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Antonio La Porta ci ha lasciati

27 Lug

 

Il 25 luglio 2010 alle ore 23,15 si arrestava improvvisamente il cuore di Antonio La Porta, un cittadino si Cagnano Varano che ha trascorso gli anni dell’infanzia, curiosando per le strade del paese, le strade di campagna, le rive del lago, quelli dell’adolescenza riscoprendo la Capitanata, e quelli della maturità esplorando il centro nord della penisola e domiciliando infine nella Capitale, così andando oltre la “siepe”.

La notizia della sua dipartita mi ha colto di sorpresa e mi rattrista profondamente, soprattutto mi dispiace per il fatto che non potremo più discorrere telefonicamente o faccia-a-faccia di questo o quel progetto narrativo, o sulla strada da intraprendere per promuovere la rinascita del paese, a fronte di tanta insensibilità pressoché diffusa.

Il fatto che non è più con noi rattrista tutta la redazione de “Il Gargano Nuovo”, di cui il signore la Porta negli ultimi anni è stato uno strenuo difensore e generoso sostenitore. Leggeva ogni articolo e appuntava scrupolosamente quelli che maggiormente lo interessavano, annotando autore, titolo, numero della rivista, anno di pubblicazione. Era in grado di narrare episodi di cui è stato testimone oculare, o assunti da fonti indirette, con estrema bravura, applicando le dovute tecniche narrative e attirando il lettore con quell’ironia che è di pochi. Chi non è rimasto positivamente impressionato dalla lettura dei suoi ultimi racconti pubblicati dal nostro giornale?

Ogni volta che poteva, veniva a trovarmi. “Dina mi diceva- sono stato in biblioteca per cercare quelle informazioni che mi hai chiesti su Palladino, oppure, appena giunto a Cagnano, sono stato in comune, ho parlato con l’impiegato Di Pumpo, molto gentile, ora mi sta facendo al ricerca su questi personaggi di Cagnano; sono poi passato in segreteria, ho chiesto di parlare con … perché avrei in mente di pubblicare qualche mio lavoro. Vedremo – mi hanno detto”. E così ogni volta, che faceva una capatina in paese.

Lo scorso anno abbiamo avuto il piacere di averlo con noi in occasione del convegno sulla grotta di San Michele di Cagnano Varano e tanti hanno apprezzato il suo intervento, che allego in chiusura di questo breve memorandum, un misto di sacro e profano, uno spaccato di vita paesana, proprio com’è quella cagnanese.

Anche quest’anno è venuto a Cagnano in occasione delle feste patronali. Cappello bianco in testa, camicia e pantaloni in tela jeans, macchina fotografica a tracolla, registratore nel borsello. Abbiamo percorso insieme un tratto di processione. Poi ci ha lasciati, me, mio marito e sua moglie Emilia, perché lui non ce la faceva per via dell’asma, per rimettersi nel corteo nei pressi del Corso Giannone, a processione pressoché ultimata. Il giorno successivo, insieme in grotta, prima che andasse via a pranzo insieme, durante il qule mi metteva parte delle chiacchierate fatte nel “Casale” con alcuni paesani, per verificare certe informazioni.

Antonio La Porta è morto con la mente rivolta a Cagnano, con il pensiero della posta elettronica: – Guarda se è arrivato qualcosa – chiese negli ultimi giorni alla figlia Mariangela. Ed io sento il rimorso di non avere letto tempestivamente la sua ultima mail.

“Dopo dieci giorni che siamo giunti a Roma – mi confida addolorata la dolce Emilia dall’altro capo del Telefono – è iniziata la sua agonia. Alla crisi asmatica si è aggiunta quella cardiaca. Il cuore come impazzito, poi si è fermato. Erano le 23.15, nella clinica di villa Domelia in Roma, dove era ricoverato. Desiderava che il suo corpo fosse cremato e sepolto nel cimitero di Cagnano così ha lasciato scritto. Così faremo. Porteremo poi le reliquie giù. Forse tra una decina di giorni saremo a Cagnano”.

Il signor Antonio scrittore e giornalista, ma soprattutto cittadino rispettoso e attivo, molto devoto alla moglie Emilia, attento verso i figli Antonello e Mariangela, premuroso verso i nipoti Linda. Matilde, Giacomo e Filippo, ha lasciato un vuoto intorno a sé che potrà essere in parte colmato dai suoi scritti, perché fortunatamente l’arte “fugge i sepolcri”.


