RSS

Esame di stato 2010, corso sperimentale Brocca, seconda prova liceo sociopsicopedagogico

27 Giu

 

Terza  traccia ovvero sul bisogno di riconoscere e rispettare l’autorità e l’autonomia dell’educatore

Vorrei iniziare la mia argomentazione partendo dalla chiusa del brano di Lambruschini, laddove il pedagogista afferma che “tutti devono riverire l’autorità educatrice perché gli educati la riveriscano: tutti devono astenersi dal frammettersi in un governo che di ogni altro è il più scabroso e di cui può dirsi con verità che molti piloti fan rompere la nave negli scogli”.

Finale che afferma la difficile arte di educare, intesa come governare, processo non agevole che può condurre alla deriva se non si rispettano determinate condizioni. Lambruschini per rendere più chiaro il concetto adotta la metafora del pilota e della nave. Se l’educatore non tiene bene in mano il timone è facile che il suo veliero vada a sbattere contro gli scogli. Le insidie della navigazione burrascosa possono essere offerte proprio dalle famiglie, allorché queste si mettono in mezzo tra il docente e i propri figli, ostacolando insieme all’autorità dell’insegnante, la crescita.

L’autorità, cui fa appello Lambruschini, non è solo quella del docente, bensì quella dell’educatore in generale, quindi anche quella espressa in famiglia dalla madre o dal padre, la quale vuole che il marito riconosca quello della moglie e viceversa, altrimenti i figli non sanno da che parte andare.

Ciascuno si rende conto quanto tale esigenza sia viva soprattutto nella nostra società, dove c’è poco spazio per l’autorità (sia dei docenti, sia della famiglia) e ai giovani pare sia dovuto tutto, poco consapevoli del fatto che la libertà è una conquista che passa attraverso il riconoscimento dell’autorità. 

La persona discreta- dice l’autore del brano-, quella intelligente, aggiungiamo noi, non s’intromette criticando negativamente l’ operato dell’educatore (ricordiamo che ai tempi di Lambruschini non esiste al scuola pubblica ma privata, scelta dalla famiglia), e se il genitore ha qualcosa da dire lo faccia in disparte senza darlo a vedere al proprio figlio, il quale per assecondare il proprio processo formativo ha bisogno anzitutto di nutrire fiducia verso il suo maestro, pena il disorientamento dell’educando.

Quando i genitori attaccano, indebolendo la figura del maestro, con il loro comportamento insegnano ai figli a non fidarsi del docenti, così compromettendo il processo formativo, che si fonda soprattutto sulla fiducia di chi non sa verso chi sa, di chi è meno esperto verso chi è esperto, del più  piccolo verso il più grande, di chi frequenta al scuola verso chi è preposto ad assecondare al meglio la crescita.

Va comunque considerato che dal tempo di Lambruschini ad oggi sono passati quasi due secoli, che nel frattempo la scuola, la società, il clima educativo, gli studenti, le forze i n campo sono cambiati, che è subentrata un’ istituzione più potente e forte delle tradizionali agenzie educative (famiglia, scuola, chiesa), condizionando nel bene e nel male la formazione: il mondo mass e multimediale. La scuola, inoltre, è oggi pubblica, di massa. Dal docente unico si è passati al team docente, e, pur registrando qualche tendenza restauratrice, resta il fatto che l’insegnante vede accresciute le sue responsabilità e competenze, dovendosi confrontare con gli alunni, con il gruppo docente della classe, con il collegio dei docenti, con le funzioni strumentali e con il dirigente da una parte, con gli enti locali, con le famiglie, con il territorio dall’altra.

A tutto ciò va aggiunto il fatto che la nostra società ha messo in crisi ogni autorità quindi anche quella docente che non si vede riconosciuto dagli alunni, dalle famiglie, dallo stato- come dimostrano i recenti e continui tagli sull’istruzione.  Se prima i bambini orgogliosi protestavano in casa: “L’ha detto la maestra” , zittendo i genitori, oggi, sull’esempio dei padri, i figli esprimono giudizi poco riguardosi nei confronti di alcuni docenti, perché come insegna il comportamentismo e la teoria dell’apprendimento sociale, l’esempio fa scuola.   

