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Voci di strada cagnanesi

15 Mar

Le “voci di strada” agevolano la lettura dei contesti. Da quelle raccolte nel mio paese è possibile desumere  il carattere e il costume del cagnanese che, a ben guardare, in fondo in fondo, è come altri uomini garganici. Di qualche voce è stato possibile ricostruire l’intera storia, di altri ho riportato l’espressione dialettale e il significato, sia letterale, sia metaforico.

 

Ringrazio tutte le informatrici e gli informatori, in particolare mia madre Lucia e l’ingegnere Diego Mendolicchio.

 

 1. L’ova de Pèllanèra

Era il tempo della mietitura e ogni mietitore a fine della giornata era solito consumare la cena insieme ai mietitori. Una di quelle sere di giugno, Pellanèra preparò l’òva a panemfùsse. In passato si soleva mangiare tutti in un unico piatto, la pàtena. Fu così che in quell’unico piatto il padrone riversò l’uovo cotto con abbondante acqua e cipolla sul pane casereccio. Ciascun mietitore mangiò il pane, scansando l’uovo e pensando:- Non lo posso prendere proprio io, sarebbe malecriànza! Accadde perciò che a fine cena quell’unico uovo rimase in fondo alla pàtenaPellanèra, il proprietario, afferrandolo infine con la forchetta esclamò: – Quànda jé malamènda la gràscia! L’espressione fu proverbiale ed è rimasta sulla bocca di tutti.

 

 2. Lu troppe jè troppe.

Il detto era raccontato sovente dal maestro Francesco Mendolicchio negli anni del dopoguerra ai suoi alunni, allorché esageravano. Vede protagonisti un sacerdote di Cagnano intelligente, ma soprattutto ironico, Don Pètre Di Pumpo e un artigiano di nome Michele.

Durante il rito della celebrazione eucaristica, Don Pietro, che officiava, beveva dal calice il vino buono, di produzione propria, di cui aveva delle provviste in casa. Il sacerdote dimorava in Corso Umberto, accanto all’omonima fontana, denominata appunto fundana don Pètre, il secondo piano, cui si accedeva attraverso una scalinata matta, poco inclinata, interrotta da un piolo. 

Nella strada attigua abitava Michele che, siccome esercitava il mestiere del sellaio, era chiamato Mechèle lu vardare. A Michele piaceva molto il vino e frequentava spesso lacandina de Romuualde, che era nelle vicinanze. Alla cantina di Romualdo si ritrovavano anche altri  artigiani del paese, che ad un certo momento della giornata chiudevano la bottega, per andare a farsi nu bucchère de vine. 

Ogni mattina, quando don Pietro usciva dalla casa per recarsi alla Chiesa Madre dove celebrare la messa, passava davanti alla casa de lu vardare. Entrambi si salutavano con rispetto, ed essendo nata una certa confidenza, finivano con lo scambiarsi  i convenevoli e talvolta pettegolezzi.

Michele aveva saputo che il vino di don Pietro era molto buono. Un giorno si fece coraggio e gli disse: Don Pe’ eja sapute c’a fatte nu vine che ghjè na maravigghiaChe ddice, me la fa assaggià nu poche?

Bisogna sapere che anche Michele non era sprovveduto, perciò quando voleva era così abile a circuire il suo interlocutore da riuscire nell’intento, ottenendo infine ciò che desiderava. Se lo lavorò per bene ogni giorno e  quando giunse la festa di San Giuseppe,don Pètre disse finalmente a Michele: – E nghianele lu varrelotte.

Michele, e non solo lui, aveva in casa un barilotto di cinque litri, di quelli fatti con tante fasce di legno tenute strette da altre due verticali. Michele, solerte, prese il barilotto, lo sistemò sotto il braccio e salì a casa di don Pietro, pregustando già il buon vino del sacerdote.

Don Pietro spillò il vino dalla propria botte e riempì il barilotto di Michele, che se lo strinse sotto il braccio più forte di prima, per timore che potesse sfuggirgli, e tutto contento salutò don Pietro con mille cerimonie.

Una volta sceso nella sua bottega, lu vardare si sedette e gustò il vino fino all’ultima goccia, tanto che a sera il contenitore era già vuoto. Tra un sorso e l’altro, attaccandosi alla botticella e tracannando diceva tra sé e sé: Quanda jè saprite lu vine de la messa.

