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“La raccolta non più donna”, testo del documentario di Leonarda Crisetti

24 Apr

 

 

Antonella- Fino a qualche decennio fa a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord di circa 7500 abitanti, la raccolta delle olive è stata una faccenda declinata pressoché esclusivamente al femminile ed ha costituito una voce importante dell’economia locale. Ora che sono subentrate le macchine non sembra essere più così. Inoltre, fino a trent’anni fa due olivi costituivano il motivo sufficiente per fare litigare due fratelli, oggi invece accade di vedere interi uliveti lasciati in pasto agli uccelli. Per saperne di più abbiamo pensato di indagare nella letteratura e di scendere sul campo.  Cominciamo col prendere atto del parere del nostro storico, prof.ssa Leonarda Crisetti.

Prof. Leonarda Crisetti – L’olivicoltura a Cagnano affonda le radici nell’età classica, quando il lago di Varano che bagna parte del suo territorio è ancora un seno di mare, qui importata forse dai greci, sicuramente esercitata in epoca romana, come lasciano supporre le tracce di olio presenti negli orci rinvenuti ad Avicenna.

È Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino, che nel 1743 fa innestare i primi oleastri. Il feudatario controlla la produzione dell’olio, come l’imperatore in epoca romana. Nel Settecento, due alberi e mezzo sottano fanno sentire ricco anche il più povero del paese, rappresentando “la casa” e “l’ulivo”  i valori del tempo.

Prima degli innesti, i cittadini di Cagnano ricorrono all’oleastro persino per condire i cibi, sebbene l’olio di quest’olivo selvatico non sia di qualità. È tuttavia nell’Ottocento, che l’olivicoltura comincia a decollare, quando vanno al potere i “galantuomini” del paese, anche grazie all’enorme disponibilità di manodopera femminile a basso costo. Che la raccolta sia sin dall’inizio una faccenda tutta donna trova conferma in un documento del 1861 allorché, mentre esplode il fenomeno del brigantaggio, il sindaco del paese lamenta preoccupato:

“Il ricolto … si raccoglie in questo paese esclusivamente dalle donne, le quali, affinché i briganti non le avessero a riprendere in campagna, ed attendarle nel pudore, si diniegano ad un tal servizio”.[1]

Nel secondo dopoguerra gli amministratori deliberano di dare “alla parte” le olive del Puzzone, un luogo della memoria molto caro ai cagnanesi che per millenni soddisfa il bisogno di sacro, alimenta  e disseta gli animali, fornisce legna da ardere, e che per oltre mezzo secolo, con l’innesto dei 16 mila oleastri esistenti, dona olio buono a gran parte della popolazione.

Negli anni Cinquanta, sette-ottocento donne vanno Puzzone[2], per farsi l’abbaste pe la casa. Lo confermano le nonne intervistate che parlano volentieri, con orgoglio, ma anche con rammarico di questo sito.

Lucietta[3]– M’arrecorde accome se fosse mo, quanne ggiunenètta jéva nzembra a mamma a ccogghje l’avulive a llu Puzzone.  C’ascèva a nnuvèmbre, sùbbete doppe tutte li Sande, pecché accoma llu ditte, “Dope tutte li Sande ce cogghje la néra, ce cogghje la gghianga”.

Ce ngundravame a lla torra de li Manarédde[4]. Lu capesquatra ce chiamava. Chia pe la scala, chia pe lu ngine, chia pe l’accètta, chia pe li sacche, javame appresse a llu capesquatra e a llu ciucciare, addova avama cogghje.

– “Bbèlli fé, qua amma cogghje oje, jame bbèlle!

Arruate sopa poste, ce mettavame lu ccappucce[5] pe lu cippe, ce suppundava la scala e c’accumenzava.

“Ddova la mitte ssa scala?! Nda la crucera la menà, nò nda la ppennagghja!”

“ E jànnem’aiuta”.

“Mìttela cchiù crucata, ne vvide ca sta troppe tèsa! Ccom’a nghianà? Attacca la scala, c’avèssa svutà, e mmàchete!”