Per evitare che il veliero vada a distruggersi contro gli scogli – per stare nel brano- è necessario che il docente si muova con una certa libertà di movimento, in autonomia. L’autorità di cui si parla perciò non cozza contro al libertà del docente, la quale non coincide con il libertarismo e non è illimitata, ma è condizionata anzitutto dalla coscienza morale degli alunni. Questo vuol dire che l’educatore non deve farsi manipolare da altri, così perdendo di vista il supremo interesse dell’educando e danneggiandolo, né deve indottrinare l’alunno, costringendolo a seguire la propria ideologia.

 Questo passaggio è molto importante, assunto dalla costituzione repubblicana , così distinguendosi dalla normativa fascista, che assegnava al ministero dell’educazione- non della pubblica istruzione- il compito di forgiare le coscienze per farne dei docili seguaci del Regime. Il docente deve invece lavorare in autonomia sulla conoscenza per formare “lo strumento testa” per dirla con Gabelli, in modo che ogni scelta dell’educando sia effettuata in modo personale e critico.

Oltre che dalla coscienza dell’alunno, l’autonomia del docente, intesa come libertà di insegnamento, deve fare i conti con la libertà delle famiglie,che hanno il diritto di esigere il meglio per i propri figli, con quella dei docenti contitolari della classe con cui condivide le scelte della programmazione e della progettazione, con quella del collegio dei docenti con i quali concorda il Piano dell’offerta formativa. È dunque nella libertà didattica, organizzativa, di ricerca sperimentazione e sviluppo l’autonomia più propria dei docenti, così come affermano i decreti dell’autonoma scolastica (Legge Bassanini 59/97 e decreti attuativi, Regolamento 2009). Autonomia scolastica legittimata dal bisogno di confezionare “abiti su misura” di ciascun alunno e del contesto, per contrastare il “re nero” della scuola denominato dispersione.

 Questo significa che se lo stato fissa i traguardi, spetta al docente il compito di farli conseguire organizzando in autonomia la didattica, gli spazi, i tempi, la formazione delle classi, le risorse umane e i materiali  in modo flessibile, facendo ricorso alle strategie della individualizzazione e personalizzazione. 

Libertà che affondano le radici sia nella costituzione laddove si afferma che la scienza e le arti sono libere e libero ne è l’insegnamento, sia nel dpr 417/74 che riconosce al docente la libertà didattica, oltre che nei succitati decreti dell’autonomia.

 L’autonomia riconosciuta all’educatore in teoria è dunque cresciuta rispetto ai tempi di Lambruschini, allorché il docente svolgeva soprattutto il ruolo di esecutore, mentre oggi è chiamato a  progettare la formazione, scegliendo insieme agli altri docenti e al dirigente i soggetti partner con cui condividere l’offerta formativa. 

È facile comprendere come l’insegnante oltre a conoscere il “che cosa insegnare” debba essere esperto  sul “come” far crescere gli alunni e, soprattutto, verso quale orizzonti valoriali orientarli. Per fare tutto ciò, deve avere assunto egli stesso in prima persona dei valori. Valori che non coincidono con le ideologie e che non possono non tenere conto di quelli delle famiglie dei suoi alunni.

Diviene perciò necessario che la scuola superi la propria autoreferenzialità e s’incontri con la famiglia, per discutere sui comportamenti da adottare, sulle decisioni da prendere, senza tuttavia a invadere lo spazio proprio di ciascuna istituzione, né le libertà di cui si è detto, e senza perdere di vista il superiore interesse del bambino.

Siamo dentro al problema della continuità orizzontale, esigenza di cui si è fatto carico la scuola italiana a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, per raccordare momenti di vita, al fine di formare persone integrate, complete, armoniose.

