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“Le caste” di Carmelo Palladino [a cura di Leonarda Crisetti]

25 Nov

 

Dopo tanto ricercare finalmente ho avuto tra le mani un saggio del socialista internazionalista e anarchico cagnanese Carmelo Palladino, il quale trascorse gran parte della propria giovinezza a Napoli, per seguire il corso di giurisprudenza, e nel frattempo mostrò vivo interesse per la questione politico-sociale. Erano gli anni dell’Italia pre e postunitaria, quelli della transizione tra i governi Borbonico e dei Savoia, allorché Palladino ebbe modo di partecipare ad esperienze politiche di avanguardia, entrando in contatto con Engels, Marx e Bakunin. Anni in cui scrisse “Le caste”, di cui propongo una lettura.

Il saggio apre con una riflessione sulla triste condizione dei popoli orientali, dalle società stratificate, fondate sulle “caste”, che annoverano al primo posto i Brahmini, sacerdoti depositari del sapere, nati dalla testa di Brahma, al secondo gli Scetria che, nati dalle braccia, erano predisposti a fare i guerrieri, al terzo i Vasia, artigiani che trasformavano la materia prima prodotta dall’ultima casta, i Sudra o schiavi che “surti dai piedi, servivano all’uso stesso, a che oggi servono i buoi, e gli altri animali; erano cioè l’istrumento, con cui la terza classe elaborava i prodotti, che divorava insieme con le altre due”.

Dalla disuguaglianza sociale scaturiva il principio dell’autorità discendente che “mentre esimeva da ogni responsabilità i sacerdoti, negava completamente la personalità del Sudra.” “Difatti potea benissimo il Brahmino fare gli occhi dolci alle figlie dei guerrieri; potea menarle spose, e d esse doveano reputarsi onoratissime di essere elevate a tanta altezza […]. Del pari un guerriero potea scegliersi un’amante, od una moglie tra gli artigiani; e tutti insieme cercare tra gli schiavi se qualche fiore smarrito fosse in tanta abbiettezza germogliato. Ma guai se si fosse voluto seguire l’ordine inverso, ed il componente una casta inferiore avesse levato gli occhi, ed aguzzato il desio verso le beltà che risplendevano nelle superiori. Era questo un delitto da pagarsi col capo”.

Il saggio prosegue dimostrando come le caste non fossero mera reminiscenza di una realtà lontana da noi nello spazio e del tempo, ma una triste realtà persino di quell’Europa illuminista, che si faceva paladina dei diritti di giustizia e di uguaglianza. Leggiamo perciò che “i sacerdoti, i nobili, i ricchi […] stretti insieme da identici interessi formano una sola e terribile casta”; casta “ladronaia” che fa appello a un “Essere assurdo e insussistente” per fondare potere, scienza e ricchezza, per “tutto infeudare”; casta presente “nei parlamenti e nelle scuole”, e che “sfrutta dovunque il lavoro del proletariato”.

La seconda casta – simile a quella dei guerrieri – “è fatta da uomini scelti tra il popolo, che eseguono, con la rapidità di un fulmine, e con strage inaudita, gli ordini dei primi [ sacerdoti, nobili, ricchi]. La terza è costituita dagli “intraprendi tori” e “capifabbrica” e la quarta “dagli operai, miseri e infelici lavoratori che, simili ai Sudra, coltivano i campi”, e che, strumenti in mano ai capitalisti e ai proprietari, sono “destinati a produrre per il ricco, e morirsi di fame”.

Il sipario si apre poi su alcune figure di contesto: il “reverendo”  al cui cospetto è costretto ad inchinarsi e a scappellarsi il lavoratore, il “paffuto borghese, che, sdraiato in cocchio fastoso, rompe la folla col petto dei suoi cavalli”, costringendo tutti a fargli ala, la “gran dama che, sepolta nei suoi velluti, aggrinza le nari e s’irrita, e sbuffa incollerita se solo un monello o una  cenciosa figlia del popolo le passa dappresso”.

