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L’abbigliamento garganico ai tempi della cività contadina

19 Lug

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L’abbigliamento consegnatoci dalla tradizione è molto importante perché dà modo di conoscere la storia umana, più precisamente la stratificazione sociale, la posizione di chi indossava gli abiti, i tempi  e le stagioni, le differenze di genere, le regole morigerate del tempo, il peso della gente che criticava i comportamento disdicevole di chi avesse osato andare in giro “scoprendosi” più di quanto fosse consentito dalla consuetudine. L’abbigliamento offre, inoltre, l’opportunità di cogliere le trasformazioni, un tempo lentissime – come sanno i nostri nonni e bisnonni costretti ad indossare lo stesso abito e il medesimo paio di scarpe pressoché tutta la vita. Consente insomma di capire che anche in passato c’era una “moda”, che non era passeggera come quella di oggi e di individuare alcune costanti nell’abbigliamento delle comunità garganiche originate probabilmente dal fenomeno della transumanza. Le vie erbose, infatti, sin dai tempi più remoti hanno consentito agli uomini di incontrarsi e alle culture di contaminarsi. La forte religiosità e la frequenza dei pellegrinaggi, inoltre, costituirono occasioni utili per mettere in comune le esperienze e per confrontarsi. Per tali motivi i costumi dei paesi garganici e in genere del Mezzogiorno in qualche modo si assomigliano, ad esempio, nella lunghezza, nel tipo di tessuto che doveva fare i conti necessariamente con la materia prima endogena, nel colore in genere scuro perché lo sporco non si vedeva facilmente. Va aggiunto che in passato forse più di oggi era importante evidenziare il rango anche attraverso l’abbigliamento e soprattutto nella scelta dei tessuti, indubbiamente più pregiati e colorati rispetto a quelli dei poveri.

 

I costumi del Gargano

Le fonti da me consultate mi hanno permesso di capire che i costumi tradizionali attraversavano il Gargano essendo costituiti dalla stessa materia prima e pressoché dalla stessa foggia. Essi presentano tuttavia alcune variabili, collegate allo status sociale e al ruolo svolto dall’uomo o dalla donna nella società, alla stagione della vita e dell’anno, al clima, indubbiamente più freddo nel comuni montani. Dalla testimonianza di alcuni peschiciani si evince, ad esempio, che i viestani vestissero in modo tale che fossero distinguibili a prima vista, dal copricapo. La gente di campagna era solita portare il cappello a falde, tese o pendule, a seconda del gusto e del censo. I pescatori coprivano il capo con un berretto blu scuro con visiera rigida. La coppola fu importata a Vieste a fine Ottocento dai lavoratori provenienti da Vico e da Monte Sant’Angelo per lavorare nell’industria del legname.[1] Tra i caratteri comuni va notato il fatto che i più poveri vestivano quasi sempre abiti di colore scuro, dall’intimo alla giacchetta, dato che lavoravano nei campi e là si sporcavano facilmente. Quando  il bucato si faceva a mano  e l’approvvigionamento dell’acqua era faticoso, pare che contasse non l’abito pulito, ma che lo sporco non si rendesse visibile.

Seguono due testimonianze riguardanti l’abbigliamento di San Marco in Lamis e di Cagnano Varano, entrambi  comuni della provincia di Foggia oltre che del promontorio del Gargano, per altro confinanti, con la differenza che il primo è tutto montano e il secondo gode della presenza del lago, del mare e del paesaggio collinare. Differenza che si riflette sui materiali e sui colori adoperati. A  Marco in Lamis, dove gli inverni erano più lunghi e freddi, la fibra più usata in assoluto era infatti la lana, come risulta da una conversazione con la collega, professoressa Grazia Galante.[2]