La continuità educativa comporta che la scuola s’informi su ciò che fa il bambino a casa, sui suoi spazi, sul modo di trascorrere il tempo libero, su quanto tempo è davanti alla tv o al computer, sui rapporti con i genitori, sulle scelte valoriali o religiose della famiglia, sulla presenza di eventuali condizionamenti, …, naturalmente con discrezione.  La famiglia ha da conoscere cosa fa il figlio a scuola e come si comporta

Famiglia e scuola possono mettere insieme le proprie forze per agevolare la crescita dell’educando, per sviluppare il massimo potenziale di ciascuno, a patto che nell’incontrarsi non smarriscano i rispettivi ruoli. La corretta ripartizione dei compiti assegna  alla famiglia il compito precipuo di educare in modo fromale, alla scuola quello di istruire, di progettare e realizzare percorsi intenzionalmente formativi. È opportuno che la relazione sia serena, improntata sul dialogo e sul rispetto reciproco, così aiutando le nuove generazioni ad indossare la pelle della propria cultura e favorendo  l’integrazione.

Sul concetto di continuità si è soffermato Dewey assegnando al docente il compito di favorire la socializzazione ovvero l’umanizzazione dell’uomo, la quale richiede il contatto diretto con l’esperienza, che l’alunno “impari facendo”.  Strategia, quella della continuità, che talvolta si pone come discontinuità, come sottolinea Bruner, che affida ai linguaggi filtrati dai sistemi simbolico-culturali (non necessariamente collegati ai sensi)  il compito di favorire la mediazione culturale. La continuità richiede perciò anche la discontinuità, vale a dire di andare oltre l’esperienza data, oltre gli apprendimenti informali, al fine di alimentare i processi cognitivi.

Il docente ha il compito principale di favorire la conoscenza, l’apprendimento significativo, curando la progettazione e la relazione senza tuttavia diventare “insegnante mamma”.  Una progettazione che assuma la visione reticolare non lineare dell’apprendimento , che sia coerente con le finalità della scuola, con le dimensioni dello sviluppo (compresi i bisogni degli alunni e di contesto), con sistemi simbolico culturali. Al docente sono oggi richieste capacità progettuali e gestionali che consistono nel sapere ideare e contestualizzare le proposte educative e didattiche tenendo conto delle variabili di ordine psicologico (ritmi, stili, tempi alunni), sociologico (bisogni formativi assunti dalla comunità sociale), ambientale (risorse culturali e materiali), didattico (modelli didattici, competenze professionali). Al docente si chiede di essere a passo con  i tempi, senza tuttavia farsi intrappolare dalle mode. Per meglio svolgere la sua attività, egli è tenuto a curare la formazione e l’aggiornamento, la ricerca e la sperimentazione, sia in seno alla propria scuola oppure, sia operando in rete con altre istituzioni. La formazione a distanza oggi offre molte opportunità. Il docente ha facoltà di arricchire il curricolo svolgendo attività opzionali, assumendo lo stile sperimentale che richiede la definizione-assunzione di un impianto teorico,metodologico e organizzativo. L’attività educativa del docente presenta i caratteri della flessibilità, da declinare in base ai bisogni degli alunni, del contesto, delle famiglie, del curricolo implicito, per prevenire- contrastare – contenere  l’insuccesso formativo. L’attività educativa si fa personalizzante e individualizzante, ricorre al recupero e al sostegno, alla continuità e all’orientamento, grazie alla libertà didattica e organizzativa fruita dal docente. L’attività educativa assume i caratteri della cooperazione e della condivisione, non essendo il docente l’unico responsabile della classe.

Gli strumenti di cui dispone l’insegnante per valorizzare la propria autonomia sono pertanto quelli offerti dal POF, dalla programmazione/ progettazione/valutazione, dalla ricerca e sperimentazione, dall’attività laboratoriale. Non più suddito e mero esecutore, insomma, ma ingegnere e architetto della formazione, il docente è oggi più di ieri tenuto “a tenere conto” e “a dare conto”, ad assumere responsabilità e ad esercitare la professionalità con etica e corresponsabilità. A fronte di tante responsabilità e tante funzioni, la figura del docente è oggi meno apprezzata, riconosciuta e rispettata rispetto al passato. Una contraddizione palese, da cui necessita uscire per il “supremo interesse del bambino”.


Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27 giugno 2010 in psicopedagogia

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: