monastero di Tremiti attira lungo le sue coste un pubblico eterogeneo, spinto da motivi diversi: dai mercanti, contrabbandieri e pirati, ai pellegrini che giungono dal Molise e dai centri garganici perché denoti alla Vergine. Se quest’ultima ragione giustifica l’ampliamento della chiesa, la presenza e le incursioni turche lungo le coste legittima la costruzione delle mura di cinta e delle torri.

All’inizio del secolo decimo sesto, mentre Tremiti vive gli ultimi momenti di gloria, l’abazia di Kàlena è in declino ma nelle sue mani, ancora con un interessante patrimonio posseduto sulle coste garganiche: estesi uliveti intorno a Kàlena, frutteti e vigneti intorno alla chiesa di San Nicola di Montenero, la chiesa di San Nicola Imbuti sulle rive del Varano, con terreni e boschi per sette miglia, tutta l’isola Varano adibita a pascolo invernale degli animali grossi.

Molto più allettante è un’altra ex dipendenza di Kàlena: il grande complesso agricolo di Sant’Agata, che si estende per 27 miglia alla foce del Fortore, con colture cerealicole, viticole, boschi e pascoli dove si alimentano  ovini, bovini, suini e cavalli.

L’abazia tremitese  e quella di Kàlena svolgono, in definitiva,  ruoli diversi e importanti, sui piani economico, culturale e religioso. Gli abati insegnano a coltivare i campi, a praticare le colture specializzate della vite e dell’olivo, l’allevamento, a coltivare il rapporto con Dio e con i Santi, consentendo al Gargano di procedere in qualche modo verso il progresso.

Dopo l’attacco dei turchi (1567), nonostante si sia ben difesa, per l’abazia inizia l’agonia. Con il tempo, i suoi interessi cominciano a confliggere anche con quelli della chiesa e dei sovrani. Il colpo di grazia le viene inferto dalla politica anticlericale di Carlo III di Borbone, che nel 1737 dichiara le isole di “real dominio” e decide di presidiarle. Nel 1872 l’abazia è soppressa e i suoi beni vengono incamerati nel regio demanio, affidati ad un amministratore di nomina regia.

Dopo di che la storia continua, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine.


[1] Nel sessantaduesimo anno dal dominio di Basilio e di Costantino, cfr. ARMANDO PETRUCCI [a cura di], Codice diplomatico del monastero benedettino di Santa Maria di Tremiti (1005-1235), Roma 1940.

[2] Ibidem, Chartula offertionis, n. 8, pag. 25

[3] Ibidem, pag 25.

[4] Ibidem, Chartula offertionis, n. 18.

[5] Ibidem, Leonis papae IX Privilegium, n. 49

[6] Ibidem, Nicolai papae privilegium, pag. 214.

[7] Ibidem, , doc. n. 11, pp. 316-322.

[8] A. PETRUCCI, cit., Introduzione, pag. LXXXVI.

[9] Anni fa in un articolo su Il Gargano nuovo lanciai l’idea di ricostruire un percorso turistico culturale alternativo da intitolare “Per cellas casinates”. Rilancio l’idea, affermando che sarebbe interessante individuare e censire le cellas elencate in questo documento [o per lomeno quelle di cui è rimasto un brandello di muro], progettare la loro ristrutturazione, disegnare un percorso che conduca i visitatori dal monastero madre alle piccole celle. E per chiudere, una visita alla laguna.

[10] Ciascun lettore garganico (Vico, Ischitella, Peschci, Carpino, Rodi, Rignano, Siponto …) e molisano, leggendo il documento, troverà almeno un toponimo familiare.

[11] Ibidem, pp. LXXXV-VI.

[12] Ricordo che la prima contesa tra Montecassino e Tremiti per il possesso di Calena e suoi beni risale all’XI secolo.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 24 giugno 2009 in luoghi della memoria

 

San Nicola Imbuti, sito

 

 

Il sito di San Nicola Imbuti, oggi  San Nicola Varano, dista da Cagnano Varano (FG) circa 10 km, costeggia la riva occidentale della laguna di Varano, precisamente nel punto in cui una lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola (versante orientale di Monte Devia) si getta nelle acque, delineando appunto la forma dell’ “imbuto”, da cui ha tratto la denominazione in epoca medievale. 

 (vedi foto). L’area, che comprende la graziosa penisoletta, offre ai visitatori uno spettacolo particolarmente interessante, ricco di storia, di fascino naturale e di tranquillità

La vicinanza dalle Isole Diomedee costituisce uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti diventa pertinenza di quel complesso monastico benedettino, che in passato svolge importanti funzioni politico-culturali e religiose. 

