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Il riordino della scuola secondaria di secondo grado: luci o ombre?

12 Feb

 

 

Un parto non molto travagliato

Dopo svariati approcci, ha infine ceduto. Ci hanno provato in ripetute occasioni decine e decine di partner, quasi tutti di sesso maschile. Lei, però, ha opposto resistenza. Alla fine ha mollato, allentando ogni difesa, dietro le lusinghe di una giovane donna. È venuta alla luce con un parto neanche molto travagliato. Porta il nome di Mariastella Gelmini. E ora che è nata, ci si augura che non sia un mostro. Scopriremo, però, la sua bontà “solo vivendo” – come suggerisce una nota canzone. Intanto qualche riflessione.

 

Sulla necessità di una riforma/riordino della scuola secondaria non ci sono dubbi. Tutti la desideravano, anche perché, sperimentazioni a parte, tale scuola è rimasta per troppo tempo radicata sull’impostazione conferitale dalla Riforma Gentile, ministro della P. I. del 1923. Una riforma di taglio fascista che, attraverso l’istruzione, ha inteso inquadrare i cittadini, indirizzando le “menti” verso il liceo (classico) e “le braccia” verso il mondo del lavoro, così proponendo una dicotomia che affonda le radici nel modello educativo ellenistico, rivisitato nell’umanesimo. Dicotomia che sembra rinascere a distanza di ottantasette anni. C’è, perciò, chi parla di “ritorno al ventennio”, di “conservatorismo”, di “restaurazione”. Sulla necessità di sfoltire le diverse centinaia di indirizzi non c’è neanche da discutere. Tanto meno sul bisogno di marciare al ritmo dei cugini europei, o di raccordare scuola e mondo del lavoro (ma quale documento del passato non ha evidenziato questo bisogno!)

Prima di indugiare in nuovi commenti, avviciniamoci al documento approvato il 4 gennaio 2010, una legge che oltre a fare discutere, lascerà segni evidenti nelle future generazioni, evidenziando le principali novità.

 

Che cosa cambia

Il riordino della scuola secondaria introduce molte novità. L’istruzione tecnica passa dagli attuali 39 indirizzi a 11. Gli istituti sono raggruppati nei settori: economico tecnologico. Il primo ha due indirizzi: amministrativo-finanziario, marketing turismo. Il secondo raggruppa nove indirizzi: meccanico, meccatronica ed energia, trasporti e logistica, elettronica ed elettrotecnica, informatica e telecomunicazioni, grafica e comunicazione, chimica, materiali e biotecnologia, sistema moda, agraria e agroindustriale, costruzioni, ambiente e territorio.

Il riordino dell’istruzione professionale vede la contrazione degli indirizzi da 27 a 6, raggruppati nei due macrosettori delle produzioni artigianali e industriali e dei servizi. Questi ultimi si suddividono in servizi: per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, per la manutenzione e l’assistenza tecnica, socio-sanitari, per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera, commerciali.

I licei passano dai 396 indirizzi sperimentali e da 51 progetti assistiti ai sei novi indirizzi: classico, scientifico, linguistico, artistico, musicale e coreutico, delle scienze umane.

L’orario settimanale degli istituti tecnici passa dalle 36 ore attuali di 50 minuti alle 32 ore settimanali. Prevede una flessibilità del 30% del secondo biennio e del 35% nel quinto anno, più una quota connessa all’autonomia del 20%.

L’orario settimanale dell’istruzione professionale passa dalle 36 ore attuali alle 32 ore. La flessibilità è del 25% in prima e seconda, il 35% in terza e quarta, del 35% in quinta, aggiunta a una quota del 40% legata all’autonomia.

I licei prevedono un monte ore settimanale di 27 ore al biennio, di 30 al secondo biennio e al 5° anno, eccezione fatta per il classico (31 ore al triennio), il liceo artistico (35 ore max), il musicale-coreutico (32 ore).

Di nuovo è anche il concetto di “flessibilità”, non più sinonimo di autonomia ma modo distinto finalizzato a fruire meglio gli strumenti a disposizione delle istituzioni scolastiche. Accezione nuova che merita ulteriori spiegazioni.

La riforma, che vede rafforzato soprattutto l’insegnamento delle lingue straniere, andrà in vigore con le prime classi al primo settembre 2010 e a regime entro il 2013.

 

Luci o ombre?

