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SAN NICOLA IMBUTI, la città fantasma

09 Dic

 

 

Intervento di Leonarda Crisetti per conto di UNITRE (Università della Terza Età)

Sannicandro Garganico, 6 novembre 2010 ore 17.30, Castello (Palazzo D. Fioritto)

È un onore per me, mentre si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia, aprire i lavori del decimo anno dell’Unitre di Sannicandro Garganico, una istituzione che annovera “allievi” sicuramente più motivati e attenti di quelli delle scuole dell’obbligo, non ancora molto consapevoli del potere dell’istruzione e del valore della cultura. Saluto tutti i presenti, augurandomi di potere soddisfare alcune curiosità argomentando su San Nicola Imbuti sul lago Varano, una località del comune di Cagnano, al contempo vicina al territorio di Sannicandro, che occupa il versante sud-orientale di Monte D’Elio. Un sito ameno, rivestito di macchia mediterranea, di olivi e olivastri, puntellato di sorgenti, che lungo la riva SW della laguna di Varano nel punto in cui la lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola si getta nelle acque, si presenta ricco di manufatti e incuriosisce il viaggiatore.  Sito che vanta una lunga memoria, come si evince dalle fonti scritte, orali, materiali, iconiche e audiovisive di cui disponiamo. Le stesse che presenterò a voi, cercando di catturare la vostra attenzione e di rendere interessante questo incontro.

Un filmato realizzato con le immagini da me scattate e/o raccolte con il contributo di diversi studiosi e semplici curiosi (dott. Michele Matteo Iacovelli e Giuliano Parviero), montate con l’aiuto del prof. Giuseppe Grossi, sarà utile per entrare nel contesto, in modo che tutti possiamo partecipare più agevolmente dello scenario di San Nicola Imbuti o di Varano. Ho incluso nel filato parte di un cortometraggio prodotto dall’Istituto Luce negli anni del regime fascista, che darà conto della funzione dell’idroscalo negli anni del secondo conflitto mondiale.  

Prima però, consentitemi di spiegarvi le ragioni del titolo di questo incontro “SAN NICOLA IMBUTI, la città fantasma”, nonché delle motivazioni che mi hanno indotto a scegliere questa tematica: la familiarità del sito, il tributo all’unità d’Italia in occasione dei 150 della sua celebrazione, il desiderio di arrestare il degrado in corso da che l’ultimo militare ha abbandonato l’area.

Riguardo al primo punto va detto che l’area dell’Imbuti, quasi a confine tra Cagnano e Sannicandro, è stata teatro di eventi che in qualche modo sono stati condivisi dalle popolazioni di entrambi i comuni.

Per quanto concerne il secondo, proprio perché in questo anno cade la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ho ritenuto di offrire un contributo alla celebrazione sostenendo la tesi che, quando il Ministero della Marina italiana decise di investire sulla Stazione degli idrovolanti di San Nicola Varano, il Governo dimostrò finalmente attenzione verso la nostra terra garganica e, sebbene rattristi dovere constatare che ci sono voluti due eventi bellici per spingerlo verso questa decisione, non si può non considerare che quell’opera di difesa – che conosceremo meglio fra poco – risultò essere meritoria anche per i suoi risvolti sociali ed igienici, gettando le basi per la redenzione di diverse comunità garganiche.

Il terzo motivo riguarda la volontà di gettare un ennesimo seme, al fine di arrestare il degrado in corso in questa località. Degrado che nasce dall’abbandono, come ciascuno dei presenti avrà modo di notare dalle immagini dei locali, sempre più fatiscenti, pressoché coperti da rovi, sterpaglia e alte erbe; viali invasi da capre, mucche, cavalli e pecore, mentre talvolta, è dato di vedere qualche ombra umana che si aggira furtiva, dopo avere cercato di bypassare il “divieto d’accesso” posto sul cancello d’ingresso,  ispezionando il recinto e andando alla ricerca della maglia rotta della rete: un ricercatore, più spesso una donna o un uomo ivi penetrati con l’intento di farsi la provvista di “cecuriedde” e “sciurefenocchje”.  