San Nicola è anche il nome della chiesa dell’Imbuti. Dal punto di vista morfologico, tutto il tenimento  si presenta come una collina molto dolce, digradante verso la laguna, popolata da piante e arbusti tipici della macchia mediterranea, piantagioni di fave e di ortaggi, tra cui emerge la coltura specializzata dell’olivo.

Nella zona manca un’idrografia superficiale, mentre all’interno della penisoletta, ai piedi del lago, si nota la presenza di due sorgenti, che sicuramente ha un peso nella scelta del sito da parte dei benedettini, che vi si insediano nell’XI secolo.

Dal punto di vista storico-antropico, lo scenario dell’Imbuti è caratterizzato dalla cella benedettina, dall’ex Idroscalo e dalla chiesa di Santa Barbara.

              La presenza di questo tenimento  è attestata da una chartula offertionis del 1053, secondo la quale Sariano, abitante di Devia [territorio di San Nicandro G.co, popolata da slavi provenienti dai Balcani ], dona al monastero di Santa Maria di Tremiti, metà casa, una vigna e un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra, uno dei quali confina con un’antica strada che conduce all’Imbuto (via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto). Nel sito sono, dunque, presenti evidenti tracce di frequentazione medievale, mentre andrebbero effettuate ricerche riguardo a insediamenti preesistenti.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 settembre 2008 in luoghi della memoria

 

Santa Barbara, chiesa dell’Imbuti

 

      

     La chiesa di santa Barbara è costruita nel 1920, come attesta la scritta in facciata, per consentire ai militari e ai civili residenti nell’area dell’idroscalo di San Nicola Varano (o Imbuti) di partecipare al culto.

 

     È situata in posizone frontale rispetto a viale Irene, a sinistra della strada provinciale Bivio San Nicola Varano- Capojale, da cui si accede.  Per arrivarci, bisogna percorrere un sentiero, passando tra gli ulivi. Si presenta in condizioni statiche compromesse, soprattutto nel solaio, pressochè inesistente.

 

     È lunga 30 mt, larga 17 mt, alta mt 10. Occupa una superficie di 510 mq. La struttura portante è in mattoni pieni, il pavimento e l’intonaco sono cancellati. Esternamente domina il giallo dei mattoni di argilla gialla, che rivestono la chiesa, interrotto dal bianco delle colonne e dal rosso-marrone del tetto.

 

     Per entrarvi si fatica un po’, per via di alcuni scalini rotti e altri mancanti. Sull’ultimo gradino, a destra e a sinistra del portale, poggiano due colonne a base circolare con capitello corinzio. A destra e a sinistra delle due colonne, dal centro verso l’alto, sono due nicchie rettangolari con sommità ad arco semicircolare.

 

     Alla sommità del portale è ancora visibile la scritta “S. Barbarae, aer. Aec. Classium patronae”, dedica a Santa Barbara, protettrice delle forze militari aeree e navali. Sopra l’arcata d’ingresso della chiesa è una finestra tonda e forata, con sei luci a forma di settore circolare, posizionata tra due esili colonnine, anch’esse cilindriche.

 

     La facciata termina con un timpano arricchito da quattordici colonne sormontate da capitelli corinzi, su cui poggiano undici archi. All’apice del timpano una croce in ferro che le intemperie hanno piegato in avanti.

 

     Entrando si notano tre navate divise da sei colonne a base quadrangolare, tre per ciascuna navata. Quattro di esse sono ornate con capitello. Sei finestre circolari, situate sulle due pareti laterali, illuminavano un tempo la chiesa [ora scoperchiata].

 

   In fondo alla navata centrale, su di un piano leggermente rialzato, è l’abside semicircolae in cui doveva essere situato l’altare. Al suo posto è un fico. A destra dell’abside è un piccolo vano-sacrestia, a sinistra una scalinata di 55 scalini, che conduce al campanile, ancora in buone condizioni. Sotto la scalinata è un altro piccolo vano. Le quattro facciate del campanile preseentano due bifore per ciascuna. La copertura del tetto realizzata in legno manca quasi del tutto.