L’approvazione del decreto Gelmini ha creato subito due correnti di pensiero. I fautori sono indubbiamente favorevoli. La riforma – ha dichiarato Mariastella Gelmini ai TV- non sottende alcuna ideologia; quella dell’istruzione tecnica, poi, “per la prima volta colloca questo segmento di istruzione non in serie B”. “È una delle risposte efficaci alla crisi economica”. Il capo del governo, entusiasta, si è così espresso: “Le superiori necessitavano di una riforma perché secondo quanto ci dichiarano tutte le imprese e le associazioni, la scuola attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro”.  

I contrari, pur condividendo la necessità di una riforma, criticano la ristrettezza dei tempi, insufficienti a informare studenti, famiglie, docenti coinvolti nell’attività di orientamento. Sostengono che le scelte siano state dettate dalla logica del risparmio (“tagli epocali”), dalla scarsa considerazione del soggetto persona destinatario della riforma.

L’ex ministro della P.I., G. Fioroni, replicando a Berlusconi: “La scuola superiore, caro presidente, non ‘sforna’ ragazzi, …, la scuola ha il compito di formarli e educarli”. “Spiace osservare … cosa sia diventata la scuola nelle parole, dunque, anche nel pensiero del presidente del Consiglio”. “Per fare le riforme servono risorse: il tornio non diventa un laboratorio di elettronica con la bacchetta magica. E voi su questa riforma non avete messo un euro”.  Qualche responsabilità, però, ce l’ha anche Fioroni, perché ha aperto la strada alla logica di intervenire nella scuola con il “cacciavite” per razionalizzare l’esistente, quando “la cinghia era già stretta”.

Il nostro sistema è piuttosto contraddittorio. Lo prova che, di fronte ai fatti di cronaca segnati dalla violenza verbale e fisica, si va vociferando sull’importanza dell’educazione, di quella “dal collo in giù”, che coinvolge anche il cuore e i sentimenti, di fatto non concede poco spazio ad essa, continuando a proporre il modello educativo della persona concepita dal “collo in su”, un uomo razionale, orientato solo a competere e a produrre.

Una riforma autentica doveva andare oltre il modello di uomo dimezzato e, anziché fondarsi sulla contrazione di quadri orari e discipline, piuttosto che mettere insieme oltre trenta alunni per classe, avrebbe dovuto fare i conti con le “diversità” della nostra realtà sociale, sempre più “liquida”, multiculturale, senza lavoro, disagiata.

Una scuola che puntasse solo alle conoscenze e alle competenze, che non tenesse conto dei livelli di partenza, dei variegati vissuti e contesti di vita, dei tipi di comunicazione, dei modi di relazione, degli stili, ritmi e tempi diversi, delle modalità preferenziali di apprendere degli studenti, oltre a perpetuare una grossa ingiustizia, creerebbe un enorme esercito di vinti, di emarginati, frustrati, devianti.

Il “tempo” che si sta contraendo non è una variabile trascurabile, ma un fattore di qualità della scuola, di alta qualità. Se i soggetti sono diversi per ritmi e tempi di apprendimento e per vissuti personali, non può la scuola trattare tutti allo stesso modo, pretendendo che marcino all’unisono. Ne consegue che l’ideale sarebbe di dare a ciascuno il tempo di cui ha bisogno, di variegare gli approcci in base agli stili, di valorizzare i punti di forza, di  rimuovere tempestivamente i fraintendimenti tramite feedback, di mettere, insomma, ciascun alunno nella condizione di imparare ad apprendere, di lavorare e di essere se stesso, dandogli la possibilità di stare dentro le situazioni e di assumere decisioni. In caso contrario si produce quel disagio che ben conosciamo, che conduce al cattivo comportamento, all’assenteismo, ai cattivi voti, alla bocciatura, alla dispersione.

Per rispondere alle esigenze individuali occorrono tempo giusto, spazi adeguati, strumenti adatti, docenti sensibili e preparati, attività laboratoriali, istituzioni raccordate. Per personalizzare gli interventi e frenare l’emorragia dei dispersi occorre dare spazio all’“orientamento” che risulta ancora il grande assente.

Se la logica che sottende la riforma è quella del “risparmio”, come potrà l’enorme schiera degli alunni svantaggiati, che sono poi gran parte dei figli delle famiglie del nostro tempo, sostenere gli stessi ritmi dei pochi alunni più fortunati, perché ben dotati da madre natura, o semplicemente perché hanno alle spalle situazioni familiari più tranquille, genitori più attenti e facoltosi? Come potranno i docenti riportare gli alunni sulla giusta pista cognitiva se – in nome del “risparmio” – le classi oggi ospitano oltre 30 alunni?  

