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L’energia della donna nella civiltà contadina

08 Mar

La donna della civiltà contadina non è né quell’essere debole e angelicato, indisciplinato e disorganizzato, né quel diavolo che alimenta o spegne il desiderio sessuale del suo innamorato – come dai canti potrebbe trasparire, ma un soggetto energico, volitivo e instancabile, costantemente impegnato nelle faccende domestiche, nella pastorizia, nel  lavoro dei campi e della pesca, oltre che nel difficile compito di educare i figli e nell’arte di sottostare alle voglie del marito, senza perdere pazienza e dignità. Da una testimonianza si evince che un pastore, dopo aver lavorato tutto il giorno, probabilmente come una bestia, la sera trattava a sua volta la moglie come un asino da soma: 

Cummara mija- esternava disperata e al contempo sottomessa la donna alla vicina– jisse ne gnè ccattive, tè sckitte stu vulije, la séra prima di jì a ccrucà, me fa fà la ciuccia, me l’héj’a carecà ngròppa e héj’a ggerà atturne atturne allu tàvele.35 

Le storie di vita raccolte presentano un donna “reale” ben diversa dalla donna “virtuale”, che appare nelle canzoni. L’energia della donna cagnanese balza agli occhi in tutte le interviste effettuate. 

Ji avév’a penzà a ttutte. La matina prèste me carecava duje sarme e ppartéva da Pagghiìzze pe mmenì a cCagnane a vvènne li cascërecòtte e llu cascë ch’avéva fatte. Da Pagghjizze menéva da sóla a cCagnane pe dduje vestejame e ece mettéva dóje óre e mmèdze. Arruuate a cCagnane, jéva a cchiamà a mmare Ndunètta e cce li ccattave. Pò jéva a ffà la spésa e jjéva a ccattà tutte quidde che cce vuléva a lla massarija. A mmedzejurne stéva arréte a llu vòsche e ffacéva magnà a ttutte, a mmarite, sògre e lli duje ffigghie36 – mi partecipa una signora, che di 88 anni. 

Dalla testimonianza della signora risulta che ella lavorasse persino più del marito: 

Sckitte dóje cóse nn’aje fatte nda la vita mija: arà e mméte, tutte lu rèste passava nda li mane mija: i’ mmunnave pesidde, fave, grane, òreje…, i’ facéva manòcchie, cervejave, trebbejave, nzaccave; i’ pasculave, mugnéve, facéva lu cascë, i’ facéva tutti li sruvìzeje de la casa, i’ facéva lu pane, la lescija, jéva ped acqua…. La séra me mettéva li fèrre mmane pe ffà la magghia e lli cavezètte de lana a qquatt’ òmmene (marìteme, sògreme e figghie) e ttanda vóte m’accurgéva ca me scappava lu sònne cu lli fèrre mmane.37

 

L’anziana donna ricorda solo di aver faticato tanto, sia prima di sposarsi (giacché era rimasta orfana), sia dopo il matrimonio. Aveva solo 16 anni allorché fu ngappate dal pastorello, che è diventato suo marito: Jéva vecenande a llu vòsche de Pagghjizze e mm’ha ppurtate a lla tòrra suua.38 Più volte ho rivolto a questa anziana signora la domanda: – Qual è la cosa più bella che le è capitata nella vita? Altrettante volte mi ha risposto: – Manghe vuna.39 Era però soddisfatta di avere messo al mondo una bella famiglia: Tènghe tutte li figghie brave!40  ha ripetuto, infatti, più volte.

Un’altra signora dichiara: 

Nda la vita héje fatte tutte mestiére, e ppure metute!41 

Sua figlia di circa cinquant’anni aggiunge: 

E a mmè a ddéce anne m’ha mmannate a guardà li pòrce nda li tèrre de Carpine!42 

Le donne cagnanesi non disdegnavano alcun mestiere, dunque, e quando fu necessario (ad esempio quando i loro  uomini partirono per il fronte, oppure per cercare lavoro all’estero, o in caso di morte), si sono sostituite letteralmente ai maschi, per sbrigare ogni faccenda. Sarebbe perciò errato il tentativo di generalizzare affermando che non tenessero in giusta considerazione il ruolo di compagna di lavoro, di “consulente” negli affari, d’intermediaria nei rapporti tra padre e figli, di mediatrice di matrimoni della donna cagnanese.  

Bisognava però salvare la faccia – senno cosa doveva dire la gente – e almeno ufficialmente la donna doveva avere una parole in meno, esibire un comportamento di sottomissione e di subordinazione all’uomo.

Si è trattato perciò di compiti non riconosciuti ufficialmente dall’uomo, il quale ha dovuto dimostrare agli altri da sempre di valere ed ha temuto di essere ridicolizzato. Queste ansie e timori maschili, ampiamente trattati dal sociologo Fromm,43 trovano conferma nel detto locale:

Lu patróne de casa sònghe ji, ma chia cummanna jè mmegghièrema.44

 La donna in genere remissiva, talvolta inveisce contro l’uomo, in special modo negli stornelli, affermando così le proprie esigenze ed esprimendo la propria sensibilità.

