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LAGUNA DI VARANO, CENNI STORICI

12 Gen

 

Introduzione (filmato). Come avete visto dal filmato, sono impegnata nella ricerca storico-economico-antropologica sulla laguna di Varano da circa quarant’anni, spinta dal bisogno di fare della scuola non un luogo di sterile trasmissione dove l’insegnante parla e gli alunni ascoltano, ma di ricerca che consente agli alunni anzitutto di entrare nel proprio contesto – di cui la realtà lacuale rappresenta un elemento fondamentale-, di conoscerlo, di creare legami, e trasformarlo in modo da trarne vantaggio anche ai fini occupazionali.

Mi sono adoperata per favorire la conoscenza a partire dall’esperienza, elaborando interviste e progettando uscite guidate, raccogliendo informazioni da fonti scritte, orali e materiali, sulla realtà lacuale che presenta le stesse fragilità e potenzialità di un’adolescente.  

Grazie alle esperienze didattiche, agli alunni, alle famiglie di Cagnano coinvolte, sono quindi riuscita ad acquisire conoscenze sul lago. Ma io sono anche figlia di un pescatore, per cui ho avuto il vantaggio di conoscere gli alti e bassi di questa realtà anche dall’esperienza personale.

Tesi. Ritengo che la laguna sino ad oggi non sia riuscita a sviluppare il suo potenziale e ad esprimere tutti i punti di forza, per motivi diversi, legati in passato alla economia di sussistenza e agli ostacoli frapposti dai feudatari nell’esercizio nel diritto di pesca, e nel presente alla scarsa consapevolezza, da parte del pescatore, della valenza della laguna e dei regolamenti, delle logiche ambientali, dei punti di forza della sperimentazione, della ricerca e delle tecnologie, della necessità di assumere una mentalità imprenditoriale e cooperativistica. Pare, inoltre, che il pescatore abbia smarrito la propria identità. A frenare lo sviluppo credo abbiano influito altresì lo scarso interesse delle istituzioni e le mancate sinergie. La mia tesi è che, attraverso la formazione, facendo nascere una scuola sulla pesca/acquacoltura e piscicoltura, coltivando la cultura del lago da parte di tutti i cittadini e le istituzioni, si possa uscire dalla crisi. La formazione potrebbe, dunque, rappresentare l’ancora di salvataggio e il volano dell’economia dei paesi che si affacciano sulla laguna innanzitutto. A tal fine abbiamo bisogno di una scuola professionale, con esperienze di scuola-lavoro, una scuola che accolga anzitutto i giovani del bacino lacuale con provate attitudini per le attività di pesca, pescicoltura, acquacoltura. Penso che formazione e corsi di riqualificazione possano rappresentare gli antidoti alla crisi.

Su questa mia tesi ritorneremo e potremo infine discutere. Ora consentitemi una riflessione. Chi è con noi questa sera è qui giunto perché mosso da motivi variegati, diversi, com’è naturale che sia, soprattutto in considerazione che siamo in fase preelettorale. C’è tuttavia, o meglio, mi piacerebbe rinvenire tra tutti un comune denominatore: l’interesse per la nostra laguna, sia naturale, sia economico, sia storico e antropologico, sia culturale in senso lato, intendendo per cultura quella trama  di significati che si co-costruiscono all’interno dei sistemi simbolici, attraverso la negoziazione e la rinegoziazione.

Un convegno è comunque un’opportunità, offre spazi e occasione per riflettere e per coltivare la speranza che qualcosa cambi. Questo convegno consente, pertanto, a tutti noi l’opportunità di gettare dei semi su quella che a mio avviso costituisce ancora una grande risorsa anzitutto dei tre comuni che si affacciano sulla laguna, quindi del Gargano, di Capitanata e della regione Puglia, nutrendo la speranza che trovino terreno fertile. 

