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Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

 

Prefazione di Leonarda Crisetti

Nella prima parte del mio intervento vorrei spendere due parole a favore della lingua dialettale, che non merita di essere subordinata alle altre lingue neolatine, ma ha una propria dignità, sia per l’efficacia comunicativa ed espressiva, sia per lo spessore sociale e storico-culturale, come cercherò di argomentare qui di seguito. Nella seconda parte accennerò al titolo di questa snella ma significativa antologia,  farò qualche osservazione sull’impianto del libro, sul contenuto dei testi e sul loro scenario.

Nel Gargano il dialetto può dirsi ancora la lingua materna, perché è la prima che continua ad essere appresa dal bambino. Essa è, inoltre, la lingua del focolare, degli affetti, dell’essere, perché si parla con i propri familiari, con gli amici, con la gente del proprio paese nelle situazioni informali. Ancora, il dialetto – che è veicolato massimamente attraverso il parlato – non ha bisogno di eccessiva rigorosità logica perché chi lo usa gode dell’opportunità di avere di fronte l’interlocutore, di capire pertanto da subito se il messaggio viene recepito, anche perché la comunicazione verbale è completata e integrata dalla postura e dal linguaggio mimico-gestuale. Emblematica a tale riguardo era la posizione della nonna quando, le braccia conserte, lo sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore, l’espressione seria del volto, proferiva: “Jè accussì”. Senza concedere il diritto di replica. Il dialetto, infine, è espressione di un gruppo ristretto. L’italiano, al contrario, è una lingua utilizzata in un’area geografica molto più estesa, caratterizzata da un codice decisamente più articolato, scritto e orale, e dall’autorità, cioè dal potere di essere insegnata nelle scuole, di veicolare norme e regolamenti. Dialetto e lingua, anche se diversi, sono in ogni caso entrambi importanti strumenti di comunicazione.

Non tutti, però, la pensano così. C’è infatti chi ritiene che il dialetto sia inferiore alla lingua nazionale per il fatto che non è ricco e variegato come l’italiano e non è in grado di astrarre e di concettualizzare come la lingua nazionale. D’altro canto, se si analizza il vocabolario dialettale, si scopre che non è facile reperire termini astratti, quanto piuttosto parole riconducibili all’ambito dell’esperienza concreta. Non è agevole, ad esempio, trovare nel repertorio dei dialetti parole come gentilezza, dolcezza, candore e, per esprimere tali virtù, si ricorre agli aggettivi corrispondenti (gendìle, “gentile”, dòvce ,“dolce”, gghiànghe, “bianco”).[1] I detrattori ritengono inoltre che il dialetto sia espressione di povertà culturale. Ne sarebbe prova il fatto che esso è parlato da chi occupa i gradini più bassi della scala sociale, spesso con disagio e vergogna, avvertendo un senso d’inferiorità. Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’italiano non era ancora abbastanza diffuso e i meno abbienti si esprimevano solo in dialetto, a scuola andavano bene solo i figli del ceto medio – alto per il fatto che padroneggiavano l’italiano, mentre i figli dei poveri venivano bocciati perché possedevano un “codice ristretto”[2]. Per decenni si è poi ragionato così: – Se il dialetto è fonte di discriminazione e di svantaggio, è inutile continuare a parlarlo. È accaduto perciò che molte famiglie, pensando di fare il bene dei propri figli, hanno cominciato a dismettere l’abitudine di parlare in dialetto, alitando sul fuoco di chi si fa portavoce della superiorità della lingua nazionale.

Se i contrari sogliono associare il vernacolo alla persona ignorante e non abbiente e avvalorare l’ipotesi che il dialetto sia lingua “cenerentola”, i fautori sono del parere che il dialetto sia “lingua del focolare, dignitosa sorella minore delle lingue neolatine”[3] che meglio esprime l’intimità e l’identità. Non a caso quando si è addolorati, adirati, annoiati, estasiati, le prime espressioni che vengono in mentre sono nella forma dialettale e quando ci si sente soli si vorrebbe a fianco un amico che parli la lingua che più ci è familiare. Significativo, a tale riguardo, il testo di Pietro Salcuni, presente in questa antologia – un elogio al dialetto che, “muntanère, napuleténe o giargianèse, assuzzèsce segnure e jumméne strutte de lu vosche, de la città o de lu paèse” – per il quale “a Monte pe doje parole all’use descurse ej chiére pure s’ej ‘mbecciuse, se tenghe nu ruspe ‘ncurpe cusse ej u suspètte ca ije sacce cumunechè schitte ‘ndialette”.[4]

Certo, il dialetto potrebbe condizionare negativamente la formazione qualora fosse l’unica lingua a disposizione della persona, la quale per stare bene con se stessa e con gli altri deve sapersi esprimere e capire l’espressione altrui nei vari contesti e situazioni, ma non è così. Il dialetto non sostituisce l’italiano, né l’inglese o altra lingua internazionale, ma esplica una funzione comunicativa complementare e integrante, e la formazione linguistica risulta tanto più funzionale e completa quanto più è radicata sulla concretezza e sulla lingua parlata nei contesti di vita vissuta, a partire da quella del focolare. Il dialetto, d’altro canto, rinsangua l’italiano, dandogli nuova linfa.

Il dialetto è strumento di comunicazione che si veste delle peculiarità sintattiche, semantiche e fonologiche prodotte nelle varie epoche e nei diversi luoghi geografici. Questo accade perché le lingue sono per natura dinamiche, non si cristallizzano, ma evolvono, mutuando e trasformando termini ed espressioni usate dalle persone con le quali si è in contatto. Così è per i dialetti dei paesi del Gargano, che sono la risultante delle parlate dei popoli che si sono succeduti nel tempo e nello spazio. Vi si trovano le tracce delle varie dominazioni, del fenomeno della transumanza, delle divisioni amministrative, dei contesti culturali. Lo attestano i termini in uso riconducibili alla cultura greca (spara, “cercine”, fanòja “falò”), alla lingua prelatina (crapa, “capra”, grava, “voragine”), latina (restuccia, “stoppia”, setìdde , “setaccio”), longobarda (ualàne, “bovaro”, zènna, “angolo”), araba (varda, “basto”, nzanzàna,“ruffiana”), francese (sciarrabbà, “calesse”, traìne (carro a due ruote), spagnola (nínne ,“bambino”, manda “coperta”), slava (jale “spiaggia”).[5]

Mettendo a confronto alcune voci[6]  e ascoltando le conversazioni, si capisce che i termini dialettali sono diversi soprattutto a livello fonologico, spesso per il tramutarsi e/o prolungarsi del suono vocalico, per la presenza di dittonghi, per l’uso di semisuoni[7].  Differenze di cui è possibile dare conto solo in parte attraverso la trascrizione. A livello semantico si registrano invece analogie e differenze riconducibili a volte alle subaree garganiche. Il “cercine”, ad esempio, che le donne mettevano sul capo,  per poggiarvi la scala, il barile, un fascio di rami secchi da ardere, una pagnotta di pane, una vasca d’acqua, ebbene, quest’antico attrezzo a Cagnano, a Sannicandro, a San Giovanni Rotondo e a San Marco in Lamis è detto “spàra” [con il suono aperto della a], a Carpino, a Ischitella e a Peschici “spàre” [con la e muta finale], a Lesina “spàse”, a Vieste “stràzze”, a Monte Sant’Angelo “strazzetìdde”, a Rignano e Apricena “pèzze”, a Rodi Garganico “spère”, a Vico del Gargano “spère” e “taràdde”. Anche se diverse a livello semantico, le voci presentano tuttavia una certa “aria di famiglia” e lasciano supporre che alcune di esse richiamino la forma a spirale (come esplicita l’etimologia greca di “spara”), altre il materiale (“strazze”, pèzze, teli di stoffa, spesso strappati a vecchie lenzuola) di cui era costituito l’antico attrezzo, che “taradde” (tarallo) sia una metafora nata dalla corruzione del termine originario, che richiama comunque la forma ad anello del cercine. Le voci “sète”, “setaróle”, “setìdde”, “setàcce”, “setìlle”, “setèlle”, utilizzate genericamente per indicare il setaccio[8], presentano quasi tutte la radice [“sèt”] riconducibile al latino medievale [sāeta, “setola”, “crine”, da cui sarebbe derivato setacciare], tranne la variante cerneture (dal lat. “cribrum”), usata come sinonimo. Salvo a considerare le varietà locali, perché a Peschici il setaccio per la farina era denominato “sète” e “setarole”, quello utile per fare passare i pomodori si chiamava setacce. A San Marco in Lamis “lu setacce” era di stagno e veniva usato come passa pomodori, “la setarola” constava di una retina sottilissima e serviva per separare la farina dalla crusca o da altre impurità, “lu cerneture” consisteva in un telaio di legno di forma rettangolare sul quale la massaia faceva scorrere i setacci per abburattare. Il setaccio per vagliare il grano, infine, prendeva qui il nome di “farnare”, “farnarédde e farnaróne”, in base alla trama più o meno stretta che lo caratterizzava.[9]

In non pochi casi uno stesso significante assumeva significato diverso da un paese all’altro. Erano i giorni di Natale, quando: “Me magnàte nu scartellate tanda grosse – disse un giovane studente di Cagnano ad un compagno di Sannicandro” – allargando il pollice e l’indice di entrambe le mani, per indicare un diametro di oltre dieci centimetri. Il compagno scoppiò a ridere e rivolto ad altri amici presenti commentò stupito: “Oh a Cagnane ce màgnene li scartellate grosse accuscì!”. L’equivoco nasceva dal fatto che i due non si riferivano allo stesso dolce, perché “lu scartellate” di Cagnano Varano era “lu crùstele” di Sannicandro Garganico, quindi, più piccolo nella dimensione e diverso nella forma.[10] La diversità che connota i dialetti si riscontra persino nello stesso paese ed è riconducibile talvolta ai mestieri. A Cagnano, infatti, i pescatori, che erano soliti fare bollire la reti “nda lu lapìje[11], dov’era stata sciolta una sostanza ricavata dal pino d’Aleppo per non farle deteriorare, si ubriacavano facendo “a ppetècchia”, i contadini che avevano a che fare con i covoni di grano, prendevano la sbornia facendo “mezzètte a rrègghje[12], bevendo in entrambi i casi una grande quantità di vino. Dunque, il dialetto non è una lingua povera ed essenziale, ma lingua che abbonda di metafore, sinonimi e parole di diversa etimologia.

Il dialetto è vera e propria lingua per il fatto che viene utilizzato per comunicare (parlare e farsi capire); è strumento del pensiero perché traduce quest’ultimo in parole; è, infine, oggetto culturale dato che testimonia la storia, l’economia, l’evoluzione dell’uomo e della società. Riflettere su questo codice linguistico è, pertanto, utile al bambino come all’adolescente, perché lo aiuta a socializzare esperienze, a strutturare i propri pensieri, a conoscere la vita dei padri, dei nonni e, più in generale, dell’uomo, ed è auspicabile che tale riflessione venga promossa a scuola.

