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La triste agonia dei capidogli piaggiati sull’Isola Varano

18 Dic

 

 

Il Gargano che dorme in questi giorni è scosso da un evento straordinario: lo spiaggiamento di un branco di capidogli nel Gargano nord, di fronte al Varano. Un fatto inusuale e drammatico che preoccupa Greenpeace, accende l’interesse dei curiosi e soprattutto della comunità scientifica, che non si spiega perché mai un discreto numero di individui abbia deciso nello stesso momento di venire a morire su una nostra spiaggia. Tra le probabili cause: il disorientamento provocato da esercitazioni navali o da prospezioni acustiche per la ricerca di petrolio. C’è invece un biologo marino che avanza l’ipotesi di un disorientamento provocato dalla tempesta. I capidogli – spiega- sono mammiferi che si muovono emettendo onde sonore. Grazie ai sonar biologici, questi cetacei riescono a comunicare e anche a identificare ostacoli. Vanno a caccia di calamari giganti fino a mille metri di profondità, dove manca la luce. Probabilmente i capidogli, provenienti  dal Gargano orientale (Vieste) e dirigendosi verso il nord o il centro Adriatico, si sono imbattuti negli impianti dei mitili prospicienti l’Isola Varano, a 2-4 km dalla costa e profondi 13 metri, profondi pressoché come l’altezza dei capidogli, spinti dal bisogno di cibo e confusi dalle acque torbide, arenandosi sulle nostre spiagge, dove la planimetria è bassa. Complici la stanchezza, la fame, la tempesta, i venti da nord che alitavano da diversi giorni, le numerose reste di mitili ivi presenti. 

 

 

Ad avvistare  i capidogli, alle prime ore pomeridiane di giovedì 10 dicembre, sono stati alcuni pescatori di Cagnano Varano, scorgendoli tra i marosi lungo l’arenile di Isola Varano. È questa una lingua di terra lunga 11 km e larga da 600 o 800 m, che separa e al contempo collega la laguna di Varano al mare Adriatico, tramite i canali di Capojale (all’estremo lato occidentale) e di Varano a Est. A debita distanza dalla costa sono gli impianti di mitilicoltura che da qualche decennio costituiscono il fondamentale sostentamento dei mitilicoltori locali.

 

I capidogli, adagiati sul fianco, a 10-20 m dalla riva, sin dalla prima sera mostravano segni di sofferenza: le narici sottacqua, il diaframma schiacciato, gettavano, infatti, a fatica spettacolari spruzzi di acqua.   La respirazione era resa difficile dalla loro postura e dalle flessioni che il corpo era costretto a compiere per respirare. Sono quindi infine morti, perché stanchi di lottare.

 

Purtroppo nella zona in cui sono arenati, compresa tra la località Centroisola (comune di Cagnano Varano) e Bufalara (comune di Ischitella) – come nella restante area – i fondali non sono alti, tant’è che fino a 30-50 metri dalla riva la loro altezza non supera in genere quella d’uomo.  Per contro, la mole e la lunghezza dei capidogli, che si muovono flettendosi  dal basso verso l’alto per riempire a ritmi pressoché costanti i loro polmoni di aria, richiedono fondali profondi come gli oceani, dove possono nuotare fruendo degli spazi necessari a corpi che pesano diverse decine di tonnellate e hanno lunghezza dai 10 a 15 metri e oltre.

 

I giovani pescatori hanno prontamente allertato le autorità. Qualche temerario ha pensato ad un pronto intervento, spogliandosi e dirigendosi verso i capidogli. Il mare in burrasca e la penuria dei mezzi lo ha fatto infine desistere, vanificando ogni tentativo di far indietreggiare i cetacei. Fortunatamente due di essi hanno ripreso il largo. Per i restanti, è stata la fine, una lenta, lunga e straziante l’agonia.

 

Forze dell’ordine, autorità locali, folle di curiosi, biologi e ambientalisti sono giunti da ogni dove, per motivi variegati, nutrendo dentro di sé la speranza di poterli salvare.

 

“Mai si è visto tanto movimento- mi confida domenica 13 dicembre Giuseppe Bocale – direttore del Centroisola, ristorante di riferimento dei ricercatori e della stampa. Neanche nei giorni di agosto abbiamo visto tante macchine in questa zona”.

 

In effetti è sembrato di assistere ad un pellegrinaggio: uomini e donne, vecchi e giovani, bambini e bambine, in coda ordinata e discreta, per vedere, catturare, immortalare con una digitale, una videocamera o con il proprio cellulare lo spettacolo sicuramente non edificante dei capodogli, soprattutto dopo che erano morti.

 

L’abito a lutto, la massa imponente e gommosa (per lo spesso strato di grasso), la bocca spalancata da cui fuoruscivano i numerosi bianchi denti, la pinna caudale accasciata sulla sabbia, qualche ventre esploso. Uno spettacolo raccapricciante, che forse andava proibito ai bambini.

 

Le forze guardie municipali e i carabinieri di Cagnano, che presidiavano parte dell’area interessata, non sono riuscite a far desistere i visitatori, che più avanti, dove non erano ancora in corso le operazioni di prelievo di materiale per l’autopsia, sono riusciti a passare e a raggiungere la spiaggia, attraverso le strade spartifuoco che tagliano verticalmente a distanza regolare l’isola Varano, popolata dalla odorosa macchia mediterranea: pino marittimo, eucaliptus, rosmarino, asparago e ginepro.

 

Ciascuno dentro di sé, credo, lamentava la propria impotenza. Le istituzioni locali e nazionali hanno dimostrato di non essere in grado di fronteggiare emergenze simili. L’eutanasia è stata scartata dalla ministro all’ambiente, perché – si legge –  l’Italia non dispone del vaccino indicato nella dose necessaria. Strana motivazione nel mondo globalizzato come il nostro, dove i mezzi di comunicazione e di trasporto si distinguono per la loro celerità! sicuramente gli S.O.S. lanciati non sono state amplificati.

 

E ora che i cetacei non sono più vivi, intorno ai tavoli tecnici, i rappresentanti delle istituzioni s’interrogano su dove seppellire i capidogli, sull’incenerimento delle parti molli, sulla possibilità di tagliare i corpi a metà, sui musei cui consegnare gli scheletri – ammesso che si riescano a recuperare-, sui costi che l’operazione richiede.  

 

Per taluni ricercatori, scartate le cause naturali, che non spiegherebbero la presenza del fenomeno una tantum (si ricorda che un evento simile si è verificato nell’Ottocento), a uccidere i capidogli dovrebbero essere state cause artificiali e precisamente umane, riconducibili forse all’inquinamento chimico  elettromagnetico: la presenza in mare di suoni ad altissima intensità, attività navali o di ricerca di idrocarburi gasolio o petrolio in particolare. C’è chi ipotizza analogie con gli esperimenti sonar militari in Grecia, chi parla di interferenze causate dalle strumentazioni militari adoperate nelle operazioni di addestramento tra le zone di Termoli e Lesina. C’è chi parla di virus e di intossicazione e chi di disorientamento, cui non deve essere stata estranea la causa della tempesta e dello stress.

 

Per uscire fuori dal dubbio, in ogni caso, occorre attendere i risultati delle autopsie, mentre, per prevenire e gestire situazioni come questa, occorre una task force che operi a livello di Ministero dell’Ambiente, dato che oggi è toccato ai cetacei e domani potrà interessare altre specie a rischio di estinzione. 

 

  
 

 

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Pubblicato da su 18 dicembre 2009 in notizie di cronaca

 

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