L’autore del saggio ironizza contro “la gran dama” del suo tempo, “costretta dai bisogni del lusso a menar seco una donna”, in modo che la servisse “da mane a sera”, che facesse da balia al suo bambino, che “invan cercherebbe alimento alle inaridite poppe materne”.

Il tono si fa sferzante contro le donne della prima casta, capaci di discorrere “di spilli, di francie, dell’ultimo figurino”, ma non di produrre idee proprie, “ché il fosforo cerebrale si è quasi completamente diluito”; donne ridotte a “fantasime”, “fiori nati, e fatti crescere allo scuro”,“la cui principale preoccupazione è imbellettarsi per coprire la propria laidezza”. Donne “nelle cui vene scorre linfa anziché  sangue”,  “con il cuore incapace di battere per potenza di amore”, che vivono aspettando un marito che sia del proprio rango, che studiano “indarno di eccitare l’assillo d’amore in un podagroso ed agghiadato ottuagenario”. Donne che maritandosi sottoscrivevano un “contratto di compravendita” volto a prendere atto della “contezza del rango di entrambi”, a discapito della propria felicità.

Solo quando il saggio volge verso la chiusura, dopo avere indugiato sulle caste indiane e  sulle caste occidentali, anacronisticamente presenti nella seconda metà dell’Ottocento, si registra la svolta dialettica, scoprendo finalmente la passerella di lancio, il ponte gettato da Palladino per consentire di uscire fuori dalle caste e di costruire una società di uguali.

La proposta risolutiva era offerta dall’Internazionale socialista e passava attraverso l’istruzione integrale dei cittadini di entrambo i sessi attraverso un sapere rinnovato, scientifico, utile e applicato alla pratica e un lavoro meno disumano, “esercitato per cinque ore al giorno, mentre da un lato basterà ai bisogni umani, sarà dall’altro una proficua ginnastica per fortificare le membra dei lavoratori, che è quanto dire di tutta l’umanità.” Il lavoro che impegnava per 14 o 15 ore, rendeva invece l’uomo persino inferiore alla bestia, dato che “se al bruto si dà almeno buon foraggio e qualche ora di riposo, l’infelice lavoratore deve compiere inesorabilmente la sua giornata, e spesso a stomaco vuoto”.   

Soppressa ogni barriera tra i popoli, eliminata ogni differenza tra ricchi e  poveri, tra nobili e plebei, sarebbe rimasta una sola ed unica classe: quella dei produttori. Declinando istruzione e lavoro, sarebbe nata società di uguali e il mondo si sarebbe popolato di uomini felici.

Le tesi socialiste però – argomenta Palladino in chiusura- non sono condivise dai governi: “l’Internazionale, che sì utili rimedi propone, è proscritta dai re, dai ricchi, e dai poltroni. I preti l’anematizzano; i governi di tutti i colori convengono, e s’intendono sulla scelta dei mezzi per schiacciarla, distruggerla, estirparla col ferro e col fuoco d’in sulla terra; ed i borghesi non potendo far altro, l’odiano a morte. Ma contro tant’ira, tant’odio, e tanta persecuzione, l’Internazionale sta; poiché essa è l’espressione vivente dei bisogni del popolo, ed il popolo non muore”.

Le caste – secondo Palladino- sono destinate ad essere la tomba dei capitalisti, senza neppure fare ricorso alla violenza, se i ricchi non avessero sposato il nuovo programma. È quanto emerge

In chiusura del saggio Palladino, perentorio, invita i borghesi a scegliere: “O non più caste; o le caste saranno la vostra tomba!”, senza ricorrere neanche alla violenza, dato che già si faceva strada tra le masse del proletariato destinate a guadagnare terreno, la scienza positiva, un sapere nuovo, più utile di quello allora posseduto dai borghesi. “Egli [il proletariato] ha con sé il numero e la forza, voi l’infingardaggine e la paura; egli la vigoria del braccio sviluppata dal lavoro, voi la fiacchezza, la corruzione, la morte, frutti del vostro lusso, e del vizio in cui poltrite.”