Resta ora da verificare se la lingua dialettale sia in grado di svolgere anche la funzione estetica e artistica, di esprimere cioè sentimenti ed emozioni che appartengano alla sfera umana soggettiva, se sia capace insomma di fare poesia ricorrendo – ma non necessariamente – alla metrica, agli schemi ritmici e a particolari soluzioni stilistiche. Chi compone poesie, infatti, non lo fa per gli altri, per informare, scrivere o argomentare sul piano razionale, ma per esprimere il proprio mondo interiore, utilizzando le parole, lo spazio, i costrutti in modo personale e creativo, coniando persino nuovi termini.

I detrattori risponderebbero da subito con un no, ritenendo che il dialetto sia incapace di esprimere pensieri profondi e nobili sentimenti. Io, però, attraverso l’analisi di canzoni e poesie popolari tramandate oralmente[13] ho avuto modo di constatare che la lingua dialettale riesce ad emozionare allo stesso modo della lingua italiana e forse anche di più. Essa è infatti ricca di termini originalissimi, di cui non sempre è possibile trovare l’equivalente in lingua italiana. Ricordo un’antica “canzone de sdègne[14] in cui si leggono parole come muschejature (luogo dove le mucche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato dove sostano d’estate le capre), muriature (là dove le pecore si stringono facendosi ombra), sugghiature (luogo sporco dove amano rotolarsi i maiali). Nelle canzoni si utilizzano, inoltre, figure retoriche e onomatopee, sono  adottate  soluzioni stilistiche originali e spesso molto efficaci. Due soli esempi. Ne “I mesi dell’anno”, giugno si presenta dicendo che vuole farsi la “sferracchiata” [mietuta] con “sferrècchia” [falce], tagliando la testa alla “fèmmena vècchia” [campo maturo].[15]  In una “canzone d’amore”, il cantore invita la donna a sciogliersi i capelli – che “ce chiàmene chinzòla cristiiane” – in modo che il vento possa farli svolazzare e il sole li faccia splendere, scegliendo parole singolari come “sbalijà” e “sderlucì”.[16] Le conversazioni dei più anziani si colorano di suoni onomatopeici, quando parlano di pioggia che “scquendèja” (scendendo a goccia), di cielo che “ndrona” (tuona), di “fanòja sckattejènda” (falò che scoppietta), di bambino che fa “tùppete e tiritùppete” (mentre cade e rotola). La tesi che la lingua del dialetto sia capace di fare poesia è confortata da Donato Valli là dove scrive che “ il dialetto si costituisce effettivamente come lingua autonoma, alla quale non solo è possibile applicare il canone tecnico e retorico della letteratura alta indipendentemente dalla sua estrazione sociologica, ma è possibile attribuire un’intensa funzionalità espressiva che nasce dalla incondizionata potenzialità analogica delle forme in un terreno indenne di compromissioni di paradigmi storici e normativi.”[17]

Oggi in diverse regioni d’Italia le nuove generazioni non si esprimono più correntemente in dialetto. La flessione dell’idioma locale è riconducibile agli anni post-unitari, allorché i governi hanno inteso “fare gli italiani” anche attraverso la diffusione della lingua nazionale.  Il resto è opera dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in testa, e, da ultimo, di internet che, veicolando l’uso delle lingue internazionali dominanti, favorisce l’omologazione. Da alcuni decenni però si registra una controtendenza e la conoscenza del vernacolo costituisce un punto di forza, sia perché il dialetto non è più l’unico strumento di comunicazione, sia perché non è parlato solo dai ceti bassi, sia soprattutto per il suo potenziale espressivo. A conferirgli dignità hanno concorso – oltre alla letteratura della seconda metà del secolo scorso e alle associazioni – i Programmi del 1985 per la scuola primaria, là dove affermano il diritto dei fanciulli e delle fanciulle di potere comunicare con tutti, che la formazione linguistica va dilatata, che si possono accettare termini ed espressioni dialettali “da virgolettare”. I dialetti perciò resistono anche nelle conversazioni dei giovani – non solo del Gargano – che nelle situazioni informali e confidenziali amano ricorrere a termini dialettali, indubbiamente corrotti e,  per certi aspetti,  italianizzati, come del resto accade alla lingua nazionale, sempre più invasa dagli anglicismi. Cosa accadrà in futuro non è dato di sapere con certezza. Il ben noto linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, con un certo ottimismo affermava: “C’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse.”[18] Il dialetto perciò non morirà mai del tutto. Spetta in ogni caso alle comunità il compito di sostenerlo – promuovendolo anche attraverso le scuole – in quanto bene culturale da salvaguardare e specchio della realtà, in nome dell’originalità, della diversità, dell’identità, per arginare l’omologazione sempre più perversa e pervasiva, e favorire l’integrazione.

Ed è proprio in questa direzione che ritengo vada la presente raccolta intitolata “Poeti e poesie in lingua dialetto del Gargano”, forse la prima della “Montagna del sole”, non perché non ve ne siano altre, ma perché come spiega Franco Ferrara – ideatore del progetto – è questa la prima che consente agli autori di esprimersi utilizzando il codice dialettale del proprio paese liberamente, trascrivendo i suoni della parlata locale senza sottostare a regole imposte. Sotto questo profilo la raccolta assume carattere documentario. Inoltre, le poesie qui presenti sono espressione di poeti locali, nati e vissuti a lungo nel Gargano: Franco Ferrara e Raffaele Pennelli di Apricena, Angelo Curatolo di Cagnano Varano, Giuseppe Trombetta di Carpino, Nino Visicchio e Rocco Martella di Ischitella, Pietro Salcuni di Monte Sant’Angelo, Giuseppe Lombardi di Rignano Garganico, Onorio Grifa e Michele Totta di San Giovanni Rotondo, Antonio Guida di San Marco in Lamis, Maria Rosaria Vera, Michela Di Perna e Nicola Angelicchio di Vico del Gargano, Isabella Cappabianca Pernice e Angela Ascoli di Vieste.

L’antologia è organizzata per autore. Ciascuno ha avuto facoltà di inserire fino a tre poesie scritte nella propria lingua madre. I testi afferiscono massimamente al genere lirico ed esprimono le emozioni e i sentimenti vissuti personalmente dagli autori. In alcuni casi, però, i poeti affidano ai versi il compito di veicolare insegnamenti, facendo assumere alle poesie i caratteri del genere didascalico (“Fëlësufànnë”, “I macch-nett-”). In altri (Na preièra alla Madonna, Uijucce … Zè Gatte), il dialetto si fa strumento privilegiato per comunicare con la Vergine e con Dio e la poesia assume i caratteri del genere religioso. I poeti del Gargano, inoltre, danno prova che il dialetto non è un vecchio arnese, ma un mezzo espressivo con il quale si possono affrontare i temi più vari, vecchi e nuovi: da quelli ironici e scanzonati (“Ci chiamano mup”) a quelli più tristi e delicati (“Lu tumore”). I pensieri e le emozioni sono espressi nella maggior parte dei casi nel verso libero senza rima. Non mancano testi dal verso più regolare, talvolta in rima (baciata o alternata), spesso arricchiti da assonanze, consonanze, metafore, personificazioni, anafore, simboli, come è dato di verificare, ad esempio, leggendo “Lu Cavut”, dove la “luc’” si chiama “pac’” e “li muscant‘” sono gli animali che con i loro versi, “sopa lu tupp’ d’ SantJorj”,[19] formano una vera e propria orchestra. Ne (L’attore) insieme alle rime e alle assonanze, è facile notare il ritmo cadenzato, a tratti incalzante, che conferisce musicalità al verso:

 

Si custréttë a jèssë attòrë

pë fòrza maggiòrë

a jèssë

quànnë vu jèssë

schiàvë dë la sucëtà

a dìcë e a fà

còmë vònnë lòrë

së nnò të trùvë fòrë.

 

Anche se l’opera voleva essere una raccolta libera, per non frenare la fantasia di nessuno, di fatto è venuto fuori un lavoro abbastanza organico, che rappresenta significativamente lo scenario del Gargano con i suoi centri abitati e una varietà di luoghi piani, montani, marini e lacustri. I contenuti spaziano nel tempo e, tra presente e passato, mettono a nudo affetti, virtù e difetti umani, paure e precarietà, questioni dell’attuale società (povertà, disoccupazione, emigrazione, degrado ambientale, incomunicabilità, diffidenza verso l’autorità). Un documento che fotografa insomma la nostra realtà. Emerge il profilo del garganico con la mente rivolta al passato e lo sguardo al presente. Un uomo che vive il disincanto ed è legato ai ricordi: di Fraulicchj, “che ogni tant pigghie nu sicchie e va a ‘nnacque chiant e sciure, o leve ‘u vritt da ‘n facce ‘u mure” [20]; della guerra che recide i legami “Ji m’arr’cord quann c’sim cansciut, pù è scuppièt la uerr e so partut. M’hann mannet allunden a dov facev freded e ‘nc putemm ‘cav’dà”[21]; L’amore de ‘na vote, diverso da quello di oggi, perché in passato “I nnamurate parlavn da luntane, e ndrete steve ‘a mamm p’i recchie tese” [22];  il Natale di un tempo, allorché “supr ‘i muntagn e supr ‘u pais, acchyan acchyan ascegn ‘a niv” e “mezz a’ strat ‘na morr dj guagniun kj guanc tutt roscj menjn all’aria tanta paddun”, mentre “dintr ‘i cas dy vicayul i mamm stan affacjnnat a fa: crustjl, pettjl e kaucjun”[23];  il ricordo dei piatti della tradizione (Fave e KiKoccia); delle paure dei fanciulli, “u paponn” che “nanonn muntuèv spiss” e, “p fa sta quièt a nuje quatrà”, diceva: “‘mo v’ava muccicà!”, e “u scazzamaurèdd … sempr p nu cuappèdd ca … s ci lu riusciv a luà nu sacc d solt t’avva lassà.” [24]

Un uomo triste e solo come L’uteme ciucce, come i centri abitati, sempre più deserti, “la strata tùtta cagnàtä, ‘na frècä dï pòrtë chiúsë dï càsë e dï tànda iúsï, che pàrönö abbandunàtï. Pla víjä pròpïjö nësciúnö, no nvócï dï crïstijànï, lundànö dújë afrïcànï, li rùcchï allì balïcúnï”[25] e A chés d nanonn, che pareva una reggia e “mo n’n ci sta chiù nisciun”. Uomo che apprezza le bellezze naturali e gli spazi incontaminati (Lu Cavut, Nu sguarde da… lundène, ‘A terr d’u Gargan, Bell’acqua, L’albe a Viste), che indugia sui fenomeni atmosferici (U maletimbe, Favugne), che è disposto a sopportare il fastidio provocato da “muschidd e zampan” presenti nelle zone depresse del Varano[26], ma che non tollera l’ambiente venga deturpato (Quanda volete, scugghire moje, te so venute a truè …) o che antichi abitati siano abbandonati al degrado:

 

Quiddu ca oj scrop’

l’occhj d’ la jent’

a Sant’ N’cola

n’ sonn av’t che catapecchj abbandunat’

com’ s’ tort’ pur’ lor’

a qualcun’ avessen’ fatt’.