Vorrei aggiungere che l’unico importante convegno sulla laguna che io ricordi risale al 1982 (15-16 gennaio), a 28 anni fa. Fu organizzato dalla Cooperativa Vongolari  Capojale con il patrocinio dei comuni di Cagnano, Carpino, Ischitella, Comunità montana, Provincia, Regione Puglia per fare il punto sulla “Situazione attuale e prospettive di sviluppo del lago Varano”. Un convegno che ha registrato numerosi interventi, oltre a quelli di relatori qualificati. Su tale convegno torneremo più avanti.

Ora basti sapere che, rileggendo gli Atti di detto convegno, si ha la sensazione che non sia cambiato nulla, anzi la situazione sembra peggiorata, dato che il numero degli addetti alla pesca nel Varano è sceso ulteriormente, che nel canale sono parcheggiati e lavati centinaia di natanti, i quali gettano oli pesanti in laguna, e che nel frattempo sono passati quasi trent’anni. E se anche il nostro convegno non approderà a nessun significativo cambiamento, avremo dato ragione agli scettici, che dicono: le ennesime chiacchiere, meglio non andarci. Per scongiurare questa eventualità occorre che ci mobilitiamo come cittadinanza attiva, che collaboriamo con le istituzioni, fuggendo il comportamento di chi si piange addosso e attribuisce la colpa sempre agli altri.

Parlare della laguna dal punto di vista storico vuol dire accennare alle sue trasformazioni e dal punto di vista geomorfologico, biologico, antropologico-culturale, facendo attenzione alla classe dei pescatori in particolare, vuol dire affrontare il tema del popolamento, del rapporto uomo/ambiente, col tempo divenuto sempre più complesso e smodato, poco rispettoso delle regole e dei limiti richiesti dalla fragilità dell’ ecosistema lacuale, quello della riconversione del pescatore da predatore ad allevatore.

La complessità di questa realtà e la lunga durata mi portano a scartare l’approccio cronachistico e cronologico, a favore di quello logico-narrativo-interpretativo, selezionando alcune tematiche e discutendole insieme a voi. La scaletta prevede, pertanto, qualche riflessione su:

  1. Fenomenologia del Varano
  2. Fenomenologia del pescatore
    1. Usi civici
    2. pescato e attività connesse alla pesca
    3. Peso dell’amministrazione
    4. Condizioni di vita
  3. Stato dell’arte e prospettive di sviluppo

Mi riterrò soddisfatta se sarò riuscita a destare interesse, disponibilità verso la realtà lago, a creare un legame che passando attraverso la conoscenza raggiunga il cuore di ciascuno dei presenti, se sarò stata in grado di sollecitare l’impegno ad assumere responsabilità e cura, per il fatto che siamo tutti attori della nostra storia. L’obiettivo è, infatti, quello di risvegliare l’interesse del cittadino per il futuro proprio e della propria famiglia, nonché quello delle istituzioni, dato che gli effetti delle scelte hanno risonanza extralocale.

 

  1. Fenomenologia del Varano

Dal punto di vista geomorfologico, potremmo assegnare alla laguna di Varano l’età di una bambina, in considerazione del fatto che le foci di Capojale e di Varano hanno poco più di un secolo.

Prima era, invece, un lago e prima ancora un seno di mare. Al tempo dei romani alcuni storici menzionano il lacus Varanus e altri ancora un Portus Garnae (Varnae) da cui sarebbe originato il nome Varano. Altri ritengono che il lago sia nato dalla trasformazione del seno di Uria. Il lago Varano si è formato, in ogni caso, da un golfo, in seguito alla creazione della barra dunale, alla quale hanno concorso le sabbie trasportate dalle correnti, dalle maree, dal moto ondoso e dal modellamento operato dal vento. 