La fiducia nel proletariato del giurista cagnanese fu probabilmente eccessiva, non a caso fu incluso tra i fautori dell’utopismo egalitario. Ma, le caste sono oggi un’antica reminiscenza? Che ne dite se ne parlassimo nella prossima puntata?

 

 

 

 

Il saggio apre con una riflessione sulla triste condizione dei popoli orientali, dalle società stratificate, fondate sulle “caste”, che annoverano al primo posto i Brahmini, sacerdoti depositari del sapere, nati dalla testa di Brahma, al secondo gli Scetria che, nati dalle braccia, erano predisposti a fare i guerrieri, al terzo i Vasia, artigiani che trasformavano la materia prima prodotta dall’ultima casta, i Sudra o schiavi che “surti dai piedi, servivano all’uso stesso, a che oggi servono i buoi, e gli altri animali; erano cioè l’istrumento, con cui la terza classe elaborava i prodotti, che divorava insieme con le altre due”.

Dalla disuguaglianza sociale scaturiva il principio dell’autorità discendente che “mentre esimeva da ogni responsabilità i sacerdoti, negava completamente la personalità del Sudra.” “Difatti potea benissimo il Brahmino fare gli occhi dolci alle figlie dei guerrieri; potea menarle spose, e d esse doveano reputarsi onoratissime di essere elevate a tanta altezza […]. Del pari un guerriero potea scegliersi un’amante, od una moglie tra gli artigiani; e tutti insieme cercare tra gli schiavi se qualche fiore smarrito fosse in tanta abbiettezza germogliato. Ma guai se si fosse voluto seguire l’ordine inverso, ed il componente una casta inferiore avesse levato gli occhi, ed aguzzato il desio verso le beltà che risplendevano nelle superiori. Era questo un delitto da pagarsi col capo”.

Il saggio prosegue dimostrando come le caste non fossero mera reminiscenza di una realtà lontana da noi nello spazio e del tempo, ma una triste realtà persino di quell’Europa illuminista, che si faceva paladina dei diritti di giustizia e di uguaglianza. Leggiamo perciò che “i sacerdoti, i nobili, i ricchi […] stretti insieme da identici interessi formano una sola e terribile casta”; casta “ladronaia” che fa appello a un “Essere assurdo e insussistente” per fondare potere, scienza e ricchezza, per “tutto infeudare”; casta presente “nei parlamenti e nelle scuole”, e che “sfrutta dovunque il lavoro del proletariato”.

La seconda casta – simile a quella dei guerrieri – “è fatta da uomini scelti tra il popolo, che eseguono, con la rapidità di un fulmine, e con strage inaudita, gli ordini dei primi [ sacerdoti, nobili, ricchi]. La terza è costituita dagli “intraprendi tori” e “capifabbrica” e la quarta “dagli operai, miseri e infelici lavoratori che, simili ai Sudra, coltivano i campi”, e che, strumenti in mano ai capitalisti e ai proprietari, sono “destinati a produrre per il ricco, e morirsi di fame”.

Il sipario si apre poi su alcune figure di contesto: il “reverendo”  al cui cospetto è costretto ad inchinarsi e a scappellarsi il lavoratore, il “paffuto borghese, che, sdraiato in cocchio fastoso, rompe la folla col petto dei suoi cavalli”, costringendo tutti a fargli ala, la “gran dama che, sepolta nei suoi velluti, aggrinza le nari e s’irrita, e sbuffa incollerita se solo un monello o una  cenciosa figlia del popolo le passa dappresso”.

L’autore del saggio ironizza contro “la gran dama” del suo tempo, “costretta dai bisogni del lusso a menar seco una donna”, in modo che la servisse “da mane a sera”, che facesse da balia al suo bambino, che “invan cercherebbe alimento alle inaridite poppe materne”.