È accaduto, perciò, che nella stazione di San Nicola di Varano, la quale un tempo aveva tutte le caratteristiche di una città (piazze, monumenti, austeri edifici in stile vagamente liberty, porto con hangar, cucine e forni, lavatoio e sorgenti, baracche e officine, ospedale e infermeria, caserma e chiesa), ora è il deserto. Se le istituzioni non porranno freno al degrado, accadrà che fra qualche decennio, scomparse anche le ultime tracce, l’ex idroscalo dell’Imbuti finirà col non far parlare più di sé, cancellando ogni memoria.

È invece utile che i giovani, gli adulti e gli anziani sappiano che la cosiddetta “città fantasma”, la “città morta”, “città deserta”, su cui è sceso l’oblio,è stata una stazione di idrovolanti del ministero della Marina impegnata in operazioni di esplorazione, di soccorso e difesa della costa Adriatica dagli attacchi austriaci appostati sulla costa slava; che quest’osservatorio di fronte a Cattaro e a Pola, è stato così importante da meritarsi una prima e una seconda visita di Thaon de Revel, capo dello Stato Maggiore della Marina italiana,  nel 1915 e nel 1917, una visita del re Vittorio Emanuele III nel 1918 e una da parte del principe ereditario Umberto di Savoia nel 1923, come vedremo dal filmato.

È importante che si sappia che circa 900 anni prima, il sito di San Nicola di Varano di oggi, allora denominato Santo Nicolay dello Imbuto, ospitava una cella benedettina, dipendenza di Kàlena e di Santa Maria di Tremiti, monastero che svolse funzioni economiche, politiche, culturali e religiose.

Ecco il filmato (10 minuti)

San Nicola Imbuti

L’idea di fondo – come accennavo – è che l’area in questione sia stata valorizzata prevalentemente per motivi voluti dalla “Ragion di Stato”, politici e di difesa, ma anche economici, sia quando all’epoca benedettina era noto come San Nicola dell’Imbuto, sia quando, all’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, fu conosciuto come San Nicola Varano. Questo mio intervento farà perciò il punto principalmente sui due periodi storici in questione, che ricostruirò in ordine cronologico per agevolare la comprensione degli eventi, partendo appunto dal periodo in cui le scelte economico-politiche e culturali  del Mezzogiorno erano influenzate dai grandi monasteri.

La zona di San Nicola Imbuti era però frequentata anche prima, al tempo della Roma imperiale, allorché una via veteres proveniente da  Teanum Apulum, vicino al Fortore, collegava antiche città e ville- fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord.

Dopo il Mille, l’Imbuti presentava ancora tracce di quest’antica strada, come risulta dalla chartula offertionis del 1053 (A. Petrucci, Cartolario tremitense) la quale, nel descrivere i confini di uno degli appezzamenti donati al monastero di Santa Maria di Tremiti, menziona appunto una via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto. La donazione fatta da Sariano, abitante di Devia [città popolata da slavi provenienti dai Balcani, poco distante dall’Imbuti, in territorio di San Nicandro G. co], alla presenza del capo della comunità slava [Glubizzo] e di uomini rispettabili [boni homines], comprendeva metà casa, una vigna, un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra.

In un altro documento del 1058 si legge che nel casale di Santo Nicolay, situato nell’Imbuto ( dal lat. Imbuere = bagnare], erano una cellam, vineis et silvis di sua pertinenza. Questi beni fecero gola a Raone, signore di Devia,  il quale nel 1173 tentò d’impossessarsene, dopo che suo padre l’aveva venduto all’abbazia senza riservare alcun diritto per sé o per i suoi eredi (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Il tenimento nel frattempo si era ingrandito, dato che i suoi confini (fines)– come si legge nel documento- iniziavano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), la spiaggia, pietra Ticzoli e Sant’Elia, proseguivano girando intorno al lago, abbracciando Monte Zizano, lacum Cernuli, dove insisteva un pesclo [pescheria] e una centia [pezzo di terra], quindi con Nido di Corvo, tagliavano poi dritto per il lago e si ricongiungevano con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), unendosi al primo confine e includendo la chiesa di San Giovanni. La sentenza giudiziale pronunciata a Palermo dalla Regia Curia e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, però, dette torto al signore di Devia e lo condannò a pagare 200 once, mentre riconobbe a Santa Maria di Tremiti il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto, già pertinenza di Kàlena.