Il giorno seguente, quando don Pietro scese per recarsi in chiesa, com’era solito fare, mbà Mechèle gli si fece innanzi, ripetendo ad alta voce: – Mbà don Pè, lu vine ca fate jè propre bbone.

Ogni giorno che lo vedeva, Michele finiva col ripetere la stessa frase, lodando il buon vino della messa di don Pietro. E’ chiaro che il sellaio pensava sempre a quel vino, tanto più che se l’era scolato in una serata.

In prossimità delle feste patronali di San Michele e di San Cataldo, Michele pensò: – Mo ce l’eja ddummanna n’avetu poche de vine a don Pètre. E cche sso cinque litre de vine pe chi jè ricche ccom’e ghjsse. Si fece perciò coraggio e una di quelle sere rimasero a chiacchierare con don Pietro più del solito.   Con fare sottomesso chiese di potere assaggiare dell’altro vino, sicuramente più maturo di quello che aveva bevuto due mesi prima.

Don Pietro, come se l’aspettasse, rispose: – E ssì, perché no!

Fu così che per la seconda volta gli riempì il barilotto di vino, mentre lu vardare non la finiva di complimentarsi col sacerdote sulla bontà della bevanda, covando in cuor suo il desiderio di averne ancora un po’.

Passò del tempo e nel frattempo sia di mattina, sia di sera, quando lo incontrava Michele non la finiva mai di dire:- Com’è saprite li vine de don Pètre.

Intanto anche la provvista di don Pietro cominciava ad esaurirsi. In prossimità della festa della Madonna del Carmine, mentre don Pètre era in casa,  mbà Mechèle con la solita botticella stretta sotto il braccio, cominciò a salire la scalinata matta, ritenendo che il bravo don Pietro non gli avrebbe detto no. Nella sua testa argomentava cercando giustificazioni al suo comportamento, pensava ad esempio che quella di don Pietro era una famiglia benestante, dato che aveva la proprietà, perciò non gli sarebbe costato molto dargli ancora del vino. Giunto dietro alla porta, dopo un po’ di esitazione, bussò.

Chi è- rispose don Pietro.

Songhe ji, mbà Mechèle– fece eco l’altro.

Don Pietro che sprovveduto non era, appena percepì la sua presenza, pensò:- Ah! C’è ngarnate lu dende a mbà Mechèle. Improvvisamente il sacerdote mise in moto la sua fantasia, ragionando nella mente, al fine di trovare le parole giuste per fare cessare le pretese di mbà Mechèle. Don Pietro intendeva rifiutargli in vino, senza offenderlo, proprio come uno da par suo sapeva fare.

Un momento- disse infine. Avvicinò l’occhio al buco della serratura, per vedere l’esatta posizione di compare Michele e per mettere in atto il piano che gli era balenato. Aprì poi di botto la porta e assestò un colpo di gomito al barilotto del sellaio. Il barilotto a quel punto sfuggi al controllo del proprietario e cominciò a rotolare molto lentamente giù per le scale della gradinata matta di don Pietro. Mentre avveniva ciò, il sacerdote richiamò l’attenzione di mbà Mechèle:-

Ascolta- disse- ascolta:

– Trocch- trocch- trocch-trocch- tropp. Troppe- troppe- troppe.

 

Il barilotto intanto continuava a rotolare, accelerando il ritmo, lasciando intendere:

 

– Lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe.

– La sendute mbà Mechè, lu dice pure lu varrelotte ca lu troppe jé troppe.

 

 

 3. Lu prim’anne musse e musse

Lu seconde cule e cule

Lu tèrze a cavece ngule.

(Il primo anno bocca a bocca, il secondo culo a culo, il terzo a calci nel sedere).

Si suole ripetere a coppie di sposi gioveni e meno giovani, per ammonire sui rapporti di coppia, i quali sono destinati a mutare nel tempo. Fibnchè la spinta erotica è forte, i due sono molto affiatati, quando questa si affievolisce, si passa alla sopportazione giungendo anche alla violenza.

 

4. Mettimece na prèta sope.

Mettiamoci sopra una pietra.