 

 

Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 settembre 2008 in luoghi della memoria

 

San Nicola Varano, idroscalo della Regia Marina

 

 

L’idroscalo di San Nicola Imbuti nasce per motivi di difesa e precisamente per consentire alle squadriglie aeree impiegate nella guerra del basso e medio Adriatico di effettuare soste e riparazioni, e  per l’insegnamento del pilotaggio degli idrovolanti e per contrastare gli attacchi nemici. Gli austriaci avevano, infatti, basi aeree e navali a Cattaro, in Iugoslavia, a un centinaio di km dalla Puglia. Tra Marisabella (Bari) e Ancona, San Nicola Imbuti sembra occupare una posizione strategica. Il sito, che, oltre all’appendice che forma l’insediamento dell’idroscalo, comprende mille metri di sviluppo di costa,  diviene, perciò, possesso del demanio Marittimo e  della Difesa dello Stato.

 

Agli anni 1918/1920 risale la ultimazione della base militare per gli idrovolanti, mentre i lavori secondo testiminianze orali iniziano nel 1913. L’idroscalo comprende una trentina di edifici in stile coloniale, che versano in uno stato di degrado, tranne una palazzina, restaurata cinque anni or sono e – purtroppo-  non resa funzionale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cattedrale nel deserto”.

 

Edifici maestosi, ben allineati, a più piani, con porticati e ampie finestre, collocati in gran parte lungo Viale Irene, tra cui emergono quelli “del Comandante”, (855 mq di superficie di pianta e 22 vani), “del Principe”, sede degli uffici,  sormontato da un cupola con tricolore, (780 mq, 26 vani), quelli che inglobano l’ex monastero, l’ospedale, … , insieme ad altre costruzioni secondarie, adibite  a forni, a sala barba e docce, lavatoi, ricoveri, scuderia, produzione del ghiaccio, spazi che dimostrano la grandiosità del progetto.

 

Il programma dei lavori eseguiti durante la guerra fa parte, infatti, di un progetto più grande, che comprende l’impianto di diverse batterie antiaeree e costiere lungo tutta la costa da torre Mileto a Manfredonia alle Isola Tremiti, la costruzione di un porto militare a Capojale, la bonifica del lago Varano, la costruzione di strade, di una linea telefonica  e di un tronco ferroviario,  lo studio per il rifornimento di acqua potebaile nel tratto Capojale-San Nicola Varano, l’acquisto di terreni intorno al lago per favorire la colonizzazione interna e migliorare l’industria della pesca.

 

Nel 1917, allorché vi stazionano gli ufficiali, che compiono operazioni di volo con gli L3, l’idroscalo ha ospitato l’ammiraglio Thaon de Revel, come si evince dai documenti fotografici. C’è  chi sostiene che sia stato visitato anche dal re Vittorio Emanuele III.

 

Ivo Monti, tenente macchinista aviatore della Regia marina decolla da San Nicola Varano con la sua squadriglia e compie diverse operazioni, ma il 2 giugno 1918 non fa più ritorno da Lagosta, isola slava sotto il controlo nemico. Il Foglio d’ordine del Ministero della Marina, in data 23 giugno 1921, stabilisce che la stazione idrovolanti di San Nicola Varano porti il nome di Ivo Monti, “che perde gloriosamente la vita in servizio aereo, per l’entusiasmo, la scienza e la conoscenza dell’organizzazione e valore del servizio aeronautico evidenziati durante la guerra navale”. Ordina, quindi, di apporre una targa, accompagnandola da una degna funzione. Epigrafe che ciascun visitatore può leggere, incisa sull’elica di marmo fissata sulla parete dell’edificio detto “del comandante”.

 

Cessata la “grande guerra”, vanno in fumo anche gli altri progetti. Nel 1936 si effettuano alcuni lavori di sistemazione dell’idroscalo, si demoliscono gli hangar, si costruisce il banchinaggio. Negli anni del secondo conflitto mondiale a San Nicola opera una sezione d’idrosoccorso con due Cant 506 Airone. La cronaca parla si salvataggio di militari inglesi al largo dell’Adriatico, di recupero in mare di un pilota italiano e di altri naufraghi.

 

Dell’ex idroscalo, che vanta di aver svolto importanti funzioni, oggi restano solo edifici fatiscenti, immersi in un silenzio preoccupante, interrotto solamente dai muggiti degli armenti che vi pascolano. I terreni dell’Imbuto, una volta cessato il conflitto, passano in mano a privati e/o usurpatori.  

 Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

 

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 settembre 2008 in luoghi della memoria

 

Per ” casinates cellas”, Cella Santo Nicolay dello Inbuto


               Uno degli edifici dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti, situato vicino alla sorgente omonima, nasconde tracce di una esistenza più lontana: è la cella Santo Nicolay dello Inbuto [Imbuto], posseduta dai monaci cassinesi. Ne fa fede un documento del 1058 che cita tra le altre pertinenze di Kàlena “cellam sancti Nicolay cum vineis et terris suis”. Nell’Inbutus, ci sono, quindi, una cella, dei vigneti e terre di sua pertinenza.

 

E’ possibile, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che all’epoca di Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti è raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, strada che svolge importanti funzioni economiche e politiche, collegando antiche città e ville-fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord, destinate a diventare comuni.

 

I monaci cassinesi colonizzano estese aree, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, per motivi anche di ordine economico, religioso e politico. Ambiscono esercitare il controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo potranno disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga) seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne, alimento che attiva un commercio invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce.. Nell’area di San Nicola di Varano sono diverse sorgenti, che danno modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando l’importante risorsa, costituita dall’acqua. Il tenimento costituisce una discreta risorsa economica del monastero madre di Santa Maria di Tremiti, anche perché vi si riscuotono le decime sull’intero lago.

 

C’è poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In epoca medievale, la via veteres che passa per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituisce un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allaccia i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e che è molto vivo il culto per l’Arcangelo.


           C’è, infine, l’interesse politico, legato al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia è a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) è popolata da genti proveniente dai Balcani. 

 

Il convento di San Nicola Imbuti è, dunque, una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, accrescono  il patrimonio e il prestigio della Casa di Santa Maria di Tremiti.

 

Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, ma c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem fatta da suo padre, il quale non riserva per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come esplicita la fonte- iniziano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, gira  intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insiste  un pesclo e una centia, prosegue con Nido di Corvo, taglia  poi dritto per il lago e si ricongiunge  con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), prosegue per metà isola e si ricongiunge  al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni. Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dà torto al signore di Devia e lo condanna a pagare 200 once, mentre riconosce a Santa Maria di Kàlena (Peschici) il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto.  

 

I privilegi di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituiscono beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

 

Nel 1332 Imbuti è annoverato tra i casales, uno dei tanti insediamenti tardomedievali destinati a morire. A seguito della decadenza della comunità benedettina di Tremiti e degli attacchi di pirateria da parte dei turchi, papa Gregorio XII affida ai cistercensi il compito di promuovere la rinascita e di erigere fortificazioni.

 

In epoca moderna, nel tenimento ci sono una chiesa, un castrum, folti boschi. Si pratica ancora la viticoltura, mentre sul lago si continuano ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare: pesci di ottima qualità (anguille e capitoni soprattutto), anche essiccati, di cui alla chiesa dell’Imbuti spetta la decima parte. Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati. Le acque dell’Imbuti sono appetibili anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli, che giungono in questi luoghi sostandovi d’inverno; i suoi pascoli, che si estendono fino all’isola Varano, sono utili per far svernare gli animali grossi del monastero di Tremiti.

 

Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i pascoli dell’Imbuto cominciano, però, ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico, Peschici e Ischitella vogliono appropriarsene.  

 

Nella prima metà del 1700, il grande feudo ecclesiastico di San nicola Imbuti, che si estende per Ha 5273 circa,  è posseduto dai Canonici Regolari Laterannensi di Santa Maria di Tremiti. Nell’Onciario si legge che tale feudo comprende il convento soppresso di San Nicola dell’Imbuto, beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria, una difesa boscosa di San Nicola dell’Imbuti affittata ad uso di manna e da far pece, di terre seminative e mezzane. Nel 1783, quando la badia di Tremiti cessa la sua agonia,  il tenimento dell’Imbuti passa nelle mani dello Stato, per essere poi comprato da Giacomo e Francesco Forquet, domiciliati in Napoli.

 

La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’Imbuto fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente. Il monastero viene poi distrutto e abbandonato dai monaci.

 

“I monaci recatisi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava ombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredarono, poi distrussero completamente la forma del monastero. I religiosi da allora non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare.” 


            In seguito, gli abitanti dell’Imbuti si sono trasferiti a San Nicandro Garganico e a Cagnano, le strutture rimaste in piedi si sono trasformate in masserie. Dell’antica cella restano alcuni segni inconfondibili presenti in uno degli edifici dell’idroscalo: la volta a botte di alcuni vani del piano terreno, i muri spessi, il materiale da costruzione, qualche finestra, il dislivello tra i vani, le difformità rispetto ai nuovi edifici.


 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 settembre 2008 in luoghi della memoria