La presenza dell’uomo nell’area perilacuale affonda le radici nel paleolitico. Abbiamo tracce di poi nel neolitico, nel bronzo e nel ferro. La nostra costa fu colonizzata dai dauni, dai greci e dai romani, che lasciarono traccia di sé nelle ville, negli strumenti, nei manufatti realizzati,  nei costumi tramandati. Poi, fu la volta di bizantini, longobardi, saraceni, slavi e normanni. Al medioevo risale, inoltre, la presenza degli abati di Montecassino e di Pulsano nel territorio Cagnano e di Ischitella. In seguito, diversi signori feudali gestirono l’economia del lago, confliggendo con gli interessi degli abati e dei pescatori fino al 1806, anno delle leggi eversive della feudalità.

Probabilmente intorno al mille il lago completava la sua formazione. Tra Sette e Ottocento assunse la forma sub circolare e nel Novecento quella trapezoidale. Essendo stato effettuato lo scavo dei canali che misero in comunicazione le sue acque con quelle dell’Adriatico, il lago si è poi trasformato in laguna.  

I documenti d’archivio dell’Ottocento, reperiti al comune di Cagnano Varano, informano sui diversi tentativi di aprire la foce di Capojale, dato che quella di Varano c’era già,  ritenendola utile per ossigenare le acque del lago e popolarlo di pesci, ottenendo così due obiettivi: igienico ed economico. Al Novecento risalgono i lavori di bonifica, fortemente caldeggiata anche dagli amministratori, per contrastare il mefitismo e debellare la malaria.

Con l’apertura/ampliamento delle foci, con le opere di bonifica e la costruzione del banchinaggio, nella prima metà del novecento, si è modificato anche l’habitat, quindi, la flora e la fauna perilacuale e lacuale. Non ci sono più i canneti e le paludi di un tempo,  dove nidificavano alcuni uccelli e stazionavano pesci come le tinche, ormai estinte. Al contrario sono entrate nuove specie di mare. Sono pressoché scomparse “le folaghe e i mallardi, che in passato hanno richiamato principi, baroni e alti ufficiali dell’esercito, giungendo a fare “centinaia e centinaia di vittime” De Monte.

Al problema foce di Capojale è connesso quello delle griglie. Quando, nella prima decade del Novecento, si è incominciato a mettere in opera il progetto del porto di Capojale, furono smantellati i naselloni  impiantati nell’Ottocento, costruiti con canne e pali, con la conseguenza che il pescato è diminuito, secondo alcuni. Ce ne dà atto L. Pepe nella interessante Memoria sugli usi civici, datata 1933, laddove si raccomandano  le autorità a ripristinare i naselloni mobili, i quali, mentre consentono alla “nutrima” di entrare e crescere o al pesce grande di uscire al momento della deposizione delle uova, assicurano la presenza del pescato in tutti gli altri periodi.

Da un’indagine sui pescatori, da me condotta con gli alunni nel 1998, abbiamo preso atto dell’esistenza di due correnti di pensiero: chi a favore, chi a sfavore delle griglie. Tutti erano però d’accordo che le griglie impiantate negli anni Sessanta del secolo scorso, smantellate nel 1995, erano state fatte male, dato che con lo sbarramento ostacolavano l’entrata dei pesci e provocavano la morte di quelli piccoli, che andavano a sbattere contro quella barriera di cemento. I naselloni, invece, da ideare da esperti e con la consulenza di pescatori conoscitori del luogo, installati a debita distanza dalla foce, perché nel canale non si pesca, non costituirebbero un freno. Così hanno detto i pescatori intervistati. 

 Oggi il canale di Varano è dotato di griglie, quello di Capojale è senza griglie ed è in parte occupato da barconi, sandali, impianti di mitili, mentre sarebbe il caso di separare la zona in cui mettere a dimora i natanti da quella in cui entra la corrente che va ad ossigenare il lago o che fa entrare i piccoli pesci, per evitare che la corrente venga frenata e che gli oli pesanti si depositino in laguna, tanto più che- secondo i mitilicoltori i bidoni della raccolta dei liquidi lungo il canale non vengono svuotati tempestivamente.