Il tono si fa sferzante contro le donne della prima casta, capaci di discorrere “di spilli, di francie, dell’ultimo figurino”, ma non di produrre idee proprie, “ché il fosforo cerebrale si è quasi completamente diluito”; donne ridotte a “fantasime”, “fiori nati, e fatti crescere allo scuro”,“la cui principale preoccupazione è imbellettarsi per coprire la propria laidezza”. Donne “nelle cui vene scorre linfa anziché  sangue”,  “con il cuore incapace di battere per potenza di amore”, che vivono aspettando un marito che sia del proprio rango, che studiano “indarno di eccitare l’assillo d’amore in un podagroso ed agghiadato ottuagenario”. Donne che maritandosi sottoscrivevano un “contratto di compravendita” volto a prendere atto della “contezza del rango di entrambi”, a discapito della propria felicità.

Solo quando il saggio volge verso la chiusura, dopo avere indugiato sulle caste indiane e  sulle caste occidentali, anacronisticamente presenti nella seconda metà dell’Ottocento, si registra la svolta dialettica, scoprendo finalmente la passerella di lancio, il ponte gettato da Palladino per consentire di uscire fuori dalle caste e di costruire una società di uguali.

La proposta risolutiva era offerta dall’Internazionale socialista e passava attraverso l’istruzione integrale dei cittadini di entrambo i sessi attraverso un sapere rinnovato, scientifico, utile e applicato alla pratica e un lavoro meno disumano, “esercitato per cinque ore al giorno, mentre da un lato basterà ai bisogni umani, sarà dall’altro una proficua ginnastica per fortificare le membra dei lavoratori, che è quanto dire di tutta l’umanità.” Il lavoro che impegnava per 14 o 15 ore, rendeva invece l’uomo persino inferiore alla bestia, dato che “se al bruto si dà almeno buon foraggio e qualche ora di riposo, l’infelice lavoratore deve compiere inesorabilmente la sua giornata, e spesso a stomaco vuoto”.   

Soppressa ogni barriera tra i popoli, eliminata ogni differenza tra ricchi e  poveri, tra nobili e plebei, sarebbe rimasta una sola ed unica classe: quella dei produttori. Declinando istruzione e lavoro, sarebbe nata società di uguali e il mondo si sarebbe popolato di uomini felici.

Le tesi socialiste però – argomenta Palladino in chiusura- non sono condivise dai governi: “l’Internazionale, che sì utili rimedi propone, è proscritta dai re, dai ricchi, e dai poltroni. I preti l’anematizzano; i governi di tutti i colori convengono, e s’intendono sulla scelta dei mezzi per schiacciarla, distruggerla, estirparla col ferro e col fuoco d’in sulla terra; ed i borghesi non potendo far altro, l’odiano a morte. Ma contro tant’ira, tant’odio, e tanta persecuzione, l’Internazionale sta; poiché essa è l’espressione vivente dei bisogni del popolo, ed il popolo non muore”.

Le caste – secondo Palladino- sono destinate ad essere la tomba dei capitalisti, senza neppure fare ricorso alla violenza, se i ricchi non avessero sposato il nuovo programma. È quanto emerge

In chiusura del saggio Palladino, perentorio, invita i borghesi a scegliere: “O non più caste; o le caste saranno la vostra tomba!”, senza ricorrere neanche alla violenza, dato che già si faceva strada tra le masse del proletariato destinate a guadagnare terreno, la scienza positiva, un sapere nuovo, più utile di quello allora posseduto dai borghesi. “Egli [il proletariato] ha con sé il numero e la forza, voi l’infingardaggine e la paura; egli la vigoria del braccio sviluppata dal lavoro, voi la fiacchezza, la corruzione, la morte, frutti del vostro lusso, e del vizio in cui poltrite.”

La fiducia nel proletariato del giurista cagnanese fu probabilmente eccessiva, non a caso fu incluso tra i fautori dell’utopismo egalitario. Ma, le caste sono oggi un’antica reminiscenza? Che ne dite se ne parlassimo nella prossima puntata?

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Pubblicato da su 25 novembre 2010 in Recensioni

 

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