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Risorgimento garganico, Il caso di Cagnano, nella relazione del prof. Pietro Saggese

21 Gen

Perché presentare a Carpino un libro che tratta soprattutto di Cagnano? Le ragioni sono tante, innanzi tutto perché nel libro della prof.ssa Crisetti Grimaldi, non mancano i riferimenti a Carpino, anzi possiamo parlare di più che di semplici riferimenti, perché per la diversa situazione che si determina in Carpino, questa cittadina può fare da contraltare a Cagnano: quanto più lacerata e critica è quella di Cagnano, tanto più coesa appare quella di Carpino. D’altra parte dai documenti che la Crisetti ha così riccamente e sapientemente reperito nei diversi Archivi, viene fuori un profilo non esclusivamente di Cagnano, ma del nostro Gargano, (della “città Gargano”, per dirla con una felice intuizione di Filippo Fiorentino che mi sembra stia trovando sempre più estimatori in questi ultimi tempi) in quella fase critica di passaggio dai Borboni ai Savoia, con una difficile situazione socio-economica che accomuna i nostri paesi, anche se la reazione è diversa. Da paese a paese cambiano, infatti, le scelte, per la sensibilità delle persone, ma soprattutto per i diversi contesti che si determinano, scelte non sempre improntate a ideali politici da perseguire consapevolmente, che pure avevano raggiunto anche il nostro Gargano, ma che spesso erano sopraffatti dagli interessi personali, raccogliendo, a volte, solo proseliti di comodo, come questo volume della Crisetti dimostra. Questo libro, è proprio il caso di dire “fresco di stampa”, pubblicato in questo mese di dicembre presso la Bastogi Editrice di Foggia, ci aiuta, attraverso il riferimento alla storia passata, a riflettere anche su alcuni nostri atteggiamenti presenti, ci spinge ad abbandonare le divisioni, che hanno da sempre nociuto, ieri come oggi, per fare sistema e tendere verso obiettivi comuni. Forse proprio per questo la prof.ssa Crisetti ha avuto, per questa pubblicazione, il patrocinio della Presidenza del Consiglio, della Provincia di Foggia, della Società di Storia Patria per la Puglia Sezione Garganica, dell’Associazione Culturale “Il Gargano Nuovo”. Mi piace riportare anche la dedica del libro, un po’ perché avvalora le mie considerazioni di apertura, ma soprattutto per sottolineare i destinatari ultimi anche di quest’opera, che, come per tutte le altre opere della Crisetti, sono “le nuove generazioni”, quelle alle quali per lungo tempo ha dedicato la sua azione educativa e che sono sempre in cima ai suoi pensieri:

«A chi attraversa la città Gargano/ e va alla ricerca di risposte tra questi luoghi in altri tempi/ affinché le trovi nella forza di coesione e nel senso di responsabilità/ in modo che il contributo di ciascuno a costruire/ un mondo più solidale da consegnare alle nuove generazioni/ sia sempre memore delle proprie radici». La Prefazione dell’Autrice ci spiega, poi, dapprima com’è nata quest’opera, grazie alla decisione della Società di Storia Patria di promuovere delle ricerche e dei Convegni sulla realtà risorgimentale nei diversi paesi; quindi passa a delineare le linee comuni del Risorgimento italiano, fornendo un rapido ed essenziale quadro di riferimento in cui inserire gli episodi narrati nel libro . Seguono le Introduzioni di Cristanziano Serricchio, vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia, di Carla d’Addetta, presidente dell’Associazione Culturale “Il Gargano Nuovo”, di Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici. Ognuna di esse affronta qualche aspetto particolare: aspetti prevalentemente storici le prime due, con uno sguardo privilegiato al Gargano quella della dottoressa d’Addetta; aspetti prevalentemente socio-economici, quelli richiamati dalla Rauzino, che riporta il discorso alla lotta, iniziata con l’eversione feudale, per l’appropriazione indebita delle terre demaniali, e al bisogno di emergere, appoggiandosi agli schieramenti politici presenti nell’Italia di quel momento storico. Il libro si articola in tre capitoli, agili nella loro esposizione dei fatti, in cui l’Autrice ricostruisce le vicende storiche così come emergono dai documenti che accompagnano i singoli capitoli (14 per il primo; 41 per il secondo; 68 per il terzo), sui quali la Crisetti esercita un’attenta analisi.

