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Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

17 Apr
Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

 

Prefazione di Leonarda Crisetti

Nella prima parte del mio intervento vorrei spendere due parole a favore della lingua dialettale, che non merita di essere subordinata alle altre lingue neolatine, ma ha una propria dignità, sia per l’efficacia comunicativa ed espressiva, sia per lo spessore sociale e storico-culturale, come cercherò di argomentare qui di seguito. Nella seconda parte accennerò al titolo di questa snella ma significativa antologia,  farò qualche osservazione sull’impianto del libro, sul contenuto dei testi e sul loro scenario.

Nel Gargano il dialetto può dirsi ancora la lingua materna, perché è la prima che continua ad essere appresa dal bambino. Essa è, inoltre, la lingua del focolare, degli affetti, dell’essere, perché si parla con i propri familiari, con gli amici, con la gente del proprio paese nelle situazioni informali. Ancora, il dialetto – che è veicolato massimamente attraverso il parlato – non ha bisogno di eccessiva rigorosità logica perché chi lo usa gode dell’opportunità di avere di fronte l’interlocutore, di capire pertanto da subito se il messaggio viene recepito, anche perché la comunicazione verbale è completata e integrata dalla postura e dal linguaggio mimico-gestuale. Emblematica a tale riguardo era la posizione della nonna quando, le braccia conserte, lo sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore, l’espressione seria del volto, proferiva: “Jè accussì”. Senza concedere il diritto di replica. Il dialetto, infine, è espressione di un gruppo ristretto. L’italiano, al contrario, è una lingua utilizzata in un’area geografica molto più estesa, caratterizzata da un codice decisamente più articolato, scritto e orale, e dall’autorità, cioè dal potere di essere insegnata nelle scuole, di veicolare norme e regolamenti. Dialetto e lingua, anche se diversi, sono in ogni caso entrambi importanti strumenti di comunicazione.

Non tutti, però, la pensano così. C’è infatti chi ritiene che il dialetto sia inferiore alla lingua nazionale per il fatto che non è ricco e variegato come l’italiano e non è in grado di astrarre e di concettualizzare come la lingua nazionale. D’altro canto, se si analizza il vocabolario dialettale, si scopre che non è facile reperire termini astratti, quanto piuttosto parole riconducibili all’ambito dell’esperienza concreta. Non è agevole, ad esempio, trovare nel repertorio dei dialetti parole come gentilezza, dolcezza, candore e, per esprimere tali virtù, si ricorre agli aggettivi corrispondenti (gendìle, “gentile”, dòvce ,“dolce”, gghiànghe, “bianco”).[1] I detrattori ritengono inoltre che il dialetto sia espressione di povertà culturale. Ne sarebbe prova il fatto che esso è parlato da chi occupa i gradini più bassi della scala sociale, spesso con disagio e vergogna, avvertendo un senso d’inferiorità. Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’italiano non era ancora abbastanza diffuso e i meno abbienti si esprimevano solo in dialetto, a scuola andavano bene solo i figli del ceto medio – alto per il fatto che padroneggiavano l’italiano, mentre i figli dei poveri venivano bocciati perché possedevano un “codice ristretto”[2]. Per decenni si è poi ragionato così: – Se il dialetto è fonte di discriminazione e di svantaggio, è inutile continuare a parlarlo. È accaduto perciò che molte famiglie, pensando di fare il bene dei propri figli, hanno cominciato a dismettere l’abitudine di parlare in dialetto, alitando sul fuoco di chi si fa portavoce della superiorità della lingua nazionale.