Chi era Antonio La Porta

Antonio La Porta nato a Cagnano Varano (Fg) il 28 gennaio 1928 era molto innamorato alla sua terra garganica. Sebbene ottantunenne, aveva la mente lucida, bizzarra e avventurosa, piena di progetti come quella di un giovanotto. Trascorse un’infanzia spensierata, nel quartiere della “Cabbina” elettrica, che si affacciava sul Giro Esterno a contatto con la natura, trascorrendo il tempo libero all’aperto, giocando con altri compagni, ad acchiappare lucertole, a “ccurl”, a “scareca la bbotta”” e dedicandosi ad altre attività ludiche consegnate dalla tradizione, oppure ficcando il naso in episodi locali anche scabrosi, che ha saputo ben narrare. Frequentò l’istituto tecnico di Foggia negli anni del regime. “I bombardamenti, la caduta del fascismo del 1943, l’armistizio dell’8 settembre, lo sfacelo dell’esercito italiano e l’arrivo delle truppe di occupazione anglosassone” sono rimaste indelebili nella sua memoria. “Gli americani- ricordava La Porta- trasformarono i dintorni di Foggia in un immenso aeroporto, dal quale, ogni mattina, partivano grandi squadriglie di “fortezze volanti” per andare a bombardare le città della Germania. Alcuni di questi quadrimotori, colpiti dalla contraerea tedesca, caddero sui monti vicini a Cagnano. Gli americani portarono anche grande abbondanza di corned beef (carne in scatola argentina) e sigarette. Gli studenti erano felici di poter acquistare a poco prezzo sulle bancarelle Pal Mal e Lucky Stryke, più micidiali delle droghe di questi tempi”.

Il 14 luglio 1947, all’età di diciannove anni e mezzo, fuggì di casa, per una romantica ed effimera avventura artistica attraverso l’Italia. Lavorò per cinque anni con alcune compagnie teatrali. Dal 1955 fu a Roma, dedicandosi alle attività di funzionario alla compagnia di Assicurazioni Tirrena e di pubblicista. Negli anni Ottanta e Novanta fu redattore di cronaca, costumi e varietà del settimanale “Totocorriere”. Fu autore di Cagno Story , di racconti e romanzi ambientati nel Gargano e nella Capitale, solo in parte pubblicati.


La festa di San Michele a Cagnano Varano”

Testimonianza di Antonio La Porta.

La festa di San Michele dell’8 maggio era allora molto sentita, attesa e desiderata per tutto l’anno, e il fatidico giorno per il paese era veramente festa grande. Bancarelle del torrone e delle noccioline americane, dopo il tramonto illuminate con le luci ad acetilene, invadevano il corso e la piazza, nella quale veniva eretto il palco per l’orchestra sinfonica che la sera era attorniato da una gran folla. A conclusione della festa c’erano, naturalmente, i fuochi pirotecnici, la battaria.

L’8 maggio, a Cagnano, c’era anche una grande fiera del bestiame, una delle prime della stagione, e perciò importante per gli allevatori della Puglia e del Molise, che vi portavano le loro mandrie di mucche, greggi di pecore e capre, cavalli, muli, asini, maiali. La fiera si svolgeva sotto gli olivi nei pressi del vecchio Cimitero, dove ora c’è il Municipio con la piazza e il monumento a Nicola D’Apolito, fino alla Casetta Roscia, allu Cutinu Riale, verso la Madonna di lu Rite, da una parte, e poi verso la Vaccarizza e la Craparizza, fin sopra la stazione ferroviaria.i [ …]

Ho partecipato alla Processione di San Michele dall’età di sei anni, quando frequentai la prima classe elementare, appunto, e ci fu l’inaugurazione dell’«edificio scolastico», poiché fino all’anno precedente le varie classi erano disseminate in varie case del paese. L’apertura della festa era sempre annunciata dallo sparo di un mortaretto, e noi bambini correvamo a metterci in testa alla lunga processione capeggiata dal prete con la Croce e seguita da una gran massa di fedeli, paesani e forestieri, a piedi ma anche nei carri con cavalli e muli infiorettati.

