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Cagnano Varano: arrestiamo il degrado del Convento dei Padri Riformati Francescani!

21 Gen

CRISETTI LEONARDA

L’ex Convento dei Padri Riformati francescani ed ex municipio di Cagnano Varano sta crollando tra la distrazione di tutti

Cenni storici del Convento

Le basi del Convento sono state gettare nel 1724, quando l’abitato di Cagnano era già fuori le mura da oltre un secolo e mezzo e si era sviluppato lungo Via Coppa e Via Mercato (oggi Corso Giannone), Via Media, Largo dei barbieri (oggi Corso Roma) e il Casale (oggi corso Umberto).

C’erano, inoltre, le chiese di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio e di San Giovanni, entro le mura, e altre 10 chiese fuori le mura, tra cui Santa Maria degli Angeli alias Santa Maria delle Grazie, con l’altare dello stesso titolo (Appendix Synodi sipontinae, 1678), ove a mio avviso vanno rinvenute le primitive tracce del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie, adiacente al convento, del 1753, se non addirittura prima ancora, nel XIII secolo, dato che un documento del 1734 dice che fu voluta da Padre Santo Francesco e che poi andò in rovina.

Nel 1734 il convento non era ultimato, ma già vi dimorano 6-7 religiosi e prometteva di essere “uno dei più buoni e belli conventi della provincia”. “È pur anco disegnato il giardino, assai comodo, e di buon sito, ma non è ancora ammurato, essendo il tutto imperfetto, ma vedrassi di perfettissima semetria” – così come scrive padre F. Arcangelo di Montesarchio.  

Nel 1809, quando G. Murat chiese ai rappresentanti delle comunità l’inventario dei beni degli ordini monastici e conventuali, in vista della loro soppressione, il complesso risultava formato “da un orto ammurato e arborato con circa due versure”, una mula d’imbasto che non si riusciva a trovare, qualche arredo sacro in argento, le statue di San Pasquale e di Sant’Antonio.    

In base all’inventario di Giuva del 1811, invece, i Beni mobili e immobili del convento erano costituiti da 35 volumi della biblioteca dei frati, da 20 stanze di lamia finta, da 4 corridoi (di cui tre corrispondenti e un quarto che forma una loggia coperta), dal Piano terreno con cucina, dal locale del fuoco comune, dal refettorio, da una piccola chiesa con 2 altari, da una chiesa più grande con 7 altari (di cui uno con statua in pietra di S. Giuseppe), da un chiostro al centro con cisterna, da un muro che include l’orto con 27 alberi di fichi e 7 alberi di “amendole”.

Nello stesso anno l’intendente Charron ordinò la soppressione del convento, nonostante gli amministratori si opponessero, sostenendo la tesi che la struttura era stata finanziata dal signore del luogo e dal popolo, ritenendola utile, dato che istruiva, evangelizzava, assisteva i moribondi e prometteva di ospitare una scuola per fanciulli. Ritenevano inoltre che nella piccola chiesa annessa al convento si dovesse continuare a praticare il culto, perché il popolo era molto devoto a San Pasquale e a Sant’Antonio.

Nel 1866, dopo la breve parentesi del 1815, quando, a seguito della Restaurazione, il convento è stato riaperto, fu chiuso definitivamente. Nel frattempo gli amministratori del paese hanno continuato a perorare la causa dell’apertura, considerata la sua utilità per la comunità che si sarebbe potuta incivilire e “mettersi a pari con altri comuni del regno”. Inoltre il convento si reggeva sui contributi del municipio e della comunità, di conseguenza non spettava allo Stato assumere decisione. Inoltre negli anni in cui unita l’Italia, scoppiò l’emergenza del brigantaggio, c’era bisogno più che mai  dell’opera di frati. Essi più degli altri avrebbero potuto “ammaestrare la classe ignorante piena di pregiudizi, istruirla ai principi della fede cristiana, incamminarla verso il progresso e la civiltà”.

Nel 1867, in ogni caso, ci fu la soppressione. Il consiglio presieduto da don Antonio Giornetti deliberò di acquisire l’ex convento e di utilizzarlo come sede della vita civile e amministrativa, di adibire i locali per gli uffici di guardia nazionale, prefettura mandamentale, carcere, scuola. Fu fatto salvo l’edificio sacro, “attesa la ristrettezza dell’unica chiesa parrocchiale al numero della popolazione”. Nel fare richiesta al prefetto e al procuratore del re, fece presente che i R.D. del 1813 e del 1816 concedettero il monastero agli usi pubblici del comune, che i cittadini fecero ritornare i monaci, ma i diritti dominicali del comune non erano cessati, che l’ente non aveva smesso di investire per il mantenimento dello stabile.

