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Risorgimento Garganico, il caso di Cagnano

11 Gen

PRESENTAZIONE RAUZINO AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI

pubblicata da Teresa Maria Rauzino il giorno domenica 1 gennaio 2012 alle ore 21.17
 

RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO

 Da 150 anni ci raccontano di un Meridione liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso. Queste novità arrivarono nel Gargano? Leonarda Crisetti Grimaldi, documenti alla mano, nel suo libro sul “Risorgimento Garganico. Il caso di Cagnano” (appena edito dalla Bastogi) risponde a questa domanda, evidenziando i forti limiti che segnarono la transizione tra vecchio e nuovo governo. La sua ricerca ha il pregio di fare luce sulla vita del Gargano, che emblematicamente assurge a significativo spaccato dell’Italia del Sud nei primissimi anni della vita unitaria, mettendo in rilievo una serie di fatti che aprono un nuovo, interessante squarcio nel trionfalismo nazionalistico di facciata. Il lavoro, avvalendosi di fonti inedite reperite presso l’Archivio di Stato di Foggia e Lucera, delinea un quadro significativo delle dinamiche politico-sociali che si produssero in quel particolare momento storico. 

 

 Fino al 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II cambiò il titolo di Re di Sardegna in quello di Re d’Italia, il Gargano faceva parte del Regno delle Due Sicilie, che comprendeva i domini di qua e al di là dal Faro. Nei domini di qua dal Faro, e precisamente in Capitanata, sorgeva il Promontorio del Gargano. Ampie vallate, dirupi scoscesi, cime montuose, rigagnoli e sorgenti nei canaloni, caverne sotterranee in un terreno carsico che i contadini del posto chiamavano e chiamano «grave» questi gli elementi caratteristici del paesaggio. Sparse, anche se rade, alcune «masserie» animavano qua e là l’aspra campagna; nascoste nelle radure, o appoggiate sulle pendici di un colle, collegate ai paesi con tratturi, divennero centri operativi dei briganti. 

Arroccati sulle alture, o adagiati nelle vallate, sorgevano quattordici paesi; alcuni popolosi, come S. Marco in Lamis e Monte Sant’Angelo, altri più piccoli come Peschici e Rignano. 

Tra essi non vi erano collegamenti. Tra il 1832 e il 1833 erano state costruite solo due strade: la prima, ad Est, da Manfredonia a Monte Sant’Angelo, era percorsa dai pellegrini che si recavano al Santuario di San Michele; la seconda, ad Ovest, da Apricena a Sannicandro, si arrampicava sulle colline del Promontorio. Ambedue si addentravano nel Gargano Nord soltanto per pochi chilometri; invece una terza strada, inaugurata nel 1825, e che doveva collegare San Giovanni Rotondo a Vico, «solcando per ventotto miglia alpestri vette e boscaglia», rimase allo stato di progettazione. I Vichesi, prima del 1860, chiesero di collegarsi almeno a Ischitella, il paese più vicino. Inutilmente. Queste preghiere, come molte altre speranze, andarono deluse. Venne assegnata solo la decima parte della somma occorrente per la strada Vico- Ischitella: cinquecento ducati, del tutto insufficienti «a dar principio all’opera». 

Il Gargano allora contava circa 91 mila abitanti. Per l’attività amministrativa dipendeva dal Distretto di San Severo; per gli affari di culto dall’Archidiocesi di Manfredonia e, per l’ordine giudiziario, era sottoposto al Tribunale Civile e Criminale di Lucera e alla Gran Corte Civile di Napoli.

Qual era la condizione dei suoi abitanti? Il liberale Giuseppe Tardio, di San Marco in Lamis, analizzò così la situazione: 

«In tre classi si divide il nostro popolo: in quella del cozzismo, che comprende i nove decimi della popolazione, ed è fatta di persone ignoranti addette alla pastorizia e alla coltura delle terre; le altre due classi sono composte da Preti e da Galantuomini, i quali per l’alta influenza che godono sulla massa la dominano fino alla tirannia. La prima, mi giova ripeterlo, non è capace di fare cosa da sé, perché le mancano i due principali elementi per agire, intiera coscienza di ciò che fa e scopo dell’azione ».