Sempre in epoca normanna, il feudo si dotava anche di un castrum, come risulta dai Privilegi di re Guglielmo II, (Palermo, 1176) e di Innocenzo III del 1208. Fonti significative per il fatto che evidenziano la presenza all’Imbuti di fortificazione, di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

La presenza dei vigneti in questa zona è molto antica, forse più antica dell’ulivo ed è attestata da una leggenda. “La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’imbuti fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente.” (N. De Monte)

Il castro lascia pensare che gli abitanti del luogo avessero necessità di difendersi dagli attacchi pirateschi. Sarà stato proprio una di queste incursioni a decretare l’abbandono del monastero da parte dei monaci, di cui attualmente non disponiamo di fonti certe. “I monaci – narra N. De Monte-, recandosi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava bombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredano, poi distruggono completamente la forma del monastero. I religiosi da allora non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare.” 

Secondo un’altra fonte, le fabbriche dell’imbuti forse crollarono nel 1646, precipitando nelle acque a causa del terremoto (tsunami?) che fece molte vittime nel Gargano (cfr. SARNELLI, Cronologia dei Vescovi e Arcivescovi sipontini, in Uria, DEL VISCIO, p. 83). In entrambi i casi il convento dell’Imbuti fu distrutto nel XVII secolo ma non completamente, dato che alcuni resti sono giunti fino a noi.

Quella di San Nicola Imbuti era comunque solo una delle numerose celle, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, volute dai seguaci di San Benedetto da Norcia, i quali avevano la loro sede originaria in Montecassino. La domanda è la seguente: “Perché il monastero di Monte Cassino volle espandersi tanto, esorbitando dai propri confini, colonizzando aree lontane e fondando celle e dipendenze soprattutto nella zona dei laghi e nell’area campana-abruzzese e molisana?

Studiosi  medievisti come il prof. P. Corsi accennano a spiegazioni di ordine economico e politico, oltre che culturale e religioso. I monaci ambivano al controllo dei laghi di Lesina e di Varano per motivi economici, perché avrebbero potuto disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga), allora seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne. Pesce che attivava un commercio allora invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e andando oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce. Nell’area di San Nicola, insistente sul Varano, c’erano inoltre diverse sorgenti, dando modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando un’altra importante risorsa costituita dall’acqua. Va aggiunto che il tenimento costituiva una discreta risorsa economica del monastero madre, anche perché vi si riscuotevano le decime sull’intero lago, quindi i diritti di pesca.

C’era poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In un tempo in cui era molto forte il flusso dei pellegrini diretti alla Montagna dell’Angelo, si avvertiva il bisogno di hospitia: ecco perché lungo le direttrici per Monte Sant’angelo fu costruita una rete di monasteri che ebbero più o meno fortuna. Ricordiamo quelli di San Giovanni de Lama, in San Marco in Lamis dell’XI secolo bizantino, di San Giovanni in Piano, nei pressi di Poggio Imperiale, anch’esso dell’XI sec. e bizantino,  di Santa Maria (Lesina), Santa Barbara e San Bartolomeo, Santa Maria e Sant’Andrea, Santo Stefano, Santa Maria di Tremiti. In epoca medievale, la via veteres che passava per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituì un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum, dal momento che sia in agro sannicandrese, sia cagnanese insistono due grotte intestate all’Arcangelo Michele e dato che era allora molto vivo il culto per il principe delle milizie celesti.

Si è ipotizzato infine che la forte presenza dei monaci nelle aree sopra citate fosse legittimata da motivi politici, legata al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Va qui ricordato che sia a Devia, sia a Peschici (ove insiste Kàlena), erano due comunità slave e che in entrambi i territori furono edificate celle benedettine. 