Si suole dire ancora oggi quando si vuol mettere fine ad un diverbio che provoca ancora sofferenza. Delle volte il male causato da uno dei litiganti è così forte che si suole rispondere:- Ce vò na macèra (non basta dunque una pietra).

 

5. Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

Ora se ne va la folaga cannaiola.

Il detto rinvia ad un episodio accaduto, che vede protagonista una donna molto devota, Angelina De Monte, e il sacerdote Don Pietro di Pumpo, che l’avrebbe ideato. Questa signora ogni mattina soleva andare a messa. Ad una sua uscita costantemente anticipata, il sacerdote commentò: Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

 

6. Prega per noi pescatori.

In passato la gente di Cagnano, che frequentava la campagna, era molto religiosa, gli artigiani lo erano un po’ meno, i pescatori molto meno, tanto che modificarono l’Ave Maria con: – Prega per noi pescatori.

 

7. La Madonna de li scekattele.

La Madonna dei petali dei fiori.

Festa religiosa che cadeva nella stagione della primavera, allorché per le strade del paese passava la processione cu lu palejotte e le strade si ricoprivano di un tappeto di petali di papaveri. Lu scekattele è, infatti, il petalo del papavero.

 

8. Hanne purtate l’estrema unzione

L’estrema unzione si riceveva in passato in casa ed era portata dal sacerdote accompagnato da due ragazzini: uno con la campanella e l’altro con l’ombrello eucaristico.

 

9. Federiche e Chelenucce

C’era uno straordinario accordo tra Federico, che suonava l’organo della Chiesa Madre, e Chelenucce che cantava: erano talmente abili nel mantenere alcune note ed accelerare il ritmo, che insieme trasformavano la nenia di ninna nanna della novena di Natale in gioioso canto di gloria.

 

10. Ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

Lo bevono il vino a Cagnano.

E’ una voce di strada molto interessante che, insieme alle altre, descrive il carattere del cagnanese. Una domenica sera, sul tardi, cumbà Mechèle, indugia davanti alla porta del suo negozio di tessuti, nel tentativo di aprirla. Passa cumbà Giuvanne, si ferma incuriosito, osserva e infine dice:

–          Cumbà Mechè, ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

Risponde cumbà Mechèle : – Ce lu frèchene, ce lu frèchene… e riprende il tentativo di aprire la serratura con il sigaro toscano.

 

11. Jé morte lu ciucce

E’ morto l’asino.

Detto a chi piange senza un motivo serio o veste nero senza che sia a lutto.

 

P12. are na vacca senza campana

Sembra una mucca senza campana.

E’ riferito a chi va in giro senza una meta.

 

13. A fatte a petècchia.

Ti sei ubriacato.

Letteralmente “hai fatto a petecchia”. E’ un’espressione tipica dei pescatori, che utilizzavano corteccia di pino per tingere le reti, al fine di non farle attaccare dagli insetti (pulci) In senso figurato esprime la condizione di chi è ubriaco fradicio. I contadini invece ricorrono alla voce: – A fatte mezzètte a regghie. Lu mezzètte era una misura di capacità e la règghije era l’insieme dei covoni, dai quali difficilmente si riusciva a ricavare un mezzetto di grano. Altra variante: te si fatte nazze nazze.

 

14. Sta surte surte, benedica.

Stai bene in salute, Dio benedica.

E’ riferito a chi gode ottima salute.

 

15. é grane de chiane.

E’ grano di pianura.

La voce, usata in senso ironico, è riferita a chi attribuisce alla sua merce un valore superiore a quello effettivo, in senso concreto sostiene che il grano coltivato in pianura è di qualità superiore a quello di montagna.

 

16. Ngricca la coda.

Alza la coda.

E’ l’atteggiamento di chi, insuperbito, si offende.

 

17. Fa crà crà ccome la curnacchja.

Fa domani domano come la cornacchia.

E’ riferito a chi rinvia le decisioni e non è di parola. Dal latino cras, il dialetto crà imita qui il verso della cornacchia.

 

18. Parene li crape de Zenghine.

Somigliano alle capre di Zenghine.

La voce è diretta a quelle persone che masticano sempre, ruminando appunto come le capre di un personaggio del luogo Zenghine.

 

19. So rrumaste Cricche Crocche e Màneca de ngine.

Sono rimasti in pochi sprovveduti.