Decise di fare accomodare la parte dell’ex convento destinato a uffizio municipale e i bassi (posti a oriente), occupati “per servizio di magazzino del grano e guardia nazionale”, di occupare temporaneamente i locali del piano superiore, in attesa della sovrana concessione. Fece spianaee via delle Grazie a ponente e il Limitone a nord del monastero. Deliberò l’inizio dei lavori di sistemazione del tetto, locali, dei lapidari delle porte, dei mobili di segreteria, di affittare la cisterna e gli orti, di acquistare la libreria dei frati (con la somma di 200 lire), di costruire la “calcaia” nel Puzzone per fare la provvista di calce, di ridurre i vani del convento a pretura per avvicinare questo ufficio alla segreteria, sin dal 1865 sita nel convento, di far riparare gradinata, corridoi, condotti d’acqua, tettoia, di fare riempire le sepolture dell’ex convento per motivi igienici, di far livellare la strada dal palazzo de Monte al convento dei Padri Riformati francescani, essendo piena di rocce e sassi sporgenti. E siccome qualcuno aveva in mente di appropriarsi dello spazio pubblico antistante al convento, lo stesso consiglio deliberò di non far costruire fabbricati in largo Municipio: “… non v’ha punto più bello del nostro paese di quello che noi chiamiamo con la nuova denominazione Largo Municipio, quel largo che, appunto, non so come e perché, si voglia riempire di fabbricati” [A. Giornetti, 1873]. Nel 1879, il consiglio Brancaccio pensò di far sistemare 4 stanze “per ospitare qualcuno ad interesse dell’amministrazione” dato che il paese difettava di locanda. Nel 1876 c’era tuttavia ancora un frate nel convento che, insieme al suo assistente, insegnava a leggere e a scrivere ai ragazzi.

Il frate Nicola De Monte, autore de Una gemma del Gargano,  informa che nel convento hanno  dimorato padri che si sono diostinti per dottrina e virtù, tra cui i cagnanesi Vincenzo Maccherone, Giuseppe di Miscia, Federico Jacovelli, Padre Luigi (“il molto reverendo dottore in sacra teologia, morto compianto da tutti nel 1848”).

Nei decenni successivi nel nostro municipio, ex convento dei Padri riformati francescani, furono eseguiti altri interventi di mantenimento e adattamento. A inizio Novecento si pensò di mettere a dimora due file di alberi tra Largo chiesa di San Cataldo e il municipio, giacché in tale zona “sotto la canicola dei mesi di giugno, luglio e agosto, è un vero deserto d’Africa”(L. Pepe, 1902).

Nel 1922 per ordine del podestà, il dott. Antonio Polignone, fu affrescata la sala consiliare dipingendo lo stemma del Comune posto in mezzo alla volta e un tratto del lago con pescatore nel sandalo, su una parete.

Nei locali dell’ex convento, la funzione amministrativa è esercitata pressoché ininterrottamente fino al 1995, allorché fu evacuato sia perché pericolante, sia perché era pronta la nuova sede del municipio. Dal 1995 è chiuso in attesa di restauro. “Ci si augura che venga riattivato presto – scrivevo nel 1999 – per poter mostrare a tutti la sua storia e la sua bellezza”. Tanti gli usi possibili: sala studio, sala conferenza, sala mostre, museo civico, biblioteca, cineforum, luogo d’intrattenimento culturale dei giovani, … .

I progetti abortiti

Dagli anni Ottanta del secolo scorso sono stati elaborati due progetti di restauro e recupero: il primo del 1988 elaborato dagli architetti Muciaccia e Fatigato che non ha avuto seguito forse perché agli amministratori non interessava più restare nei locali dell’ex convento, dato che era pronto il nuovo edificio, perdendo i 200 milioni di lire del primo stralcio; il secondo curato dalla Comunità Montana del Gargano, parla di “Lavori per il recupero funzionale dell’ex Convento di San Francesco nel Comune di Cagnano Varano, di “riparazione dei danni e rifunzionalizzazione stativa, di miglioramento ed adeguamento sismico”. Il progetto preliminare, approvato e pubblicato il 23-07-2007, porta la firma dell’architetto S. Gatti, studio di Foligno (PG). Richiama lo studio di fattibilità del 2004 con l’impegno di spesa di € 1.309.955.43 e l’approvazione del 2006, con un impegno di spesa di € 500.000.00 circa. In data 1 /10/2008, il comune di Cagnano concesse il permesso di costruire nei locali dell’ex convento alla Comunità montana del Gargano per il cosiddetto “recupero funzionale”.

Nel 2009 l’associazione culturale Schiamazzi ha organizzato un convegno sui “tesori dimenticati”, includendo tra essi il nostro Convento. In qualità di relatrice partecipai al pubblico la ricostruzione storica e i progetti suesposti, perorando la causa del restauro e dell’apertura al pubblico dei locali dell’ex Convento, quando la volta a botte della sala consiliare non era ancora crollata. Ora torno a ricordare che la popolazione “non può guardare con occhio asciutto la dissoluzione delle opere di pietà dei loro antenati e che invece amano di vederle conservate” e che bisogna fare sistema, se non vogliamo assistere al crollo dell’intero edificio. 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

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