I diritti di pesca

I documenti parlano di diritti di pesca concessi ai cittadini da tempo immemorabile. Il decreto di Carlo II d’Angiò 1306 recita: “Caniani et Caprilis homines soliti piscari in pantano Vairani a tempo immemorabile”, i turbatori di tale diritto saranno severamente puniti.  Dal quindicesimo secolo al primo decennio dell’Ottocento, però, tali diritti sono stati ostacolati sia dai signori feudali, sia dalla casa di Tremiti (da cui dipendeva San  Nicola Imbuti).

Inizialmente il Diritto fu impedito anche dal duca di Cagnano. I pescatori, però,  contrastarono vivacemente tale abuso. La controversia accesa contro il duca di Cagnano Alonzo de Vargas, nata nel 1569, si chiuse nel 1617con una transazione tra università di Cagnano e corte ducale. All’art. 5 delle Capitolazioni si legge perciò:

“[…] si concede che li cittadini et habitanti in essa terra possono pescare in tutte le parti del lago, seu pantano di Varano … liberi e franchi, senza pagamento alcuno a detto Barone, riservata solo la foresta che sta al luogo dove si dice Vagno […].” Cfr. I provvedimenti per la delimitazione dei confini del lago, in La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare cit., p. 243.

Da un altro documento prendiamo atto che tra Cinque e Seicento il Diritto di pesca fu ostacolato dai feudatari di Vico e di Ischitella, con “violenza e crudeltà e ferocia”, dicendosi proprietari del lago.

 “ E pure non era tutto. Come se non fossero stati troppi i guai creati dai feudatari alla immiserita popolazione, sorsero altri padroni: i monaci di Santa Maria di Tremiti e San Nicola Imbuti” che vietarono anch’essi ai pescatori di Cagnano di pescare in prossimità del loro lido. (Relazione Bosna, archivio Cagnano Varano)

Il diritto agli usi civici fu riaffermato dalla Commissione feudale presieduta da Zurlo nel 1809-1810, dopo che furono cancellate le leggi della feudalità e, insieme ad esse, estinte tutte le cause pendenti tra signori feudali, ecclesiastici e università dei cittadini, volte a privare i pescatori di tali diritti. E, come recitava il primitivo decreto del sovrano angioino, gli uomini di Cagnano e di Carpino riconquistarono l’atavico diritto di pescare nella acque del Varano.

Il lago, come ben sapete, oggi, appartiene a tre Comuni: Cagnano, Ischitella, Carpino. I tre quarti della superficie lacuale insistono nel territorio di Cagnano, mentre nelle acque del lago che cadono nel territorio di Ischitella i diritti di pesca si esercitano nel fiume Varano e nelle paludi adiacenti. In agro di Ischtella però esistono anche privati cittadini proprietari della acque. Le competenze sulla gestione-concessione-uso del demanio delle acque interne passarono poi alle regioni (Legge regionale 1998) che possono affidarle in sub concessione ai comuni interessati.

Un’economia integrata

Della risorsa lago sin dal lontano passato non hanno tratto vantaggio solo i pescatori, bensì anche gli agricoltori (che guadagnarono terreni dopo la bonifica e coltivarono ortaggi, agrumi, olivi, e prima ancora cotone, lino e canapa), gli artigiani (cestai e panarale che facevano le provvista di canne e giunchi lungo le coste), i pastori (che abbeveravano i loro animali nelle sorgenti ai piedi del Varano, li alimentavano con  le paglie,  lavavano le greggi a lu Vagnature prima di tosarle), i commercianti (che vendevano pesce fresco e conservato, bottarga e uccelli acquatici), le tessitrici (che lavoravano il lino, macerato nei pozzetti scavati lungo le coste di Bagno di Varano, o il cotone), le donne retaie (che lavoravano le reti), … e persino i medici, che curavano le persone affette da alta pressione ricorrendo alle “sanguètte” pescate “nda li curse”. Il lago nel tempo è stato dunque produttivo dal momento che ha permesso la pesca di pesci e folaghe, le industrie di essiccazione e conservazione di alcuni pesci, la macerazione del lino, la raccolta di giungo e canna, l’allevamento dei mitili. Si è però trattata di un’economia a mio avviso di sussistenza. 