Intorno al Mille furono dunque costruiti diversi monasteri lungo la costa medio-adriatica, tra essi la cella dell’Imbuti, che vantava diritti sulla pesca del Varano. La vicinanza dalle Isole Diomedee, da cui dista poco più di 12 km, deve avere costituito uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti divenne pertinenza del ricco complesso monastico benedettino. Ordine rappresentato nel Gargano dalla badia di Tremiti e da Kàlena (Peschici).  Imbuti, insomma, fu una delle dipendenze di detti monasteri che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri cenobi situati lungo la costa fino a Siponto, incrementarono il patrimonio della Casa di Santa Maria di Tremiti.

  Ad informarci del monastero di San Nicola Imbuti nel XVI secolo sono due monaci veneti: Benedicto Cocharella e Timoteo Mainardi dell’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, che hanno retto il Monastero di Tremiti dopo i Cistercensi, a partire dal 1412. Tremiti era allora porto sicuro e fonte di approvvigionamento per chi attraversava il mare, scalo di tutte le navi provenienti da Venezia e dall’altra sponda dell’Adriatico. Nelle terre afferenti alle decine e decine di celle disseminate qua e là lungo l’Adriatico, si praticavano la cerealicoltura, la viticoltura e l’olivicoltura, mentre sul lago si continuavano ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare.

Di San Nicola, Cocharella descrive il contesto ambientale,  segnalando la presenza di una chiesa “nel lito del lago Varano, appresso ad un castello distrutto detto dell’Imbuto, in una foresta larga e spaziosa, tra monti selve e folti boschi” che si estendevano “per sette miglia”. Parla dell’isola “adibita a pascolo invernale copioso, eletto, alle pecore gratissimo”. Si sofferma sulla qualità dei pesci (anguille e capitoni soprattutto), sul diritto della chiesa dell’Imbuti di esigere la decima parte, come antica consuetudine, sull’industria di essiccazione del pescato. “Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, cioè dei luoghi vicino al mare in un lago stagnante, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati”. Il lago era appetibile anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli che giungevano in questi luoghi sostandovi d’inverno. Questo specchio d’acqua era fonte lucrosa anche per i suoi pascoli: l’intera Isola Varano, allora pertinenza dell’Imbuti,  soprattutto nella stagione dell’inverno, era infatti adibita al pascolo degli animali ovini, bovini, equini.

Nei secoli XV e XVI, però, i diritti di pesca sul Varano e i beni di Kàlena cominciarono però ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico e d’Ischitella vollero appropriarsene, ma Mainardi ne “Le  Raggioni di Tremiti” (1515) dimostrò come detti principi avendo torto fossero costretti a pagare agli abati di Tremiti ogni anno 100 scudi in oro, 50 capitoni freschj bellj e grossj, 400 sacchette di anguille, uova di bottarghe nel giorno di Natale.

Nella prima metà del XVIII il feudo ecclesiastico dell’Imbuti ancora in mano ai Canonici Regolari di Tremiti occupava una superficie di oltre 5000 ettari e comprendeva: il  Convento soppresso, la  piscaria di Puzzacchio, la palude, il porto, la Difesa boscosa (affittata per gli erbaggi, fida di manna e pece), seminativi. Il territorio confinava col lago e con la difesa di San Giacomo e con il territorio di San Nicandro – era perciò ben distinto dal feudo di Cagnano, allora dei Brancaccio (Onciario, 1748).

A fine Settecento, quando la badia di Tremiti cessò la sua agonia,  il tenimento di San Nicola passò ai non meglio precisati negozianti di Napoli. Tra i documenti ho rinvenuto i nomi del marchesino De Luca e dei Fratelli Forquet, nelle mani dei quali rimase il tenimento fino a fine Ottocento, contrastando molto i pescatori di Cagnano quando a più riprese dal 1860 iniziarono a scavare la foce di Capojale. Il tenimento in questione, perciò, anche quando, cessata la feudalità entrò a far parte del territorio di Cagnano, non fu fruito dalla comunità di Cagnano, se non per raccogliere la legna, sebbene pure questo uso civico fosse stato contestato dai possessori.