 

20. Bell’accatte!

Bell’acquisto.

Modo ironico per assicurare che l’acquisto non è un buon affare.

 

21. Ngorpe e citte!

Incassa e taci.

Accade a chi, di fronte ad una situazione imbarazzante, non è nella facoltà di ribattere.

 

22. Quidde me dice: – Accideme, accideme!

Mi dice:- Ammazzami!

Soleva dire in questo modo sovente la mamma al figlio, quando questi diventava riluttante e irritante, da far nascere la voglia di ricorrere alla violenza.

 

23. Ce né gghij d’acizze.

E’ diventato acido. 

Detto di cosa guasta, ma anche di persona che non è più quella di un tempo e che ha perso la testa.

 

24. Ne nde occhj pe chiagne.

Non ha occhi per piangere.

E’ riferito a chi è completamente al verde o non ha alcuna risorsa.

 

25. Mè calata la scurda nnanze l’occhj.

Non l’ho vista più.

E’ riferita a chi perde il controllo della situazione.

 

26. Ne nge po gnotte manche pe nu quendale de zucchere.

Non si può inghiottire nemmeno con un quintale di zucchero.

Espressione usata per esprimere la difficoltà di accettare un dispiacere molto grande.

 

27. Ce so allascate li ciujgghj.

Si sono affievolite le facoltà mentali.

L’espressione esprime la condizione di chi, spesso anziano, non ragiona più.

 

28. La fatija ne li piace, la vo qua!

Non gli piace il lavoro, la vuole qui (portando l’indice alla gola).

E’ l’amara constatazione di chi ha a che fare con un figlio o una persona che non ama lavorare.

 

29. Tutte passa, l’amore de Dij ne passa maj.

Tutto passa, tranne l’amore di Dio.

E’ la constatazione della caducità delle cose e l’affermazione dell’unica certezza eterna: l’amore verso Dio.

 

30. T’assemigghj l’arma de lu pregatorj.

Somigli l’anima del purgatorio.

E’ riferito a chi accusa un animo inquieto, sofferente.

 

31. Pare la casa de Terranova

L’ommene jintra e li fémmene fora.

E’ come la casa di Terranova (Poggio Imperiale): gli uomini sono dentro e le donne fuori.

Il detto si rivolge a quelle donne che amavano trascorrere molto tempo fuori casa, così trasgredendo ad una norma morale condivisa dalla comunità.

 

32. Lu cazze capisce, la cotica no.

Frase ripetuta a chi manifesta di capire solo ciò che gli fa più comodo.

 

33. Pare la gaddina ca ne po’ fetà.

Sembra la gallina che non può fare l’uovo.

E’ riferito a chi manifesta irrequietezza.

 

34. Stà alla quita!

Fai silenzio.

Ammonimento a chi parla troppo.

 

35. Citte, citte, ca la nonna jé prèna.

Silenzio, che la nonna è incinta.

L’espressione era usata quando si doveva tenere nascosto un segreto, proprio alo stesso modo in cui non si voleva fare sapere agli altri che la nonna era rimasta incinta, dato che ciò sarebbe stato poco onorevole alla sua età.

 

36. Va truvanne préte pe rrombe nuce.

Cerca pietre per rompere noci.

E’ riferito a chi cerca un pretesto per litigare.

 

37. Ti la capa fréscka.

Hai la testa fresca.

Detto a persona allegra o che si mostra tale.

 

38. Ne nfacenne accome e Gorge votafoglj.

Non fare come Giorgio che volta pagina.

Riferito a chi, avendo compreso che ha torto e non volendolo dimostrare agli altri, cambia discorso.

 

39. T’assemigghj nu surece unde.

Sembri un sorcio unto.

Riferito a chi è sporco.

 

40. Manghe li cani, manghe li serpe nda li macchje!

Nemmeno i cani, nemmeno le serpi nelle macchie.

Espressione pronunciata quando si vede o s’incontra una persona cattiva.

 

41. Che te còrrene li cane!

Che t’inseguono i cani!

E’ riferito ad una persona che cammina procedendo sempre di fretta. Si dice anche: –T’assemigghe la fucetela, evocando l’immagine della folaga che fugge dopo essere stata sparata.

 

42. Parlanne cu respétte.

Parlando con decenza.