Fermiamo, ora, l’attenzione su uno dei paesi del Promontorio: Cagnano, scelto dalla Crisetti come punto di osservazione per analizzare le reazioni di una popolazione di periferia ad avvenimenti importanti come l’Unità d’Italia.

Emerge la visione di un paese spogliato sia dalla folla vociante, strumentalizzata dai notabili borbonici, sia dai briganti che cercano a più riprese di invaderlo e saccheggiarlo, taglieggiando i notabili liberali, e non solo. 

Un paese bloccato, in questi anni terribili, nelle attività produttive anche dalla presenza delle “truppe di occupazione unitarie” che, nei pochi giorni in cui intervengono per ristabilire l’ordine pubblico, fanno pagare una salatissima tassa di guerra a tutta la popolazione, causando un immediato rigetto anche da parte di quelle poche forze sociali che avevano auspicato e salutato con sollievo il loro arrivo. 

La Crisetti ci descrive il dramma vissuto dai liberali in un paese diviso tra fazioni, con alcuni morti e tanti arresti tra la popolazione civile, che esacerbarono gli animi e le partigianerie locali, impegnate in uno scontro di difficile composizione che durava da anni. 

E ci chiediamo: le agitazioni del 1820, i moti del 1848 e del 1849 che videro attive anche sul Gargano cellule di liberali (di fede carbonara e poi unitaria ostili al Borbone), avevano come obiettivo il desiderio di acquisire un posto al sole derivante nella scala sociale dal possesso di beni immobiliari che, fino ad allora, era stato loro negato? Notevole era il patrimonio terriero che cinquant’anni prima, nel 1806, quando fu abolita la feudalità, era stato assegnato ai Comuni, e che si stava erodendo a causa delle continue appropriazioni illegali proprio da parte di quei notabili che li segnalavano alla polizia borbonica come settari. 

Le terre demaniali coltivabili andavano divise in quote e distribuite ai braccianti e ai contadini poveri, ma ciò non fu fatto, si aprì invece una lotta accanita da parte dei notabili per accaparrarsi i pascoli migliori (“Parchi” e “Mezzane”) e le terre coltivabili più fertili (“Reseca” e “Cesine dei Parchi”). Corsa che permise ai più intraprendenti e prepotenti di emergere.

Gli aventi diritto, oltre a veder tarpati i loro sogni di quotizzazione egualitaria del pubblico demanio, furono derubati persino dei diritti civici, di cui godevano “ab immemorabili”. 

Nella cerchia assai ristretta di avvocati, medici e notai, dove si realizzava di fatto la concorrenza alle cariche municipali più ambite, la lotta era feroce, a causa di motivi vari, fra cui non sono da escludere il desiderio di ascesa sociale e le gelosie professionali. Pur tra beghe e conflitti, si erano comunque create nuove aggregazioni politiche locali, basate sull’esclusione dal potere municipale del gruppo dei liberali democratici. Ciò fu vanificato, nel 1860, dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia. La presenza politica e militare garibaldina suscitò la logica aspettativa di una trionfale “resurrezione” politica dei liberali democratici, che vennero nominati sindaci e capitani delle Guardie Nazionali. 

Comunque, la confusione regnava sovrana. Gli oppressori storici avevano tentato di riposizionarsi nel probabile nuovo scenario politico. Nell’imminenza di una svolta liberale, i lealisti di Cagnano si vestirono da carbonari per continuare ad avere “quella mala intesa protezione che li avesse tenuti nel possesso delle rapinazioni fatte”. La fedeltà borbonica diventò un optional da rivendicare in caso di fallimento dei “moti”.

