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“I luoghi dell’anima”, “L’agonia feudale”, intervento di Leonarda Crisetti

22 Nov

Il  mio intervento intende  dimostrare come L’agonia feudale, che ha avuto la spinta propulsiva dagli eventi francesi di fine Settecento, sia stata accelerata dalla Rivoluzione napoletana del 1799 e abbia ricevuto il colpo di grazia nella prima decade dell’Ottocento dalle Leggi eversive della feudalità. Al contempo darà conto del significato, dei tempi, dei luoghi, delle motivazioni dell’agonia feudale, degli attori sociali coinvolti. Un compito arduo soprattutto se si considera che i tempi dell’attenzione sono inversamente proporzionali all’ampia, articolata e complessa tematica oggetto di riflessione.  Consapevole di questa difficoltà mi contenterò di accendere – spero – l’interesse verso gli eventi che hanno reso possibile l’agonia e la morte dell’organizzazione feudale. A tal fine, procederò per concetti chiave e indugerò sugli elementi di discontinuità, sugli eventi nuovi che hanno segnato la frattura nella storia del Regno di Napoli e dato spazio al ceto degli emergenti.

Il prof. Giuseppe Piemontese, che mi ha preceduto, ha fatto il punto sul sistema feudale, che per oltre un millennio ha regolato i rapporti politici, economici e sociali dei cittadini  improntandoli sul vassallaggio e ha dato prestigio ai signorotti locali. Per tutto il Settecento, il baronaggio ha continuato ad esercitare il suo potere, nonostante camminasse su un terreno accidentato minato dalle nuove forze sociali: professionisti liberali, avvocati, giudici, medici, nobili cadetti, chierici destinati dalle famiglie alla carriera ecclesiastica. A contrastare la forza dei baroni erano da Napoli anche gruppi di intellettuali, magistrati e uomini di governo illuminati.

Negli anni Ottanta e Novanta del Settecento – quelli della Rivoluzione francese e di Napoleone Bonaparte –  il movimento riformatore napoletano che ispirò il governo del re  Ferdinando a varare leggi audaci volte a contenere i diritti feudali si rese conto che nel diventare esecutive le leggi si svuotavano dei loro principi eversivi, ragione per cui, cominciò a cospirare allacciando rapporti con i democratici delle altre repubbliche italiane e con i francesi.  Ciò accadde soprattutto nel 1793, quando il Regno di Napoli aderì alla coalizione antifrancese.

In quegli anni maturò l’idea che per incamminarsi verso la libertà – anche quella di godere della proprietà di un pezzo di terra – bisognava abbattere quel mostro plurisecolare chiamato feudalesimo che da tempo accusava comunque qualche acciacco.  Il primo fattore di erosione della feudalità fu costituito dalla legge che prescriveva la reintegra alla Corona dei beni feudali la cui linea di successione era estinta e la vendita degli stessi in libera e privata proprietà.

Gli eventi incalzarono con la Repubblica napoletana  proclamata il 21 gennaio 1799, da subito [6 o il 7 febbraio] sostenuta dalla Capitanata, piantando  l’albero della libertà e inalberando il vessillo repubblicano colorato di blu, rosso e giallo, sebbene qui come altrove il consenso non  fosse unanime.

Forze conservatrici, infatti, si sollevarono, tra il 10 e il 20 febbraio, in molti paesi della provincia –  a San Severo, a Troia, a Torremaggiore, ad Ascoli, a Monte Sant’angelo  – provocando la controrivoluzione, ma qui anziché assistere allo scontro tra giacobini e monarchici ci fu  un regolamento di conti tra i notabili locali.   A  Monte Sant’angelo, scesero in campo il dottor Filippo D’Errico, repubblicano, aiutato dai suoi sostenitori, contro Lorenzo Notarangelo e Antonio Cravuti.[1]