La presenza benedettina in questo angolo del Gargano in ogni caso risultò vantaggiosa per tutto il Gargano Nord, dato che i monaci valorizzarono le colture arboree (vino e olio), l’allevamento di pecore e bufali, polli, galline, la caccia di uccelli (essendo l’Imbuti sulla rotta migratoria di anatre selvatiche, cigni, folaghe), la fauna del lago (tramite la pesca di anguille e cefali), la conservazione  di uova di cefali, (producendo la bottarga, una sorta di caviale), il commercio (dato che le anguille del Varano giunsero fino a Montecassino).

 

San Nicola Varano

Tra XIX e XX secolo fu il governo del nuovo Regno d’Italia a valorizzare questo angolo del Gargano, non perché sensibile ai bisogni delle popolazioni garganiche alle prese con i problemi dell’istruzione (l’analfabetismo toccava ancora punte elevate), dell’igiene e della salute (malaria, colera, malattie respiratorie e gastrointestinali mieterono molte vittime durante i primi governi postunitari), delle vie di comunicazioni (scarse e malagevoli), della questione delle terre demaniali occupate dai galantuomini e non riscattate, del pezzo di terra agognato dai contadini e non concesso, del brigantaggio che nemmeno la legge Pica riuscì a far cessare, ma perché spinto da motivi militari, perché pressato dal bisogno di difendersi.

Nel 1906 il governo del Regno unito guardò con attenzione il progetto “Porto di Varano”, un’idea non nuova dato che affondava le radici nel 1862, ma che fu sollevata a livello comunale e provinciale – con il supporto delle opinioni di personaggi autorevoli sia del Gargano (tra cui i sannicandresi M. Vocino e Zaccagnino), sia della Nazione. La giunta  di Cagnano presieduta da P. Sanzone  deliberò allora di fare voto al Governo per la trasformazione del Lago Varano in porto mercantile militare. Il  succitato sindaco in data 21 febbraio 1906 aveva telegrafato a sua eccellenza il presidente del Consiglio dei Ministri, Roma, sottolineando i bisogni della regione garganica trascurata dal Governo, che da anni si dibatteva “nella crisi economica-commerciale-agraria”, lamentando la mancanza di rete ferroviaria, di un sicuro scalo marittimo che agevolasse le importazioni e le esportazioni. “Questa popolazione- così chiude il telegramma – fidente patriottismo, operosità Eccellenza Vostra, spera conseguire desiderati miglioramenti”. Telegramma consegnato a Sua Eccellenza il Ministro dei Lavori Pubblici dall’Onorevole Zaccagnino, il quale in risposta al sindaco scrisse: “interessi Regione Garganica mi stanno a cuore”. Il  progetto-porto, che aveva alimentato le speranze dei galantuomini della zona, nonostante i pareri favorevoli espressi da onorevoli e ministri, tuttavia, non si fece, mentre quasi 10 anni dopo si realizzava nell’angolo sudoccidentale del Varano un idroscalo della Marina militare.

I lavori dell’idroscalo ebbero inizio il 1915, a conflitto avviato,  subito dopo  la visita del “duca del mare”, capo dello Stato Maggiore della Marina italiana, il torinese Thaon de Revel. Giunto sul posto e verificate alcune condizioni: la posizione favorevole (nascosto e protetto com’era a W e a S  rispettivamente da monte d’Elio e monte lo Sfrizzo, separato dal mare dalla barra dunale dell’Isola, poco distante dalla isole Tremiti e dall’isola Pelagosa e, soprattutto, pressoché di fronte alla zona nemica austriaca, le isole curzolane dove erano appostati i militari dell’esercito austroungarico), il “duca del mare” non ebbe alcun dubbio. San Nicola Varano sarebbe potuta diventare quella piazza designata per l’autosufficienza che aveva in mente.