 Chia da sope e chia da sotta, cughiavame l’aulive e pe fa passà lu tèmbe, candavame li sturnèlle[6]

Spica di grano, chi te la metterà, l’anèlla al dito? chi te la bacerà, la bbianca mano? Spica di grano”[7].

 La vocia arruuava nzine a llu Nnusulature[8], ma li mane n’attennèvene nda li ppennagghje e l’aulive avèvena cadè nda lu ccappucce senno c’ammaccavene.

A mezze jurne li capesquatra ce chiamava:- Bbèlli fè, scegnite, jàmece a magnà nu mucche de pane!

Pane e ogghje, pane e pemmadore, na fica sècca, na cecurièdda, vulive cotte nda la cènera. Na mana alla vocca e n’àveta capava li frunne.

“Quanda so saprite! mba Matté, mìtteli, n‘avetu pare”.

 “Mo, mo!”

Ce cugghiéva fin’a vèspre e addova li mane n’arruuavene, ‘na bbotta de ‘ngine. Quarche cemone ce tagghiava e quarche fémmena ce frecava l’aulive:

“Nu corna- penzava-  ne nge l’aja dà tutte a llu comune!”[9]

Quanne lu sole accumenzava a calà, lu capesquatra fresckava.

“Bbèlli fè, sscignite, ch’amma scapelà. Mba Matté, stuta ssu foche! Sciappàmece ca jè fatte notte. Avvucina ssu ciucce, cumbarò, carecame st’aulive!”

A li  Manarèdde ce pesavene e ce spartèvene l’aulive: una a llu comune, una a chia cugghieva e chia teneva lu ciucce ce pigghiava pure la parte.

Pe li vulive ngape, ogneduna turnava a lla casa e alla fina de la scogna li purtava a llu trappite a  macenà.

Quanta strapazze pe nu pare de chile d’aulive!

 Testimonianza di Giovanni – A llu Puzzone l’aulive so state annestate. Vedete qua, dove stanno queste mammelle, questo è il punto dell’innesto.

Testimonianza di nonna Giulietta: Pure ji so gghiuta a cogghje l’aulive a llu Puzzone. Ddà l’acqua ne mangava maje. Quanne ce tenèva sèta, scegnavame bbasce pandane e iavame a vève l’acqua nda li pelètte.[10]

Testimonianza di Maria Sciulla- Uh, lu Puzzone! L’anne ppicciate. Che ppuccate! Quanda ogghje c’àve date e mo l’ànne abbandunate. Che puccate![11]

Prof. Crisetti – Negli anni Cinquanta Cagnano esporta l’olio, “essendo abbondantissimo e di ottima qualità, tanto che diversi proprietari, mandandone dei saggi all’esposizione oliologa di Milano, sono premiati”.  Cagnano è uno dei primi paesi del circondario a dotarsi di moderni stabilimenti per la molitura delle olive. Otto oleifici sei a corrente elettrica e due a trazione animale sono ancora attivi negli anni Settanta.[12] Negli anni Novanta, però, proprio quando la raccolta comincia meccanizzarsi, chiude anche l’ultimo frantoio del paese, con grave disagio della popolazione, costretta a portare le olive fuori.

Antonella – Le macchine, scuotendo rami e foglie, suscitano la iniziale protesta delle anziane donne, affezionate alla tradizionale tecnica della brucatura, che le vedeva procedere delicatamente ma alla svelta con le sole mani.

Lucietta (mamma di Tonino): Che  stràzeje! E ne lu trutulianne cchiù ssu povere pedale, ne vvide quanda cacchje e frunne ccadute![13]

Tonino (papà)- Tu pinze a lli frunne, ne vvide ch’amme còvete già n’àvetu pedale? Uagliù, menite a capà li fronne, e tu, Marì, avvucina ssì sacche ca l’amma scugnì![14]

Daniela (figlia di Tonino intenta nei giochi tecnologici) – Papà, ma non vedi che sto giocando?

Vincenzo (figlio di Tonino alle prese con il suo cellulare) – E pure io!