Eppur’ nu jurn’

sti catapecchj ch’ v’dim’mo

jev’n’ lu fior’ all’occhiell’

d’ lu Stat’ nostr’,

p’cchè qua jeva l’Idroscal’

e l’idroscal’ de Sant’ N’cola Imbut’

da tutt’ jeva can’sciut.[27]

 

Un uomo che ha difficoltà a trovare lavoro ed è costretto ad abbandonare i propri cari e il proprio paese, “l’ucchie … lucede”, “lu core” che “batte forte”, “parte pe forze” perché lascia “tutte la vita , la mamme, li sore e li frate”, “nu pizze de core”[28]. Emigra perché “sta tèrre avére, manghe na zènne de fatiche non dèje pene nemmanche a na furmiche”[29]. Deve andare, perché “La famigghia sta’ ‘nguaiata, soffre citta e ’arretrate, ie’ fenuta inde nu fosse”[30]. Un uomo attaccato alla proprietà (Nu mazz de sparie), che si lamenta anche quando non ve n’è bisogno (Auanne è musce), diffidente verso chi amministra e governa (Da stamatínä chióvë e cchióvë fòrtë, Gargan), o verso chi, legato al potere, non ha il coraggio di farsi da parte (U curagg’). Un uomo sensibile ai problemi delle diseguaglianze sociali (U funaral d’ nu v’cchiaredd), della povertà (Lu sonne de ‘nu pezzènte), della terza età (Li vucàle della nonna); che sospetta del matrimonio (Alla vegiglje u matremonje) e che, pur essendo infastidito dal comportamento del “vanaglorjòsë” pronto “a njà vërëtà” (U Busciardë), nel palcoscenico della società si vede costretto a recitare una parte che non si è scelta (L’attore). Questo uomo, pur essendo consapevole di vivere “ndà nu mònnë dòvë còntë sòlë quéddë ca vùnë pussédë no quéddë ca vùnë jè vëramèntë”, pensa in ogni caso che occorra agire con responsabilità (Fëlësufànnë) e che sia necessario ripensare i modelli educativi: insegnare le regole ai propri figli (S- vu bèn) e tenerli lontani dal vizio del gioco (I mach-nett-). Un uomo profondamente umano che è addolorato dalla morte delle persone care (U Pacche) ed è terrorizzato dal male del secolo:

 

Pe ‘lla puttana! ‘Stu cacchiye de tumore

fa rèje li capidde a tutte quante.

Arrappa scìa li vecchiye che li ggiune

e lèste li manna allu campesante.[31]

 

Un uomo fondamentalmente fragile (Crejature miie) e uguale a se stesso (Simme accusi), che si rivolge nello stesso tempo alla magia, “ Cenzè te si misse u lambetine?”[32], e alla Vergine, per chiederle di potere trovare conforto in un suo abbraccio:“Famme sta’ ‘cchiu’ strinte a Te, che vu’ tanta bène a me. Smania custu core mie, ‘nnanze a Te, Mamma de Die”[33]

Cagnano Varano, 7 gennaio 2017

 

[1] La trascrizione fonetica degli aggettivi appartiene al dialetto di Cagnano Varano. La e [corsivo] in corpo o a fine parola dialettale è muta. La regola non vale per le citazioni virgolettate tratte dai testi dei poeti di questa antologia, che sono state trascritte fedelmente.

[2] L’espressione è riconducibile a Basil Bernestein, secondo il quale il successo scolastico è condizionato dalla capacità verbale, che riflette le condizioni socio-economico-culturali degli alunni. Il sociologo parla anche di codice “allargato” della lingua tipico dei ceti medio-alti caratterizzato, tra l’altro, da climi familiari distesi, improntati al dialogo, e dalla fiducia dei membri. B. Bernestein, Class, codes and control (1971). La forte e ingiusta selezione della scuola, che faceva parti uguali fra disuguali, nel 1967, fu denunciata da don Lorenzo Milani, Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, 1967.

[3] F. Granatiero, Rère ascennènne 2002, pag.14.

[4] Traduzione: “[il dialetto] montanaro, napoletano, giargianèse, rende pari signori e uomini stremati dalla fatica / del bosco, della città o del paesino”… “a Monte con due parole giuste / il discorso è chiaro anche se complicato / se ho un rospo in corpo ho il sospetto/ che so sfogarmi solo in dialetto”.

[5] Il lettore che voglia soddisfare qualche curiosità sui dialetti di Capitanata, Terra di Bari, del Gargano e interregionali può consultare:  Bbèlla te vu mbarà … cit., Prefazione, F. Granatiero, poeta dialettale pugliese, in pp. 21-26;  M. R. Carosella [a cura di], Interferenze di forme e dinamiche di strutture. Influssi bidirezionali tra dialetti e italiani regionali dell’area garaganica settentrionale,2002. pp. 229-306; N. L. Savino, Il gergo popolare in Lesina pregarganica, comune del nord delle Puglie, 1980.

[6] Oltre ai poeti della presente antologia, sono stati consultati Grazia D’Evola (Sannicandro Garganico), Vincenzo Campobasso (Rodi Garganico), Vincenzo Luciani (Ischitella), Angela Campanile (Peschici), Nicola Palmieri (Vico del Gargano), Nunzia Augello (San Giovanni Rotondo), Lidio Nicola Savino (Lesina). Grazie a tutti per la collaborazione. È stato chiesto loro come vengono chiamati nel dialetto del proprio paese cercine, falò, capra, grava, stoppia, setaccio, coperta, margine, mediatrice/ruffiana, calesse, traino, bambino, lago.

[7] Ne è un esempio la “g” di “gràve”, che nel dialetto di Carpino va pronunciata col mezzo suono.

[8] Arnese costituito da una rete di sete, tela, crine o fili metallici, adoperato per separare i prodotti della macinazione dei cereali, legumi, in base alla grossezza.

[9] M. e G. GALANTE, Dizionario dialettale di San Marco in Lamis, 2006.

[10] Per “scartellate” s’intende a Cagnano il dolce natalizio che si ottiene tagliando la sfoglia impastata con farina e vino (oppure con uova) in fettuccine larghe 3 cm circa e lunghe circa mezzo metro, unendo i lembi di ciascuna fettuccia ogni due cm circa a mo’ di barchetta, avvolgendola infine come una spirale. Ciascuno scartellate viene poi fritto e condito con miele d’api o di fichi (venecotte), mandorle e noci tritate. “Lu crùstele” invece, è uno gnocco dolce fritto,  ha il diametro massimo di 3-4 cm, è ottenuto dall’impasto di uova, farina, zucchero e lievito.

[11] Grosso recipiente di stagno.

[12] Il “mezzètte” era una misura di capacità degli aridi ed equivaleva a Cagnano a circa 24 kg. L. Crisetti Grimaldi, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, 1999, pag. 205

[13] L. Crisetti Grimaldi, Bbèlla te vu mbarà … cit.

[14] “Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe”, ivi, pag. 120. Le canzoni di “sdègne” sono di disprezzo. Ivi, pag. 140

[15] “I mesi dell’anno” ivi, pag. 47

[16] “Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla porta”, ivi, pag. 125.

[17] D. Valli , Prefazione, in F. Granatiero, Scuerzele, 2002, pag.12.

[18] T. De Mauro, Prefazione, in Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis cit., pag. 8.

[19] Sul poggio di “Sant’ Jorj” situato di fronte al centro storico che guarda da un lato alla Valle di San Giovanni e dall’altro alla Laguna di Varano.

[20] “… che ogni tanto prende un secchio/e va a innaffiare piante e fiori / o toglie lo sporco dai muri.”

[21] “Io mi ricordo quando ci siamo conosciuti / poi è scoppiata la guerra e sono partito. / Mi hanno mandato lontano / dove faceva freddo e non potevamo riscaldarci”, Rrcòrd.

[22] “Gli innamorati si parlavano da lontano,/e dietro c’era la madre di lei con le orecchie tese.”

[23] Allorché “sui monti e sui paesi, / piano piano scende la neve” e “per strada una quantità di ragazzini / con le guance tutte rosse / lanciano per aria tanti palloncini (di neve)”, mentre “nelle case dei vichesi/le mamme sono/affaccendate a fare: /crustoli, pettole e calzoni. ‘U Natal a Vich.

[24] “U paponne”, che la nonna nominava spesso e per fare stare quieti i fanciulli diceva: “Ora vi deve mordere!”, e “u scazzamauredd”/ce lo facevano immaginare sempre con un cappello / che se glielo riuscivi a levare… / un sacco di soldi ti doveva lasciare”. I pagur di quatrà.

[25] “… tutta cambiata,/un fracco di porte chiuse/di case e di tante stalle , / che sembrano abbandonati. / Per la via proprio nessuno,/non voci di cristiani/lontano due africani, / i colombi ai balconi.” Ndö la stràtä dï càsa míjä.

[26] A mucc’caredd.

[27] “Quello che scopre / oggi l’occhio della gente / a San Nicola / non sono altro che catapecchie abbandonate / come se anch’esse / avessero fatto torto a qualcuno. / Eppure un giorno queste catapecchie che vediamo ora / erano il fiore all’occhiello del nostro Stato, / perché qui c’era l’Idroscalo / e l’idroscalo di San Nicola Imbuti7 era da tutti conosciuto.” Sant’ N’cola di Varano.

[28] La valige.

[29] La partènze.

[30] L’emigrante.

[31] Lu tumore.

[32] Cenzè hai messo “l’abitino”?, U Malucchije.

[33] Na preièra alla Madonna.

 

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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Libri, Senza categoria

 

“Non più caste” prossima presentazione 24 novembre 2015

 

Cop.2000 1426

L’Istituto del Risorgimento di Bologna curerà la presentazione che vedrà relatori docenti universitari

Tavola sinottica

Anno Biografia Palladino Storia d’Italia Resto d’Europa
1820-1825 Il nonno di Carmelo insieme ad altri carbonari fautore delle “turbolenze” popolari a Cagnano, tra il 1820-21 allorché vengono strappate al comune grosse fette di demanio. Moti del 20 e del 1821 in Sicilia, Lombardia, Piemonte 1820 insurrezioni in Spagna; 1822 lotta per l’indipendenza in Grecia; 1824 nascita delle associazioni operaie in Inghilterra; 1825 moto decabrista in Russia
1831-1841 1836 altre insurrezioni a Cagnano (a Pasqua, ad ottobre e a Natale)  cui partecipa il nonno di Carmelo Insurrezioni in Emilia Marche  e Umbria;

Mazzini fonda la Giovine Italia (1831); Moti mazziniani in Emilia, Toscana, Lombardia (1834).

1833, Inghilterra, legge sul lavoro dei bambini;

1834 fondazione “Giovane Europa”;

1840 Proudhon pubblica Che cos’è la proprietà; 1841, Francia,  legge sul lavoro dei bambini.

1842 Nasce a Cagnano Carmelo Palladino  La prima del Nabucco di Verdi a La Scala Milano Svolta liberista in Europa
1848 Il papà di Carmelo, invigilato, è denunziato per avere ingiuriato sua maestà il re Ferdinando di Borbone Moti (Sicilia,  Napoli, Venezia,  Milano); Statuto in Toscana, Regno delle due Sicilie, Sardegna, Stato pontificio; 1a guerra d’indipendenza Primavera dei popoli;

Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del partito comunista

1850 Il papà di Carmelo è arrestato Processi e condanne contro i liberali italiani Inghilterra: giornata lavorativa di 10 ore
1852-59 1853: Il papà di Carmelo è prosciolto.