 “Parlo di mia nonna, una popolana di San Marco, nata nel 1890, la quale ha vestito sempre in modo tradizionale, dagli anni Venti alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Cominciamo dall’intimo. A contatto con la pelle, c’era camicia di cotone, in tela tessuta in casa, con filato più sottile o più doppio in base alla stagione. Camicie che diventavano più morbide col lavaggio. S’indossava poi una sorta di tuta senza maniche. Allora non usavano le mutande, ma questa specie di tuta con uno sparato che andava dall’ombelico all’osso sacro, apertura che permetteva alle donne di fare i bisogni [la pipì] in piedi. Era in tela tessuta localmente. D’inverno , a volte, era di lana di pecora. La donna indossava poi la tunacèdde, un gonnone con tante pieghe, specie nella parte posteriore per dare più risalto alle forme (poi sono arrivate le arricciature) unito al corpetto smanicato. Sopra il gonnone andava lu ggiacchètte o la giacchettina, in lanetta, per lo più a tinta unita, nelle tonalità marrone o blu, nero (col lutto stretto) nero a palline bianche (col mezzo lutto). Nelle grandi occasioni, quando sposava un figlio, la donna indossava tunacèdde  e ggiacchettina dello stesso colore, sempre in lanettina, che formavano lu  vestemènde. Si confezionavano tunacèdde anche con tessuti locali da indossare per lo più in casa, perché erano più pesanti. Quando si usciva s’indossavano tunacèdde di stoffa più delicata o di vellute, più costosi[3]. Per coprire lo sparato della tunacèdde si metteva il grembiule, con o senza pettorina, specie quando si stava in casa, senza pensare all’abbinamento. In genere il grembiule era comunque di colore nero con le pecchecèdde bianche. Il vestito più elegante non era richiedeva il grembiule. Le calze delle donne (come quelle dei maschi) erano fatte ai ferri, utilizzando le fibre di cotone o di lana. Erano di due tipi: semplici, a tinta unita, in genere di lana marrone, tenute legate dalla liagghia, un laccetto di stoffa, che poi verrà sostituito con l’elastico, e a due colori (nero e celeste). Calzavano poi le chianèdde (anche quando uscivano, in diverse fogge, anche lussuose, di velluto, ricamato da artigiani locali, oppure di pelle con punta di vernice e tacco a rocchetto. C’erano anche le scarpe ma mia nonna ha sempre indossato le chianelle, mentre mia madre, nata nel 1915, popolana anch’ella, non ha mai usato abbigliarsi come la nonna, bensì con quella che noi chiamavamo la vestaglia, ovvero con la veste, mutande e scarpe. D’inverno mia nonna si copriva con lo scialle molto grande con la frangia. Era di lanettina, di colore marrone con la fascia giallo oro. I capelli erano pettinati a tuppe, avvolgendo i capelli già intrecciati e fissandoli con forcine di osso e pettinini che nei giorni di festa erano impreziositi da strassini. Un fazzoletto, lu maccature, copriva la testa. Fazzoletto che in casa era di colore bianco e legato alla nuca con la cocca rientrante, mentre fuori casa era scuro e sciolto con uno o entrambi i  pizzi sciolti.  La differenza tra l’abbigliamento dei ricchi e quello dei poveri era allora marcata, segnata dalla qualità, dalla confezione e dai colori dei tessuti oltre che  dal modello. Ricordo che l’abito da sposa di mia nonna del 1912 era in colore verde e constava di una tunacèdde e di una giacchettina con merletto giallo-beige prima dell’orlo.

Mio nonno, agricoltore nato nel 1889, indossava la cavezunètta, mutandone da uomo lunga fino alla caviglia tenuta legata da due nastrini (capesciola). Quella invernale era confezionata con tessuto in lana al telaio sammarchese. Quella estiva era di di cotone o di tela e arrivava fino al ginocchio. C’erano cavezunètte gghianche o pinte nei colori marrone e blu, per non fare vedere lo sporco. Aveva il corredo a trenta, ciò significa che aveva 30 cavezunette, trenta camicie,  in genere bianche, che non ha usato perché si sporcavano facilmente, tanto che alcune sono giunte fino a noi. Sopra la cavezunètta indossava i pantaloni, sempre un po’ larghi e comodi trattenuti in vita da una cintura di cuoio. Mio nonno vestiva sempre pantaloni e giacca di lana tessuti dalle tessitrici locali di colore marrone. C’erano anche vestiti di casturine, felba vellutine [4], recrènè, velurre[5], di vellutine. Si usavano pantaloni più o meno lunghi: cavezόne alla zompafόsse (più corti della norma), cavezόne alla zuèrra (alla ziuava), cavezόne sènza mborra (senza fodera). I bambini indossavano li cavuzuncèdde con la variante dei cavuzuncèdde cu lla petterèdda, che si presentavano in un solo pezzo: corpetto senza maniche  abbottonato dietro e pantaloni con lo sparato, vale a dire con un’apertura sul davanti e sul dietro da cui fuoriusciva un lembo della camicia intima.[6] Vedi foto Cavuzuncèdde cu la petterèdda. D’estate per coprire il dorso a diretto contatto con la pelle s’indossavano le camicie. D’inverno, invece, le camicie si sovrapponevano alle maglie di lana. San Marco è un paese freddo e quando si zappava bisognava coprirsi con la lana. A primavera mia madre lavorando realizzava per mio padre maglie ai ferri, col cotone delle nostre campagne vicino ad Apricena. Maglie colorate di grigiastro, che si otteneva unendo bianco e marrone scuro perché in campagna si sporcavano. Sulla camicia indossava il panciotto (cammesciuline), quindi la giacchette, nei giordi di festa. Qualcuno indossava il panciotto anche quando andava in campagna ma non per zappare.  Un fazzoletto nel taschino della giacca, una cravatta (scolla) intorno al collo e un cappello in testa completava l’abbigliamento dei giorni di festa. Nei giorni feriali e di lavoro si usava la coppela[7] per copricapo. Per proteggersi dai freddi invernali e dal vento gelido gli uomini si coprivano con il cappotte, un mantello a ruota di castòre e grancastòre[8], con collo alto di astracan e due alamari in argento . I più poveri al posto della cappa usavano le mantelline in verde militare che si erano portati dietro dopo avere prestato servizio.