Ernestina –  Le immagini sembrano veicolare l’idea che la raccolta non sia più donna. Ma è proprio così? Per verificare questa supposizione, abbiamo interrogato 330 cittadini del posto, maschi e femmine di età compresa tra i 14 e i 57 anni.

Le risposte dicono che il 60% di essi partecipa alla raccolta, che a prevalere sono i maschi [15] (Grafici 1 e 2). Il grafico n.3 conferma che la raccolta non è più donna. Il grafico n. 4 fa capire che il campione raccoglie in genere olive di famiglia e di proprietà, mentre l’11 % degli adulti va a giornata. La presenza della manovalanza straniera è pressoché irrilevante. Dall’indagine emerge, inoltre,  la percezione che l’ulivo abbia minore valore rispetto al passato (grafico 5), lasciando pensare che l’olivicoltura sia in crisi. L’ipotesi è confortata dal grafico 6 che dà conto degli ulivi non raccolti visti dagli intervistati. Le motivazioni della sofferenza olivicola sarebbero costituite dallo spezzettamento fondiario (non esistendo più le estese mezzane di 3-4000 olivi un tempo intestate ad un solo possidente), dalla morfologia in diversi casi accidentata del territorio, che rende tutto più costoso, dal rapporto svantaggioso costi-benefici, dalla paura degli incendi, dalla concorrenza dell’olio estero e/o contraffatto, dal diffuso benessere. Le eccessive spese, la scarsa capacità gestionale, i macchinari non a norma, la concorrenza dei paesi limitrofi, avrebbero infine indotto i frantoiani a chiudere l’attività.  Grafico n 7.

Antonella – È dunque accertato che la donna non svolge più il ruolo primario nella raccolta e che l’olivicoltura attraversa una fase critica. Lo testimonia anche il caso del Puzzone, 172 Ha di superficie demaniale sul quale dagli anni Ottanta del secolo scorso il comune ha deciso di non investire più e che dal 2002 ha deliberato di alienare in parte.

Prof. L. Crisetti –  Il caso del Puzzone rappresenta, a mio avviso, la metafora della condizione dell’agricoltura del Mezzogiorno, la spia di un malessere generale, un allarme che va raccolto perché insieme all’olivicoltura si rischia di perdere parte della propria identità. Al contempo, si dà un colpo di acceleratore alla globalizzazione, nemica delle differenze. Non si tratta di rimpiangere un passato nostalgico, quanto piuttosto di recuperare ciò che proviene dalla memoria storica ed è funzionale alla nostra società. Se la raccolta non è più donna è segno che non ci sono più le condizioni del passato e non spaventa. L’olivicoltura però può essere sostenuta perché ci sono i presupposti rinvenibili soprattutto nelle caratteristiche pedologiche per un olio di qualità. L’attività va quindi incentivata, al centro come in periferia, con la cura individuale e raccordando le iniziative istituzionali a livello garganico, affinché il promontorio abbia il suo olio DOP.

Giovanni: Il nostro olio è buono perché l’olivo cresce su una roccia calcarea e le olive non sono trattate. La resa è alta: alle Coppe arrivava a 3 stare[16], a lu Puzzone 2 stare e mezze al quintale.

Antonella – Su quest’olio vorremmo saperne di più dall’agronomo, il dott. Donato Stefania.

Dott. Donato Stefania – Il nostro olio  viene prodotto dalla varietà autoctona ogliarola del Gargano che produce frutti piccoli, da cui si ottiene l’olio extravergine d’oliva a denominazione d’origine protetta Dauno Garganico dal profumo fruttato ed dal sapore dolce con tipico retrogusto di mandorle. La  raccolta avviene dalla metà di ottobre in poi, quando i frutti non sono ancora maturi, e non si è completata la fase di invaiatura, cioè le olive non hanno ancora cambiato colore. Per questo secondo me l’olivicoltura a Cagnano avrebbe potenzialità di reddito.

Antonella – Le risposte degli intervistati ci spingono a puntare i riflettori infine su un altro aspetto interessante della questione e precisamente sulle funzioni dell’olio, sostanza virtuosa e polisemica, magica  e sacra, che alcune divinità hanno voluto donare al genere umano, essendo questo liquido prezioso un elemento essenziale dell’alimentazione.