Se i contrari sogliono associare il vernacolo alla persona ignorante e non abbiente e avvalorare l’ipotesi che il dialetto sia lingua “cenerentola”, i fautori sono del parere che il dialetto sia “lingua del focolare, dignitosa sorella minore delle lingue neolatine”[3] che meglio esprime l’intimità e l’identità. Non a caso quando si è addolorati, adirati, annoiati, estasiati, le prime espressioni che vengono in mentre sono nella forma dialettale e quando ci si sente soli si vorrebbe a fianco un amico che parli la lingua che più ci è familiare. Significativo, a tale riguardo, il testo di Pietro Salcuni, presente in questa antologia – un elogio al dialetto che, “muntanère, napuleténe o giargianèse, assuzzèsce segnure e jumméne strutte de lu vosche, de la città o de lu paèse” – per il quale “a Monte pe doje parole all’use descurse ej chiére pure s’ej ‘mbecciuse, se tenghe nu ruspe ‘ncurpe cusse ej u suspètte ca ije sacce cumunechè schitte ‘ndialette”.[4]

Certo, il dialetto potrebbe condizionare negativamente la formazione qualora fosse l’unica lingua a disposizione della persona, la quale per stare bene con se stessa e con gli altri deve sapersi esprimere e capire l’espressione altrui nei vari contesti e situazioni, ma non è così. Il dialetto non sostituisce l’italiano, né l’inglese o altra lingua internazionale, ma esplica una funzione comunicativa complementare e integrante, e la formazione linguistica risulta tanto più funzionale e completa quanto più è radicata sulla concretezza e sulla lingua parlata nei contesti di vita vissuta, a partire da quella del focolare. Il dialetto, d’altro canto, rinsangua l’italiano, dandogli nuova linfa.

Il dialetto è strumento di comunicazione che si veste delle peculiarità sintattiche, semantiche e fonologiche prodotte nelle varie epoche e nei diversi luoghi geografici. Questo accade perché le lingue sono per natura dinamiche, non si cristallizzano, ma evolvono, mutuando e trasformando termini ed espressioni usate dalle persone con le quali si è in contatto. Così è per i dialetti dei paesi del Gargano, che sono la risultante delle parlate dei popoli che si sono succeduti nel tempo e nello spazio. Vi si trovano le tracce delle varie dominazioni, del fenomeno della transumanza, delle divisioni amministrative, dei contesti culturali. Lo attestano i termini in uso riconducibili alla cultura greca (spara, “cercine”, fanòja “falò”), alla lingua prelatina (crapa, “capra”, grava, “voragine”), latina (restuccia, “stoppia”, setìdde , “setaccio”), longobarda (ualàne, “bovaro”, zènna, “angolo”), araba (varda, “basto”, nzanzàna,“ruffiana”), francese (sciarrabbà, “calesse”, traìne (carro a due ruote), spagnola (nínne ,“bambino”, manda “coperta”), slava (jale “spiaggia”).[5]

Mettendo a confronto alcune voci[6]  e ascoltando le conversazioni, si capisce che i termini dialettali sono diversi soprattutto a livello fonologico, spesso per il tramutarsi e/o prolungarsi del suono vocalico, per la presenza di dittonghi, per l’uso di semisuoni[7].  Differenze di cui è possibile dare conto solo in parte attraverso la trascrizione. A livello semantico si registrano invece analogie e differenze riconducibili a volte alle subaree garganiche. Il “cercine”, ad esempio, che le donne mettevano sul capo,  per poggiarvi la scala, il barile, un fascio di rami secchi da ardere, una pagnotta di pane, una vasca d’acqua, ebbene, quest’antico attrezzo a Cagnano, a Sannicandro, a San Giovanni Rotondo e a San Marco in Lamis è detto “spàra” [con il suono aperto della a], a Carpino, a Ischitella e a Peschici “spàre” [con la e muta finale], a Lesina “spàse”, a Vieste “stràzze”, a Monte Sant’Angelo “strazzetìdde”, a Rignano e Apricena “pèzze”, a Rodi Garganico “spère”, a Vico del Gargano “spère” e “taràdde”. Anche se diverse a livello semantico, le voci presentano tuttavia una certa “aria di famiglia” e lasciano supporre che alcune di esse richiamino la forma a spirale (come esplicita l’etimologia greca di “spara”), altre il materiale (“strazze”, pèzze, teli di stoffa, spesso strappati a vecchie lenzuola) di cui era costituito l’antico attrezzo, che “taradde” (tarallo) sia una metafora nata dalla corruzione del termine originario, che richiama comunque la forma ad anello del cercine. Le voci “sète”, “setaróle”, “setìdde”, “setàcce”, “setìlle”, “setèlle”, utilizzate genericamente per indicare il setaccio[8], presentano quasi tutte la radice [“sèt”] riconducibile al latino medievale [sāeta, “setola”, “crine”, da cui sarebbe derivato setacciare], tranne la variante cerneture (dal lat. “cribrum”), usata come sinonimo. Salvo a considerare le varietà locali, perché a Peschici il setaccio per la farina era denominato “sète” e “setarole”, quello utile per fare passare i pomodori si chiamava setacce. A San Marco in Lamis “lu setacce” era di stagno e veniva usato come passa pomodori, “la setarola” constava di una retina sottilissima e serviva per separare la farina dalla crusca o da altre impurità, “lu cerneture” consisteva in un telaio di legno di forma rettangolare sul quale la massaia faceva scorrere i setacci per abburattare. Il setaccio per vagliare il grano, infine, prendeva qui il nome di “farnare”, “farnarédde e farnaróne”, in base alla trama più o meno stretta che lo caratterizzava.[9]