Il libro prende le mosse dal 21 ottobre 1860, giorno del plebiscito, e dalla reazione che il plebiscito stesso scatena in Cagnano, segnando di violenza queste giornate, con il timore dell’effetto onda, come dice Crisetti, da parte degli altri paesi, poiché le difficili condizioni socio-economiche 2

facevano sì che l’odio covasse tra le popolazioni nei confronti di coloro che le tenevano in uno stato di schiavitù e fosse sempre pronto a esplodere. Accanto a un odio tra classi sociali contrapposte, c’era, però, anche un odio “infraclasse”, all’interno della stessa classe egemone, per la contesa tra ”

galantuomini” delle terre affrancate da vincoli feudali e divenute demaniali, che, mentre il popolo aspettava una riforma agraria che non c’è mai stata, venivano usurpate. Il secondo capitolo è dedicato all’indagine che la Crisetti svolge sul perché delle violente reazioni che avevano contrassegnato le vicende di Cagnano in occasione del plebiscito. La conclusione, ampiamente documentata, è che «Dietro i raggruppamenti … si mascheravano antiche rivalità, rancori vissuti a livello familiare, problemi riconducibili alle proprietà demaniali usurpate». Questo è il quadro in cui vanno calate le vicende di Cagnano, dal crollo della feudalità in poi, che, in un’estrema schematizzazione, vede schierati su fronti opposti due raggruppamenti: quello dei settari o liberali, tra i quali spicca la famiglia Donatacci(o), e quello dei lealisti o filoborbonici, tra i quali svolge un ruolo preminente la famiglia Sanzone. Una rivalità che dall’eversione feudale (1806), attraversa tutto l’Ottocento, approfittando degli eventi che si verificano tra il 1820, il 1836 e il 1848, solo per i propri interessi economici, di appropriazione e di mantenimento di beni demaniali di cui si erano illegittimamente appropriati. E che non ci fosse dietro queste scelte un ideale politico, è testimoniato dal fatto che lo stesso Sanzone, come attestano i documenti riportati da Dina, non ha esitato, di fronte alla débâcle dei Borboni, a iscriversi a una setta carbonara, lui che era un dichiarato lealista, per avere, comunque, sempre l’appoggio di una setta che gli garantisse di poter continuare a perpetrare le sue prepotenze. D’altra parte il Gargano non è fuori dal mondo. Anche da noi assistiamo a quel fenomeno del “gattopardismo” così ben descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e sintetizzato nel motto “Cambiamo tutto, perché non cambi nulla“, o del “camaleontismo”, come dice Crisetti. Anche la partecipazione del popolo a questi moti non è dovuta a consapevolezza politica, ma solo alla volontà di reagire alla condizione di rapina alla quale solitamente le nostre popolazioni erano sottoposte. Il popolo partecipa, infatti, a questi moti senza molta coerenza, cambiando speso “squadra”, come scrive Crisetti, semplicemente perché si lascia manipolare da chi è sempre pronto ad alzare la voce, ha il bastone e lo usa. D’altra parte anche i liberali, «quando parlavano di diritti, libertà e uguaglianza, si riferivano evidentemente al popolo borghese e non a tutto il popolo». E’ questo il quadro socio-economico in cui vanno ricercati i motivi all’origine della reazione violenta dei cagnanesi di fronte al plebiscito del 21 ottobre 1860. Più complesso il terzo capitolo, intitolato “La disillusione dei liberali“, dedicato alla situazione garganica nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Periodo contrassegnato un po’ dappertutto, in particolare a Cagnano, dal perdurare delle “partigianerie” anche sotto i Savoia. La famiglia Sanzone anche in questo periodo e per il tramite di suoi guardiani non esita a diffondere notizie false tra la gente, facendo credere che, come era già avvenuto nel 1799, con la Repubblica Partenopea, così sarebbe successo ora: i Borboni sarebbero tornati sul trono di Napoli. A Cagnano non era stato possibile votare, per le forme estreme di violenza che la reazione aveva assunto e che aveva provocato tre vittime e alcuni feriti. Dove si votò, i risultati furono i seguenti: Rignano 278/278 favorevoli ai Savoia; Carpino 1441 a favore, 48 contrari; Vico 197/197 a favore; Peschici 166 sì, 104 no; Rodi 364 sì, 4 no; Ischitella 166 sì, 1 no; Lesina 144 sì, 62 no; Sannicandro 485/485 sì; San Marco in Lamis, che votò il 28 ottobre, 3032 sì. I voti vanno commentati alla luce anche del fatto che, come ci ricorda la Crisetti, molti cittadini sono stati esclusi dal voto, in quanto il diritto di voto era attribuito in base al censo, e che molti reazionari non sono andati a votare. Si trattava comunque di voto farsa, come ci spiega Dina, perché, oltre alle limitazioni già dette, in ogni seggio c’erano tre contenitori: uno centrale in cui inserire la scheda di voto prestampata, a sinistra, quello delle schede per il sì, a destra quello delle schede per il no. Ognuno dei presenti, quindi, conosceva benissimo le scelte dell’elettore. 3