Il bambino appena nato veniva fasciato. Dopo la prima e la seconda culazza, si metteva il coprifasce. In occasione del battesimo o quando si usciva per qualche visita indossava la vavarda, un vestito bianco e lungo con maniche che si abbottonava alle spalle. In testa portava la cuppulicchia. Anche dopo essere stato svezzato vestiva come la femminuccia. Quando si faceva più grande indossava lu pagghiaccèdde e fino a tre o quattro anni i pantaloni con lo sparato, per non bagnarsi quando faceva pipì. In seguito vestiva gli abiti del papà se era maschio e quelli della sorellina o della mamma, riadattandoli, perché a quei tempo l’industria di abbigliamento dei bambini non c’era.

Mia madre aveva il telaio in casa – ma a quei tempi chi non lo aveva! Bisogna sapere che de donne sammarchesi non amavano fare le braccianti e andare a lavorare nei campi, che distanti, con ambiente promiscuo e per non correre rischi o per fare tacere le malelingue facevano le tessitrici, le filatrici, le fornaie, le lavandaie, oppure andavano a servizio. Le nostre tele erano vendute ad Apricena, a Foggia, a San Severo … . nelle nostre case c’erano molti tessuti a mano nei colori bianco e nero che davano luogo al grigiastro, a volte si tingevano  i tessuti nei colori marrone o azzurro, comunque sempre scuro per non fare vedere molto lo sporco. Con lana filata molto sottile si facevano anche lenzuola, coperte giacche e pantaloni maschili, i mutandoni da uomo. I maschi, che lavoravano in campagna, nelle terre verso Apricena, San Severo, Sannicandro e Cagnano Varano, portavano praticamente la pecora addosso. Si usavano i seguenti tessuti: talpa[9], matrassa[10], percalle[11], percalline[12] rrobba a ssciόre de line[13], setenata[14], trattaglia[15].”

 

 

Io invece ricordo che mio padre, come tutti i  papà che lavoravano in laguna, indossava la sua immancabile maglia di lana di pecora lavorata tassativamente a mano da mia madre. Prima però la mamma aveva acquistato la lana di pecora appena tosata, l’aveva cimata, cardare, filata, lavata, unita ad un filo di cotone, per farla durare di più e non farla infiltrire  o per renderla più fresca.  Mio padre vestiva inoltre con pantaloni di talpa di colore scuro.  Ai piedi infilava calze anch’esse di lana, lavorate ai ferri dalla instancabile mamma, e calzava i sandali, con due occhi sopra la tomaia.

In strada c’erano le donne che sferruzzavano, sedute in cerchio  nel periodo in cui erano terminati i lavori nei campi: donne sposate, spesso anziane, colorate in genere di nero. Le mogli dei pescatori  alternavano il lavoro ai ferri con  quello della retaia o della tessitrice.