Quest’espressione era spesso sulla bocca dei nonni quando pronunciavano un termine censurato dall’opinione pubblica (es.: candere = vaso da notte, lisciature = orinale, andare al bagno, …).


43. Cu tanta de cannarile.

Con la gola molto gonfia.

Il detto ritrae l’immagine di chi grida, causando il rigonfiamento dei vasi sanguigni laterali del collo.

 

44. Te la faccia de càndere.

Ha la faccia del vaso da notte (fig.dello screanzato).

E’ riferito a quella persona che non si vergogna di nulla, che merita di essere paragonato al cantero, vaso da notte che soleva essere collocato vicino al letto, per ospitare le feci umane. Questo vaso inizialmente fu realizzato in legno, poi in creta, per motivi igienici. Nelle strade del paese fino agli anni 60 passava il carrobotte ove ogni mattina le donne vuotavano lu candere.

 

45. Te la capa allu vénde.

Ha la testa al vento.

Riferito a persona immatura, che non sa accollarsi le responsabilità.

 

4. Ndénghe capa.

Non ho la testa.

E’ riferito a chi non riesce a prendere una certa decisione.

 

47. Nsacce addova métte la capa.

Non so dove mettere la testa.

Riferito a chi si sente disorientata, preso da mille cose e problemi, che non sa a risolvere.

 

48. Ti la ciocca de nu calabbrése.

Hai la testa di un calabrese.

Riferito a chi ha la testa dura e non accenna a cambiare idea.

 

49. Jé pproprj ccoma lu cazze de Fragghjacula.

Detto di cosa che fa giusto al caso.

Evidentemente i genitali del personaggio menzionato erano adatti alla circostanza.

 

 50. Jè rrumast accoma nu bbaccalà

E’ rimasto come un baccalà

Atteggiamento di una persona che di fronte ad una circostanza imprevedibile non sa che pesci prendere.

 

51. L’anne pigghjate a sbattela’ngule.

Hanno preso a batterlo nel sedere.

Lo trattano male, lo prendono sempre in giro.

 

52. Jé ccome e Maria Rosa

Fa ‘na bbotta e c’arreposa.

Somiglia a Maria Rosa, si riposa ogni minuto interrompendo l’attività.

E’ riferito a chi pigro, porta avanti il lavoro con mille interruzioni.

 

53. Jé ccome la tavela de Rore

Somiglia la tavola di Rodi

Si soleva ripetere questo detto quando, apparecchiata la mensa, qualcuno s’accorgeva che mancava il pane.

 

54. Ssì ca ssì, ma no tanda tanda!

Ammettiamolo pure, ma senza esagerare!

L’espressione era usata quanto, pur effettuando concessioni, non si era portati a credere che il soggetto si fosse spinto oltre.

 

55. Che m’à pigghjate, pe nu truscele!

Mi hai preso per un torsolo!

E’ detto da una persona risentita, quando non si vede rispettata.

 

 

56. Che ti li puce ngodde!

Hai le pulci addosso!

Riferito a persona che non riesce a stare ferma.

 

57. Parola sanda!

Parola santa!

Espressione religiosa, volta a porre l’accento sulla giustezza dell’intervento.

 

58. Jéscene da li custate de Criste.

Escono dal costato di Cristo.

La voce fa riferimento a quei soldi che sono costati immense fatiche.

 

59. Te l’a fatte lu sgne de la croce!

Hai fatto il segno della croce !

E’ l’espressione riferita a chi non ha iniziato bene la giornata.

 

60. A crude.

Crudamente.

Detto di un intervento effettuato senza praticare l’anestesia.

 

61. Lu pu’ arrecogghj nda lu cucchiarine.

Puoi raccoglierlo nel cucchiaio.

Esagerazione riferita a chi versa in cattive condizioni di salute.

 

62. Te lu farfe allu nase.

Gli cola il muco dal naso.

Modo di dire diretto a chi è piccolo e si atteggia da grande.

 

63. Li lecca lu cule.

Gli lecca il culo.

Rivolto a chi si mette a completa disposizione dell’altro, senza ricevere gratitudine.

 

64. Jè fenute cu lu cule nda la mmérda.

E’ finito col sedere per terra.

L’espressione è rivolta soprattutto a quelle ragazze che, dopo avere scelto tra tanti partiti, hanno finito col maritarsi con un uomo di poco conto o col restare zitelle.

 

 

65. Ne ndi sale ncape.

Non hai sale intesta.

Rivolto a chi si comporta da idiota. Il sale è usato dal sacerdote nel somministrare il sacramento del battesimo ed è simbolo di sapienza. Chi non ce l’ha, è uno sciocco.

 

66. A dà cunde alla jénde.

Devi dar conto alla gente.

E’ la legge delle convenzioni sociali, che invita all’ipocrisia.

 

67. A fatte la cura de lu fèrre felate.

Hai fatto la cura del filo di ferro.

E’ riferito a chi dimagrisce da un giorno all’altro.

 

68. Me lèvene lu corj.

Mi scorticano la pelle.

L’espressione era sulla bocca delle mamme, diretta i figli molto prepotenti e dipendenti.

 

69. Te lu corj toste.

Ha la pelle dura.

Riferito a colui che riesce a resistere, usato sia in senso concreto, sia figurato.

 

J70. Jè corpe de bbontèmbe.

E’ un tipo allegro, che non si lascia andare a tristezze.

 

71. Sanghe e denare jéscene afforza.

Sangue e denari escono per forza.

Detto da chi, messo alle strette, deve tirar fuori denari.

 

72. Ne nde ncozza.

Non ne vuoi sapere.

Riferito a chi non vuole saperne di quanto gli è detto.

 

73. Mitte lu dite mmocca, vide, moccica?

Metti il dito in bocca, vedi, morde?

Detto ironicamente a chi afferma di esser bambino.

 

74. Jé ngarnate lu dènde.

Si è incarnito il dente.

Si è abituato ad essere trattato bene.

 

75. Jé nu diavele.

E’ un diavolo.

Riferito a chi sa il fatto suo e agisce con coraggio, superando ogni ostacolo e facendo tornare tutto a suo vantaggio.

 

76. Jé nu povere diavele.

E’ un povero diavolo.

Riferito ad un poveraccio e sfortunato.

 

77. Nzija maj!

Non sia mai!

Si dice anche Lundana sija e Longa sija, per scongiurare qualcosa.

 

78. Fosse Ddije!

Volesse Iddio!

 

79. Piacénne a Ddij! Se Ddij vo. Pe l’amore de Ddij!

A Dio piacendo. Se Dio vuole. Per l’amore di Dio!

Tutto sta nelle mani del Signore.

 

80. Adda dà cunde a Ddij.

Deve dar conto a Dio.

Chi compie cattive azioni, dovrà dare spiegazioni a Dio.

 

 

81. Ammola li dénde.

Affila i denti.

E’ riferito a chi si prepara per gustare una pietanza.

 

82. Ditte pe ditte.

Detto per detto.

E’ questo il modo in cui passavano le notizie in passato, di bocca in bocca, dunque, spesso distorcendo anche la verità.

 

83. La jérva vucine allu foche c’appiccia.

L’erba vicino al fuoco brucia.

L’espressione era riferita ai fidanzati, che stando troppo vicini, rischiavano di precorrere i tempi.

 

84. L’éja cèrne nda lu farnale.

La devo passare a setaccio.

Lo dice chi prima di stringere una relazione con una persona, intende conoscerla bene, come si fa col setaccio con la farina.

 

85. Te’ ffatija, tè!

 Tiè lavoro, tiè !

E’ detto con sarcasmo a chi non ne vuole sapere di lavorare.

 

86. Jé cazze mija. Jé fatte mija.

E’ cazzi miei. E’ fatti miei.

E’ la risposta energica di chi evidenzia che il comportamento dell’altro è guidato esclusivamente dai suoi interessi.

 

87. Fa ccome si fatte, ca ne vi chiamate né mopa, né pazza.

Fa come sei fatto, non sarai chiamato scemo, né matto.

Tratta gli altri come gli altri trattano te, ripagandoli con la stessa moneta.

 

88. Stà cu lu féle alli dènde.

Sta col fiele ai denti.

E’ riferito ad una persona adirata.

 

89. Jé na fémmena bbasata.

E’ una donna seria.

Riferito a donna responsabile e non frivola.