La repubblica napoletana cessò dopo solo tre mesi di vita, il 13 giugno quando le forze sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo ebbero la meglio sui francesi e li scacciarono da Napoli. A luglio il re Ferdinando IV poté di riprendersi il trono e dare il via alla reazione volta a purgare il Regno da’ nemici del Trono e dell’Altare per dirla con  Pietro Colletta, mentre si registrava il camaleontismo di non pochi repubblicani che per sfuggire ai colpi della reazione vollero far figurare di essere rimasti sostanzialmente fedeli re, come  attestano diversi Atti notarili.[2] 

Per questo ed altri particolari sulla Rivoluzione napoletana del 1799 invito i più curiosi a leggere gli Atti del Convegno di Foggia[3]  pubblicati a cura di S. Russo in occasione della celebrazione del bicentenario della Rivoluzione volti ad evidenziare che la rivoluzione non fu un’esperienza “patria” o una sorta di guerra d’indipendenza nazionale, ma un’esperienza può essere compresa solo se ricondotta nel contesto più generale delle conseguenze della rivoluzione francese in Europa che registrava un po’ ovunque la crisi dell’assolutismo illuminato.

A noi preme qui ricordare che il breve periodo repubblicano fu contrassegnato da confusione e incertezza dei ceti emergenti che inizialmente si schierarono contro i francesi perché preoccupati di perdere la proprietà;  che la  distribuzione delle forze in campo non è stata lineare dato che non ci fu un fronte di  borghesi repubblicani contrapposto a un fronte monarchico costituito da  nobili, preti e  strati popolari. È vero invece che gli orientamenti politici repubblicani come quelli monarchici attraversavano tutti gli strati sociali: la nobiltà, il clero e il terzo stato [borghesia], anche se tra i militanti delle forze repubblicane predominavano le professioni liberali e la nobiltà cadetta  e tra quelli del fronte monarchico erano in maggioranza i rappresentanti del baronaggio provinciale, i funzionari borbonici, il clero e i commercianti. È vero altresì che la quasi totalità dei ceti emergenti inseguì anche allora il partito dei propri interessi, agendo chi all’ombra del lealismo monarchico  e chi del repubblicanesimo di facciata. Riguardo al clero, le fonti parlano di disorientamento generale dei sacerdoti che per quieto vivere si videro costretti a benedire l’albero della libertà e a leggere in chiesa salmi in onore della repubblica, a tramutare i luoghi sacri in seggi elettorali o in aule per fare riunire la guardia civica,  a subire angherie e saccheggi, com’è avvenuto a Monte Sant’Angelo, così come testimonia Giuseppe Luigi Bassi, patriota locale:

 

[…] venerdì, primo marzo,– dichiara Giuseppe Luigi Bassi – [i francesi] ci posero ducati duemila di contribuzione che furono pagati all’istante, e il giorno partirono per Manfredonia. La sera seguente salirono quindici ufficiali e seicento pedoni e dalle ore tre in poi diedero il sacco alla Basilica di San Michele e condussero via nove muli carichi d’argento, oro e gioie, ponendo nello stesso tempo altra contribuzione di cinque cantaja di salame, cinquanta barili di olio, cento di vino, due muli da tiro e due cavalli da sella che li vennero somministrati nel giorno di domenica in Manfredonia.

 L’inimiche truppe francesi invasero questa reale Basilica di S. Michele Arcangelo nel Monte Gargano, spogliando la statua di detto glorioso principe di tutti l’arredi preziosi, non solamente, anche del ricco tesoro di statue e lampade d’argento, ed altre argentarie”.[4]

 

      Vale qui la pena di ricordare che a fine Settecento, mentre l’opinione pubblica europea seguiva con attenzione gli eventi del regno di Napoli, punto strategico del Mediterraneo, i francesi adocchiavano la Capitanata, vestibolo del regno di Napoli nonché centro della dogana e del suo foro, un’istituzione importante per le funzioni economica, giurisdizionale e soprattutto fiscale da essa svolta, facendo pervenire  allo Stato alcune centinaia di migliaia di ducati nell’arco di poche settimane.[5] 

    Ai fini del nostro discorso è utile accennare infine  alle importanti leggi varate nei tre mesi della repubblica napoletana riguardanti l’abolizione dei titoli nobiliari e della feudalità, la riforma degli apparati amministrativi, soprattutto quello giudiziario, la riorganizzazione delle provincie, la creazione di nuovi organi comunali.