Nel 1860 – si chiede Leonarda Crisetti – ci fu una lotta degli oppressi contro gli oppressori oppure gli oppressi furono strumentalizzati dagli oppressori di antica fede borbonica contro i democratici, fedeli alla causa carbonara prima e unitaria poi? I documenti lasciano supporre che la popolazione nei giorni 21-25 ottobre non abbia reagito motu proprio, ma sia stata “guidata” dall’odio partigiano di un potente del luogo. 

A Cagnano, che nel 1860 contava una popolazione di circa 5317 abitanti, ci fu una sanguinosa sommossa, nessuno poté votare e anche i liberali furono costretti dalla folla a inneggiare al ritorno dei Borbone. Il presidio della Guardia Nazionale fu saccheggiato, il quadro che raffigurava Vittorio Emanuele II e tutti gli altri simboli unitari furono distrutti. Il busto di Francesco II di Borbone fu portato in processione per tutto il paese accompagnato da una turba di popolo vociante, guidato da tutte le donne “che si appalesavano come tigri arrabbiate”. Venne assaltata la casa del canonico Vincenzo Donatacci(o), accanito liberale che, insieme a tutta la sua famiglia, non si era unito al corteo dei borbonici. 

Quelli furono giorni di lutto a Cagnano, morirono ben tre persone: Salvatore Donatacci(o), e due popolani che parteciparono alla reazione: un manifestante, di cui non si fa nome, citato solo da una fonte anonima e dalla tradizione orale, e un porcaro, ucciso per legittima difesa in località Bagno, nei pressi del lago Varano da Vincenzo Donatacci(o), figlio tredicenne del morto.

Il voto del plebiscito divenne così l’occasione di scontri e sommosse, che ne comportarono il rinvio. Alla fine, Cagnano votò per Vittorio Emanuele II. Arrestati i responsabili della sommossa, il 3 novembre 1860, i pochi cagnanesi aventi diritto al voto (428 su una popolazione di 5317 abitanti) votarono sì per l’annessione al regno d’Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II.

Ma non finì qui. «Atterrite queste popolazioni!» era l’ordine. Per mantenere l’ordine pubblico in un paese “ribelle per i deplorevoli attentati contro la vita, la libertà e la proprietà”, giunsero a Cagnano le truppe dell’esercito italiano guidate dal generale Liborio Romano e quelle garganiche guidate dal maggiore Michele Cesare Rebecchi. In pochi giorni, grazie ai pieni poteri conferitigli in data 6 novembre dal capo della provincia, Rebecchi instaurò “il Consiglio di guerra”, che condannò a morte i responsabili della sommossa Paolo Giangualano e Nunzio Scirtuicchio, per fucilazione. Ad altri venti reazionari, quasi tutti braccianti e piccoli coloni (di cui sei sammarchesi e due donne), colpevoli di “eccitamento a mano armata alla guerra civile per abbattere il Governo”, “di devastazione, di incendio di casa abitata, di strage, di saccheggio, omicidio politico”, il Consiglio comminò la pena di trenta anni di carcere. I rimanenti rivoltosi (in tutto erano 63) furono assolti per mancanza di prove. I due condannati alla pena capitale, Giangualano e Schiurticchio, alla fine, non subirono, come i rivoltosi di Bronte che rivendicavano la “libertà”, l’onta della fucilazione. 

Grazie alle intercessioni dei loro protettori, furono graziati e condannati ai lavori forzati a vita, gli altri venti condannati videro ridotti gli anni di pena ad alcuni anni di carcere. 