In non pochi casi uno stesso significante assumeva significato diverso da un paese all’altro. Erano i giorni di Natale, quando: “Me magnàte nu scartellate tanda grosse – disse un giovane studente di Cagnano ad un compagno di Sannicandro” – allargando il pollice e l’indice di entrambe le mani, per indicare un diametro di oltre dieci centimetri. Il compagno scoppiò a ridere e rivolto ad altri amici presenti commentò stupito: “Oh a Cagnane ce màgnene li scartellate grosse accuscì!”. L’equivoco nasceva dal fatto che i due non si riferivano allo stesso dolce, perché “lu scartellate” di Cagnano Varano era “lu crùstele” di Sannicandro Garganico, quindi, più piccolo nella dimensione e diverso nella forma.[10] La diversità che connota i dialetti si riscontra persino nello stesso paese ed è riconducibile talvolta ai mestieri. A Cagnano, infatti, i pescatori, che erano soliti fare bollire la reti “nda lu lapìje[11], dov’era stata sciolta una sostanza ricavata dal pino d’Aleppo per non farle deteriorare, si ubriacavano facendo “a ppetècchia”, i contadini che avevano a che fare con i covoni di grano, prendevano la sbornia facendo “mezzètte a rrègghje[12], bevendo in entrambi i casi una grande quantità di vino. Dunque, il dialetto non è una lingua povera ed essenziale, ma lingua che abbonda di metafore, sinonimi e parole di diversa etimologia.

Il dialetto è vera e propria lingua per il fatto che viene utilizzato per comunicare (parlare e farsi capire); è strumento del pensiero perché traduce quest’ultimo in parole; è, infine, oggetto culturale dato che testimonia la storia, l’economia, l’evoluzione dell’uomo e della società. Riflettere su questo codice linguistico è, pertanto, utile al bambino come all’adolescente, perché lo aiuta a socializzare esperienze, a strutturare i propri pensieri, a conoscere la vita dei padri, dei nonni e, più in generale, dell’uomo, ed è auspicabile che tale riflessione venga promossa a scuola.

Resta ora da verificare se la lingua dialettale sia in grado di svolgere anche la funzione estetica e artistica, di esprimere cioè sentimenti ed emozioni che appartengano alla sfera umana soggettiva, se sia capace insomma di fare poesia ricorrendo – ma non necessariamente – alla metrica, agli schemi ritmici e a particolari soluzioni stilistiche. Chi compone poesie, infatti, non lo fa per gli altri, per informare, scrivere o argomentare sul piano razionale, ma per esprimere il proprio mondo interiore, utilizzando le parole, lo spazio, i costrutti in modo personale e creativo, coniando persino nuovi termini.