Se è vero che il rapporto quantità di tempo/qualità di apprendimento non è lineare, come non lo è il rapporto tra numero dei docenti/numero di alunni per classe, è altrettanto vero che in una classe poco numerosa le interazioni docente/studente sono più frequenti, aumentano, di conseguenza, le occasioni per effettuare aggiustamenti e collegamenti, coniugare conoscenze, trasformarle in abilità e competenze, di imparare a “vivere con” e “per” gli altri, favorendo l’integrazione. 

Nelle nuove classi più numerose, con meno ore di insegnamento, invece, i docenti potrebbero essere costretti ad applicare la logica del “si salvi chi può”, ritornando alla selezione negativa, cancellando di fatto ogni progresso registrato dalla scuola italiana democratica e militante che, affondando le radici nella denuncia di Don Milani in “Lettera ad una professoressa”, ha fatto propri i punti di forza emersi dalla sperimentazioni e dalla ricerca, dalla pedagogia speciale che considera ciascun alunno diverso, bisognoso di sostegno e di aiuto speciale.

Dunque, nella nuova scuola probabilmente si salveranno i più “forti”, quelli che avranno la fortuna di non essere toccati o la forza di resistere di fronte alle situazioni di disagio socio-economico-culturale della nostra Italia, che vede purtroppo rinfoltirsi il numero dei padri e delle madri disoccupati, separati, preoccupati.

Io ho la sensazione che la presente riforma aumenterà il divario tra chi ha e  chi non ha, tra chi potrà permettersi i rinforzi e gli “aiuti” e chi non potrà; penso che, anche grazie alla riforma, aumenterà il divario tra chi conta e chi non conta, dato che lo scenario del prossimo futuro sarà segnato sempre più dalla conoscenza, soprattutto se il livello della scuola dell’obbligo si abbassa a 15 anni.

Riguardo all’istruzione professionale, inoltre, mi pare di intravedere un atteggiamento contraddittorio e, se da una parte si legittimano scelte volte a rafforzare saperi e competenze in funzione orientativa per essere in linea con le scuole europee, dall’altra si pensa di anticipare l’apprendistato a 15 anni, di equipararlo alla frequenza scolastica. Penso che, col pretesto di bloccare il lavoro nero e la dispersione, di fatto si taglieranno le gambe a quei giovani che hanno alle spalle un vissuto personale, familiare e sociale condizionato negativamente. Vero è che, mentre nei paesi dell’OCSE l’obbligo scolastico si è avvicinato ai 18 anni, il nostro regolamento lo abbassa a 15.  

Sono del parere che, dopo il lungo e difficile cammino della scuola italiana che ha condotto verso le pari opportunità formative, le quali non coincidono col consentire a tutti di entrare a scuola ma con l’offrire a ciascuno ciò di cui ha bisogno, questo passo indietro sia ingiustificato oltre che discriminante.

Ritengo, infine, che, precludendo/rendendo difficoltoso il cammino ai ceti deboli, con un welfare state latitante, l’emarginazione crescerà e, insieme al numero dei devianti, si acuiranno le tensioni sociali. La neonata riforma, esito della lunga gestazione, potrebbe perciò non essere contenta di sé.

Fortunatamente, però, chi fa la scuola sono i docenti, chiaramente insieme agli alunni e alle famiglie (quando queste sono presenti, si rapportano costruttivamente e nel rispetto dei ruoli). Se gli insegnanti saranno uniti e propositivi, la riforma potrà registrare, a mio avviso, quegli aggiustamenti in itinere necessari alla realizzazione del progetto “persona”, il quale, bocciando la logica dell’“azienda”, aborrisce l’idea che si scarti (eliminandolo) qualche pezzo (“alunno”) difettoso. La scuola è, invece, luogo di formazione, educa, istruisce, orienta, predisponendo esperienze significative per gli alunni, mettendo a disposizione di ciascuno di essi mezzi idonei e professionalità, in modo che possano sviluppare ogni dimensione della personalità, allocarsi dignitosamente e in modo integrato nella società. 

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Pubblicato da su 12 febbraio 2010 in notizie di cronaca

 

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