Ernestina – Dalle risposte si evince che alcuni intervistati [17] fanno benedire i rami d’ulivo nel giorno delle palme per donarli in segno di pace, rinnovando quel patto di alleanza tra Dio e l’uomo espresso dall’immagine della colomba. Un ramo benedetto, unito ad altri cimeli[18] è posto dietro la porta, accanto al letto, o sotto il materasso, col compito di tenere lontane le forze malefiche.  Un altro, piantato, darà vita a un ulivo regale, resistente. Rami d’ulivo di fresco potati sono raccolti da grandi e piccini per accendere i falò, in continuità con la tradizione precristiana che affida al fuoco il significato rigeneratore e con quella cristiana che veicola la devozione per San Giuseppe. (Grafico n. 8)

(Grafico n. 9 [19]) C’è chi usa l’olio come farmaco,  chi per accendere il fuoco, chi  per lubrificare; quasi tutti utilizzano l’olio per condire pietanze,[20] – e chi non ha l’ulivo ricorre al grasso animale o ad altri oli. Con l’olio consacrato la sera del giovedì santo, il sacerdote unge la fronte di chi riceve il battesimo, la cresima e l’estrema unzione. Con l’olio santo il vescovo consacra i ministri di Dio.

La nostra ricerca dice che la donna cagnanese, non più leader della raccolta olivicola, conosce le virtù dell’olio e, un po’ maga e un po’ santa, continua ad interpretare ruoli in cui c’è commistione di sacro e profano.

Con poche gocce d’olio fa cessare il malocchio, originato dallo sguardo iettatore, ricorrendo ad un rituale che usa gesti e parole per riportare il soggetto alla normalità.[21] Con l’abbetine[22], che custodisce una foglia d’olivo, unita a qualche acino di sale, ad un santino e ad un pezzo di rete, ha facoltà di prevenirlo.

Se l’olio cresce nda lu zzirre, non lo palesa a nessuno, se no cessa l’abbondanza.

Se malauguratamente si versa, sparge sopra l’olio prontamente del sale, per annullare l’effetto malefico.

Prof. Leonarda Crisetti – Ci sono dei comportamenti che, oltre ad essere presenti in ogni spazio, restano immutabili nel tempo; antiche credenze che sopravvivono nella nostra società complessa. E mentre cambiano i metodi e i mezzi della raccolta, mentre l’olivicoltura è soggetta a corsi e ricorsi, il rapporto col sacro e col magico non cessa. I rituali con l’olio sopravvivono perché fanno parte di quelle costanti culturali che attraversano l’umanità, perché l’uomo, posto di fronte al mistero della vita e della morte, per superare la propria angoscia esistenziale, ha avvertito da sempre il bisogno di aggrapparsi al soprannaturale, al trascendente, al magico.

Antonella– Alla raccolta non più donna e in declino, fanno dunque da contrappunto le tradizioni qui documentate, patrimonio della memoria dei cagnanesi e dell’umanità, grazie alla resistenza esercitata dalle anziane donne, dalle scuole aperte al territorio e dalle associazioni culturali, che colgono ogni occasione per  consegnare alle nuove generazioni i saperi e i sapori del passato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Fonti scritte

Archivio di Stato di Napoli, catasto Onciario.

Archivio di Stato di Foggia, Polizia, Serie I, B. 339, f. 2563, Cagnano 12 ottobre 1861;

Parchi e Mezzane nella verifica Palmieri

La condizione femminile a Cagnano Varano, Progetto delle classi IVA, V A e VB a. s. 2003/4, Liceo Socio-psico-pedagogico Cagnano Varano, Referente Leonarda Crisetti, docente di scienze umane.

L’olivicoltura, una via del gusto per riscoprire il MediterraneoIl caso del Puzzone, Progetto Habitat IRRE PUGLIA, Mari da inventare terre da scoprire, a. s. 2004/5, Classi 3A e 3B, Liceo Socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano (FG),

referente Leonarda Crisetti, docente di scienze umane.