Le leggi della repubblica napoletana del ’99 però rimasero sulla carta,  anche a causa della breve parentesi repubblicana, mentre i loro contenuti furono ripresi nel Decennio francese dalle Leggi eversive della feudalità (1806-1808 e decreti attuativi) alle quali i manuali di storia italiani non danno visibilità. Ho insegnato storia per molti anni senza riuscire ad avere tra le mani un testo che le citasse o che le ponesse  in sufficiente evidenza, mentre meriterebbero di dare fiato alla propria voce per i i loro caratteri rivoluzionari.

 

Le Leggi eversive della feudalità hanno i:

  1. abbattuto il mostro ponendo fine all’agonia feudale,
  2. ridisegnato topograficamente il Mezzogiorno,
  3. riconfigurato la proprietà come libera facendole perdere l’aspetto mercenario possessorio  assunto con il feudalesimo, 
  4. determinato nuovi rapporti tra i cittadini,
  5. dato gambe più robuste alla nuova classe dirigente.

 

La Legge 2 agosto 1806 emanata da Giuseppe Napoleone[6] re di Napoli e di Sicilia, all’art. 1, recita, infatti: “La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita” e dispone che agli ex baroni venga assegnata una parte dei demani nella porzione che oscilli da uno a tre quarti dell’antico possesso e che la parte restante passi  ai comuni per quotizzarla tra i cittadini aventi diritto corrispondendo un canone, così compensandoli della perdita degli usi civici.

 

La Legge del 2 agosto:

  1. cancellò i diritti di privativa del barone, ovvero quelli che impedivano ai comuni cittadini e all’Universitas  civium [Comune]  di avere un forno per panificare, un mulino per sfarinare, un frantoio per molire le olive, un acquaio per abbeverare gli animali;
  2. abolì le prestazioni gratuite le cosiddette corvée;
  3. depennò i numerosi tributi: il maritaggio per potersi sposare, l’erbaggio per poter pascolare, il terraggio per potere coltivare, il pedaggio per potere transitare, il casalinaggio per potere costruire, … , prima corrisposti al barone in genere in granaglie che il signorotto ammassava e vendeva quando e come riteneva opportuno, decidendo le sorti dell’economia.

 

La Legge 21 maggio 1806 fece cessare il sistema della Dogana della mena delle pecore che per secoli aveva regolato la transumanza, liberando, di conseguenza, le estese terre del Tavoliere, assegnate anch’esse ai Comuni.

 

I decreti del 1807 sciolsero gli ordini religiosi, dettarono norme sull’incameramento dei beni ecclesiastici nel Demanio dello Stato e sulla vendita degli stessi a privati e alla collettività.  

 

La Commissione feudale  istituita nel 1808 operò per alcuni anni sia per dirimere le questioni accese tra ex feudatari, i comuni e i comunisti, sia per governare i piani di ripartizione del demanio e dettare i vincoli della quotizzazione.  La commissione precisò che le quote andavano assegnate solo ai residenti e non potevano essere alienate per dieci anni, che ciascuna quota non dovesse essere inferiore a due tomoli (l’equivalente di circa 5000 mq, che a Cagnano scese ad un tomolo). Dopodiché passò il compito agli intendenti provinciali e alle amministrazioni comunali, i quali a loro volta si avvalsero di periti e agenti demaniali.

 

             I contenuti delle Leggi eversive riguardavano pertanto diversi soggetti:

  1. i feudatari, privati di giurisdizione e di autorità oltre che di discrete superfici di terreno;
  2. gli enti ecclesiastici, costretti a rinunciare ai beni e al diritto di esigere tributi;
  3. i comuni, che entravano in possesso di una grande quantità di terra da distribuire ai coloni [quello di Cagnano ad esempio si vide assegnare oltre 8300 ettari di demanio, prima posseduto da Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino, equivalenti a oltre metà del territorio];
  4. i cittadini che mentre perdevano gli usi civici acquistavano il diritto ad avere un pezzo di terra proprio;
  5. 5.      i pescatori, che potevano finalmente esercitare il diritto di pesca nelle acque del Varano   senza essere ostacolati dai feudatari.