I detrattori risponderebbero da subito con un no, ritenendo che il dialetto sia incapace di esprimere pensieri profondi e nobili sentimenti. Io, però, attraverso l’analisi di canzoni e poesie popolari tramandate oralmente[13] ho avuto modo di constatare che la lingua dialettale riesce ad emozionare allo stesso modo della lingua italiana e forse anche di più. Essa è infatti ricca di termini originalissimi, di cui non sempre è possibile trovare l’equivalente in lingua italiana. Ricordo un’antica “canzone de sdègne[14] in cui si leggono parole come muschejature (luogo dove le mucche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato dove sostano d’estate le capre), muriature (là dove le pecore si stringono facendosi ombra), sugghiature (luogo sporco dove amano rotolarsi i maiali). Nelle canzoni si utilizzano, inoltre, figure retoriche e onomatopee, sono  adottate  soluzioni stilistiche originali e spesso molto efficaci. Due soli esempi. Ne “I mesi dell’anno”, giugno si presenta dicendo che vuole farsi la “sferracchiata” [mietuta] con “sferrècchia” [falce], tagliando la testa alla “fèmmena vècchia” [campo maturo].[15]  In una “canzone d’amore”, il cantore invita la donna a sciogliersi i capelli – che “ce chiàmene chinzòla cristiiane” – in modo che il vento possa farli svolazzare e il sole li faccia splendere, scegliendo parole singolari come “sbalijà” e “sderlucì”.[16] Le conversazioni dei più anziani si colorano di suoni onomatopeici, quando parlano di pioggia che “scquendèja” (scendendo a goccia), di cielo che “ndrona” (tuona), di “fanòja sckattejènda” (falò che scoppietta), di bambino che fa “tùppete e tiritùppete” (mentre cade e rotola). La tesi che la lingua del dialetto sia capace di fare poesia è confortata da Donato Valli là dove scrive che “ il dialetto si costituisce effettivamente come lingua autonoma, alla quale non solo è possibile applicare il canone tecnico e retorico della letteratura alta indipendentemente dalla sua estrazione sociologica, ma è possibile attribuire un’intensa funzionalità espressiva che nasce dalla incondizionata potenzialità analogica delle forme in un terreno indenne di compromissioni di paradigmi storici e normativi.”[17]

Oggi in diverse regioni d’Italia le nuove generazioni non si esprimono più correntemente in dialetto. La flessione dell’idioma locale è riconducibile agli anni post-unitari, allorché i governi hanno inteso “fare gli italiani” anche attraverso la diffusione della lingua nazionale.  Il resto è opera dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in testa, e, da ultimo, di internet che, veicolando l’uso delle lingue internazionali dominanti, favorisce l’omologazione. Da alcuni decenni però si registra una controtendenza e la conoscenza del vernacolo costituisce un punto di forza, sia perché il dialetto non è più l’unico strumento di comunicazione, sia perché non è parlato solo dai ceti bassi, sia soprattutto per il suo potenziale espressivo. A conferirgli dignità hanno concorso – oltre alla letteratura della seconda metà del secolo scorso e alle associazioni – i Programmi del 1985 per la scuola primaria, là dove affermano il diritto dei fanciulli e delle fanciulle di potere comunicare con tutti, che la formazione linguistica va dilatata, che si possono accettare termini ed espressioni dialettali “da virgolettare”. I dialetti perciò resistono anche nelle conversazioni dei giovani – non solo del Gargano – che nelle situazioni informali e confidenziali amano ricorrere a termini dialettali, indubbiamente corrotti e,  per certi aspetti,  italianizzati, come del resto accade alla lingua nazionale, sempre più invasa dagli anglicismi. Cosa accadrà in futuro non è dato di sapere con certezza. Il ben noto linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, con un certo ottimismo affermava: “C’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse.”[18] Il dialetto perciò non morirà mai del tutto. Spetta in ogni caso alle comunità il compito di sostenerlo – promuovendolo anche attraverso le scuole – in quanto bene culturale da salvaguardare e specchio della realtà, in nome dell’originalità, della diversità, dell’identità, per arginare l’omologazione sempre più perversa e pervasiva, e favorire l’integrazione.