Gli anni Cinquanta del secolo scorso volgevano al termine. Allora i tempi erano più lunghi e i vestiti duravano quasi tutta la vita, passandosi di padre in figlio, dai più grandi ai più piccoli. Era sufficiente qualche aggiustamento praticato dalla mamma, all’occasione anche sarta.

In quegli anni mia madre, come ogni altra popolana, indossava ancora il costume della tradizione, lo stesso di mia nonna, costituito da una gonna lunga pressoché fino alla caviglia e arricciata in vita, nei colori nero e bianco se portava il semilutto, nero se era a lutto, con fondo blu o marrone e qualche fiorellino, triangolino o bollino bianco, in condizioni di normalità. E siccome il lutto si portava per molto tempo, specie gli anziani erano vestiti sovente di nero; pertanto, in via eccezionale, indossavano gunnèdde dai colori blu o marrone con qualche puntino bianco.

La gonna lunga faceva coppia con lu giacche, stretto in vita, con qualche piega o arricciatura, abbottonato davanti, non sempre nella stessa tonalità della gonna. Sopra la gonna c’era immancabilmente lu zenale, un grembiule sovente senza pettorina, che completava l’abbigliamento e al contempo proteggeva la gonna da qualche macchia.

La donna copriva la testa con lu tuccate, legato in genere a fiocco dietro la nuca: un fazzoletto quadrato piegato a metà in diagonale, bianco quando era in casa, colorato quando usciva. Nelle occasioni importanti alcune donne più vezzose lasciavano pendere ai due lati del viso i triangoli del foulard, oppure uno lo piegavano all’insù e uno lo lasciavano scendere sul collo.

Come ogni donna mediterranea, anche quella di Cagnano Varano, che da tempo immemorabile ha tratto vantaggio principalmente dall’economia della pesca e dell’allevamento,  faceva la filatrice. Ne fa fede il costume della Quarandanna, una pupa di pezza che si soleva impiccare l’ultimo giorno di Carnevale, dopo avere incendiato il fantoccio di Carnevale suo marito, e fare penzolare con il collo legato ad una corda tra un palo e l’altro della strada per quaranta giorni, fino al  giorno di Pasqua, quando terminava la Quaresima.

Il  costume della Quarandanna è dunque il medesimo dell’abito tradizionale della donna cagnanese (vedi foto Quarandanna e pupa impiccata): tuccate, gunnèdda, zenale, giacche, chianèdde, fuse mmane e chenocchia alla cendura[16]. Abito che testimonia status e ruoli della donna cagnanese: instancabile e laboriosa, tutta la vita impegnata a filare, a lavorare insomma per fare fronte ai debiti contratti dal marito ubriacone, come vuole la tradizione. Lo confermano alcuni canti popolari da me raccolti[17], che recitano:

‘I quand’è bbèlla la patrona mija

Quanne ce mètte la gunnèlla nova.

Me pare na palomma zomba e vvola.[18]

 

 

Celate jè stu pajése e bbeneditte

Vό jèsse chi m’ava mannate

Ce stava la nénna mia a ffelà la séta

Facéva li bbottόne arrecamate.[19]

 

 

Bbèlla dònna che fa la cavezètta,

mesùrete lu pedule ca te va stritte.

Ti li mane gghianghe com’a nu latte,

la luna de ggennaje mmèzze a llu pètte.

…. . [20]

In ogni casa contadina non mancavano pertanto gli attrezzi utili per filare: lu fuse, lu vurticchje,  la chenόcchia, lu matassare e lu vìnnele[21]. Pressoché in ogni strada, inoltre, c’era un’ abitazione con il telaio, dato che la donna tesseva di tutto: lenzuola, asciugamani, tovaglie, coperte, intimo per grandi e piccini, stoffe per confezionare i vestiti (camicie, corpetti, sottogonne, gonne, pantaloni, giacche femminili e maschili).Come materia prima si utilizzava il cotone e il lino, estratti sempre dalla donna dalle piante che crescevano nei pressi del lago di Varano, ma soprattutto la lana di pecora, che risultava più economica sia perché la sua lavorazione richiedeva meno tempo, sia perché l’allevamento ovino era in passato molto diffuso, anche dopo che era stata soppressa la transumanza. I mestieri della filatrice e della tessitrice sono oggi ormai pressoché estinti, anche se c’è chi si adopera per tenerne in vita la memoria, associandosi.[22]

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, allorché  il benessere ha cominciato a bussare anche alle porte del Mezzogiorno d’Italia, anche le donne del Gargano hanno cominciato a cambiare look, dismettendo anzitutto l’abito tradizionale costituito da gunnèdda e giacche per indossare la vesta, prima consentita solo alle donne nubili. I maschi, invece, hanno abbandonato i vecchi pantaloni di talpa per cominciare ad indossare via via i pantaloni alla Celentano e gli ormai intramontabili jeans.