N. DE MONTE, Una gemma del Gargano, Arti Grafiche S. Pescatore, Foggia 1950.

L. CRISETTI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amore, Canti e storie di vita contadinaCentro Grafico Francescano 2004.

L. CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, L’Onciario e il Murattiano, Il Rosone 2007.

L. CRISETTI GRIMALDI, Risorgimento Garganico, Il caso di Cagnano, Bastogi 2011.

L. CRISETTI, M. d’ARIENZO, A. GUIDA, La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia, Bastogi 2010.

Comune di Cagnano Varano, Verbale di deliberazione del consiglio comunale, 10 Aprile 2002. Oggetto: Costituzione di una società di trasformazione urbana.

Comune di Cagnano Varano, Verbale di deliberazione del consiglio comunale, 7 ottobre 2003, Oggetto: S.T.U- Saint Michel./Modifica ed integrazione Delibera di C.C. n. 5 dell’11/4/2003- Provvedimenti.

Fonti orali/canore/musicali

Vissuti di donne e uomini anziani adolescenti, di età matura, anziani

Canti, brani musicali

N.B.: le virtù magiche dell’olio sono emerse soprattutto dagli incontri faccia-a-faccia

Fonti iconiche

La raccolta delle olive a Cagnano Varano, 1940, foto Mario Paolino

La raccolta delle olive a Carpino anni Cinquanta, foto Ignazio d’Anzeo, Proloco Carpino

Scheda allegata 

Il filmato documenta i tempi, i mezzi, i modi e le tecniche della raccolta delle olive, un’attività tipicamente mediterranea, declinata a Cagnano Varano (FG) pressoché esclusivamente al femminile, costituendo per la donna quel rito d’iniziazione che le ha consentito di uscire dei casa e farsi conoscere, di urlare – cantando dalla scala gli stornelli- la propria condizione. In questo paese del Gargano, inoltre, fino a trent’anni fa il possesso di due soli ulivi è stato il motivo sufficiente per fare litigare due fratelli, mentre oggi interi uliveti sono lasciati in pasto agli uccelli. Al contempo, il documentario dà conto delle funzioni magiche dell’olio, una sostanza virtuosa e polisemica che alcune divinità hanno voluto donare al genere umano, lasciando emergere nella nostra società complessa la presenza di comportamenti immutabili, credenze riconducibili ai tempi precristiani. Le risposte al questionario, ideato per l’occasione, ma soprattutto gli incontri faccia-a-faccia e le storie di vita, dicono  infatti, che il rapporto col sacro continua. Accade di vedere perciò che mentre la raccolta non è più donna e l’industria olivicola è in declino, i rituali con l’olio non cessano, probabilmente perché fanno parte delle costanti dell’umanità, perché l’uomo posto di fronte al mistero della morte ha avvertito da sempre il bisogno di aggrapparsi al soprannaturale e alla magia per superare l’angoscia esistenziale.

 

QUESTIONARIO

Testimonianza n …

Leggi e completa con una crocetta là dove occorre, cercando di rispondere con sincerità. Ricorda che il questionario è anonimo. Grazie per la collaborazione.

  1. Generalità:
  2. Anni 
  3. M
  4. F
  5. Mestiere
  1. Negli ultimi cinque anni sei andata/o a cogliere le olive
  2. No
  3. Si
  1. Se hai risposto Si
  1. gli ulivi sono di proprietà tua
  2. della tua famiglia
  3. sei andato/a a lavorare a giornata
  4. altro
  1. Crocetta l’affermazione più vicina al tuo modo di pensare
  2. Sono proprietaria/o di ulivi ma non li colgo perché ci rimetto
  3. Sono proprietaria/o di ulivi ma non li colgo perché non trovo manodopera
  4. Sono proprietaria/o di ulivi, che faccio raccogliere alla parte
  5. Sono proprietaria/o di ulivi, che colgo insieme ai giornalieri maschi e femmine
  6. Sono proprietaria/o di ulivi, che  raccolgo con le sole donne giornaliere
  7. La paga di … € è bassa e vado lo stesso
  8. La paga di … € è sufficiente
  9. Trovo che la paga di — € sia buona.
  10. La raccolta oggi è ancora una faccenda da donna
  11. La raccolta oggi è una faccenda soprattutto maschile
  12. La raccolta oggi è una faccenda maschile e femminile
  13. Ho visto nessuno, pochi, molti, ulivi non raccolti anche se la campagna è ultimata
  14. Ho visto nessuno, pochi, molti immigrati impegnati nella raccolta

 Completa

Io penso che gli ulivi non abbiano più il valore del passato perché  ……….