 

     Le leggi francesi, dunque, mentre facevano crollare  l’imperium dei baroni e del clero, alimentavano le aspettative dei coloni, così com’era nell’ intento del legislatore che voleva creare la proprietà diffusa.

Le cose, però, non andarono nel senso voluto dalle leggi. È accaduto infatti che il demanio fu sottoposto a continui attentati e la quotizzazione, laddove ci fu, venne male eseguita per ostacoli frapposti dagli amministratori personalmente implicati nelle questioni  demaniali essendo i principali fautori delle più estese e datate occupazioni. I periti e gli agenti demaniali, inviati dagli intendenti per censire le aree occupate e sottoporle a canone e per provvedere alla reintegra dei demani usurpati, procedettero con voluta lentezza perché spinti dagli amministratori locali i quali, profittando delle leggi eversive, hanno potuto effettuare la loro scalata sociale. La proprietà dei galantuomini è perciò esito delle usurpazioni e il suo mantenimento ha richiesto il ricorso alla corruzione e alla violenza, nonché il sacrificio dei diritti prima goduti dalla collettività: usi civici e compascolo.  

 

 

Ho preso atto della mobilità di una esigua parte della popolazione del mio paese – Cagnano Varano simile a a quella di altre realtà del Mezzogiorno –  consultando l’Onciario del 1750[7] e  il Murattiano ultimato nel 1813[8].  Da un’analisi comparativa dei due catasti, mettendo a confronto i beni e i redditi intestati ai cittadini, ho potuto osservare che nell’arco di cinquant’anni alcune famiglie si sono arricchite mentre altre hanno cominciato a perdere quota, che la categoria sociale di appartenenza dei soggetti in mobilità era in genere costituita dai professionisti (giudici, avvocati, notai, speziali, medici) e, in parte, da ex massari, artigiani e coloni.  

Proseguendo la mia ricerca, tra le carte del Comune di Cagnano Varano e dell’Archivio di Stato di Foggia, mi sono imbattuta in diversi documenti, corredati di carte topografiche e tabulati attestanti le aree demaniali occupate e i nomi dei soggetti coinvolti e ho riscontrato che erano gli stessi.  Ho verificato che i cittadini nell’Onciario senza titolo onorifico, nel Murattiano comparivano accompagnati dal “don”, che gli emergenti avevano intestate a sé le superfici più ampie e le terre migliori sottratte al demanio comunale, che agli emergenti sono riconducibili le Questioni dei Parchi, delle Mezzane e della Riseca rimaste accese per tutto l’Ottocento alimentando non poche turbolenze. Leggendo i Registri delle delibere dei Decurionati e delle Amministrazioni comunali, ho evinto che gli emergenti amministravano il comune e gl’istituti di beneficenza, gestivano la vigilanza urbana e nazionale, determinavano la scelta del parroco e del comitato delle feste religiose. Sempre loro, infine, davano il lavoro sia pure non continuato, mal retribuito e faticosissimo alla moltitudine dei bracciali. Mentre occupavano i demani che i feudatari e gli ecclesiastici erano stati costretti a lasciare, insomma, gli emergenti passati alla storia come galantuomini – ma che in genere non si sono comportati da gentiluomini –  sono riusciti ad occupare tutte le cariche locali, risultando gli unici arbitri della situazione.

Ho pubblicato i risultati di questa mia indagine in due tomi dell’opera L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini[9]: un’esperienza molto significativa sia perché mi ha messo a parte di una realtà che ignoravo, sia perché mi ha offerto l’occasione di fotografare e filmare il  territorio preservandolo all’oblio. Ho visto le mezzane, i parchi, le riseche, i ristori e le difese citate dai documenti, le strutture e le infrastrutture a supporto dell’allevamento realizzate con pietra garganica: casine [ville rurali], casone [ricoveri per bovini], mànere [recinti per pecore], macére [muri a secco], puscine [acquai per abbeverare gli animali], trabucchi [per attingere acqua] che ho recuperato alla memoria in un percorso per immagini. Ho osservato gli animali e le piante che continuano a rendere vivo e suggestivo il paesaggio rurale.  Grazie a questa ricerca ho potuto chiacchierare con i pochi uomini che popolano le  aree rurali – le mie guide e i miei informatori –, prendere atto della precarietà che caratterizza ancora la loro esistenza e quella delle campagne, raccogliere i loro commenti: “Quando non ci saremo più, queste terre reteranno abbandonate”.