 

90. Ndenghe fortuna manghe a cacà.

Non ho fortuna nemmeno ad evacuare.

 Lo ammette chi ritiene sia tanto sfortunato da non riuscire a fare neanche la cosa più naturale di questo mondo, senza essere interrotto.

 

91. Ne gnéva lu destine.

Non era il destino.

Il detto era riferito sovente dalla madre e rivolto verso la figlia, allorché si scombinava un fidanzamento, riflettendo la concezione fatalistica della vita del tempo.

 

92. Jé gghjute file file.

E’ andato filo filo.

E’ mancato poco che accadesse qualcosa di grosso.

 

93. Bbona fina e bbon prencipij.

Buona fine e buon inizio.

Ci si augurava in questo modo la fine e l’inizio dell’anno.

 

94. Stènghe ccome na mazza de fèrre.

Sto come una mazza di ferro.

Lo dice chi sente molto freddo.

 

S95. o rrumasta ccome na mazza de fèrre.

Sono rimasta come una mazza di ferro.

Detto da chi è rimasto rigido di fronte ad un evento o ad un’ingiuria inattesa.

 

96. A’ truuate la forma de la scarpa suua.

Ha trovato la forma della sua scarpa.

Ha incontrato finalmente chi gli tiene testa e lo fa rigare dritto.

 

97. Stenghe cu lu péde nda la fossa.

Sto col piede nella fossa.

Lo dice chi è sul punto di morire.

 

98. Quand’è brutte a fotte nghiazze.

E’ brutto fottere in piazza.

Le cose intime e riservate non vanno fatte davanti al pubblico, in genere maldicente.

 

99. Sonne cazze e cucchiara.

Sono come la cazzuola e il cucchiaio.

Sono la stessa cosa. Vanno molto d’accordo.

 

100. E che ce sta lu fùnneche!

Che c’è il fondaco!

Detto in genere dai genitori ai figli di fronte alle loro molteplici richieste. Il fondaco è un grande negozio ove si poteva trovare di tutto.

 

101. Jé sénza palle!

E’ senza palle.

Riferito a chi è senza carattere.

 

102. La gatta nnammuratizza.

La gatta che s’innamora.

La voce è riferita ad una ragazza che passa facilmente da una relazione all’altra.

 

103. Cu la coda nda li cosse.

Con la coda tra le gambe.

Atteggiamento di chi, dopo essere stato rimproverato, si pende del male fatto.

 

104. Gatta pelagna, rire e chiangne.

Gatta pelosa, ride e piange.

E’ riferito a chi si commuove e cambia umore facilmente, passando dal riso al pianto. 

 

105. Sta ccome la gatta che adda ngappà lu surce.

Sta come la gatta che deve acchiappare il topo.

Non vede l’ora di mettere in atto il suo piano. 

 

106. Pare na gatta mfruscenata nda la cènera.

Sembra una gatta che si rotola nella cenere.

Riferito ad una persona pigra, chiusa in casa, che non cura la propria persona, proprio come il gatto che vive accanto il braciere.

 

 107. Quanne tènghe de vena, stènghe de ggènj, quanne me frèca.

Sto in vena, ho voglia, m’interessa.

Espressioni che intendono dire grosso modo la stessa cosa.

 

108. De bbèllu ggenj.

Di bel genio.

Per forza.

 

109. Anna rengrazijà a Ggèsecriste pe la faccia ndèrra.

Devono ringraziare Gesù Cristo con la faccia in terra.

E’ il tipico modo di riverire Cristo, toccando terra con il volto, e baciandola. L’espressione è riferita a chi, fortunato, non si può lamentare per nulla del proprio stato.

 

 

110. Mo t’aièssce l’ugghijarole.

Ora ti viene fuori l’orzaiolo.

Lo si diceva a chi era piuttosto avaro, in tono scherzoso. Secondo l’opinione pubblica, infatti, all’avaro spettava questa maledizione. L’orzaiolo è un’ affezione che colpisce le palpebre, arrossandole.

 

111. Va a ssciuppà la jérva cchiù nnanze.

Vai a svellere l’erba più avanti.

E’ un modo sbrigativo per invitare qualcuno ad andarsene.

 

112. Jéva prèna.

Era gravida.

Riferita a donna in stato di gravidanza.