1855-59: Carmelo è al collegio gesuita di Lucera.

1853: moti mazziniani.

1857: insurrezione Pisacaniana.

1859: Legge Casati e 2a guerra d’Indipen-denza.

Attentato di Felice Orsini contro Napoleone III (1858);

Mazzini condannato a morte è costretto alla clandestinità

1860 Il papà di Carmelo è capitano della guardia nazionale Spedizione dei Mille.

Plebisciti per annessione.

1861 Il papà di Carmelo è deluso dai Savoia Si proclama il Regno d’Italia. La Russia abolisce la servitù.
1864 Carmelo è a Napoli per frequentare la facoltà di giurisprudenza. Processo di piemontesizzazione.

Bakunin giunge in Italia.

A Londra nasce l’A.I.L.
1866 Carmelo frequenta l’università. 3a guerra d’indipen-denza. Insurrezione a Creta.
1867 Carmelo è libero pensatore, si avvicina a Libertà e Giustizia. Sconfitta di Mentana ( 3 novembre). Marx pubblica 1° libro del Capitale. Congresso di Ginevra.
1868 Carmelo si laurea  in Legge, incontra Flourens, lavora per fare nascere a Napoli una sezione dell’A.I.L. 30 gennaio: il papa Pio IX pubblica l’enciclica Non expedit. A Ginevra, a novembre,   Bakunin fonda L’Alleanza   della democrazia socialista.
 1869 Carmelo produce  istanza di procuratore, è nel Comitato per la libera stampa, ne L’Alleanza, ne l’A.I.L.  di Napoli, nel gruppo dell’anticoncilio. A gennaio si costituisce a Napoli la sezione A.I.L., la prima in Italia. Congresso di Basilea
1870 Carmelo è milita nell’A.I.L. napoletana. Roma capitale. Guerra franco-prussiana.
1871 Ad aprile Carmelo conosce Malatesta, a maggio traduce Paris livré, a giugno lega con Cafiero che lo presenta a Engels, a luglio è segretario corrispondente dell’

A.I.L. e fa scuola ai figli degli operai, ad agosto è inquisito, da settembre  corrisponde con Bakunin e partecipa al duello mediatico con Mazzini, a novembre scrive la Relazione per Engels; è un sorvegliato speciale.

Ad agosto un decreto del ministro G. Lanza scioglie la sezione dell’A.I.L. di Napoli;  a novembre Congresso degli operai a Roma; a dicembre nasce la Federazione Operaia  di Napoli; durante l’anno si accendono in Italia diversi focolai anarchici. Parigi assediata, a gennaio si arrende, a marzo il governo de La Comune; a maggio il bagno di sangue mette fine a La Comune; a settembre Conferenza di Londra che approva la Risoluzione 9 ( possibilità dei lavoratori di costituirsi in partito e di partecipare alla vita politica).
1872 A gennaio Carmelo da Napoli va a Cagnano; a novembre torna a Napoli; a dicembre è a Locarno con Bakunin ed entra nell’Alleanza. A marzo muore Mazzini;

ad agosto, Conferenza di Rimini e svolta antiautoritaria.

A gennaio, il Consiglio Generale espelle Bakunin dall’A.I.L.; a settembre congressi dell’Aja   e di St. Imier.
1873 A gennaio torna a Cagnano e pubblica Le Caste; a febbraio riceve la visita di Malatesta; a marzo “manifesta le idee sovversive senza ritegno”. Crisi e scioperi nel Regno d’Italia;

il ministro De Pretis succede a U. Rattazzi.

Muore Napoleone III; nasce la prima repubblica spagnola; Crolla la Borsa di Vienna.
1874 Seconda visita di Malatesta a Carmelo; Palladino sposa una paesana. Crisi economico-finanzia-ria; Arresti a Villa Ruffi; insurrezioni anarchiche in Puglia, Emilia, Toscana, Marche; reazione del governo Crisi europea collegata alla nuova politica tedesca dopo la guerra con la Francia; restaurazione in Spagna.
1875 Nasce il primo figlio di Palladino che muore lo stesso giorno Dissenso tra  gli scissionisti che confluiranno nelle Federazioni dell’Alta Italia. Nasce in Germania il Partito Socialdemocratico e a Lugano la sezione del Ceresio.
1876 A gennaio giunge a Cagnano Malatesta; ad aprile nasce la figlia Adele; ad agosto Malatesta ritorna a Cagnano con Zerardini; il 1° ottobre Carmelo scrive a Costa; il 18 a Natta; a dicembre è a Napoli. 18 marzo: la Sinistra va al potere;

a ottobre si celebra il 3° congresso della Federazione italiana, dove si registra la svolta anarco-comunista.

A luglio muore M. Bakunin;

a ottobre il Congresso generale di Berna.

1877 Carmelo fugge in Svizzera; scrive su Il Martello contro Nicotera; lavora a Napoli in tipografia; collabora a L’Anarchia; fa discorsi ai capi delle  Società operaie del Gargano; progetta l’Astensione. Lettera di Alcuni internazionalisti al ministro dell’Interno barone Nicotera (a gennaio); a febbraio c’è il Congresso della Federazione dell’Alta Italia; ad aprile il moto anarchico di Benevento. A settembre il Congresso di Verviers e il Congresso universale di Gand

Che segna la fine della Prima Internazionale.

1878 Palladino è a Napoli fino ad aprile; organizza il congresso di Pisa; a settembre è a Cagnano dove riceve la visita di Malatesta e Merlino; a ottobre riceve una lettera da Merlino; a novembre scrive una lettera a G. Canziani ed è arrestato. A gennaio Umberto I succede a muore Vittorio Emanuele II; ad aprile Congresso anarchico di Pisa; a ottobre arresti a Firenze di Gigia, Natta, Pezzi e  Kuliscioff; a novembre arresto a Napoli di Merlino e attentato fallito a re Umberto; Leggi Minghetti contro il movimento anarchico; a dicembre enciclica di  Leone XIII. Congresso di Berlino (giugno)
1879 A maggio Carmelo è rimesso in libertà; ad agosto nasce la figlia Giselda e comincia a dubitare di Costa.

.

Legge Coppino; i giudici assolvono gli anarchici; cospirazione del Comitato insurrezionale (Costa, Cafiero, Malatesta, Merlino, Covelli); il circondario di San Severo appronta l’elendo dei sovversivi;  diserzione di Costa  (8 agosto). Repressione antisocialista in Germania.
1880 Muore la figlia Giselda. Riforma elettorale. Congresso di Chiasso.
1881 Nasce il figlio Gustavo; Carmelo si ammala di malaria, conosce Murgo; denuncia ai Compagni carissimi la diserzione di Costa; è sorvegliato dalla “benemerita” che intercetta la posta e sequestra giornali e manifesti; scrive a Murgo. Congresso di Roma a difesa del suffragio universale; appelli alla rivoluzione sociale di Cafiero; manifestazione degli internazionalisti contro l’irredentismo; esce l’Avanti di Costa; il prefetto di Foggia chiede di aggiornare  l’elenco dei sovversivi. Un anarchico uccide lo zar Alessandro II di Russia;

Congresso di Londra (16-19 luglio);

appello anarchico ai socialisti di tutto il mondo a fare la rivoluzione sociale.

1882 Palladino scrive a  Murgo; è nel Comitato pugliese di propaganda e organizzazione socialista. Muore Garibaldi; De Pretis inaugura il “trasformismo”; Costa in Parlamento. Triplice Alleanza (Italia, Germania, Austria)
1883 Palladino scrive a Murgo: è contro il parlamento, contro ‘irredentismo, coltiva l’idea di un giornale internazionalista. Legislazione sociale in Germania.
1884 Nasce morto il figlio Francesco Angelo;  legge  La Questione Sociale Il colera imperversa nella penisola. Conferenza di Berlino.
1885 Ad ottobre nasce il figlioAttilio Roscio Augusto che muore un mese dopo; legge La lotta, Il Paria (?),   L’Intransigente (?) Occupazione italiana dell’Eritrea; Congresso anarchico di Forlì. Marx pubblica il 2° libro de Il Capitale
1887 A marzo nasce la figlia Clelia Marzia Olimpia; a ottobre muore  il figlio Gustavo. Inizio del governo Crispi e del protezionismo; reazione contro anarchici e socialisti. L’Italia rinnova la Triplice Alleanza
1889 Nasce la figlia Amelia Gemma Ottavia Occupazione della Somalia; codice Zanardelli; nascono i Fasci siciliani. Primo congresso della 2a  Internazionale.
1890 Palladino resta vedovo; con Bramante per costruire la società nuova Prima festa dei lavoratori in Europa
1891 Governo Rudinì-Giolitti; enciclica Rerum Novarum Congresso anarchico di Lugano.
1892 Muore il papà di Carmelo A  Genova nasce il partito dei lavoratori
1894 Muore la figlia di Carmelo Amelia Gemma Ottavia. Crispi scioglie i Fasci siciliani. Duplice Intesa   di Francia e Russia.
1895 Crisi parlamentare, guerra coloniale; Congresso di Parma: il Partito socialista. Marx pubblica il 2° volume del Capitale.
1896 Muore il sedicente anarcocomunista Carmelo Palladino È al governo Giolitti; prende piede in Capitanata la corrente legalitaria.

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triangolo degli anarchici

 
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Risorgimento Garganico, il caso di Cagnano

PRESENTAZIONE RAUZINO AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI

pubblicata da Teresa Maria Rauzino il giorno domenica 1 gennaio 2012 alle ore 21.17
 

RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO

 Da 150 anni ci raccontano di un Meridione liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso. Queste novità arrivarono nel Gargano? Leonarda Crisetti Grimaldi, documenti alla mano, nel suo libro sul “Risorgimento Garganico. Il caso di Cagnano” (appena edito dalla Bastogi) risponde a questa domanda, evidenziando i forti limiti che segnarono la transizione tra vecchio e nuovo governo. La sua ricerca ha il pregio di fare luce sulla vita del Gargano, che emblematicamente assurge a significativo spaccato dell’Italia del Sud nei primissimi anni della vita unitaria, mettendo in rilievo una serie di fatti che aprono un nuovo, interessante squarcio nel trionfalismo nazionalistico di facciata. Il lavoro, avvalendosi di fonti inedite reperite presso l’Archivio di Stato di Foggia e Lucera, delinea un quadro significativo delle dinamiche politico-sociali che si produssero in quel particolare momento storico. 

 

 Fino al 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II cambiò il titolo di Re di Sardegna in quello di Re d’Italia, il Gargano faceva parte del Regno delle Due Sicilie, che comprendeva i domini di qua e al di là dal Faro. Nei domini di qua dal Faro, e precisamente in Capitanata, sorgeva il Promontorio del Gargano. Ampie vallate, dirupi scoscesi, cime montuose, rigagnoli e sorgenti nei canaloni, caverne sotterranee in un terreno carsico che i contadini del posto chiamavano e chiamano «grave» questi gli elementi caratteristici del paesaggio. Sparse, anche se rade, alcune «masserie» animavano qua e là l’aspra campagna; nascoste nelle radure, o appoggiate sulle pendici di un colle, collegate ai paesi con tratturi, divennero centri operativi dei briganti. 