 

Chi più trasse vantaggio dalle leggi eversive furono dunque i borghesi galantuomini, agevolati dall’istruzione e dall’avere un prete in casa, dediti massimamente all’allevamento di animali grossi (bovini ed equini) e a ricoprire le cariche comunali e provinciali. A Cagnano come in ogni altro paese del Mezzogiorno, quindi anche a Monte Sant’angelo come vi dirà il prof. Tranasi nel prossimo incontro.

A questi galantuomini vanno riconosciuti indubitabili meriti: essi hanno infatti promosso la crescita dell’economia locale  sviluppando le attività più congeniali al territorio (allevamento, olivicoltura e pesca), hanno migliorato il volto del paese e pianificato lo sviluppo urbano abbellendo l’abitato con  piazze e palazzi gentilizi corredati di fregi, portali e stemmi; hanno dettato norme igieniche che arginassero le ondate coleriche (pulizia delle case, degli acquai, delle strade), hanno finanziato il progetto della strada garganica utile a fare uscire i paesi dall’isolamento e ad agevolare il commercio, hanno fatto eseguire lo scavo della foce Capojale che ha consentito di contrastare la malaria, hanno creato le premesse perché Cagnano diventasse sede di mandamento, di carcere, di pretura. Ad essi va pure il merito di avere promosso sia pure indirettamente l’istruzione: prendendo a modello i figli dei borghesi anche la plebe cominciò a mandare i figli a scuola.

Grazie ai galantuomini e alle Leggi eversive il progresso cominciò ad affacciarsi nel mezzogiorno d’Italia, seguendo tuttavia ritmi diversi, consentendo ai benestanti di avanzare a passi da gigante, a pochi altri di procedere a passi da nano e alla moltitudine di fare qualche passo indietro. La storia registrava comunque un progresso anche se a fruirne erano a Cagnano sei-sette famiglie le quali, grazie al connubio  terra-istruzione-potere politico, in un paio di generazioni cambiarono posizione sociale e andarono a formare il nuovo ceto dirigente.

Da subito i galantuomin, forti della loro istruzione,  di avere un prete in famiglia e della loro presenza in amministrazione, hanno marcato il loro territorio, segnando un solco profondo tra sé e il resto del popolo. Per tutto l’Ottocento hanno continuato ad accumulare la proprietà, ad ingrandirla con nuove occupazioni e contraendo matrimoni appositamente combinati, difendendola con le unghie e gareggiando con i loro pari. Hanno ostentato  il proprio rango attraverso l’abbigliamento, le amicizie, i palazzi gentilizi, i casini di campagna, le cariche pubbliche occupate. Hanno  modificato la topografia dei luoghi, cingendo con muri a secco le loro proprietà, realizzando ville rurali, ricoveri di animali grossi e recinti di pietra per allocare le pecore, i cui nomi conservano la memoria degli antichi padroni-occupatori. Hanno imposto gabelle e dazi sul consumo dei beni di prima necessità a chi non aveva nulla.

La legge 2 agosto 1806 abolì la feudalità di diritto ma non di fatto perché i nuovi arricchiti e sempre più avidi di arricchire uscirono finalmente dall’ombra ed emularono i comportamenti dei peggiori feudatari, mentre i preti continuarono a dominare le plebi strumentalizzando la religione e il popolo  non mutò la condizione di “servo”, ma mostrò deferenza verso i nuovi “padroni” perché  aveva la consapevolezza che senza la loro benevolenza non avrebbe potuto placare i morsi della fame.