Il numero degli arresti, secondo il parere del testimone oculare don Vincenzo Donataccio, era però molto inferiore a quello dei delinquenti, che comprendeva quasi tutta la popolazione di Cagnano, sì da richiedere la presenza di cento Garibaldini. Egli, scrisse, perciò, in data 13 novembre 1860, da Carpino, una lettera di supplica al Governatore, invitandolo caldamente a fare luce sugli avvenimenti di ottobre: 

“Signore/L’infelice Sacerdote don Vincenzo Donataccio espone alla Signoria Sua che la terribile reazione divampata in Cagnano addì 21 dell’oscorso Ottobbre, sempre perché il volle il Capo Nazionale colle sue tolleranze, il Giudice Regio coi suoi comportamenti conferirono di molto allo scoppio di essa. La famiglia Sanzone poi coll’aver somministrato cibi e vini, e polveri ai reazionari le dava esca e alimento. Il tutto si proverà coi fatti, e colle testimonianze del tempo debito. Intanto la reazione nel quarto giorno scagliavasi con tutto il suo peso contro la casa dello sventurato Sacerdote, ove ricoverato era D. Tiberio Deposchiatis e due suoi fratelli. Nell’attacco che durò circa 16 ore il sacerdote si ebbe l’infortunio di vedere estinto suo fratello, ed alle ore 8 della notte accecato perfettamente dal fumo con gli altri difensori, fumo, che emanò dall’ingendio appiccato da’ reazionari alla porta della casa, fugì e trovò ricovero in Carpino, lasciata in casa la vedova cognata pregnante, e tre ragazzini, che trascinati nel dì seguente alla fucilazione calpestati e sbattuti per terra miracolosamente sfuggirono la morte. Giunse di poi la truppa dei Garibaldini, si eseguirono da circa gli arresti numero sommamente inferiore a quello dei delinquenti, che componevasi di quasi tutta la popolazione; i carcerati avendo presentito di dover andare soggetti a severissime pene facevano udire che innanti alla autorità avrebbero palesati i motori, gli istigatori, i facitori, e i direttori delle loro mosse reazionarie. Saputosi ciò dai Signori Giudice Regio, Capo Nazionale, Sanzone, ed altri si sono impegnati, e s’impegnano tuttavia di far campiare l’aspetto della cosa, e di rovesciarla sull’infelice Sacerdote Donataccio”.

Il sacerdote aveva l’animo ferito per la perdita del fratello; era triste per la nuova condizione in cui era piombata sua cognata, donna Lucrezia di Monte, vedova Donataccio e sorella del sindaco don Gennaro, tanto più che era incinta e madre di cinque figli orfani [altrove se ne citano quattro, di cui uno in grembo], improvvisamente piombata nella miseria, dopo che i facinorosi le avevano derubato il fòndaco, distrutto la casa, ammazzato il marito e provocato oltre duemila ducati di perdita. La Crisetti ha intervistato un discendente della famiglia De Monte, il quale le ha confidato che Lucrezia de Monte era una donna davvero energica. Da ragazza, imbracciava il fucile come un uomo. “Si appostava sulla loggia e dalla feritoia del nostro palazzo di famiglia e faceva fuoco per impaurire gli scagnozzi che erano stati ingaggiati dalla famiglia Sanzone affinché danneggiassero il mio bisnonno, il sindaco don Gennaro, che aveva idee liberali e perciò veniva preso di mira dalla fazione contraria, che era borbonica”. 

Due settimane dopo la perdita del marito, questa donna, in data 5 dicembre 1860, scrisse una supplica al Governatore di Capitanata, implorandolo affinché procurasse un posto gratuito in collegio ai due suoi figli orfani più grandicelli, Vincenzo e Pasquale, che avevano bisogno di istruzione: 