Arroccati sulle alture, o adagiati nelle vallate, sorgevano quattordici paesi; alcuni popolosi, come S. Marco in Lamis e Monte Sant’Angelo, altri più piccoli come Peschici e Rignano. 

Tra essi non vi erano collegamenti. Tra il 1832 e il 1833 erano state costruite solo due strade: la prima, ad Est, da Manfredonia a Monte Sant’Angelo, era percorsa dai pellegrini che si recavano al Santuario di San Michele; la seconda, ad Ovest, da Apricena a Sannicandro, si arrampicava sulle colline del Promontorio. Ambedue si addentravano nel Gargano Nord soltanto per pochi chilometri; invece una terza strada, inaugurata nel 1825, e che doveva collegare San Giovanni Rotondo a Vico, «solcando per ventotto miglia alpestri vette e boscaglia», rimase allo stato di progettazione. I Vichesi, prima del 1860, chiesero di collegarsi almeno a Ischitella, il paese più vicino. Inutilmente. Queste preghiere, come molte altre speranze, andarono deluse. Venne assegnata solo la decima parte della somma occorrente per la strada Vico- Ischitella: cinquecento ducati, del tutto insufficienti «a dar principio all’opera». 

Il Gargano allora contava circa 91 mila abitanti. Per l’attività amministrativa dipendeva dal Distretto di San Severo; per gli affari di culto dall’Archidiocesi di Manfredonia e, per l’ordine giudiziario, era sottoposto al Tribunale Civile e Criminale di Lucera e alla Gran Corte Civile di Napoli.

Qual era la condizione dei suoi abitanti? Il liberale Giuseppe Tardio, di San Marco in Lamis, analizzò così la situazione: 

«In tre classi si divide il nostro popolo: in quella del cozzismo, che comprende i nove decimi della popolazione, ed è fatta di persone ignoranti addette alla pastorizia e alla coltura delle terre; le altre due classi sono composte da Preti e da Galantuomini, i quali per l’alta influenza che godono sulla massa la dominano fino alla tirannia. La prima, mi giova ripeterlo, non è capace di fare cosa da sé, perché le mancano i due principali elementi per agire, intiera coscienza di ciò che fa e scopo dell’azione ».

Fermiamo, ora, l’attenzione su uno dei paesi del Promontorio: Cagnano, scelto dalla Crisetti come punto di osservazione per analizzare le reazioni di una popolazione di periferia ad avvenimenti importanti come l’Unità d’Italia.

Emerge la visione di un paese spogliato sia dalla folla vociante, strumentalizzata dai notabili borbonici, sia dai briganti che cercano a più riprese di invaderlo e saccheggiarlo, taglieggiando i notabili liberali, e non solo. 

Un paese bloccato, in questi anni terribili, nelle attività produttive anche dalla presenza delle “truppe di occupazione unitarie” che, nei pochi giorni in cui intervengono per ristabilire l’ordine pubblico, fanno pagare una salatissima tassa di guerra a tutta la popolazione, causando un immediato rigetto anche da parte di quelle poche forze sociali che avevano auspicato e salutato con sollievo il loro arrivo. 

La Crisetti ci descrive il dramma vissuto dai liberali in un paese diviso tra fazioni, con alcuni morti e tanti arresti tra la popolazione civile, che esacerbarono gli animi e le partigianerie locali, impegnate in uno scontro di difficile composizione che durava da anni. 

E ci chiediamo: le agitazioni del 1820, i moti del 1848 e del 1849 che videro attive anche sul Gargano cellule di liberali (di fede carbonara e poi unitaria ostili al Borbone), avevano come obiettivo il desiderio di acquisire un posto al sole derivante nella scala sociale dal possesso di beni immobiliari che, fino ad allora, era stato loro negato? Notevole era il patrimonio terriero che cinquant’anni prima, nel 1806, quando fu abolita la feudalità, era stato assegnato ai Comuni, e che si stava erodendo a causa delle continue appropriazioni illegali proprio da parte di quei notabili che li segnalavano alla polizia borbonica come settari. 

Le terre demaniali coltivabili andavano divise in quote e distribuite ai braccianti e ai contadini poveri, ma ciò non fu fatto, si aprì invece una lotta accanita da parte dei notabili per accaparrarsi i pascoli migliori (“Parchi” e “Mezzane”) e le terre coltivabili più fertili (“Reseca” e “Cesine dei Parchi”). Corsa che permise ai più intraprendenti e prepotenti di emergere.

Gli aventi diritto, oltre a veder tarpati i loro sogni di quotizzazione egualitaria del pubblico demanio, furono derubati persino dei diritti civici, di cui godevano “ab immemorabili”. 

Nella cerchia assai ristretta di avvocati, medici e notai, dove si realizzava di fatto la concorrenza alle cariche municipali più ambite, la lotta era feroce, a causa di motivi vari, fra cui non sono da escludere il desiderio di ascesa sociale e le gelosie professionali. Pur tra beghe e conflitti, si erano comunque create nuove aggregazioni politiche locali, basate sull’esclusione dal potere municipale del gruppo dei liberali democratici. Ciò fu vanificato, nel 1860, dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia. La presenza politica e militare garibaldina suscitò la logica aspettativa di una trionfale “resurrezione” politica dei liberali democratici, che vennero nominati sindaci e capitani delle Guardie Nazionali. 

Comunque, la confusione regnava sovrana. Gli oppressori storici avevano tentato di riposizionarsi nel probabile nuovo scenario politico. Nell’imminenza di una svolta liberale, i lealisti di Cagnano si vestirono da carbonari per continuare ad avere “quella mala intesa protezione che li avesse tenuti nel possesso delle rapinazioni fatte”. La fedeltà borbonica diventò un optional da rivendicare in caso di fallimento dei “moti”.

Nel 1860 – si chiede Leonarda Crisetti – ci fu una lotta degli oppressi contro gli oppressori oppure gli oppressi furono strumentalizzati dagli oppressori di antica fede borbonica contro i democratici, fedeli alla causa carbonara prima e unitaria poi? I documenti lasciano supporre che la popolazione nei giorni 21-25 ottobre non abbia reagito motu proprio, ma sia stata “guidata” dall’odio partigiano di un potente del luogo. 

A Cagnano, che nel 1860 contava una popolazione di circa 5317 abitanti, ci fu una sanguinosa sommossa, nessuno poté votare e anche i liberali furono costretti dalla folla a inneggiare al ritorno dei Borbone. Il presidio della Guardia Nazionale fu saccheggiato, il quadro che raffigurava Vittorio Emanuele II e tutti gli altri simboli unitari furono distrutti. Il busto di Francesco II di Borbone fu portato in processione per tutto il paese accompagnato da una turba di popolo vociante, guidato da tutte le donne “che si appalesavano come tigri arrabbiate”. Venne assaltata la casa del canonico Vincenzo Donatacci(o), accanito liberale che, insieme a tutta la sua famiglia, non si era unito al corteo dei borbonici. 

Quelli furono giorni di lutto a Cagnano, morirono ben tre persone: Salvatore Donatacci(o), e due popolani che parteciparono alla reazione: un manifestante, di cui non si fa nome, citato solo da una fonte anonima e dalla tradizione orale, e un porcaro, ucciso per legittima difesa in località Bagno, nei pressi del lago Varano da Vincenzo Donatacci(o), figlio tredicenne del morto.

Il voto del plebiscito divenne così l’occasione di scontri e sommosse, che ne comportarono il rinvio. Alla fine, Cagnano votò per Vittorio Emanuele II. Arrestati i responsabili della sommossa, il 3 novembre 1860, i pochi cagnanesi aventi diritto al voto (428 su una popolazione di 5317 abitanti) votarono sì per l’annessione al regno d’Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II.

Ma non finì qui. «Atterrite queste popolazioni!» era l’ordine. Per mantenere l’ordine pubblico in un paese “ribelle per i deplorevoli attentati contro la vita, la libertà e la proprietà”, giunsero a Cagnano le truppe dell’esercito italiano guidate dal generale Liborio Romano e quelle garganiche guidate dal maggiore Michele Cesare Rebecchi. In pochi giorni, grazie ai pieni poteri conferitigli in data 6 novembre dal capo della provincia, Rebecchi instaurò “il Consiglio di guerra”, che condannò a morte i responsabili della sommossa Paolo Giangualano e Nunzio Scirtuicchio, per fucilazione. Ad altri venti reazionari, quasi tutti braccianti e piccoli coloni (di cui sei sammarchesi e due donne), colpevoli di “eccitamento a mano armata alla guerra civile per abbattere il Governo”, “di devastazione, di incendio di casa abitata, di strage, di saccheggio, omicidio politico”, il Consiglio comminò la pena di trenta anni di carcere. I rimanenti rivoltosi (in tutto erano 63) furono assolti per mancanza di prove. I due condannati alla pena capitale, Giangualano e Schiurticchio, alla fine, non subirono, come i rivoltosi di Bronte che rivendicavano la “libertà”, l’onta della fucilazione. 

Grazie alle intercessioni dei loro protettori, furono graziati e condannati ai lavori forzati a vita, gli altri venti condannati videro ridotti gli anni di pena ad alcuni anni di carcere. 

Il numero degli arresti, secondo il parere del testimone oculare don Vincenzo Donataccio, era però molto inferiore a quello dei delinquenti, che comprendeva quasi tutta la popolazione di Cagnano, sì da richiedere la presenza di cento Garibaldini. Egli, scrisse, perciò, in data 13 novembre 1860, da Carpino, una lettera di supplica al Governatore, invitandolo caldamente a fare luce sugli avvenimenti di ottobre: 

“Signore/L’infelice Sacerdote don Vincenzo Donataccio espone alla Signoria Sua che la terribile reazione divampata in Cagnano addì 21 dell’oscorso Ottobbre, sempre perché il volle il Capo Nazionale colle sue tolleranze, il Giudice Regio coi suoi comportamenti conferirono di molto allo scoppio di essa. La famiglia Sanzone poi coll’aver somministrato cibi e vini, e polveri ai reazionari le dava esca e alimento. Il tutto si proverà coi fatti, e colle testimonianze del tempo debito. Intanto la reazione nel quarto giorno scagliavasi con tutto il suo peso contro la casa dello sventurato Sacerdote, ove ricoverato era D. Tiberio Deposchiatis e due suoi fratelli. Nell’attacco che durò circa 16 ore il sacerdote si ebbe l’infortunio di vedere estinto suo fratello, ed alle ore 8 della notte accecato perfettamente dal fumo con gli altri difensori, fumo, che emanò dall’ingendio appiccato da’ reazionari alla porta della casa, fugì e trovò ricovero in Carpino, lasciata in casa la vedova cognata pregnante, e tre ragazzini, che trascinati nel dì seguente alla fucilazione calpestati e sbattuti per terra miracolosamente sfuggirono la morte. Giunse di poi la truppa dei Garibaldini, si eseguirono da circa gli arresti numero sommamente inferiore a quello dei delinquenti, che componevasi di quasi tutta la popolazione; i carcerati avendo presentito di dover andare soggetti a severissime pene facevano udire che innanti alla autorità avrebbero palesati i motori, gli istigatori, i facitori, e i direttori delle loro mosse reazionarie. Saputosi ciò dai Signori Giudice Regio, Capo Nazionale, Sanzone, ed altri si sono impegnati, e s’impegnano tuttavia di far campiare l’aspetto della cosa, e di rovesciarla sull’infelice Sacerdote Donataccio”.

