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A proposito del convegno sul dialetto del 13.10.2011 Auditorium dei Celestini, Manfredonia

14 Ott

Riflessioni di Leonarda Crisetti 

A proposito del convegno di studio sul dialetto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

Il dialetto, le sue poliedriche funzioni, il rapporto con la lingua nazionale, le produzioni dialettali in Capitanata, la possibilità che il dialetto diventi materia di studio,  i pregiudizi sul dialetto hanno costituito l’oggetto di studio del convegno organizzato dalla prof. ssa Nunzia Quitadamo, commissario della Sezione Regionale di Dialettologia e Demologia della Società di Storia Patria per la Puglia in collaborazione con il comune di Manfredonia che ha avuto luogo presso l’auditorium di Palazzo dei Celestini nei gg. 13 e 14 ottobre 2011.

Tema attuale, che è stato dibattuto a livello nazionale, prestandosi alle polemiche secessionistiche di chi ne ha proposto  l’insegnamento nelle scuole, al fine di evidenziare le differenze, attivando di fatto nel 150° compleanno dell’Italia il processo contrario a quello avviato con l’unificazione che, attraverso l’italiano nelle scuole si proponeva l’ obiettivo di “fare gli italiani”, dopo avere “fatta l’Italia”.

Nella prima giornata – che ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti della Società di Storia Patria, di dirigenti e docenti,  ma soprattutto di molti giovani liceali di Manfredonia – si sono avvicendati i saluti dell’organizzatrice, dell’ass. Paolo Cascavlla, del prof. C. Serricchio e gli interventi dei prof. Marco Trotta e Armistizio Matteo Melillo. Questi ultimi hanno indugiato rispettivamente su “La poesia in dialetto di Michele De Padova. Un amore di seconda generazione”  e sulla possibilità e sui problemi de “L’insegnamento del dialetto a scuola. È possibile? Quali problemi pone?”

Ed è su alcuni spunti di riflessione emersi dall’incontro che vorrei incentrare l’attenzione, cominciando con la impossibilità di definire in modo esaustivo il termine “dialetto”, essendo il dialetto la lingua dei nonni, la lingua della concretezza, la lingua dei bambini di borgata e degli uomini di scarsa cultura, ma anche lingua in grado di esprimere la propria identità,  i più profondi sentimenti e quindi di elevata poeticità.

Il dialetto è soprattutto “vita”, afferma il prof. Melillo, è “necessaria capacità di esprimersi delle persone”, sbagliano perciò coloro che in base a preconcetti sogliono dire in modo perentorio: “Io non parlo in dialetto!”

Sbagliano altresì coloro che vorrebbero fissare il dialetto in un modello, una staticità che contrasta con la natura di questa lingua che è un continuo divenire nella concretezza. Sotto questo profilo non esiste il dialetto puro, ma il dialetto della persona “X” che vive in un contesto “Y”, cambiando nello stesso individuo durante la giornata, in base alle situazioni e alle emozioni. 

Il dialetto è lingua che cambia nel tempo: si pensi alle trasformazioni subite dall’affermazione “sì” [scin, sin, sì], oppure da strappato [scarciate, strazzate, strappate]. Il dialetto è però anche lingua che cambia nello spazio: la tendenza a confondere i suoni nt con nd, ad esempio, in parole come “quando”, “intanto”, “mondo”, a ben guardare, si registra non solo nel Gargano, o in Capitanata o in Puglia, ma fino ai paesi dell’Italia centrale.

Il dialetto è lingua che promuove l’identità storico-culturale, sia diacronica che sincronica, essendo i suoi termini gli effetti tangibili dei popoli che si sono avvicendati in un determinato territorio: greci, romani, longobardi, abruzzesi [durante al transumanza].

Il dialetto è forma di alta composizione letteraria – quasi iperdialetto, se si pensa che l’intrusione di un termine, un aforisma o di un’espressione dialettale arricchisce tutto il testo in lingua nazionale, evocando un mondo.

Il dialetto è anche modo inadeguato e/o incompiuto di esprimersi in italiano, per il mancato rispetto di certe norme linguistiche spesso sottolineate col rosso o con il blu da quei docenti più attenti alla forma che al messaggio.