“Lucrezia de Monte vedova sventurata dell’infelice Salvatore Donataccio incinta, e madre di cinque orfani figli vedesi con questi dalla rabbiosa violenza di questi reazionari precipitata nello stato di immiserimento, avendo patito dei danni notabili per lo dirubamento totale del fondaco, e pel saccheggio della propria casa, danni, il di cui ammontare supera i duemila ducati; e ciò che accresce dolori, ed angoscie ai suoi dolori ed angoscie si è, che vede tra le strettoie della corte criminale il figlio Vincenzo, che perseguitato da’ reazionari, e imbattutosi in un fondo della famiglia con uno de’ malfattori cagnanesi, che dava di mano ad un albero coll’accetta, e coll’istesso accetta assalir volevalo, per solo motivo di difesa gli tirava un colpo, e l’uccideva con quel fucile, con cui tra il giorno, e la notte precedenti combattuto avea per sedici ore nella casa paterna. Stante perciò le sue grandi disgrazie, supplica l’innata magnanimità dell’eccellenza Vostra affinché si cooperi e pel risarcimento dei danni, e per la Grazia, la quale certamente si merita un ragazzo di anni tredici, e mesi cinque, che solo facendo uso della Santissima difesa uccideva chi ucciderlo voleva. E poiché, se non fosse stato tolto agli orfani della supplicante il loro genitore, avrebbe questi procurata loro una educazione scientifica, perché essendo quegli vivo ne aveva la possibilità, e di mezzi, supplica anche l’Eccellenza Vostra, perché si degni procurargli piazza in un luogo di educazione ai due suoi figli orfani, che sono esso Vincenzo, e Pasquale più grandicelli degli altri, essendo questo di anni nove in circa. Tante grazie la desolata vedova di Salvatore Donataccio impetra dall’eccellenza Vostra, e spera ottenerla, come da Dio”.

Fra i borbonici, le personalità più importanti erano allora don Matteo Sanzone e don Nicola Giuva, i quali credevano che la fedeltà verso il re di Napoli desse loro il diritto di godere dei privilegi, di mantenersi le terre occupate abusivamente. Costoro già precedentemente avevano avversato i Pepe, i d’Apolito, i Giornetta, i Donatacci(o) e soprattutto i tre liberali che diventano i protagonisti della vita istituzionale di Cagnano in questa primissima fase del regno unitario: il sacerdote Vincenzo Donatacci(o), il cui fratello Salvatore fu assassinato dai reazionari; Gennaro di(e) Monte (sindaco di Cagnano), e l’avvocato Antonio Palladino, capitano della Guardia Nazionale. Cospiratori appartenenti alla Carboneria, “attendibili” sorvegliati dalla polizia borbonica dal 1948 fino al 1860, dopo essere stati denunciati varie volte dagli avversari politici di Cagnano. 

La vita di questi “padri liberali” fu difficile anche nei primi anni del periodo unitario. All’arrivo dei briganti che, per prima cosa, ne depredarono le proprietà e le poche ricchezze, implorarono il soccorso di truppe stanziali che, a conti fatti, assai poco fecero per ripristinare la legalità. 

«Dopo il lutto, il saccheggio, e la strage, si ebbe il soccorso de’ Garibaldini, che altro non apportò se non gravame di tasse per i cittadini». E’ la denuncia appassionata, lucidissima, di Antonio Palladino, il quale, il 20 luglio 1861, scrive questa accorata missiva al Governatore di Foggia:

“Signore/ I Borboni mi hanno rovesciato al suolo, ed il brigantaggio mi sta schiantando sin dalle ultime radicelle. Son tre giorni che la Comitiva, Capitanata dal famigerato Angelo Maria, tiene sequestrato le mie pecore e le mie vacche, con la minaccia di tutto distruggere se io non le mando danaro senza numero, che non possiedo affatto, armi e munizioni. Tutto il rimanente del paese è stato saccheggiato con parziali ricatti. Immagini quindi come si sta, e qual cuore sia il mio.