Il sacerdote aveva l’animo ferito per la perdita del fratello; era triste per la nuova condizione in cui era piombata sua cognata, donna Lucrezia di Monte, vedova Donataccio e sorella del sindaco don Gennaro, tanto più che era incinta e madre di cinque figli orfani [altrove se ne citano quattro, di cui uno in grembo], improvvisamente piombata nella miseria, dopo che i facinorosi le avevano derubato il fòndaco, distrutto la casa, ammazzato il marito e provocato oltre duemila ducati di perdita. La Crisetti ha intervistato un discendente della famiglia De Monte, il quale le ha confidato che Lucrezia de Monte era una donna davvero energica. Da ragazza, imbracciava il fucile come un uomo. “Si appostava sulla loggia e dalla feritoia del nostro palazzo di famiglia e faceva fuoco per impaurire gli scagnozzi che erano stati ingaggiati dalla famiglia Sanzone affinché danneggiassero il mio bisnonno, il sindaco don Gennaro, che aveva idee liberali e perciò veniva preso di mira dalla fazione contraria, che era borbonica”. 

Due settimane dopo la perdita del marito, questa donna, in data 5 dicembre 1860, scrisse una supplica al Governatore di Capitanata, implorandolo affinché procurasse un posto gratuito in collegio ai due suoi figli orfani più grandicelli, Vincenzo e Pasquale, che avevano bisogno di istruzione: 

“Lucrezia de Monte vedova sventurata dell’infelice Salvatore Donataccio incinta, e madre di cinque orfani figli vedesi con questi dalla rabbiosa violenza di questi reazionari precipitata nello stato di immiserimento, avendo patito dei danni notabili per lo dirubamento totale del fondaco, e pel saccheggio della propria casa, danni, il di cui ammontare supera i duemila ducati; e ciò che accresce dolori, ed angoscie ai suoi dolori ed angoscie si è, che vede tra le strettoie della corte criminale il figlio Vincenzo, che perseguitato da’ reazionari, e imbattutosi in un fondo della famiglia con uno de’ malfattori cagnanesi, che dava di mano ad un albero coll’accetta, e coll’istesso accetta assalir volevalo, per solo motivo di difesa gli tirava un colpo, e l’uccideva con quel fucile, con cui tra il giorno, e la notte precedenti combattuto avea per sedici ore nella casa paterna. Stante perciò le sue grandi disgrazie, supplica l’innata magnanimità dell’eccellenza Vostra affinché si cooperi e pel risarcimento dei danni, e per la Grazia, la quale certamente si merita un ragazzo di anni tredici, e mesi cinque, che solo facendo uso della Santissima difesa uccideva chi ucciderlo voleva. E poiché, se non fosse stato tolto agli orfani della supplicante il loro genitore, avrebbe questi procurata loro una educazione scientifica, perché essendo quegli vivo ne aveva la possibilità, e di mezzi, supplica anche l’Eccellenza Vostra, perché si degni procurargli piazza in un luogo di educazione ai due suoi figli orfani, che sono esso Vincenzo, e Pasquale più grandicelli degli altri, essendo questo di anni nove in circa. Tante grazie la desolata vedova di Salvatore Donataccio impetra dall’eccellenza Vostra, e spera ottenerla, come da Dio”.

Fra i borbonici, le personalità più importanti erano allora don Matteo Sanzone e don Nicola Giuva, i quali credevano che la fedeltà verso il re di Napoli desse loro il diritto di godere dei privilegi, di mantenersi le terre occupate abusivamente. Costoro già precedentemente avevano avversato i Pepe, i d’Apolito, i Giornetta, i Donatacci(o) e soprattutto i tre liberali che diventano i protagonisti della vita istituzionale di Cagnano in questa primissima fase del regno unitario: il sacerdote Vincenzo Donatacci(o), il cui fratello Salvatore fu assassinato dai reazionari; Gennaro di(e) Monte (sindaco di Cagnano), e l’avvocato Antonio Palladino, capitano della Guardia Nazionale. Cospiratori appartenenti alla Carboneria, “attendibili” sorvegliati dalla polizia borbonica dal 1948 fino al 1860, dopo essere stati denunciati varie volte dagli avversari politici di Cagnano. 

La vita di questi “padri liberali” fu difficile anche nei primi anni del periodo unitario. All’arrivo dei briganti che, per prima cosa, ne depredarono le proprietà e le poche ricchezze, implorarono il soccorso di truppe stanziali che, a conti fatti, assai poco fecero per ripristinare la legalità. 

«Dopo il lutto, il saccheggio, e la strage, si ebbe il soccorso de’ Garibaldini, che altro non apportò se non gravame di tasse per i cittadini». E’ la denuncia appassionata, lucidissima, di Antonio Palladino, il quale, il 20 luglio 1861, scrive questa accorata missiva al Governatore di Foggia:

“Signore/ I Borboni mi hanno rovesciato al suolo, ed il brigantaggio mi sta schiantando sin dalle ultime radicelle. Son tre giorni che la Comitiva, Capitanata dal famigerato Angelo Maria, tiene sequestrato le mie pecore e le mie vacche, con la minaccia di tutto distruggere se io non le mando danaro senza numero, che non possiedo affatto, armi e munizioni. Tutto il rimanente del paese è stato saccheggiato con parziali ricatti. Immagini quindi come si sta, e qual cuore sia il mio.

Si è scritto all’Intendente del Circondario per avere un ausilio di forza, e costui celiando ha risposto, che io ed il Sindaco, volendo forza, l’avessimo cercata nel popolo, incitandolo alla difesa della patria … oh per Dio! L’Intendente ha dimenticato i miei precedenti rapporti e del Sindaco. Ha dimenticato che io ho a che fare con un paese retrivo e che altra vaghezza non ha che vedere abbassata la croce Sabauda, restaurati i Gigli, e trucidati i Liberali. Ha dimenticato che io ho una Guardia inerme, in organizzata, reazionaria, borbonica. Oggi, a diverse inchieste dei briganti, non esclusa quella del mio cavallo da sella, e del cavallo dei Signori Polignone, sotto la condizione di venire essi, in caso di rifiuto, a prenderli / di fatti si son fatti vedere sopra un monte non molto lungi dall’abitato/ di forza, ho fatto battere a raccolta il tamburo, ho incitato, ho predicato, e che gente è uscita? Non più che trenta individui, compresi il novello Giudice e suo Cancelliere e Supplente, il Sindaco ed io. Il brigantaggio cardinalizio–borbonico, Signore, fa davvero: il Governo celia e scherza. E se così non fosse, essendosi conosciuto essere San Marco in Lamis il semenzaio degli assassini che oggi rovinano la Capitanata, perché non si schianta e si adegua al secolo? Che dritto hanno i sammarchesi di ridurre alla mozza me, i figli miei, i figli di questa terra? La niuna guarentigia del Governo nel riscontro, accresce il malcontento, ed apre largo il campo ai nemici, onde ingrossarsi di numero. Si getti quindi una volta il fardello della moderazione, e si venga tosto al ferro ed al fuoco. Si mandi, la prego, un ausilio di forza militare, non per richiamarsi il secondo giorno, ma per farla rimanere qui stanziata, il che non facendosi e subito, guai per questo paese, guai per tutti i buoni e per me. 

Io non celio: scrivo col cuore esulcerato da un novello martirio: le scrive un uomo che ha consumata la sua giovinezza tra i ceppi di Pecchineda ed Aiozza. Mi son rivolto a Lei, trascurando ogni ordine gerarchico, e tra perché l’urgenza della bisogna non ammette lungherie, e tra perché io ho somma divozione in Lei, e in Lei non altri confido la salute mia e del paese”. 

Anche il sindaco Gennaro de Monte si fece sentire. Scrisse al Governatore il 23 luglio 1861, rivendicando con forza i diritti della popolazione garganica di vedere assicurato l’ordine pubblico e la presenza dello Stato sul proprio territorio, in un momento così delicato e cruciale: 

“(…) Signor Governatore, Ella mi perdonerà questa volta il mio franco e libero parlare. Tutti i Comuni del Regno han l’obbligo di pagare le imposte e dare al quota di soldati, e tutti han diritto di essere guarentiti dal Real Governo, ma sventuratamente avviene diversamente per qui Comuni che son lontani dai centri Capo–luoghi della Provincia. Le autorità principali della Provincia mettono tutta loro cura a tutelare i paesi di loro residenza, poco curandosi de’ piccoli e lontani, come se questi non si appartenessero alla famiglia italiana. Il Governo per accorrere ai bisogni di questa Provincia e distruggere il brigantaggio vi ha spedito un grosso nerbo di armata. Perché questa non si divide per tutti i Comuni? Perché si tiene nelle Puglie, ed i paesi del Gargano essere sforniti di forza, forse i pugliesi sono più cari al Governo di questi? Han eglino più diritti alla garentia dei montagnardi. Cagnano ha bisogno di forza che si mandi e presto, avvenendo disastri in questi Comuni del Gargano per mancanza di guarentigia governativa Ella sarà responsabile innanzi a Dio, innanzi al Real Governo, e agli uomini. Mi perdonerà il mio inusuale modo di scrivere, e debba addebitarlo alle circostanze imperiose dei tempi, e non ad insubordinazione e a mancanza di doveri”. 

La situazione era diventata veramente insostenibile se, appena sei giorni dopo, il 29 luglio 1861, Antonio Palladino torna a scrivere al Governatore: 

“Signore/ […] e niuno penserà al Gargano? E che forse il Gargano non è l’Italia? non vi son forse nel Gargano liberali come in ogni altra parte; non ha forse il Gargano patito al pari e più di ogni altro luogo delle Sicilie sotto la tremenda tirannia dei Borbone? I Borboni fan tesoro degli esempi del 1799, ed il Governo del Re Galantuomo? Perché farci vedere la bella luce della libertà, perché prometterci un bene, che poi di fatti non abbiamo ottenuto? Meglio portare le catene, e lacrime su di esse, che scuoterle, che deporle un momento, per poi sentirle più strette, e più martorianti, pesar dai polsi; e forse per dover ancora lasciar la testa su di un patibolo!”. 

Dopo il 1861, l’assetto fondiario non mutò. Migliaia di ettari di buon terreno, malgrado “la liberazione” garibaldina e l’unificazione italiana, rimasero ancora in mano ai proprietari che li avevano usurpati. 