  1. I frantoi di Cagnano hanno chiuso perché …………………………..
  2. Con le olive io faccio

………………………………………………………………………………

  1. Con l’olio faccio  ……………………………………………………………
  2. Utilizzo i rami d’ulivo per……………………………………………………

 

 

 

 

 

 

 


[1] L. CRISETTI GRIMALDI, Risorgimento Garganico, Il caso di Cagnano, Bastogi 2011.

[2] Il termine “Puzzone”, riconducibile a “pozzo” [voce dialettale “puzze”], potrebbe significare “grande pozzo”,  metafora dell’abbondante acqua delle sorgenti che costellano la riva settentrionale di questo luogo della memoria.

[3] Le scene ricostruite hanno visto scendere in campo le famiglie dell’associazione “Le gemme del Gargano”. “Ricordo ancora quando andavo con mia madre a raccogliere le olive del Puzzone. La campagna iniziava a novembre, secondo il detto: ‘Dopo Tutti i Santi, si coglie la nera, si coglie la bianca”. Appuntamento a la Torre de li Manarèdde. Il caposquadra faceva l’appello. Che con la scala, chi con l’uncino, chi con la scure, chi con il sacco, seguivamo il caposquadra.  “ Belle donne, qui dobbiamo cogliere, su!”. Giunti sul posto assegnato, legavamo il cappuccio sul ventre, tenuto aperto con una forcella, fissavamo la scala all’albero e si cominciavamo a cogliere.   “Dove metti la scala? Tra i due rami, non su uno solo”. E e vieni ad aiutarmi!” “Mettila più inclinata, non vedi che è ripida! Come farai a salire? Legala scala, per non farla ruotare, e sbrigati!’ chi da sopra chi da sotto, coglievamo le olive e per fare passare il tempo cantavamo gli stornelli: “Spiga di grano/ chi te lo metterà l’anello al dito/ chi te la bacerà la bianca mano/spiga di grano”. La voce alta giungeva fino allu nNusulature. Le dita però dovevano scorrere svelte tra i rami per fare cadere le olive nel cappuccio, non a terra, affinché l’olio fosse buono. “Belle donne, scendete, mangiamo un po’ di pane.”  Si  mangiava un pane e olio, pane e pomodoro, un fico secco, un po’ di cicoria, qualche oliva nera cotta nella cenere. Una mano portava il cibo alla bocca, un’altra sceglieva le foglie . “Buone! Compare Matteo, mettine ancora un po’!” Si lavorava fino a vespro e dove non arrivavano le mani si assestava un colpo con l’uncino. Qualche cima si tagliava e qualche signora nascondeva le olive, per riprenderle dopo, pensando: “Un corno! non gliele do tutte al comune!” Quando imbruniva, il caposquadra fischiava: “Belle donne, scendete, è ora di smettere! Compare Matteo, spegni il fuoco! Sbrighiamoci che fa notte! Comparozzo, carichiamo queste olive!” A li Manarèdde, si pesavano le olive raccolte: una parte al comune, una a noi e una a chi portava l’asino. Ognuno faceva ritorno a casa con la sua parte di olive in testa e, al termine della raccolta, le portava al frantoio per farle molire.

[4] Questa torre era il punto di riferimento delle mandrie che pascolavano nella Difesa Puzzone, quando la pastorizia conviveva con l’olivicoltura. 

[5] Grande grembiule terminante con due lacci che opportunamente incrociati e legati intorno alla vita della donna formano un cappuccio nel quale fare cadere le olive colte, tenuto aperto alla sommità da un ramo di olivo a forma di “V”.