Ed è proprio in questa direzione che ritengo vada la presente raccolta intitolata “Poeti e poesie in lingua dialetto del Gargano”, forse la prima della “Montagna del sole”, non perché non ve ne siano altre, ma perché come spiega Franco Ferrara – ideatore del progetto – è questa la prima che consente agli autori di esprimersi utilizzando il codice dialettale del proprio paese liberamente, trascrivendo i suoni della parlata locale senza sottostare a regole imposte. Sotto questo profilo la raccolta assume carattere documentario. Inoltre, le poesie qui presenti sono espressione di poeti locali, nati e vissuti a lungo nel Gargano: Franco Ferrara e Raffaele Pennelli di Apricena, Angelo Curatolo di Cagnano Varano, Giuseppe Trombetta di Carpino, Nino Visicchio e Rocco Martella di Ischitella, Pietro Salcuni di Monte Sant’Angelo, Giuseppe Lombardi di Rignano Garganico, Onorio Grifa e Michele Totta di San Giovanni Rotondo, Antonio Guida di San Marco in Lamis, Maria Rosaria Vera, Michela Di Perna e Nicola Angelicchio di Vico del Gargano, Isabella Cappabianca Pernice e Angela Ascoli di Vieste.

L’antologia è organizzata per autore. Ciascuno ha avuto facoltà di inserire fino a tre poesie scritte nella propria lingua madre. I testi afferiscono massimamente al genere lirico ed esprimono le emozioni e i sentimenti vissuti personalmente dagli autori. In alcuni casi, però, i poeti affidano ai versi il compito di veicolare insegnamenti, facendo assumere alle poesie i caratteri del genere didascalico (“Fëlësufànnë”, “I macch-nett-”). In altri (Na preièra alla Madonna, Uijucce … Zè Gatte), il dialetto si fa strumento privilegiato per comunicare con la Vergine e con Dio e la poesia assume i caratteri del genere religioso. I poeti del Gargano, inoltre, danno prova che il dialetto non è un vecchio arnese, ma un mezzo espressivo con il quale si possono affrontare i temi più vari, vecchi e nuovi: da quelli ironici e scanzonati (“Ci chiamano mup”) a quelli più tristi e delicati (“Lu tumore”). I pensieri e le emozioni sono espressi nella maggior parte dei casi nel verso libero senza rima. Non mancano testi dal verso più regolare, talvolta in rima (baciata o alternata), spesso arricchiti da assonanze, consonanze, metafore, personificazioni, anafore, simboli, come è dato di verificare, ad esempio, leggendo “Lu Cavut”, dove la “luc’” si chiama “pac’” e “li muscant‘” sono gli animali che con i loro versi, “sopa lu tupp’ d’ SantJorj”,[19] formano una vera e propria orchestra. Ne (L’attore) insieme alle rime e alle assonanze, è facile notare il ritmo cadenzato, a tratti incalzante, che conferisce musicalità al verso:

 

Si custréttë a jèssë attòrë

pë fòrza maggiòrë

a jèssë

quànnë vu jèssë

schiàvë dë la sucëtà

a dìcë e a fà

còmë vònnë lòrë

së nnò të trùvë fòrë.

 