Nei primi anni postunitari, il sindaco don Gennaro di Monte dovette affrontare le questioni dei Parchi delle Mezzane e della Riseca, per i terreni occupati e non censiti quindi non sottoposti a canone, della Foce da costruire, del “popolo” simpatizzante dei briganti, dei proprietari ricattati e taglieggiati (che a loro volta commettevano angherie sulla plebe), delle finanze esauste, della spaccatura in seno ai galantuomini. Il sindaco dovette risolvere anche questioni esterne, riconducibili al nuovo governo: le scelte opinabili dei nuovi funzionari, le tasse esose, la renitenza alla leva. Le questioni interne sommate a quelle esterne diedero fuoco alla miccia, rendendo la situazione esplosiva. Il sindaco dovette guardarsi dalle minacce degli oppositori, fedeli ai Borbone, che lo tacciarono di dispotismo. de Monte fu addirittura arrestato. Arresto che fu commentato così, il 15 settembre 1862 da Antonio Palladino:

“(…) Ieri, tra i plausi e la gioia dei retrivi, dal Capitano Comandante la truppa in questo Comune, fu pria disarmato e poi arrestato il Sindaco Sig. Gennaro di Monte, uomo il cui patriottismo è stato confermato da dodici anni di sventura, l’arresto in parola non ha ragione, ma si è operato a solo oggetto di fare contenti i retrivi del paese”.

Il Consiglio di(e) Monte fu sciolto, grazie al sottogovernatore di San Severo, il quale da anni nutriva qualche dubbio sul comportamento del sindaco e del capitano Palladino, lasciandosi influenzare dagli esposti dei detrattori di turno, proprio come era accaduto negli anni passati. Un dejà vu. La macchina del fango, messa in moto dalle partigianerie locali, ebbe anche allora il suo pernicioso effetto. Correva l’anno 1864 e molte questioni erano ancora aperte, mentre la popolazione di Cagnano continuava a diminuire, passando dai circa seimila del 1868 ai poco più di 4000, confermando l’ipotesi che l’unificazione avesse peggiorato le condizioni di vita già precarie del paese e che le fazioni gli avessero arrecato i danni che hanno lasciato segni evidenti nei gruppi partigiani della società presente.

Il neonato Regno d’Italia aveva deluso tutti i liberali, aveva tradito le loro legittime aspettative di pace sociale, di uguaglianza, di libertà. Anche i liberali di Cagnano, pur sensibili ai bisogni e alle aspettative altrettanto legittime della popolazione, non riuscirono a diventare i motori del cambiamento, ma avevano seminato bene. 

Ma questa è un’altra storia, che vedrà protagonisti i loro figli, e in speciale modo l’erede di don Antonio Palladino, l’anarchico Carmelo Palladino. 

Sarà il tema della prossima pubblicazione di Dina Crisetti, cui auguriamo di continuare a scandagliare la microstoria di questa Terra meravigliosa e ancora afflitta da deleterie partigianerie che ne rendono ancora oggi problematico lo sviluppo civile ed economico, oltre che culturale. Determinate “assenze” pesano… stasera. 

La celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia deve spronarci a concorrere consapevolmente alla stesura del copione della nostra storia presente e futura, affinchè questa Terra e la sua gente abbiano finalmente il posto al sole che meritano!

TERESA MARIA RAUZINO

 PRESENTAZIONE 27-12-2011 AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI: “RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO” (Bastogi editore, Foggia dicembre 2011, euro 12,50) 

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Libri, Senza categoria

 

Presentazione del libro sul RISORGIMENTO GARGANICO

 
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Pubblicato da su 16 dicembre 2011 in Libri, Senza categoria

 

testate pubblicazioni di dina crisetti

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Pubblicato da su 10 dicembre 2011 in Libri, Senza categoria

 

L’agonia feudale e la scalata dei “galantuomini”

 

 

 

LEONARDA CRISETTI GRIMALDI

ED. Il Rosone 2007

tomi 1 e 2, pp. 350, € 35

 

Abstract. La ricerca storica prende atto del cambiamento del regime possessorio della terra di Cagnano e della conseguente stratificazione socio-economico-culturale, nell’arco di tempo che va dal tramonto del feudalesimo alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il libro è diviso in due tomi: il primo analizza  terre e possessori al tramonto dell’età feudale  [1741-1813]– recuperando attraverso i dati catastali dell’Onciario e del Murattiano aspetti antropici, demografici ed economico-culturali, nomi di principi e cittadini, mestieri e toponimi legati a questa terra; il secondo affronta le questioni demaniali locali originate a seguito delle leggi  francesi, che intesero cancellare la feudalità [1813-1913]. La microstoria è costantemente raccordata agli eventi nazionali ed europei,  per trovare legittimazione, evidenziando analogie e differenze.

Emerge che nell’Epoca moderna, il tenimento di Cagnano si caratterizza come demanio universale, destinato al pascolo e alle colture, comprendente le Difensole, le Paludi e il Puzzone, come demanio ecclesiastico, costituito dai terreni seminativi della chiesa madre, cappelle, badie e conventi, siti nelle zone più pianeggianti, in cui sono praticate le colture specializzate della vite e dell’olivo e quelle cerealicole, come demanio ex feudale, che comprende quasi tutti i terreni pascolatori.   Nel 1750 – allorché il catasto Onciario è quasi completato-  nella terra di Cagnano ci sono anche libere proprietà in mano a privati, ubicati in genere intorno all’abitato.  Tutto il tenimento di questo comune del Gargano nord – che oggi riguarda una superficie di circa 15875 Ha – è, comunque, nelle mani di tre grandi possessori, esponenti della nobiltà, rappresentata dal principe – duca Brancaccio, [intestatario della Terra detta di Cagnano] e dal duca Zagaroli [proprietario della Difesa della Regia razza delle Giumente], e degli ecclesiastici,  rappresentati dai Canonici Regolari lateranensi di Santa Maria di Tremiti, che vanta il possesso della difesa San Nicola Imbuti, sul lago di Varano.

A Cagnano fino al 1806 si estende, inoltre, la giurisdizione della Dogana della mena delle pecore: esiste, infatti, una posta sin dal 1489, nata a seguito di  una convenzione stipulata tra il signore feudale di detta terra, Giovanni Paolo della Marra, e la Regia Dogana di Puglia. Il demanio di Cagnano è, pertanto, fruito anche dalle pecore dei cittadini abruzzesi. L’economia del territorio, però, non si basa solo l’attività della pastorizia, ma  anche sull’agricoltura. I cittadini, infatti,  nonostante il  condizionamento dell’Amministrazione della Dogana, si ritagliano col tempo spazi da coltivare, procedendo anche illegalmente e inglobando persino i tratturi, già prima delle leggi eversive, modificando lo scenario delle campagne. Le principali attività economiche  a Cagnano sono, in ogni caso,  fondamentalmente tre, includendo la voce della pesca, data la presenza del Lago di Varano. Va ricordato, però, che fino al 1700 i cittadini del luogo non traggono grande vantaggio da questa risorsa, per gli intralci, sia della chiesa, sia dei baroni, i quali, appellandosi ad antichi privilegi, ostacolano per lungo tempo l’atavico diritto di pesca.

Il tentativo di sbilanciare l’economia a vantaggio della pastorizia, è tuttavia molto forte, anche nel decennio francese, allorché con l’abolizione della feudalità, la confisca e vendita dei beni della chiesa e con la quotizzazione, diversi cittadini entrano in possesso di estese superficie pascolatorie e adatte alle colture, in molti casi usurpandole, dando così un’accelerazione al processo di privatizzazione delle terre, per cui il volto dei paesaggio agrario si modifica ulteriormente.

Il territorio ex feudale dei Brancaccio fa gola a non pochi cittadini, i quali ben presto occupano e circoscrivono con muri a secco e siepi spazi sempre più estesi, precludendone l’accesso ad altri. La negazione degli usi civici  fruiti in passato dalla popolazione e l’errata e/o mancata divisione delle terre, sono alle base delle questioni demaniali di Riseca, Parchi e Mezzane,  le quali provocano non pochi disagi di natura sociale ed economica e persino delle ribellioni. Proteste che si acuiscono nell’ultimo ventennio, tanto da far pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Tali questioni si porteranno avanti per tutto il secolo XIX e resteranno ancora accese alla vigilia del primo grande conflitto mondiale, inducendo a dubitare sulle idee di progresso, libertà e uguaglianza coltivate da alcuni con la venuta dei francesi.   La situazione possessoria della terra tipica dell’Italia meridionale medievale e moderna, in ogni caso, cambia, affidando  agli emergenti il compito di scrivere una nuova pagina di storia. 

 
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Pubblicato da su 15 settembre 2008 in Libri

 

Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina

Leonarda Crisetti Grimaldi

Centro Grafico Francescano (Fg), 2004

Pp 358 € 18.00

www.centrograficofrancescano.it

 

 

"Da tempo l’amore per la sua terra da parte di Leonarda Crisetti si è esteso fino ad abbracciare ogni aspetto della vita e della storia del suo paese. Una fitta rete di ricerche condotte con impegno e rigore sta facendo rivivere un caleidoscopico patrimonio di tradizioni e di cultura, strappandolo a quel dimenticatoio, al quale era ineluttabilmente destinato, se la Crisetti, con la sua paziente opera non avesse messo assieme le tessere di questo fantasmagorico mosaico, contendendolo all’oblio e consegnandolo alle nuove generazioni, quale prezioso comune retaggio in cui riconoscersi, per ritrovare un’identità culturale che le recenti, veloci trasformazioni hanno contribuito non poco a far smarrire e a disperdere.

 

Cinge vècchie”- commenta l’autrice in prefazione-, ma i cinge vècchie sappiamo che spesso sono i più cari, quelli ai quali siamo più legati, perché hanno un particolare valore affettivo, perché sono carichi di storia, la nostra storia. Essi sono così preziosi che giammai nessuno si sognerebbe di buttarli via; sono lì accantonati, in chissà quale angolo della soffitta, perché magari non abbiamo neanche il tempo di andare a riprenderli, ma sono sempre presenti in un angolo privilegiato del nostro cuore, della nostra identità. Un piacere particolare, poi, ci pervade se qualcuno ce li ripropone, un piacere misto di nostalgia e di appartenenza. E siamo ancora più grati se colui che ce li ripropone ha, come la Crisetti, la capacità di restituire loro tutto lo spessore storico.

 

È quanto accade in questo più recente lavoro, in cui, se l’autrice parte dall’intento di mettere assieme “Canti e storie di vita contadina” a Cagnano varano, riesce pur sempre a dare al ricco materiale di cui il libro si compone una organica esposizione, sì da farne uno spaccato intenso e quanto mai interessante della cittadina garganica tra terra e lago.

 

I canti sono un po’ il pretesto o l’occasione per indagare ogni aspetto della vita, dalla sfera materiale a quella spirituale, ai sentimenti, alle passioni. Essi non sono avulsi, ma calati nella realtà di un paesaggio e di un popolo che l’autrice conosce bene anche in rapporto agli aspetti socio-economici che fanno da sfondo, con il riferimento ai mestieri e alla vita quotidiana della cittadina lagunare.