[6] Gli “stornelli” sono canti di genere, che parlano d’amore e di sdegno, canti di lavoro quasi urlati dalle donne, che facevano a botta e risposta (chi da un albero chi dall’altro), ritmando l’attività e liberando le frustrazioni.

L. CRISETTI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amore, Canti e storie di vita contadina, Centro Grafico Francescano 2004.

[7] Spiga di grano/chi me lo metterà l’anello al dito/ chi me la bacerà la bianca mano/spiga di grano.

[8] Lu Nnusulature è un toponimo che sta a significare il luogo in cui è possibile ascoltare, che coincide con la parte più elevata della collina del Puzzone. Qui era appostata in passato la guardia comunale per cogliere in flagrante chi tentava di rubare le olive o di tagliare gli alberi del Puzzone. Evidentemente il fenomeno era preoccupante.

[9] Qualche donna si allontanava guardinga, per nascondere le olive nel tronco dell’albero, pensando di dovere così rivendicare i propri diritti. Da sempre nei comuni del Gargano c’è stato un atteggiamento ostile verso gli Enti locali e verso lo Stato, considerati tuttora nemici.

[10] Anch’io sono andata a cogliere le olive del Puzzone. Là, l’acqua non mancava mai. Quando avevamo sete, scendevamo in riva al lago e andavamo a bere l’acqua raccolta nelle pilette [piccole buche scavate nella calcarenite].

[11] Il Puzzone? L’anno incendiato. Che peccato! Quant’olio ci ha dato e ora l’hanno abbandonato. Che peccato!  

[12] I sei frantoi a corrente elettrica erano della Società Sid, della Ditta di Pumpo e Compagni, De Simone Michele, della Società Panerai, di Coccia Alfredo, di Ferrante Francesco. I due a trazione animale erano di proprietà di De Simone Giovanni e di Matteo Grimaldi.  

[13] Che strazio! E non lo scuotere più questo povero albero! Non vedi quante foglie e quanti rametti sono caduti?

[14] Tu pensi alle foglie, non vedi che abbiamo già colto un altro albero?

[15] Agli studenti (14-18 anni) è stato chiesto solo se hanno partecipato alla raccolta delle olive di quest’anno. 

[16] 1 staio di olio è l’equivalente di 10 litri.

[17] Indagine svolta in occasione di questo concorso, da gennaio a febbraio 2012, dal gruppo “Le gemme del Gargano”, diretto dalla Prof. ssa Leonarda Crisetti che ha curato la stesura del questionario, la trascrizione, elaborazione e lettura dei dati. I grafici sono stati prodotti dall’ingegnere Filomena Grimaldi.

[18] Rete, ferro di cavallo, Crocifisso, Madonna.

[19] I cagnanesi ricorrono tuttora all’olio per curare la bocca infiammata, il male d’orecchi, una scottatura, una puntura da insetto, problemi di intestino, per eliminare il fastidioso cigolio alla porte, per cancellare la ruggine, per accendere il fuoco.

[20] Con l’olio si condiscono i piatti della tradizione (pane e ogghje, panecotte, acquasala, pane e ppemmadore, pizza, maccarune e fogghia, fave, cice e ndròccele, pèsce a ppane nfusse, … ) e quelli moderni.

[21] Ecco la formula magica contro il malocchio, svelatami giorni or sono da una quarantenne: “Tre occhi t’han guardato/ Tre santi t’han salvato/Nel  nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo/Malocchio non va avanti!” Parole accompagnate da gesti e segni di croce, utili a fare cessare conati di vomito, male di testa e agli occhi, spossatezza generale.  Lo confermano diverse persone anche autorevoli con le quali ho avuto il piacere di conversare sulla questione, cercando conferme o smentite. Vorrei aggiungere che sono stati soprattutto gli incontri faccia-a-faccia e le storie di vita a farmi conoscere i rituali con l’olio.

[22] Un sacchettino di stoffa che viene a tutt’oggi fissato con uno spillo sotto l’abito del bambino con la funzione di prevenire il malocchio.

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2012 in etnografia garganica

 

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