Si è scritto all’Intendente del Circondario per avere un ausilio di forza, e costui celiando ha risposto, che io ed il Sindaco, volendo forza, l’avessimo cercata nel popolo, incitandolo alla difesa della patria … oh per Dio! L’Intendente ha dimenticato i miei precedenti rapporti e del Sindaco. Ha dimenticato che io ho a che fare con un paese retrivo e che altra vaghezza non ha che vedere abbassata la croce Sabauda, restaurati i Gigli, e trucidati i Liberali. Ha dimenticato che io ho una Guardia inerme, in organizzata, reazionaria, borbonica. Oggi, a diverse inchieste dei briganti, non esclusa quella del mio cavallo da sella, e del cavallo dei Signori Polignone, sotto la condizione di venire essi, in caso di rifiuto, a prenderli / di fatti si son fatti vedere sopra un monte non molto lungi dall’abitato/ di forza, ho fatto battere a raccolta il tamburo, ho incitato, ho predicato, e che gente è uscita? Non più che trenta individui, compresi il novello Giudice e suo Cancelliere e Supplente, il Sindaco ed io. Il brigantaggio cardinalizio–borbonico, Signore, fa davvero: il Governo celia e scherza. E se così non fosse, essendosi conosciuto essere San Marco in Lamis il semenzaio degli assassini che oggi rovinano la Capitanata, perché non si schianta e si adegua al secolo? Che dritto hanno i sammarchesi di ridurre alla mozza me, i figli miei, i figli di questa terra? La niuna guarentigia del Governo nel riscontro, accresce il malcontento, ed apre largo il campo ai nemici, onde ingrossarsi di numero. Si getti quindi una volta il fardello della moderazione, e si venga tosto al ferro ed al fuoco. Si mandi, la prego, un ausilio di forza militare, non per richiamarsi il secondo giorno, ma per farla rimanere qui stanziata, il che non facendosi e subito, guai per questo paese, guai per tutti i buoni e per me. 

Io non celio: scrivo col cuore esulcerato da un novello martirio: le scrive un uomo che ha consumata la sua giovinezza tra i ceppi di Pecchineda ed Aiozza. Mi son rivolto a Lei, trascurando ogni ordine gerarchico, e tra perché l’urgenza della bisogna non ammette lungherie, e tra perché io ho somma divozione in Lei, e in Lei non altri confido la salute mia e del paese”. 

Anche il sindaco Gennaro de Monte si fece sentire. Scrisse al Governatore il 23 luglio 1861, rivendicando con forza i diritti della popolazione garganica di vedere assicurato l’ordine pubblico e la presenza dello Stato sul proprio territorio, in un momento così delicato e cruciale: 

“(…) Signor Governatore, Ella mi perdonerà questa volta il mio franco e libero parlare. Tutti i Comuni del Regno han l’obbligo di pagare le imposte e dare al quota di soldati, e tutti han diritto di essere guarentiti dal Real Governo, ma sventuratamente avviene diversamente per qui Comuni che son lontani dai centri Capo–luoghi della Provincia. Le autorità principali della Provincia mettono tutta loro cura a tutelare i paesi di loro residenza, poco curandosi de’ piccoli e lontani, come se questi non si appartenessero alla famiglia italiana. Il Governo per accorrere ai bisogni di questa Provincia e distruggere il brigantaggio vi ha spedito un grosso nerbo di armata. Perché questa non si divide per tutti i Comuni? Perché si tiene nelle Puglie, ed i paesi del Gargano essere sforniti di forza, forse i pugliesi sono più cari al Governo di questi? Han eglino più diritti alla garentia dei montagnardi. Cagnano ha bisogno di forza che si mandi e presto, avvenendo disastri in questi Comuni del Gargano per mancanza di guarentigia governativa Ella sarà responsabile innanzi a Dio, innanzi al Real Governo, e agli uomini. Mi perdonerà il mio inusuale modo di scrivere, e debba addebitarlo alle circostanze imperiose dei tempi, e non ad insubordinazione e a mancanza di doveri”. 

La situazione era diventata veramente insostenibile se, appena sei giorni dopo, il 29 luglio 1861, Antonio Palladino torna a scrivere al Governatore: 

“Signore/ […] e niuno penserà al Gargano? E che forse il Gargano non è l’Italia? non vi son forse nel Gargano liberali come in ogni altra parte; non ha forse il Gargano patito al pari e più di ogni altro luogo delle Sicilie sotto la tremenda tirannia dei Borbone? I Borboni fan tesoro degli esempi del 1799, ed il Governo del Re Galantuomo? Perché farci vedere la bella luce della libertà, perché prometterci un bene, che poi di fatti non abbiamo ottenuto? Meglio portare le catene, e lacrime su di esse, che scuoterle, che deporle un momento, per poi sentirle più strette, e più martorianti, pesar dai polsi; e forse per dover ancora lasciar la testa su di un patibolo!”. 