Anche se l’opera voleva essere una raccolta libera, per non frenare la fantasia di nessuno, di fatto è venuto fuori un lavoro abbastanza organico, che rappresenta significativamente lo scenario del Gargano con i suoi centri abitati e una varietà di luoghi piani, montani, marini e lacustri. I contenuti spaziano nel tempo e, tra presente e passato, mettono a nudo affetti, virtù e difetti umani, paure e precarietà, questioni dell’attuale società (povertà, disoccupazione, emigrazione, degrado ambientale, incomunicabilità, diffidenza verso l’autorità). Un documento che fotografa insomma la nostra realtà. Emerge il profilo del garganico con la mente rivolta al passato e lo sguardo al presente. Un uomo che vive il disincanto ed è legato ai ricordi: di Fraulicchj, “che ogni tant pigghie nu sicchie e va a ‘nnacque chiant e sciure, o leve ‘u vritt da ‘n facce ‘u mure” [20]; della guerra che recide i legami “Ji m’arr’cord quann c’sim cansciut, pù è scuppièt la uerr e so partut. M’hann mannet allunden a dov facev freded e ‘nc putemm ‘cav’dà”[21]; L’amore de ‘na vote, diverso da quello di oggi, perché in passato “I nnamurate parlavn da luntane, e ndrete steve ‘a mamm p’i recchie tese” [22];  il Natale di un tempo, allorché “supr ‘i muntagn e supr ‘u pais, acchyan acchyan ascegn ‘a niv” e “mezz a’ strat ‘na morr dj guagniun kj guanc tutt roscj menjn all’aria tanta paddun”, mentre “dintr ‘i cas dy vicayul i mamm stan affacjnnat a fa: crustjl, pettjl e kaucjun”[23];  il ricordo dei piatti della tradizione (Fave e KiKoccia); delle paure dei fanciulli, “u paponn” che “nanonn muntuèv spiss” e, “p fa sta quièt a nuje quatrà”, diceva: “‘mo v’ava muccicà!”, e “u scazzamaurèdd … sempr p nu cuappèdd ca … s ci lu riusciv a luà nu sacc d solt t’avva lassà.” [24]

Un uomo triste e solo come L’uteme ciucce, come i centri abitati, sempre più deserti, “la strata tùtta cagnàtä, ‘na frècä dï pòrtë chiúsë dï càsë e dï tànda iúsï, che pàrönö abbandunàtï. Pla víjä pròpïjö nësciúnö, no nvócï dï crïstijànï, lundànö dújë afrïcànï, li rùcchï allì balïcúnï”[25] e A chés d nanonn, che pareva una reggia e “mo n’n ci sta chiù nisciun”. Uomo che apprezza le bellezze naturali e gli spazi incontaminati (Lu Cavut, Nu sguarde da… lundène, ‘A terr d’u Gargan, Bell’acqua, L’albe a Viste), che indugia sui fenomeni atmosferici (U maletimbe, Favugne), che è disposto a sopportare il fastidio provocato da “muschidd e zampan” presenti nelle zone depresse del Varano[26], ma che non tollera l’ambiente venga deturpato (Quanda volete, scugghire moje, te so venute a truè …) o che antichi abitati siano abbandonati al degrado:

 

Quiddu ca oj scrop’

l’occhj d’ la jent’

a Sant’ N’cola

n’ sonn av’t che catapecchj abbandunat’

com’ s’ tort’ pur’ lor’

a qualcun’ avessen’ fatt’.

Eppur’ nu jurn’

sti catapecchj ch’ v’dim’mo

jev’n’ lu fior’ all’occhiell’

d’ lu Stat’ nostr’,

p’cchè qua jeva l’Idroscal’

e l’idroscal’ de Sant’ N’cola Imbut’

da tutt’ jeva can’sciut.[27]

 

Un uomo che ha difficoltà a trovare lavoro ed è costretto ad abbandonare i propri cari e il proprio paese, “l’ucchie … lucede”, “lu core” che “batte forte”, “parte pe forze” perché lascia “tutte la vita , la mamme, li sore e li frate”, “nu pizze de core”[28]. Emigra perché “sta tèrre avére, manghe na zènne de fatiche non dèje pene nemmanche a na furmiche”[29]. Deve andare, perché “La famigghia sta’ ‘nguaiata, soffre citta e ’arretrate, ie’ fenuta inde nu fosse”[30]. Un uomo attaccato alla proprietà (Nu mazz de sparie), che si lamenta anche quando non ve n’è bisogno (Auanne è musce), diffidente verso chi amministra e governa (Da stamatínä chióvë e cchióvë fòrtë, Gargan), o verso chi, legato al potere, non ha il coraggio di farsi da parte (U curagg’). Un uomo sensibile ai problemi delle diseguaglianze sociali (U funaral d’ nu v’cchiaredd), della povertà (Lu sonne de ‘nu pezzènte), della terza età (Li vucàle della nonna); che sospetta del matrimonio (Alla vegiglje u matremonje) e che, pur essendo infastidito dal comportamento del “vanaglorjòsë” pronto “a njà vërëtà” (U Busciardë), nel palcoscenico della società si vede costretto a recitare una parte che non si è scelta (L’attore). Questo uomo, pur essendo consapevole di vivere “ndà nu mònnë dòvë còntë sòlë quéddë ca vùnë pussédë no quéddë ca vùnë jè vëramèntë”, pensa in ogni caso che occorra agire con responsabilità (Fëlësufànnë) e che sia necessario ripensare i modelli educativi: insegnare le regole ai propri figli (S- vu bèn) e tenerli lontani dal vizio del gioco (I mach-nett-). Un uomo profondamente umano che è addolorato dalla morte delle persone care (U Pacche) ed è terrorizzato dal male del secolo:

 

Pe ‘lla puttana! ‘Stu cacchiye de tumore

fa rèje li capidde a tutte quante.

Arrappa scìa li vecchiye che li ggiune

e lèste li manna allu campesante.[31]

 

Un uomo fondamentalmente fragile (Crejature miie) e uguale a se stesso (Simme accusi), che si rivolge nello stesso tempo alla magia, “ Cenzè te si misse u lambetine?”[32], e alla Vergine, per chiederle di potere trovare conforto in un suo abbraccio:“Famme sta’ ‘cchiu’ strinte a Te, che vu’ tanta bène a me. Smania custu core mie, ‘nnanze a Te, Mamma de Die”[33]

Cagnano Varano, 7 gennaio 2017

 

[1] La trascrizione fonetica degli aggettivi appartiene al dialetto di Cagnano Varano. La e [corsivo] in corpo o a fine parola dialettale è muta. La regola non vale per le citazioni virgolettate tratte dai testi dei poeti di questa antologia, che sono state trascritte fedelmente.

[2] L’espressione è riconducibile a Basil Bernestein, secondo il quale il successo scolastico è condizionato dalla capacità verbale, che riflette le condizioni socio-economico-culturali degli alunni. Il sociologo parla anche di codice “allargato” della lingua tipico dei ceti medio-alti caratterizzato, tra l’altro, da climi familiari distesi, improntati al dialogo, e dalla fiducia dei membri. B. Bernestein, Class, codes and control (1971). La forte e ingiusta selezione della scuola, che faceva parti uguali fra disuguali, nel 1967, fu denunciata da don Lorenzo Milani, Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, 1967.

[3] F. Granatiero, Rère ascennènne 2002, pag.14.

[4] Traduzione: “[il dialetto] montanaro, napoletano, giargianèse, rende pari signori e uomini stremati dalla fatica / del bosco, della città o del paesino”… “a Monte con due parole giuste / il discorso è chiaro anche se complicato / se ho un rospo in corpo ho il sospetto/ che so sfogarmi solo in dialetto”.

[5] Il lettore che voglia soddisfare qualche curiosità sui dialetti di Capitanata, Terra di Bari, del Gargano e interregionali può consultare:  Bbèlla te vu mbarà … cit., Prefazione, F. Granatiero, poeta dialettale pugliese, in pp. 21-26;  M. R. Carosella [a cura di], Interferenze di forme e dinamiche di strutture. Influssi bidirezionali tra dialetti e italiani regionali dell’area garaganica settentrionale,2002. pp. 229-306; N. L. Savino, Il gergo popolare in Lesina pregarganica, comune del nord delle Puglie, 1980.

[6] Oltre ai poeti della presente antologia, sono stati consultati Grazia D’Evola (Sannicandro Garganico), Vincenzo Campobasso (Rodi Garganico), Vincenzo Luciani (Ischitella), Angela Campanile (Peschici), Nicola Palmieri (Vico del Gargano), Nunzia Augello (San Giovanni Rotondo), Lidio Nicola Savino (Lesina). Grazie a tutti per la collaborazione. È stato chiesto loro come vengono chiamati nel dialetto del proprio paese cercine, falò, capra, grava, stoppia, setaccio, coperta, margine, mediatrice/ruffiana, calesse, traino, bambino, lago.

[7] Ne è un esempio la “g” di “gràve”, che nel dialetto di Carpino va pronunciata col mezzo suono.