Degli abiti della tradizione restano comunque traccia nelle foto d’epoca, nei canti e nelle storie raccolti da alcuni storici locali o appassionati di etnografia, nei costumi, in qualche cimelio che alcuni appassionati sogliono custodire, sia per amore della tradizione, sia perché essi costituiscono un legame con antichi affetti (il padre, la madre, il nonno o la nonna che non ci sono più).”

 

 

 


[1] MIMMO ALIOTA, Il mio paese, Vieste 2002, pag. 121.

[2] GRAZIA GALANTE, ricercatrice di San Marco in Lamis, Foggia, autrice di diverse  pubblicazioni e  coautrice con MICHELE GALANTE di un Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Levante Editore, Bari  2006.

[3] Il velluto poteva essere liscio, a maccarone (spinato).

[4] Felba vellutine, tessuto rasato un po’ lucido, usato per abiti maschili.

[5] Velurre, tessuto di lana per cappotti.

[6] Cfr. GRAZIA GALANTE, Dizionariuo cit., pag. 177.

[7] Berretto di stoffa con visiera, che per molto tempo ha rappresentato i contadini, contrapposto al cappello dei galantuomini.

[8] Tessuto di lana pesante ma morbida, usata soprattutto per confezionare i mantelli a ruota.

[9] Talpa,  tessuto pesante rigato usato per abiti maschili d strapazzo.

[10] Matrassa, tessuto di cotone molto leggero usato per copricapo.

[11] Percalle, tessuto di cotone molto leggero che ha due versi uguali, utilizzato per camicie.

[12] Percalline, Più leggero del percalle, adatto per camicie e federe.

[13] Rrobba a ssciόre de line, tessuto sottile di cotone adatto per copricapo e sovraccoperte con il volante (ricce).

[14] Setenata, di satin, tessuto rasato di cotone lucido usato specialmente epr fodere e trapunte (mmuttite), per copriletti e vestiti da donna (tunacèdde).

[15] Trattaglia, tessuto felpato a quadrettoni per camicie da uomo, fodere di gilè e tunacèdde.

[16] Fazzoletto in testa, gonna lunga, grembiule, pianelle, fuso in mano e conocchia alla cintura. Cfr. L. CRISETI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amόre, Canti e storie della civiltà contadina, Centro Grafico Francescano 2004, pp. 157-159.

[17] . L. CRISETI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amόre, Canti e storie della civiltà contadina, Centro Grafico Francescano 2004

[18] Ivi, pag. 96, Celate jè stu paése.

[19] Celato è questo paese e sia benedetto chi mi ha mandato. C’era una bella fanciulla che filava la seta e ricamava bottoni. Cfr. L. CRISETTI GRIMALDI, BBèlla te vu mbarà … cit., pag. 74.

[20] Cfr. BBella donna che ffà la cavezètta, ivi, pag. 227. Traduzione: Bella donna, che fai la calza, prova la pianta del pieve, che è stretta. Hai le mani bianche come il latte, la luna di gennaio in mezzo al petto.

[21] Il fuso è costituito da un pezzo di legno affusolato. Alla base del fuso è lu vurticchje, un legnetto arrotondato con il foro centrale, che poteva essere sostituito da una patata, con la funzione di sostenere il fuso mentre si avvolge il filato. La conocchia è un arnese di canna o di legno, lungo circa un metro che porta in cima il pennecchio di fibra tessile. Lu matassare è utile per fare la matassa e lu vìnnele è l’arcolaio che gira su un perno e consente alla matassa di essere dipanata.

[22] A Carpino nel 199- è nata …………….., con le sorelle De Perna, l’associazione ……..; a Ischitella “la cruedda” impegnata a rivitalizzare l’attività d’intreccio con le fibre vegetali, a Cagnano c’è la signora … che da alcuni alcuni sia dopera a rivitalizzare il telaio.

 
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Pubblicato da su 19 luglio 2012 in Senza categoria

 

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