Va qui ricordato che, negli anni della “Grande guerra”, il medio e basso Adriatico fu impegnato a difendere la costa e a contrastare gli attacchi austriaci, che avevano importanti basi a Cattaro e a Pola; che il contributo della stazione del Varano in posizione baricentrica rispetto ad Ancona e a Brindisi, fu indispensabile insieme a quello offerto dalle altre  basi difensive italiane di Brindisi, Otranto e Taranto. Per meglio coordinare gli interventi la nostra stazione fu collegata alle batterie antiaeree dell’Ingarano (a SW dell’Imbuti) e di Varesella (poco più a N). (foto carta)

Va aggiunto che l’idroaviazione si rivelò molto utile nei compiti di esplorazione, caccia, bombardamento e offesa antisommergibili; che l’idrovolante, quest’aereo monoplano da ricognizione a scafo, era a quel tempo un recente prodotto della tecnologia. Il primo idrovolante fu infatti provato nel 1911, ma poté restare in volo solo pochi minuti, mentre quello che sorvolò i cieli del Gargano e la costa dalmata somiglia all’idrovolante Lhoner del 1913.

Per costruire l’idroscalo di Varano e rendere efficiente la stazione idrovolanti si dovettero affrontare diversi problemi: della malaria (che non risparmiò i soldati), dell’approvvigionamento idrico e delle vettovaglie, personale (soprattutto di quei militari qui giunti non per propria scelta, che faticarono ad adattarsi a condizioni dure provocate dall’isolamento e dalle anofele), delle vie di comunicazioni (scarse e impervie), dalla penuria degli attrezzi da ricambio (più volte gli idrovolanti non decollarono per questo motivo), di adeguamento dei lavori e ampliamento dell’idroscalo per fare fronte alle crescenti richieste e all’aumento del personale. A ciò provvide il tenente di vascello conte Alberto Ghe, al comando di quest’osservatorio pressoché ininterrottamente fino al 1923, con il ruolo principale di addestrare i piloti, di corrispondere con il ministero della Marina sull’andamento dei lavori, di relazionare sulle operazioni compiute e sulle difficoltà quotidiane.

Analizzando i documenti mi sono resa conto che la stazione idrovolanti di San Nicola Varano [non più Imbuti, dunque, per il fatto che si affaccia sulla laguna] non fu realizzata tutta in una volta, che con l’aumento del personale e delle funzioni, si è ampliata, arricchendosi di strutture, infrastrutture e locali.  Inizialmente, infatti, si pensò di ospitare gli ufficiali nell’ex convento benedettino, nel vano aggiunto, dov’è possibile vedere i ganci delle lettiere. Nel 1916, però, con l’arrivo di nuovi ufficiali, fu edificata una nuova palazzina con sale da pranzo al primo piano e sala convegno. L’arrivo di trenta marinai richiese poi  la costruzione di baracche in grado di ospitare 56 persone. Fu deciso di edificarle accanto all’hangar che accoglieva 9 idrovolanti. Il 30 settembre 1917 era terminato un nuovo hangar, pronto a ospitare 15 aerei L3.  Furono perciò costruiti edifici per gli ufficiali, baracche, refettorio, cucine e i forni, hangar, caserma, ospedale con l’infermeria dove dal 1915 al 1923 operò ininterrottamente il medico condotto di Cagnano dott. Vincenzo Donatacci prima insieme a uno poi a due medici militari. Mano a mano, dunque, l’idroscalo di completò di eleganti edifici ad un piano sopraelevato con le pareti colorate di giallino, i pavimenti piastrellati, gli zoccoli interni azzurri, le vetrate all’inglese, i colonnati alle balconate, le eliche e ali dell’aereo stilizzati – simbolo dell’aeronautica militare- ai frontoni di palazzi e finestre.

Anche i servizi col tempo migliorarono: nel 1915 (novembre) funzionava il telegrafo, nel 1916 il radiotelegrafo, nel 1917 fu discussa la questione della ferrovia garganica, un ramo della quale avrebbe dovuto raggiungere San Nicola di Varano per facilitare i trasporti di materiali e personale, nel 1918 funzionò il servizio postale, si dotò, inoltre, di palestra e sala cinematografica. Quando l’idroscalo era pressoché completo si respirava aria di pace.