 

113. Aja fatte l’accatte de Marija Frignitte.

Ho fatto l’acquisto di Maria Frignitte.

Vuol dire concludere l’affare in perdita.

 

114. Abbrazzete la croce.

Abbraccia la croce.

E’ l’invito a rassegnarsi al dolore. Era questa la visione della vita più condivisa in passato.

 

115. Ne gnè fatte né gghianghe né rrusce.

Non è divenuto né bianco né rosso.

E’ rimasto del tutto indifferente.

 

116. L’acqua ce ne va alli spadde!

L’acqua scende nelle spalle.

Espressione tipica di chi ama bere vino. Dice così in genere il marito alla moglie quando questa lo invita a bere dell’acqua al posto del vino.

 

117. Lassa ji, lassa corre!

Lascia andare, lascia correre.

Detti di chi non vuole attaccare brighe.

 

118. Cè allattumate bbone bbone.

Si è riempito ben bene di latte.

In senso figurato l’espressione è riferita a chi gode molto del male arrecato ad un altro, in senso figurato a chi ha mangiato a sazietà e gustato ogni cosa.

 

119. Sckitte la lénga m’è rrumasta.

Mi è rimasta solo la lingua.

Dice così chi, chiacchierone, riconosce di avere ormai solo la capacità di sapere parlare.

 

120. Chija tè lènga va nsardegna.

Chi ha lingua va in Sardegna.

Chi sa parlare, prima o poi raggiunge la meta.

 

121. Jé leppecuse.

E’ appiccicoso.

Riferito a quella persona insulsa, noiosa, attaccabottoni.

 

122. Anne fatte la lettèra.

Hanno fatto una lettiera.

Sono tutti a letto ammalati.

 

123. Si  cadute da lu lètte?

Sei caduto dal letto?

Riferito ironicamente a chi si alza presto.

 

124. Aja viste n’aveta vota la luce de Ddij.

Ho visto di nuovo la luce di Dio.

Detto da chi si sveglia al sorgere del sole e pensa che è ancora in vita. Costretti al buio della notte, i contadini apprezzavano molto l’inizio della giornata e quindi la luce del sole, perciò fiduciosi ringraziavano il Signore.

 

125. Donne e tèla non si vènde al lume di candèla.

Donne e tele non si vendono al lume della candela.

Per fare un buon acquisto, occorre la luce del sole: allora si notano i difetti della donna.

 

126. Gnotte mmacande.

Inghiotte a vuoto.

Il detto è riferito a chi è costretto a deglutire saliva, senza avere gustato nulla.

 

127. Ce l’à magnate li maccarune!

Se l’è bevuta. Il detto è riferito a chi non si rende bene come stanno i fatti.

 

128. Me mmite a maccarune e ccarne.

Mi inviti a maccheroni e carne.

Equivalente di m’inviti a nozze, è detto da chi è contento di partecipare all’affare di cui è stato messo a corrente.

 

129. A’ fatte na maffejata!

Ha fatto un figurone!

Rivolto a persona che ha fatto una bella figura, indossando il vestito nuovo.

 

130. Ce pu’ magnà nderra.

Puoi mangiare a terra.

Riferito ad un’abitazione che splende per la pulizia.

 

131. E mo magne!

E ora mangi!

Non sperare di avere quello che pensi.

 

132. Ce lu magna la tèrra.

Se lo mangia la terra.

Riferito a chi è basso di statura.

 

133. Chija magna addurènde, caca puzzulende.

Chi mangia cibi profumati, emana feci dall’odore molto sgradevole.

 

134. Aje viste la malaparata e me ne songhe jute!

Ho visto la cattiva situazione.

Lo dice chi si rende conto di non trovarsi più in una situazione favorevole e si allontana.

 

135. C’è fatte male ngule!

Si è fatto male al sedere!

Riferito a chi, avaro, cede qualcosina, ma con tanta sofferenza. ono sembrate utili per rilevare il carattere del cagnanese che, a ben guardare, in fondo in fondo, è come altri uomini garganici, con i suoi pregi e difetti. Di alcune voci abbiamo ricostruito l’intera storia, di altri abbiamo riportato solo il significato, sia letterale, sia metaforico.

 

 

 

 

     
     
     

 

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2014 in Senza categoria

 

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