I sistemi e i luoghi di pesca

I pescatori negli ultimi quattrocento anni hanno esercitato la pesca in genere da posta lungo le rive allo stesso modo di un’azienda agricola familiare. I cambiamenti che hanno riguardato le trappole, i materiali, i luoghi, i mezzi della pesca sono stati lievi e incentrati sulla cattura. Con il tempo sono riusciti, infatti, a progettare “ordegni da pesca”, sempre più capienti, tra tutti il “lupo”, l’equivalente di 20-30 bertovelli, sostituendosi ad essi. Dalle reti e bertovelli di cotone, che prima si facevano in gran parte a mano, impegnando anche le donne “retaie”, sono passati alle reti di nylon, di plastica, più grandi, più cieche e quindi più distruttive.

Con il tempo sono cambiati anche i luoghi della pesca: se, prima del Novecento, i pescatori fissavano le trappole nel circuito del lago senza raggiungere il largo, come si nota dalla carta della Commissione feudale del 1811, dagli anni Sessanta del secolo scorso in concomitanza con il boom economico e la meccanizzazione i pescatori si sono spostati al largo e verso l’isola Varano.

 C’è stato però anche un altro evento che ha mosso i pescatori ad abbandonare le zone del Fischiale e di Bagno, che i pescatori raggiungevano ogni giorno facendo i pendolari: il decollo della mitilicoltura.

L’allevamento dei mitili, introdotto nel 1925, sembrava promettente, producendo cozze gustose, nonostante non avessero il sapore marino, dalle dimensioni più grandi di quelle di Taranto. Balani e teredini, però, distrussero l’industria.

Nelle acque prospicienti la zona dell’isola Varano, più prossime alle foci le acque e quindi più salmastre le cozze nere crescevano meglio. Fu così che un buon numero di pescatori, seguiti dalle rispettive famiglie, si spostò verso Capojale,  Zappinello e Valvanedda.   

Nella zona dell’Isola c’era terra libera, i pescatori la occuparono, si costruirono una modesta torre utile per deporre gli attrezzi, per non farsi “mangiare” dalle zanzare e per trascorrervi la notte quando con i venti fastidiosi riusciva difficile la traversata e il ritorno a Cagnano. I pescatori bonificarono le terre, le riconquistarono all’agricoltura, spinti anche dal bisogno di integrare, così lavorando a terra nei giorni ventosi e coltivando di che mangiare. Occuparono la terra abusivamente, per necessità, guadagnandola palmo  a palmo, con grande fatica. Oggi a quei pescatori si chiede di riscattare la terra occupata, pagandola 10 euro circa al metro quadro.   Un prezzo elevato!

Dal sandalo spinto a mano, utilizzando la forza muscolare, i pescatori passarono al sandalo a motore. Il Moscone, fu il primo che ha solcato le acque del Varano. Era la fine degli anni Cinquanta e fece tanto spavento da essere denominato “il mostro”- come ci è stato confidato dal pescatore Pietro Coccia, stimolando i pescatori a colonizzare l’Isola. Di lì a poco altri pescatori avrebbero sfidato il mare. La prima motobarca- informa Michele Iannone- fu di mio padre nel 1962.

La metodologia della pesca, però, è rimasta quella di sempre, mutuata dall’agricoltura di sussistenza, secondo la quale il pescatore accontentandosi della “raccolta”, ha prelevato dal lago quel che gli offriva, senza preoccuparsi della semina, né di passare dalla fase di predatore e raccoglitore a quella di allevamento.

 

CONVEGNO 8 GENNAIO 2009, RELAZIONE LEONARDA CRISETTI (CONTINUA)

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Pubblicato da su 12 gennaio 2010 in convegni

 

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