Il personale, anch’esso in crescita, era costituito da operai e tecnici specializzati: tenenti, macchinisti, piloti, radiotelegrafisti, marinai, operai, costruttori, fuochisti, falegnami, sarti, barbieri, cuochi, ufficiali, sottufficiali, motoristi. Insieme ai militari erano numerosi civili dipendenti delle imprese che giungevano da varie parti della penisola. Nel 1916 stazionavano 150 uomini, a fine novembre 1917 si contavano 260 persone, a fine dicembre 300, nel 1918 erano 400 operai. I più numerosi erano marinai costruttori.

 

Il battesimo dell’aria risale al 31 maggio 1916. Ecco la ricostruzione del comandante dell’idroscalo tenente di vascello A. Ghé: “Gli apparecchi L135, in fila, lucenti sotto il bel cielo cristallino attendono nell’hangar l’arrivo dei piloti che eseguiranno questa prima prova. Tutto il personale interrompe le attività di routine per radunarsi nella piazzetta prossima all’hangar che prenderà il nome dell’ammiraglio Revell. Anche i pescatori di Cagnano che possiedono un pezzo di terra vicino all’idroscalo, si avvicinano per assistere all’inconsueto evento, accolti benevolmente da tutti i militari che apprezzano molto il lavoro di questi uomini con i quali spesso s’intrattengono per conoscere le loro modalità di pescare. Ha volato con me, su uno dei due idrovolanti pronti per la partenza, Garibaldo Garibaldi. Il giovane era molto emozionato ma felice di essere stato prescelto per questo primo volo. Ferdinando Brunetti è salito da solo sul secondo aereo. La riuscita della prima prova è stata eccellente.” (M. A. Ferrante)

 

Al giugno dello stesso anno risalgono i primi voli di ricognizione sulle isole curzolane (Lagosta e Cozza, dove si distinse Ivo Monti) e Pelagosa, per accertare la presenza nemica. A luglio furono effettuati diversi voli richiesti dalle piazzeforti di Brindisi e Taranto. Il comandante doveva rispettare gli ordini: le bombe andavano lanciate solo in caso di necessità su bersagli militari e non civili.

Il 17 settembre 1917, la stazione di Varano ricevette la seconda visita dell’ammiraglio Tahon di Revel scortato da cinque ufficiali. Il duca del mare passò in rassegna la fila dei militari, i dormitori, le sale raduno, le cucine, gli hangar.

 

I comuni di Carpino, Cagnano, Rodi, Ischitella, Apricena insieme donarono il nuovo tricolore da issare nel centro della piazzetta intestata a Tahon di Revel. Di fatto l’idroscalo fu del Gargano, dipendendo direttamente da Sannicandro per il servizio postale, da Cagnano per il rifornimento di pesce e ortofrutta, da Rodi, San Menaio e Vico e persino dai popoli d’Abbruzzo per l’approvvigionamento dell’acqua,  da Vieste per i soccorsi.

 

Il conte Ghe dovette affrontare i problemi causati dalla difficile convivenza di uomini di diversa estrazione e provenienza, ivi dislocati, impegnati a resistere alle anofele e ai problemi della solitudine. Dispiaceri annegati nel vino e nel fumo. Vino e tabacco che bisognava acquistare fuori dogana per risparmiare. Per contenere i conflitti nati tra gli operai con problemi di integrazione. Richiese ed ottenne la presenza di 1 brigadiere, di 4 carabinieri, di 4 vigili. Insieme ai malati veri affetti da malaria e da malattie respiratorie, c’erano i malati immaginari con problemi di disadattamento. Nel 1917 si contarono 106 ammalati, di cui venti gravi che non si potevano curare sul posto. Diversi ufficiali morirono  per malaria, altri durante le ricognizioni. Con il tempo le condizioni igienico sanitaria e psichica migliorarono, anche offrendo agli ospiti dell’Imbuti occasioni di svago (esplorando al costa garganica e visitando i paesi di Sannicandro, Cagnano, Carpino, Rodi, Ischitella, Vieste…), e di integrazione (tramite le conversazioni con i pescatori e i coloni che coltivavano i terreni delle adiacenze).