Da questi dati notiamo il delinearsi di uno scenario particolare proprio a Carpino, rispetto ai paesi limitrofi, che cercheremo di spiegare. Soffermiamoci, però, ancora un po’ su questo capitolo importante per capire tanta storia del nostro Gargano, a iniziare dal fenomeno che subito dopo l’Unità ha interessato tutto il Mezzogiorno: il brigantaggio. Il capitolo si apre con il riferimento a due personaggi di spicco per la storia di questo periodo a Cagnano: il medico Gennaro di(e) Monte, sindaco, e l’avvocato Antonio Palladino, capo della Guardia Nazionale. Legato quest’ultimo da sentimenti di stima e di amicizia con il capitano della Guardia Nazionale di Carpino, don Ignazio d’Addetta, tanto che, ci informa la Crisetti, don Ignazio tenne a battesimo Carmelo, uno dei quattro figli di Antonio Palladino, quel Carmelo che sarà protagonista del movimento anarchico di fine Ottocento. E’ davvero commovente leggere le accorate lettere di queste tre persone ai responsabili del Governo locale. Visto il perdurare delle ”

partigianerie” e i ripetuti appelli a garantire l’ordine e la sicurezza, tutti caduti nel vuoto, «le aspettative verso il nuovo re cominciavano a crollare perché il neonato governo liberale, che non si faceva garante dell’ordine, della vita e della proprietà, consegnava il Gargano alla mercé dei briganti, dei disertori, di veri e propri ladri …» (pag. 118). Fino a giungere all’amaro sfogo da parte di Antonio Palladino in una lettera del 29 luglio 1861. [Lettera del Capitano Antonio Palladino al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia Cagnano 29 luglio 1861 pagg. 178 e 179]. Una precedente lettera del 20 luglio, sempre indirizzata da Antonio Palladino al Governatore della Capitanata, inizia con queste accorate parole: «I Borboni mi hanno rovesciato al suolo, ed il brigantaggio mi sta schiantando sin dalle ultime radicelle»; poi, amaramente sfiduciato, si lascia andare alla considerazione che “il brigantaggio cardinalizio-borbonico fa davvero: il governo [di Vittorio Emanuele di Savoia] celia e scherza” (pag. 123, dalla lettera a pag. 176 e 177). Era l’amara conclusione di ripetuti appelli caduti nel vuoto, come quelli contenuti nella lettera del 16 febbraio 1861, sempre inviata al Governatore della provincia di Capitanata, da cui si capisce quanto costi, in termini anche di coinvolgimento e di rischi per le proprie famiglie e per i propri figli, l’incarico ricoperto. Il Governatore, infatti, al Palladino, che gli aveva chiesto di rafforzare la presenza armata contro i briganti, aveva risposto di armare i suoi familiari e