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La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia, P. Quirino Salomone

16 Lug
 
 

Esprimo tutto il mio apprezzamento per il lavoro di attenta ricerca sul tema del “fenomeno” Michaelico.

Pur partendo da uno spaccato di storia locale l’argomento inevitabilmente sconfina e coinvolge le scienze antropologiche oltre i confini della memoria. Non è cosa da poco la formidabile sintesi  e le connessioni tra la mitologia e la religione, le dottrine e i riti, il pensiero religioso e il sentimento popolare, la cattedrale e la grotta, l’oriente e l’occidente.

Il culto dell’Arcangelo S. Michele non proviene da una particolare dottrina elaborata nell’ambito della fede e della storia del cristianesimo. Prima c’è stata la grande diffusione e devozione all’Arcangelo e poi la conseguente  riflessione teologica.

Il pensiero mi corre spontaneo ad un personaggio che nella nostra terra d’Abruzzo ha contribuito molto efficacemente alla diffusione del culto e della devozione all’Arcangelo S. Michele, Pietro da Morrone, l’Eremita che poi fu papa Celestino V.

E’ sorprendente verificare che tutti gli elementi che costituiscono gli argomenti fondamentali dei presenti studi, sono esattamente gli stessi che si riscontrano in ogni luogo di culto dedicato all’Arcangelo, dalla Maiella al Gargano, lungo tutto il tratturo con i suoi affluenti. Intanto dico che in Abruzzo i luoghi intitolati  S. Michele sono (per mia personale incompleta ricerca) oltre quaranta. Sono  denominati: Grotta di S. MicheleGrotta di Sant’AngeloGrotta dell’Angelo – o semplicemente Sant’Angelo 

Le caratteristiche, le ritualità, le simbologie, le leggende, le storie, le tradizioni sono sempre ricorrenti per ogni luogo, quasi comune denominatore: l’altura, la grotta, il nero, l’acqua, lo stillicidio, il serpente, il precedente culto pagano che la devozione all’Arcangelo Michele assume e trasforma.

Concetto molto ben esplicitato dall’Eremita Pietro da Morrone il quale bonifica i vari luoghi di culto delle divinità pagane (e spesso culti satanici), denominandoli Santo Spirito, Sant’Angelo. Va ad insediarsi personalmente in grotte popolarmente ritenute abitate da streghe e demoni per rassicurare la gente che ormai noi non siamo più sotto il dominio degli spiriti maligni, ma siamo nello Spirito Santo.

Siamo difesi dal gran Michele che sconfigge il maligno. “Quando si fa grande la tribolazione, sorge Michele, il gran Principe, a difesa del popolo di Dio”.

Non sarebbe fuori posto uno sguardo a quell’andirivieni dei tratturi che copre una storia di quattro millenni. Più facilmente si potrebbe scoprire il nesso di continuità e di evoluzione progressiva che poi si affermò nell’era cristiana.

Sul tratturo il culto dell’Angelo prende una connotazione tutta propria, i pastori fanno del loro lavoro una forma di pellegrinaggio.

Essi non possono abbandonare il gregge, sono garzoni, spesso schiavi dei loro padroni, non possono recarsi ai luoghi ufficiali di culto,  l’Angelo è con loro, cammina con loro e protegge pastori e greggi. Ad ogni fermata sul tratturo costruivano una cappella o almeno un’edicola dedicata al Sant’Angelo.

Ma non era tanto dal diavolo che doveva difenderli, quanto da “altri” diavoli: gli agricoltori in agguato, i ladri di bestiame, i padroni che non li pagavano, i serpenti attratti dal latte delle mungiture, gli incendi delle capanne, i fulmini delle tempeste, i maltrattamenti nelle dogane.

San Michele non poteva restarsene nel suo santuario, doveva stare e camminare con loro, in ogni momento, di giorno e di notte.

Quando Pietro da Morrone scende in campo a pacificare gli animi dei pastori e dei coltivatori, fa sì che i luoghi di sosta diventino luoghi di incontro, di scambio dei prodotti della terra con quelli del gregge, in forma di festa e di amicizia. Erano le ideazioni di quelle che poi saranno le grandi fiere, gli scambi commerciali, con tanto di regolamenti, pegni e caparre.

Va da sé che la giustizia doveva regnare suprema, ed ecco l’Angelo, il giustiziere, la bilancia, condizione assoluta per garantire la pace e motivare la festa.

Nel tratturo sono ben marcati i tempi delle partenze e dei ritorni, quel settembre della festa di San Michele e quel rientro primaverile del maggio di Celestino.

In realtà la forma del pellegrinaggio è stata come sovvertita dalle condizioni di vita errante dei pastori, ma  la devozione all’Arcangelo ne risultava potenziata, divulgata, praticata e sentita molto di più.

Nel presente studio viene messo ben in risalto la ricaduta culturale del pellegrinaggio, lo scambio delle conoscenze. Il pellegrino si caratterizza per il suo andare verso una meta religiosa, ma intanto poggia i piedi per terra e ha gli occhi aperti. Al ritorno non porta solo la soddisfazione di aver tanto camminato ed aver espresso il proprio bisogno spirituale.

In quello che ha osservato, il pellegrino ha trovato tanto da imparare o almeno da confrontare con gli usi e costumi della sua terra. Il modo di seminare o di potare, il modo di costruire carri e carretti, recipienti, costruzione di case e capanne, utensili di lavoro. Il modo caricare un mulo, di seppellire i morti, di celebrazioni di feste popolari, giochi di piccoli e grandi, riti sacri, cerimonie religiose, feste nuziali o un funerale. Insomma il modo di vestire, di ammassare il pane, di cucinare, di raccogliere acqua dai pozzi o dalle fontane, le inflessioni dialettali.

E poi le canzoni, quelle che accompagnavano la fatica quotidiana. Ci sono racconti che parlano della grande festa che si faceva per accogliere i pellegrini che tornavano (ancor più i pastori transumanti) e la soddisfazione di questi che riportavano grandi novità: un artistico cestino di giunchi o canne intrecciato con le proprie mani e una canzone nuova ascoltata e imparata durante le mietiture o la raccolta delle olive.

Sarebbe lunghissima la serie delle devozioni popolari e culti di santi trapiantati di qua e di là.

Furono contatti importanti di condivisioni e di apprezzamenti che conducevano ad una sostanziale amicizia tra pastori ed agricoltori fino al punto di intrecci nuziali con spostamenti dei cognomi dal tavoliere pugliese ai monti d’Abruzzo e il contrario

Questa osmosi culturale è riscontrabile finanche ai nostri giorni.   

 

                                                                                                                    

 

 

 

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Pubblicato da su 16 luglio 2010 in convegno

 

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