Padre Nicola De Monte primo storico di Cagnano scrive: ‘Il giorno otto maggio, il Capitolo, partendo dalla Chiesa, unito al popolo e a molti forestieri, venuti appositamente, vi si reca in devoto pellegrinaggio. Lungo la strada, a destra, un trecento metri prima di arrivare alla Grotta, s’incontra una grande Croce di pietra, alta un metro e mezzo su un relativo blocco con due gradini. I pellegrini quando vi giungono vicino vi depongono sopra un sasso in testimonianza della loro fede.’ Noi ragazzini dicevamo, invece, che sotto la Croce ci fosse il Serpente, e ancora più immancabilmente buttavamo sul cumulo la nostra pietra, e anche due. “Perché – dicevamo – accussì l’accedime prima.ii

Scrive ancora Padre Nicola De Monte:Quando il Capitolo era numeroso [cioè nei tempi passati] appena giungeva il pellegrinaggio, si cantava con grande solennità la Messa in terza. Oggi si celebra la sola Messa del Parroco e dei sacerdoti forestieri. Dietro l’altare, in fondo alla Grotta, ci sono delle vaschette colme d’acqua; una di queste vaschette viene chiamata «di Santa Lucia», e i fedeli, il giorno della festa, si bagnano gli occhi per conservarli sempre immuni dai mali, o guarirli da essi.’ Noi ragazzini dicevamo che questa vaschetta fosse in comunicazione con il lago, e se uno vi avvicinava l’orecchio, stando ben attento, poteva sentire il rumore delle buttagne.iii Io, però, per quante ne tentassi non l’ho mai sentito.

Nella Grotta attiravano la nostra attenzione gli ex-voto dei fedeli miracolati da San Michele. Noi bambini ci soffermavamo più a lungo a guardare e a commentare il miracolo dello sciarabballo iv. Qualche anno prima il cavallo di uno di questi tipici carri leggeri che trasportava una famiglia, si era imbizzarrito tra la folla ed aveva scavalcato la “macera” precipitando lungo il costone sottostante. Ma per fortuna, o miracolo appunto, nessuno dei trasportati e lo stesso cavallo subirono danni. Il quadro dipinto da un pittore locale rappresentava lo sciarabballo rovesciato che stava precipitando.

Al pellegrinaggio alla Grotta partecipavano anche molti forestieri dei paesi vicini. Quelli di Sannicandro erano numerosi il giorno di San Michele. Dopo la visita alla Grotta si accampavano con i “traini” tra gli ulivi intorno al Cimitero, dove ora c’è la piazza ed il nuovo Municipio, arrostivano carne su grandi fornelli, mangiavano, brindavano con vino rosso di Canosa, cantavano stornelli, facevano il gioco delle ndrandelev con uno scannèddevi appeso ad una corda legata ad un ramo d’albero.

Un episodio. L’anno successivo alla conquista dell’Etiopia (1937) nella fiera successe il finimondo. Il pomeriggio un piccolo aereo di quelli che volavano allora, un biplano, cominciò a compiere evoluzioni a bassa quota su Cagnano. Fece dei giri sopra la piazza, volò sul Piano dei Pozzi, infine passò quasi a volo radente sopra il cimitero e gli olivi dove si stava svolgendo la fiera. Il rombo fortissimo dell’aereo provocò un terribile scompiglio; gli animali, (pecore, capre, maiali, mucche, cavalli, muli, asini) terrorizzati, cominciarono a fuggire da ogni parte travolgendo tutto ciò che incontravano, ferendo anche gravemente molte persone. Io, con i compagni, mi trovavo nel punto dove ora c’è il nuovo municipio. Fummo lesti ad arrampicarci sopra un piccolo albero d’ulivo e ci salvammo. La ricerca e l’individuazione di appartenenza degli animali durò più giorni, e non so se tutto fu risolto.”



i In corsivo sono riportati i nomi dei toponimi di quartieri di Cagnano, che insistono nella zona nuova del paese.

ii Perché, in questo modo, l’ammazziamo prima.

iii Onde, in questo caso, del lago di Varano.

iv Dal francese “char à banc”.

v Altalena.

vi Piccola scranna o tavola di legno.

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Pubblicato da su 27 luglio 2010 in notizie di cronaca

 

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