 

Il libro si anima. Dal passato ci arrivano non voci affievolite dal tempo, ma personaggi con la loro vita di stenti, oltre alla storia e alla natura di un territorio impervio che ha contribuito non poco a determinare le sorti e a forgiare il carattere di questa gente.  Le stradine del centro storico sembrano ripopolarsi delle botteghe artigiane di un tempo. Le parole e le melodie sembrano rincorrersi per quei vicoli a scandire la pratica di tanti mestieri, alcuni ancora in uso, altri ormai dimenticati, che ora riemergono anche attraverso il ricco apparato iconografico.

 

Parole e melodie risuonano, poi, tra colline e altipiani e si disperdono fioche sul lago a sostenere la difficile esperienza di tanti contadini, tanti pastori e tanti pescatori, in competizione tra loro, pur se legati da un comune difficile destino, che si perde nel corso dei secoli e che ora riaffiora, almeno nelle sue tappe essenziali. La ricerca delle Crisetti. Spazia, infatti, nel tempo e nella complessa realtà della società cagnanese, ne interpreta le ansie e le attese, ne ricostruisce le caratteristiche, a partire dal riferimento all’ordinanza angioina del 1300 che assicura ai cittadini i diritti sugli usi civici del lago, fino alla difficile affermazione di questa attività in anni più recenti, con l’apertura della foce di Capojale. Un’attività che deve fare i conti anche con la prepotenza dei signorotti, che gestivano il lago come una cosa privata. Più antica quella agro-pastorale, risalente alla fine del X secolo, ma caratterizzata anch’essa da stenti e difficoltà. Due attività fortemente speculari, pur nella loro dialettica contrapposizione, contraddistinte solo da un diverso atteggiamento nei confronti della tradizione: più conservatrice quella agro-pastorale, più aperta al nuovo quella legata alla pesca.

 

L’analisi della Crisetti si allarga poi fino ad abbracciare i paesi limitrofi, quei paesi interni, come San Nicandro, San Giovanni, San Marco, che condividono la stessa sorte di Cagnano, la cui storia si interseca attraverso contatti che contribuiscono a rendere omogeneo il patrimonio culturale che presenta, proprio nei canti, elementi di affinità anche con il resto del meridione e di altre parti d’Italia.

 

Le testimonianze introdotte man mano nell’opera e tratte dal vissuto di personaggi cagnanesi costituiscono il valore aggiunto del libro, a partire da quella del pastore Michele Tenace, con il racconto della transumanza a Vieste. Agli stenti del pastore fanno eco quelli del contadino impegnato nella mietitura. Anche qui a ravvivare il racconto subentra il ricordo di un rito agricolo pesante e impegnativo che vedeva coinvolta tutta la famiglia, oltre ai bracciali, nella pratica della mietitura, della cerviatura, della pesatura, della raccolta, dell’insaccatura e del trasporto.

 

In questo difficile panorama Ciuciurumèlla, che ha la fortuna di possedere un cane che in momenti di magra gli procura di che mangiare, portandogli una folaga, rappresenta davvero un’eccezione, una bella favola. Ben diversa la realtà che il racconto della Crisetti ci consegna attraverso l’intreccio con storie del vissuto, come quella del calzolaio Diego Mendolicchio, che, nell’orgoglioso ricordo del nipote, da onesto e indefesso artigiano qual era, è riuscito a diventare “agricoltore proprietario” e a dare un sicuro avvenire a tutta la sua numerosa figliolanza.

 

Se in una società patriarcale la figura maschile la fa da padrona, non possono essere, però, dimenticati i tanti mestieri femminili a cui ci riportano canti come Cummare, cirne cirne, che presenta la vecchia attività ormai in disuso di preparare il pane in casa, Nu jurne me ne jéva pe la vija de la fundanèlla, che introduce la lavandaia, Celate jè stu pajése, con l’immagine di una virtuosa filatrice di seta ricamatrice di bottoni, alla quale si aggiunge l’imbottitrice con tutte le attività a questa collegate, dalla coltivazione del cotone nelle paludi del lago di Varano, alla realizzazione delle mande mbuttite.

 

Mestieri estinti, come tanti anche maschili, ad iniziare da lu vardare, il sellaio, per finire a lu macerale, che realizzava muretti a secco. Lavori difficili e che stentavano a garantire condizioni di vita dignitose, che spingevano ad emigrare, se andava bene, verso il tavoliere E scappa da la Pugghia), oppure in località transoceaniche (Marìtema sta a lla Mèreca), in questo caso con conseguenze sui rapporti coniugali che si allentavano, in una realtà dove il matrimonio era importante per la stessa sopravvivenza della donna, che non aveva una sua autonomia, che svolgeva mansioni pesanti, ma spesso misconosciute (Migghièrema a llu friscke e ‘i a llu sóle).

 

Un mondo nei confronti del quale poi la donna si prende una sorta di rivincita, ironizzando, come fa la ragazza di Óhi ma’, óhi ta’, sui mestieri degli uomini che la mamma le propone di sposare, con il rischio, giunta all’età limite di 28 anni, di restare zitella. Un’ironia presente in tanti altri momenti come nei racconti de L’óva de Pèllanéra e Do mBètre e llu tròpp’è ttròppe!

 

Un’ironia per esorcizzare gli effetti del duro lavoro, che inizia alle cinque del mattino, anche per i ragazzi, come nel racconto di Giovanni Bevilacqua, e che si protrae fino a tarda sera, quando non bisogna farsi carico delle responsabilità di avere smarrito qualche capo, e per un compenso di 30 lire al mese.

 

Una realtà dura e difficile, in cui l’unica valvola di sfogo è rappresentata dall’amore, tema comune di tanti canti tramandati dalla tradizione con tipologie diverse nelle forme e nei toni: serenate e strofette, eseguite da pastori, ma anche stornelli, arie o macchiette eseguite dalle contadine durante la zappatura, la mondatura, la raccolta, per finire con le serenate d’amore e di sdegno, due facce della stessa medaglia, come spesso accade, e con i sunètte e manuuètte, tra amore e satira. Un tema importante a cui è destinata la seconda sezione del libro, ma che si combina con ogni altro aspetto della vita e pertanto ritorna potente in tutte le sezioni, a costituire la trama, il filo rosso di una difficile esistenza, in cui si insinua l’ironico e malizioso invito Bbèlla, se te vu’ mbarà de fa l’amóre.

 

Canti tramandati oralmente attraverso una lingua che riflette la condizione socio-culturale, ma che cambia nel tempo in rapporto alla stessa tradizione orale. Testi semplici per gente semplice, che ci presentano una galleria di personaggi e una gamma di situazioni diverse: dalla condivisione coi vicini di un sentimento bello e profondo, al lamento per un amore contrastato. Così come semplici e tradizionali sono gli strumenti di accompagnamento: puta puta, tamburi, nacchere, … chitarra battente, che dal 1500 accompagna i canti garganici.

 

Quest’amore si cala, poi, nella più complessa realtà di tutti i giorni, in quella vita difficile di sempre, legato anche all’aspetto religioso, importantissimo in una società caratterizzata dalla precarietà, in cui il ciclo liturgico si riverbera sul ciclo della vita e determina anche gli incontri tra amanti, proprio in occasione delle feste (si pensi al linguaggio ammiccante, in cui anche il lancio dei fiori durante le processioni aveva un significato recondito), o l’astinenza sessuale durante la quaresima, (Quarandasètte jurne sònghe state unèste).

 

Nell’opera trova spazio tutto il rituale relativo al matrimonio: dall’ammasciata alla ngappata e lla fujuta, alla nascita dei figli, con l’aiuto di “donna Valentina”, ma anche il racconto di vita reale legato alle figure di vere e proprie eroine contadine, come Mechelina. Questa, come gli altri personaggi che trovano spazio nel libro,sembra di primo acchito balzata fuori dalla penna di Verga e dal suo mondo dei Vinti, ma con essi questa non ha in comune che un difficile tragico destino, perché, poi, anche per Mechelina viene fuori quell’anima garganica volitiva, instancabile, costantemente impegnata, con un carico di responsabilità che contrasta fortemente con la marginalità del suo ruolo, ma portato avanti con insolita tenacia.

 

Una donna e un amore che alcuni canti, lontani dalla realtà, ci presentano rispettivamente come irraggiungibile e impossibile, alla maniera dei poeti provenzali, siciliani e stilnovisti, altri come donna oggetto o tentatrice, una donna che per piacere all’uomo deve essere semplice, acqua e sapone, docile, fedele, ma che può essere anche diabolica e tentatrice (La fèmmena fa la fòrca e l’òmmene ce mbicca). Una donna destinata a subire l’arroganza e la prepotenza del maschio, che tendeva a reprimere la sessualità femminile e ad esaltare l’illibatezza del matrimonio.

 

L’attenzione si sposta su un più ampio contesto, quello della vita, includendo i canti narrativi: di saluto, di riappacificazione, di intrattenimento, di scuse, di commiato, i canti dal carcere (con osservazioni sulle cause socio-economiche di atteggiamenti delinquenziali, tra cui l’abigeato), i canti di ninnananne e trastulli, i canti dell’amicizia, dai quali emerge l’amara esperienza di una sostanziale solitudine dell’uomo e una sfiducia nei confronti dell’amicizia disinteressata (Quanne vune te vè a ttruuà/quarchéccósa te vè a ccercà).

 

In tutto ciò s’inserisce la sfera religiosa e il ricco patrimonio di testimonianze, che scandisce le diverse fasi della vita, dalla precarietà esistenziale che trova conforto negli inni e nelle invocazioni, a quella sorta di divinazione sul mestiere del futuro sposo nel giorno di san Giovanni o sull’andamento delle stagioni a Santa Lucia, all’esplosione di gioia nei preparativi natalizi o intorno al fuoco sacro del falò di San Giuseppe.

 

In questo ambito e in questa dimensione spirituale un posto particolare occupa la morte con il lamento funebre, che trova espressione anche a Cagnano e sul Gargano, anch’esso in canti che hanno una loro singolarità, come quelli “cadenzati e iterativi” con alti toni di disperazione per il coniuge, che si esprime in una gestualità che rafforza la drammaticità già espressa nelle parole e che il buon vicinato e lu chenzóle possono solo lenire. Un lamento funebre sospeso tra la morte e la vita, che riafferma con forza la voglia di esserci, di esistere, e attraverso il canto e la parola vuole riaffermare la vita, quella vita, sia pure difficile e di stenti, che pulsa in tutta l’opera della Crisetti.

 

Rodi Garganico, 29 giugno 2004

 Prefazione, PIETRO SAGGESE

CORRISPONDENTE E CRITICO DE “IL GARGANO NUOVO”


" Canti e storie di vita contadina è un’opera letteraria bella e interessante, che esporta gli aspetti positivi diCagnano (e ce ne sono tanti). L’autrice ha saputo ancora una volta dimostrare le sue grandi doti letterarie nonché di ricercatrice. La ringrazio a nome di tutti i cagnanesi, esortandola, per l’amore che nutre per l’arte, a regalarci ancora altre opere."

 

Giuseppe di Pumpo, sindaco di Cagnano pro tempore
 

 
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Pubblicato da su 15 settembre 2008 in Libri