Dopo il 1861, l’assetto fondiario non mutò. Migliaia di ettari di buon terreno, malgrado “la liberazione” garibaldina e l’unificazione italiana, rimasero ancora in mano ai proprietari che li avevano usurpati. 

Nei primi anni postunitari, il sindaco don Gennaro di Monte dovette affrontare le questioni dei Parchi delle Mezzane e della Riseca, per i terreni occupati e non censiti quindi non sottoposti a canone, della Foce da costruire, del “popolo” simpatizzante dei briganti, dei proprietari ricattati e taglieggiati (che a loro volta commettevano angherie sulla plebe), delle finanze esauste, della spaccatura in seno ai galantuomini. Il sindaco dovette risolvere anche questioni esterne, riconducibili al nuovo governo: le scelte opinabili dei nuovi funzionari, le tasse esose, la renitenza alla leva. Le questioni interne sommate a quelle esterne diedero fuoco alla miccia, rendendo la situazione esplosiva. Il sindaco dovette guardarsi dalle minacce degli oppositori, fedeli ai Borbone, che lo tacciarono di dispotismo. de Monte fu addirittura arrestato. Arresto che fu commentato così, il 15 settembre 1862 da Antonio Palladino:

“(…) Ieri, tra i plausi e la gioia dei retrivi, dal Capitano Comandante la truppa in questo Comune, fu pria disarmato e poi arrestato il Sindaco Sig. Gennaro di Monte, uomo il cui patriottismo è stato confermato da dodici anni di sventura, l’arresto in parola non ha ragione, ma si è operato a solo oggetto di fare contenti i retrivi del paese”.

Il Consiglio di(e) Monte fu sciolto, grazie al sottogovernatore di San Severo, il quale da anni nutriva qualche dubbio sul comportamento del sindaco e del capitano Palladino, lasciandosi influenzare dagli esposti dei detrattori di turno, proprio come era accaduto negli anni passati. Un dejà vu. La macchina del fango, messa in moto dalle partigianerie locali, ebbe anche allora il suo pernicioso effetto. Correva l’anno 1864 e molte questioni erano ancora aperte, mentre la popolazione di Cagnano continuava a diminuire, passando dai circa seimila del 1868 ai poco più di 4000, confermando l’ipotesi che l’unificazione avesse peggiorato le condizioni di vita già precarie del paese e che le fazioni gli avessero arrecato i danni che hanno lasciato segni evidenti nei gruppi partigiani della società presente.

Il neonato Regno d’Italia aveva deluso tutti i liberali, aveva tradito le loro legittime aspettative di pace sociale, di uguaglianza, di libertà. Anche i liberali di Cagnano, pur sensibili ai bisogni e alle aspettative altrettanto legittime della popolazione, non riuscirono a diventare i motori del cambiamento, ma avevano seminato bene. 

Ma questa è un’altra storia, che vedrà protagonisti i loro figli, e in speciale modo l’erede di don Antonio Palladino, l’anarchico Carmelo Palladino. 

Sarà il tema della prossima pubblicazione di Dina Crisetti, cui auguriamo di continuare a scandagliare la microstoria di questa Terra meravigliosa e ancora afflitta da deleterie partigianerie che ne rendono ancora oggi problematico lo sviluppo civile ed economico, oltre che culturale. Determinate “assenze” pesano… stasera. 

La celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia deve spronarci a concorrere consapevolmente alla stesura del copione della nostra storia presente e futura, affinchè questa Terra e la sua gente abbiano finalmente il posto al sole che meritano!

TERESA MARIA RAUZINO

 PRESENTAZIONE 27-12-2011 AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI: “RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO” (Bastogi editore, Foggia dicembre 2011, euro 12,50) 

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Libri, Senza categoria

 

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