 “Il dialetto si può insegnare nelle scuole?”  “No”, risponde il prof. Melillo, perché “il dialetto si conosce”, “perché ognuno si costruisce da sé”. Parlare di grammatica dialettale, poi, sarebbe“pura follia”.

Se il dialetto non si può insegnare, si deve però studiare a scuola come connotazione dell’esperienza dell’alunno, come storia della comunità dei parlanti, come riflessione sui modi altri di esprimersi.

Tra le strategie didattiche trovano spazio lo studio dei termini che, simili a reperti archeologici, consentono di ricostruire la storia e la propria identità. Efficace anche la realizzazione di piccoli dizionari dialettali o di un museo con l’aiuto degli anziani, seguendo il percorso che va dalla parola all’oggetto, oppure la costruzione di carte geolinguistiche – ad esempio tramite il trattamento dei suoni nd/nt– che consentono all’alunno di collocarsi nell’ambito comunale, provinciale, regionale o meta regionale.

Ciò che va assolutamente evitato raccomanda il prof. Melillo è evitare di italianizzare ad ogni costo: non si dica perciò: “Ho bevuto un gino”, in luogo di “ho bevuto un gin”.

 

A latere  –  le mie osservazioni

Il dialetto, come ho avuto modo di riscoprire con un’ indagine condotta con gli alunni del liceo di Cagnano Varano sulla condizione della donna contadina – confluita nella pubblicazione “BBèlla te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina di L. Crisetti Grimaldi, 2004 – è capace di poesia tout court. Lo dicono i bellissimi versi di questo canto di serenata, la manuuètta , omaggio dell’allora innamorato alla signora Angela Maria.  

il signore tenace e la moglie Angela Maria, destinataria del canto di serenata

 

 

 

 

 

 

 

 

Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla pòrta

E quànda vòte pàssi ji te vède

a ‘sti capìlli chi ci avìti ndèsta

Ce chiàmene chinzòla crestiiàne

Te prega bbèlla no nde li ndricciàre

Fattìli a ddòi nnòcche, làscele appìse.

Sciàta lu vènde e li vo sbalià

Esce lu sole e li fa sderlucì.

 

Sderlucì palòmme

E ccòme a ttè ne ngi ni sònne.

Vòla, ehi vòla, e ddìmmi tu li tùua paròle

À lu piacère vènghe quà n’avìta sèra,

Piacère ngi ni stà, jì mi vàje pùre a qua.”

 

Versi che vado a tradurre come segue:

    Signorinella, non ti mettere  più sulla porta.

Ogni volta che passo, io ti riconosco

dai capelli che avete in testa,

 si chiamano consola persone.

 Ti prego, bella, non li intrecciare,

legali con due  fiocchi, lasciali scendere.

Soffia il vento e li vuole scompigliare,

esce il sole e li fa splendere.

 

Li fa splendere, colomba,

e come te non ce ne stanno.

Vola, ehi vola e dimmi tu le tue parole.

Se hai piacere, vengo qui un’altra sera;

se piacere non c’è, io andrò via di qua.

Testo in cui il dialetto dà altra prova di sé, ad esempio, con la scelta dei i termini “sbalià”, per scompigliare, riferito ai capelli mossi dal vento, e “sderlucì”, l’equivalente molto poetico e insolito di “splendere”, effetto dei capelli sotto la luce del sole, oltre che con il ricorso all’analogia donna/palomma, all’enjambement [ji te vède/a ‘sti capìlli chi], alla personificazione [i capelli consolano].

     Testo che consente di entrare in un contesto culturale ormai diverso dal nostro, dove il contatto uomo/donna era mediato dalla serenata. Testo attraverso il quale è possibile, infine,  imparare meglio l’italiano, riflettendo ad esempio sull’uso dei pronomi personali [ji te vède/ ci avìti ndèsta], tipico dell’espressione dialettale, non tollerato dalle norme dell’italiano.

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Pubblicato da su 14 ottobre 2011 in convegni

 

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