Né erano risparmiate le offese di donne rivolte ad altre donne, tra le quali non c’era dunque complicità, ma competizione, probabilmente perché alcune di esse erano destinate a restare zitelle.  

Non sarebbe comunque  neanche esatto affermare che le donne di un tempo fossero tutte energiche e volitive, perché alche allora c’erano donne fragili e pigre, donne  che curavano solo l’esteriorità e che non si prendevano cura dei figli.

 

Dal canti emerge la sessualità femminile repressa e l’attaccamento a certi valori, quali ad esempio l’illibatezza e il matrimonio: valori acquisiti e trasmessi dalla cultura del sistema sociale patriarcale e matriarcale tramandati da una generazione all’altra anche attraverso fiabe, rituali e costumi.

Si pensi alla paràula di Cenerentola, che perde “la scarpina” e a quella della Bella Addormentata, che deve tenere assopiti i suoi sensi finché sarà svegliata dal principe azzurro, narrate a tutte le bambine; si pensi al rito di lavà li rròbbe de la spósa (tra l’altro già puliti), di mètte li rròbbe espòste, di portare il corredo alla casa dei futuri sposi sópe li spasètte, mostrandolo a tutto il paese e coinvolgendo tutto il vicinato; si pensi infine al costume diffuso di costruire un’altalena su cui la giovane donna si lasciava dondolare, nella stagione della primavera, che – a ben guardare- conserva delle affinità con il rito della Quarandanna.

I sannicandresi- ricordano diversi interlocutori- venivano a Cagnano il giorno di San Michele, nel primo pomeriggio. legavano le corde agli alberi vicino all’attuale chiesa di San Francesco, allora fóre Cagnane, e le donne dondolavano sópe li ndràndele e cantavano.47


35 “Comare mia, lui (il marito) non è cattivo, ha solo questo capriccio: la sera prima di andare a letto, mi fa fare l’asino, me lo devo caricare sulle spalle e fare il giro del tavolo da cucina.” Testimonianza anonima.

36 “Io dovevo pensare ad ogni cosa: di buon mattino caricavo due bestie, partivo poi da Paglizzi per giungere a Cagnano e vendere cacio e caciotta che avevo preparato, con due muli, impiegando due ore e mezzo. Arrivata a Cagnano, andavo a chiamare comare Antonietta che li acquistava. Poi andavo a fare la spesa e compravo tutto ciò che occorreva per la masseria. A mezzogiorno ero di nuovo al bosco, pronta per fare mangiare tutti: marito, suocero e due figli.”  Testimonianza di M. Crisetti.

37 Solo due cose non ho mai fatto nella vita: arare e mietere, tutto il resto passava nelle mie mani. Io toglievo l’erba cattiva da piselli, fave, grano, orzo…, facevo manocchi, cerviavo, trebbiavo, insaccavo il grano, pascolavo, facevo il formaggio, sbrigavo tutte le faccende di casa, facevo il pane, la liscivia per il bucato, andavo a fare la provvista d’acqua, la serà ero con i ferri in mano per fare maglia e calze di lana a quattro maschi, e tante volte mi accorgevo che mi ero addormentata con i ferri in mano.

38 Era vicinante del bosco di Paglizzi e mi ha portato a casa sua.

39 Non ne ricordo nemmeno una. 

40 Ho tutti i figli bravi.

41 Nella vita ho fatto ogni mestiere, ho persino mietuto. Testimonianza di A. Zimotti.

42 E ha mandato me, all’età di dieci anni, a guardare i porci verso Carpino! Testimonianza della figlia di Angela.

43 Fromm, Sesso e carattere, in op. cit. pp. 129-154

44 La condizione femminile nella civiltà contadina ha costituito l’oggetto di un progetto realizzato nell’anno scol. 2003/04 con le classi IV A, IV B e VB del Liceo Sociopsicopedagogico di Cagnano Varano, S.S. del “De Rogatis”. Il lavoro di ricerca, che ci ha permesso di raccogliere 33 storie di vita, ci ha consentito di sviluppare in modo più circostanziato il tema della donna e di effettuare alcune considerazioni (Cfr. Documento: Essere donna tra ‘800 e ‘900 a Cagnano Varano, pp.230, Liceo “G. De Rogatis”, Sannicandro Garganico).

47 Nasuti chiama pampanelle i canti eseguiti dalle donne sopra li ndràndele (l’altalena), ma anche quelli eseguiti durante le serenate e le raccolte delle olive. Si tratta di liriche costituite da una sola strofa di quattro versi in genere ottonari. Somigliano ai nostri stornelli e alle strufelètte. Aggiunge che il canto a pampanella è soprattutto un’espressività verbale femminile legata ai riti della primavera connessi con le festività di San Pietro e di San Giovanni. […]. L’andamento del canto segue ritmicamente il  movimento oscillatorio dell’altalena e le ragazze si abbandonano, quasi stordite da questo movimento, cantano il proprio subconscio. Si crea una specie di forte sensualità e, del resto, l’entrare e uscire dell’altalena dalla porta di casa, mima, fin troppo scopertamente, una sessualità negata.

 

 
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Pubblicato da su 8 marzo 2014 in Senza categoria

 

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