 

Nei voli si sono impegnati soprattutto i giovani aviatori, piloti pronti e capaci, che non si sono mai sottratti al proprio dovere – così come svcrive il comandante nel giornale di bordo: Carmelo Vergallo, Ivo Monti, Arnaldo Porro, Costantino De Luca, Paolo Morterra e Ferdinando Brunetti. Li lodo tutti per le notevoli capacità di piloti pronti a non sottrarsi mai al dovere”. (M. Ferrante)  Alcuni ufficiali persero al vita. Tra questi è IVO MONTI, un  pilota sensibile ed esperto impegnato in diverse missioni, morto il 6 giugno 1918, durante una ricognizione aerea insieme a Riccardo Filibert. Partirono puntuali alle ore 9.30 mentre non fecero ritorno per l’ora fissata (12.30). Il conte Ghè, preoccupato, avvisò la base militare di Taranto, che ordinò di andare immediatamente alla ricerca del Lohner 4 pilotato da Ivo Monti. Alle ore 16.00 anche Ghe decise di ricalcare la rotta di Ivo e Filibek, orientandosi perciò verso le isola curzolane. Nulla: l’idrovolante era sparito insieme ai corpi dei militari. Alla memoria di Ivo Monti fu poi dedicato l’idroscalo di San Nicola, ponendo una targa sul palazzo degli ufficiali, come attesta la foto. (foto)

 

Il 21 novembre 1918 cessò la guerra, ma l’idroscalo non fu abbandonato. Ghe vi ritornò di tanto in tanto finché rimasero alcuni militari. Anche il dott. Donatacci, medico condottato, continuò a recarsi a San Nicola dove erano pochi malati.

 

Nel 1919-20 di fronte a viale Irene fu costruita la chiesa di “Santa Barbara” protettrice delle forze aeree e navali per consentire ai militari e ai civili residenti di partecipare al culto religioso.

(Foto)

La stazione di San Nicola Varano fu riattivata negli anni del secondo conflitto mondiale. A bordo dei Cant  Z 506 gli uomini del cielo partirono per portare a termine diverse spedizioni volte a soccorrere o a colpire bersagli nemici, senza tuttavia incidere notevolmente sugli esiti della guerra.

 

Dopo di che su San Nicola è sceso l’oblio, nonostante i diversi progetti delle amministrazioni cagnanesi di acquisire l’area, nel frattempo dismessa dal ministero della Difesa a quello delle Finanze, quindi messo all’asta: il villaggio del pescatore, un ricovero per anziani, un centro recupero per tossicodipendenti, un porto naturale di diporto, un centro turistico alternativo,  un centro velico, … . .

Va aggiunto che il comune, il quale finora non ha potuto fruire direttamente di questo immobile, in quanto prima feudo ecclesiastico poi bene dello Stato, ora ne avrebbe facoltà, grazie alle recentissime disposizioni normative sul federalismo, che prevedono il passaggio dell’ex idroscalo all’ente locale a costo zero. Ma il comune dovrà affrettarsi ad espletare la pratica, perché a giorni – come fa sapere il responsabile dell’ufficio tecnico – decadono i termini.

 

San Nicola Varano: quale futuro?

Una volta acquisita l’area, l’utilizzo del sito – a mio parere-  dovrebbe assicurare uno sviluppo raccordato dell’Imbuti con altri centri garganici e pugliesi, oltre che contestualizzato, consono alle vocazioni territoriali e in continuità con il passato. Direi, pertanto, indubbiamente sì al restauro edifici, hangar e di quel che resta della cella Imbuti. Guarderei con attenzione la progettazione di una stazione idrovolanti per brevi voli turistici nel Gargano, la quale dia spazio al contempo ad un museo che, insieme alla civiltà della pesca,  promuova la conoscenza degli idrovolanti, che hanno decollato e ammarato nella acque del Varano durante la “grande guerra”. Mi piacerebbe, inoltre, che alcuni edifici ospitassero alcune carcasse dei capidogli spiaggiati sull’Isola Varano lo scorso anno, come propone anche l’associazione Vivilalagunaedintorni, per “non dimenticare” ma soprattutto per cominciare a conservare in loco le tracce del nostro passato e così richiamare scolaresche, curiosi e specialisti.

Grazie a tutti per l’attenzione.

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Pubblicato da su 9 dicembre 2010 in convegno

 

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