persone di cui si fidava. [Lettera del Capitano Antonio Palladino al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia Cagnano 16 febbraio 1861 pagg. 165 e 166]. Lo stesso tono accorato e preoccupato si percepisce fin dalle prime parole della lettera del sindaco di Cagnano, Gennaro de(i) Monte al Signor Governatore della provincia di Capitanata, del 23 luglio 1861: «Il brigantaggio tiene vivamente occupato l’animo mio, non potendo per difetto di forza accorrere dove il bisogno mi chiama, e riparare ai guasti minacciati dalla Comittiva» (pag. 177). Nelle lettere di questi primi liberali forte è anche la disillusione di fronte a tante speranze che avevano trovato posto nei loro cuori e che essi vedevano puntualmente tradite. Non meno accorate sono le lettere di don Ignazio d’Addetta, preoccupato dapprima dell’estendersi della protesta da Cagnano ai paesi vicini, preoccupazione che attanagliava anche il sindaco Farnese (lettera del 21 ottobre 1860 al Governatore della Capitanata); la lettera contiene anche un profilo dei “garganici”, che mette a fuoco aspetti della nostra natura presenti ancora oggi: [Lettera del Capitano provv-° Ignazio d’Addetta al Signor Sottintendente di San Severo – Carpino ottobre 1860 pagg. 31 e 32] successivamente preoccupato dall’estendersi del fenomeno del brigantaggio. [Lettera del Capitano Ignazio d’Addetta al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia – Carpino 4 luglio 1861 pagg. 173,175,176] 4

Il tono delle lettere del d’Addetta non arriva mai, però, allo stato di abbattimento di quelle dei due protagonisti di Cagnano. Nella seconda d’Addetta è prodigo di consigli dall’alto della sua esperienza, nella speranza di giungere al successo nella lotta contro il brigantaggio. Di fatto è essenzialmente diverso il contesto storico-politico di Carpino in cui opera il d’Addetta: qui non ci sono, almeno per ora, le “partigianerie” presenti a Cagnano a dividere gli animi e a condizionare le scelte degli amministratori. E anche nella lotta al brigantaggio, ci sono episodi che incoraggiano don Ignazio a ben sperare e ad essere fiducioso di poter sconfiggere il fenomeno, proprio per questo snocciola tutta una serie di provvedimenti, che potrebbero garantire il successo. Che in Carpino ci sia una situazione di fermento e di partecipazione a questi moti, senza gli esasperati contrasti presenti altrove, lo si ricava da quel dato relativo all’esito del plebiscito: 1441 a favore, 48 contrari, ma anche da quanto scrive nel suo rapporto del 22 dicembre 1860 il luogotenente del Reggimento Dragoni nazionali da Manfredonia: «