 Il vento dell’uguaglianza e della libertà che spirò dalla Francia non modificò la struttura sociale gerarchica e piramidale medievistica, ma consentì alle forze di polarizzarsi verso il nuovo vertice costituito dall’esiguo numero dei “padroni” e l’ampia base  popolata da braccianti, manovali, piccoli pastori e coloni senza terra.

Le condizioni di vita della povera gente [i cafoni] peggiorarono dunque allorché i nuovi padroni [i galantuomini] si arricchirono, usurpando i beni del demanio. Le masse si mostrarono rassegnate anche quando, dal 1870, dalla ex capitale borbonica e dalla Francia cominciò ad alitare un vento nuovo  che prospettava la rivoluzione sociale dal basso e coltivava il sogno di vedere affermati i diritti di tutti, pure dei manovali, dei braccianti e dei coloni  che non erano riusciti a  gustare neppure un pezzettino della gustosa torta preparata dai napoleonidi.

Tutto cambiava, con l’unità d’Italia, affinché nulla cambiasse: è anche l’amara conclusione de Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Tutto questo – pensava il principe siciliano riferendosi alla miseria della popolazione  – non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano …; e dopo sarà diverso ma peggiore. Noi fummo Gattopardi e Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”. Gli uomini che abitavano le contrade siciliane, al momento dell’unità, seguitarono ad usare “lo zappone” e non si accorsero nemmeno  di essere entrati a fare parte del Regno di Vittorio Emanuele II. A quel tempo solo le “iene” e gli “sciacalletti” [i vari emergenti] hanno potuto gioire del pasto, che il grande predatore [il feudatario] aveva lasciato loro, quando fu costretto a mettersi da parte.

Il motore della storia, ancora una volta, è stato l’interesse economico, l’avidità di arricchirsi dei galantuomini che hanno usato le leggi francesi come trampolino di lancio per emergere e diventare il nuovo ceto dirigente. Ai galantuomini, oltre ai meriti di cui si è detto, va perciò ascritta l’incapacità e/o indisponibilità di porre le basi per un piano di sviluppo economico e sociale improntato a nuovi modelli. Avendo di fatto detenuto il potere assoluto su economia, politica, cultura e società per circa due secoli, ad essi va attribuita infine la responsabilità dei mali attuali: illegalità diffusa (abusivismo, corruzione, clientelismo), spopolamento delle campagne, disoccupazione, emigrazione.


[1] G. TANCREDI, Il Gargano nel Risorgimento (1799-1820), Torremaggiore 1942, p. 9 e S. RUSSO [a cura di] La Capitanata nel 1799, Grenzi Editore 2000, p. 39.

[2] Cfr. La Capitanata nel 1799 cit., p. 44; G. SAITTO, La rivoluzione agraria di Placido Imperiale e la fondazione di Poggio Imperiale, Natan Edizioni, 2012.

[3] Cfr. La Capitanata nel 1799 cit.,  A. M. RAO, La repubblica napoletana del 1799 tra mito e storia, pp. 23-33.

[4] Clero e rivoluzione, S. CAPONE, in La Capitanata nel 1799 cit., pag. 62.

[5] S. RUSSO, La Dogana di Foggia nel trimestre repubblicano, in in La Capitanata nel 1799 cit. pag. 48.

[6] È il fratello di Napoleone Bonaparte. Dal 1808 al 1815 il regno passa a Gioacchino Murat, che sposa la sorella di Napoleone, Carolina. Durante il decennio francese i regnanti attuarono importanti riforme giuridiche, politiche e amministrative.

[7] Il catasto onciario, voluto da Carlo III di Borbone, fu approntato da molti comuni intorno al 1750. Ho visionato i volumi che riguardano Cagnano all’Archivio di Stato di Napoli.

[8] Il catasto murattiano – da me visionato nella sezione riguardante Cagnano presso l’Archivio di Stato di Foggia-, fu realizzato sotto Gioacchino Murat, cognato di Napoleone avendone sposato la sorella Carolina, entro il 1813.

[9] Cfr. L. CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, Cagnano Varano, L’onciario, il Murattiano e le Questioni demaniali, Edizioni del Rosone, 2007.

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Pubblicato da su 22 novembre 2013 in Senza categoria

 

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