[8] Arnese costituito da una rete di sete, tela, crine o fili metallici, adoperato per separare i prodotti della macinazione dei cereali, legumi, in base alla grossezza.

[9] M. e G. GALANTE, Dizionario dialettale di San Marco in Lamis, 2006.

[10] Per “scartellate” s’intende a Cagnano il dolce natalizio che si ottiene tagliando la sfoglia impastata con farina e vino (oppure con uova) in fettuccine larghe 3 cm circa e lunghe circa mezzo metro, unendo i lembi di ciascuna fettuccia ogni due cm circa a mo’ di barchetta, avvolgendola infine come una spirale. Ciascuno scartellate viene poi fritto e condito con miele d’api o di fichi (venecotte), mandorle e noci tritate. “Lu crùstele” invece, è uno gnocco dolce fritto,  ha il diametro massimo di 3-4 cm, è ottenuto dall’impasto di uova, farina, zucchero e lievito.

[11] Grosso recipiente di stagno.

[12] Il “mezzètte” era una misura di capacità degli aridi ed equivaleva a Cagnano a circa 24 kg. L. Crisetti Grimaldi, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, 1999, pag. 205

[13] L. Crisetti Grimaldi, Bbèlla te vu mbarà … cit.

[14] “Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe”, ivi, pag. 120. Le canzoni di “sdègne” sono di disprezzo. Ivi, pag. 140

[15] “I mesi dell’anno” ivi, pag. 47

[16] “Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla porta”, ivi, pag. 125.

[17] D. Valli , Prefazione, in F. Granatiero, Scuerzele, 2002, pag.12.

[18] T. De Mauro, Prefazione, in Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis cit., pag. 8.

[19] Sul poggio di “Sant’ Jorj” situato di fronte al centro storico che guarda da un lato alla Valle di San Giovanni e dall’altro alla Laguna di Varano.

[20] “… che ogni tanto prende un secchio/e va a innaffiare piante e fiori / o toglie lo sporco dai muri.”

[21] “Io mi ricordo quando ci siamo conosciuti / poi è scoppiata la guerra e sono partito. / Mi hanno mandato lontano / dove faceva freddo e non potevamo riscaldarci”, Rrcòrd.

[22] “Gli innamorati si parlavano da lontano,/e dietro c’era la madre di lei con le orecchie tese.”

[23] Allorché “sui monti e sui paesi, / piano piano scende la neve” e “per strada una quantità di ragazzini / con le guance tutte rosse / lanciano per aria tanti palloncini (di neve)”, mentre “nelle case dei vichesi/le mamme sono/affaccendate a fare: /crustoli, pettole e calzoni. ‘U Natal a Vich.

[24] “U paponne”, che la nonna nominava spesso e per fare stare quieti i fanciulli diceva: “Ora vi deve mordere!”, e “u scazzamauredd”/ce lo facevano immaginare sempre con un cappello / che se glielo riuscivi a levare… / un sacco di soldi ti doveva lasciare”. I pagur di quatrà.

[25] “… tutta cambiata,/un fracco di porte chiuse/di case e di tante stalle , / che sembrano abbandonati. / Per la via proprio nessuno,/non voci di cristiani/lontano due africani, / i colombi ai balconi.” Ndö la stràtä dï càsa míjä.

[26] A mucc’caredd.

[27] “Quello che scopre / oggi l’occhio della gente / a San Nicola / non sono altro che catapecchie abbandonate / come se anch’esse / avessero fatto torto a qualcuno. / Eppure un giorno queste catapecchie che vediamo ora / erano il fiore all’occhiello del nostro Stato, / perché qui c’era l’Idroscalo / e l’idroscalo di San Nicola Imbuti7 era da tutti conosciuto.” Sant’ N’cola di Varano.

[28] La valige.

[29] La partènze.

[30] L’emigrante.

[31] Lu tumore.

[32] Cenzè hai messo “l’abitino”?, U Malucchije.

[33] Na preièra alla Madonna.

 

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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Libri, Senza categoria

 

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