In Carpino son tutti contenti, e si prestano a qualunque servizio pel nostro re Galantuomo D. G., ed infatti nella reazione dell’8 corrente avvenuta in Ischitella, tutti di detto comune presero le armi» (pag. 119). In tutto questo la figura importante per Carpino è proprio quella del capitano don Ignazio d’Addetta, comandante della Guardia di Carpino, che riesce a tenere uniti i suoi concittadini e a dare loro anche la forza di reagire di fronte al fenomeno del brigantaggio e a diventare un esempio per i paesi vicini. I suoi meriti, però, non sempre vengono riconosciuti. Giuseppe d’Addetta, citato anche dalla Crisetti, nel suo volume dedicato a Carpino, riporta, infatti, la lettera di protesta al Prefetto di Foggia, in data 4 giugno 1863, per il decreto di scioglimento della G. N., in cui tra l’altro, proprio da parte del “dottore fisico” don Ignazio d’Addetta, che, fin dall’istituzione della G. N., agosto 1860, ne fu il comandante, si dice, tra l’altro: «… nello scorcio del 1861, privo il Gargano di forza militare, i briganti erano cresciuti in modo di audacia e di numero, da ordinare a’ Proprietari di non uscire dalle loro case a raccogliere le olive, per cui il vicino Comune d’Ischitella andava a perdere la vistosa rendita delle olive di Varano. Fu allora la Guardia di Carpino che fece delle perlustrazioni nel tenimento di Varano, e con l’uccisione del capobanda Cosimo Daniele di S. Marco in Lamis disperse i briganti dal tenimento di Varano; ed animata la Guardia d’Ischitella da quella di Carpino ne seguì l’esempio e così i proprietari si recarono a raccogliere le olive» (G. d’Addetta, Carpino, pag. 74; Crisetti pag. 127). Nonostante questo, il decreto stabiliva lo scioglimento della G.N. di Carpino, con il profondo rammarico di Ignazio d’Addetta. Il ben operare della G. N. di Carpino, va ascritto senz’altro a merito di don Ignazio d’Addetta, perché la situazione non è stata sempre così rassicurante. Basti pensare a un altro episodio citato sempre da Giuseppe d’Addetta per Carpino e risalente ai primi anni dell’Ottocento, che ci dice quale impudenza caratterizzava questi briganti, da imporre al clero (tra l’altro si trattava dell’abate Donatantonio Turchi) di non andare, in occasione della Pasqua, a benedire le case dei fedeli, perché ci avrebbero pensato loro. E così fu, perché si sostituirono al clero e si presentarono nelle case, facendosi consegnare, con le buone o con le cattive, tutto quello che faceva loro gola.

I meriti che il d’Addetta aveva acquisito agli occhi del popolo saranno serviti senz’altro per far ricadere su di lui la responsabilità del comando della G. N., pur essendo avanti negli anni. Ma forse c’era anche dell’altro. Don Ignazio, infatti, come riporta anche Giuseppe d’Addetta, citando lo storico locale rodiano Michelangelo De Grazia, era stato nominato comandante della G. N.

probabilmente per il suo passato di patriota essendo stato a capo della locale Carboneria(pag. 71). Di fatto il De Grazia dice esattamente: «I vecchi Carpinesi ricordano ancora i segreti convegni dei liberali verso il ’60 in casa del dottor medico Ignazio D’Addetta … Una domestica del D’Addetta era incaricata della vigilanza e delle missioni più delicate» (1930). Perché De Grazia non parla di Carboneria? Forse per non entrare in contraddizione con quanto afferma in altra parte del suo libro, nel capitolo dedicato alla “Carboneria in Rodi dal 1816 al 1820“, dove, in una 5

nota, riporta i nomi dei “gran Maestri” delle Vendite degli altri paesi garganici, concludendo con un inciso:

(Mancano notizie della Vendita di Carpino)(pag. 35). Notizie, invece, che troviamo in Giuseppe d’Addetta, sempre nel suo libro su Carpino, anche se con qualche riserva. A parte il nome della domestica di don Ignazio, a proposito della quale, in una nota, Giuseppe d’Addetta scrive: «Da indagini condotte è risultato che la domestica si chiamava Francesca Del Forno di Matteo e di Maddalena Di Mauro, moglie di Michele D’Arnese, morta il 31 gennaio 1887 a Carpino», Giuseppe d’Addetta ci parla anche di una tradizione in base alla quale la vendita carbonara a Carpino sembra si chiamasse “Dell’Origone della Spina“, mutuando il nome, “opportunamente italianizzato“, da una vallata del territorio di Carpino, di un paese che, tra quelli garganici, nel 1854 era il quinto per popolazione (con 6708 abitanti), dopo S.Marco in Lamis, Monte S. Angelo, Vico, Sannicandro, e prima di S. Giovanni Rotondo, Vieste, Cagnano, Apricena, Ischitella, Rodi, Mattinata, Peschici, Rignano, riportati rigorosamente in ordine decrescente rispetto alla popolazione e che costituivano parte del territorio della 9ª delle 14 province continentali del Regno delle due Sicilie. Il carattere segreto delle vendite carbonare ha senz’altro pesato sulle notizie delle vendite stesse. Anche per gli altri paesi, per i quali risultano delle vendite, non sempre conosciamo i nomi (cfr. Gemma Caso, La Carboneria di Capitanata, Napoli 1913). Abbiamo nomi classicheggianti per Rodi e Ischitella, le cui vendite portavano rispettivamente il nome di “Cavalieri di Tebe” e “I Figli di Milo“. Giuseppe d’Addetta ipotizza che la mancanza di notizie sulla Carboneria di Carpino possa dipendere proprio da tutto questo, cioè dalla segretezza di queste vendite, oppure dal fatto che i documenti relativi a Carpino siano andati distrutti tra le carte dell’Archivio di Capitanata fatte bruciare nel 1860. Comunque, nonostante la sostanziale tranquillità di Carpino, attestata, per esempio, anche da una testimonianza di Vincenzo Tondi nel 1860, comandante della colonna mobile garganica, che scriveva di Carpino: «Carpino, oltre ad essere stato l’unico paese che ha corrisposto al mio invito, mi ha rinforzato di altri venti individui» (d’Addetta pag. 60), presto anche per Carpino le cose cominceranno a cambiare, probabilmente per influenze giunte dai Comuni viciniori, scrive ancora Giuseppe d’Addetta. E il 2° Capitano della G. N., Antonio Bramante, scriverà al Governatore della Capitanata: «Le reazioni del popolo nascono da intimazioni di Galantuomini potenti o Sacerdoti, specialmente Arcipreti …», mettendo l’accento sull’aspetto centrale di tutta la faccenda: l’estrema povertà del popolo garganico, i frequenti soprusi e le continue prepotenze alle quali era da sempre sottoposto, prima dal potere feudale, poi dai “galantuomini“, che si erano avvicendati e che cercavano di garantirsi dei privilegi, nonché dalla Chiesa. La situazione a Carpino cambia fino a giungere alla denuncia di don Ignazio d’Addetta nella lettera del 1° ottobre 1860, che abbiamo già letto. Michelangelo De Grazia scrive: «Il brigantaggio poco attecchì a Carpino, tra lo sfasciarsi della dinastia borbonica ed il sorgere del regno di Vittorio Emanuele. Più tardi però, dopo fatta l’Italia, accentuatesi, per antichi rancori, le contese tra le famiglie, si organizzò una combriccola, allo scopo di arrecar danni alla parte avversa» (De Grazia pag.126). Anche Carpino cedette, quindi, infine alla logica delle partigianerie che la Crisetti ha documentato per Cagnano. E’ questo il complesso quadro d’insieme che nel passaggio all’Unità investe tutto il Mezzogiorno e quindi il Gargano. Un periodo importante in cui affondano le radici della nostra storia recente, che riaffiorano grazie all’occasione fornita dal 150° anniversario dell’Unità e alla decisiva e importante spinta data dalla Società di Storia Patria.

Un quadro d’insieme sul quale la recente pubblicazione della Crisetti getta nuova luce, e ci consente di riappropriarci di un segmento importante della nostra storia. Una storia che vede contrapporsi atteggiamenti che possiamo schematizzare con il riferimento alla violenza lacerante di Cagnano, da una parte, e alla sostanziale coesione di Carpino, dall’altra. Di entrambi gli 6

atteggiamenti, l’opera della Crisetti recupera la memoria e la restituisce a tutti noi, con un occhio privilegiato alle nuove generazioni, perché sappiano discernere gli errori e farsi garanti di quei valori di cui i nostri padri sono stati i paladini.

Pietro Saggese

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

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