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Il “presepe”, metafora della sacralità della famiglia

09 Dic

 “Ccom’è bbèlle o ppresépeje!”

 

Approssimandosi il Natale mi sembra opportuno rievocare i valori sottesi nella tradizione del Presepe, metafora della sacralità della famiglia, soprattutto alla luce del fatto che questa importante comunità sociale che ha il compito precipuo di educare i figli, socializzando valori, comportamenti, costumi e tradizioni attraverso l’affettività, sembra oggi più in crisi del solito.

 

Le cause sono molteplici rinvenibili soprattutto nel mutamento della famiglia a livello strutturale, diventando sempre più ristretta e monogenitoriale, e delle sue funzioni, semplificandole, delegandole alla scuola o ad altri servizi sociali. Con la conseguenza che i figli sono sempre più soli e i genitori sono in genere i grandi assenti, e,  quando ci sono, la loro presenza risulta asfissiante e iperprotettiva.

 

Lo farò ripescando i punti salienti della drammatizzazione prodotta qualche anno per il gruppo delle “Gemme de Gargano iunior” allorché parteciparono al concorso bandito dalla FITP (Federazione italiana Trasizioni popolari). Il tema proposto dall’associazione “Il fanciullo e il folclore” riguardava “Il presepe come immagine della tradizione locale”.

 

 Ideata la storia, ambientata naturalmente nel centro storico di Cagnano Varano,  assegnati i ruoli (della Madonna, San Giuseppe, la nonna, la mamma, il figlio, il pescatore, il calzolaio,…), ciascun ragazzo ha avuto modo di entrare nel contesto della tradizione, assimilandone i linguaggi, gli strumenti,  i piatti tipici, i valori, i comportamenti.

 

I ragazzi hanno riscoperto che il sé della comunità di Cagnano [come di ogni comunità] è un racconto a più voci, narrato da quella cerchia di persone che ognuno di noi ama o su cui può contare. Racconto decisamente rassicurante, utile a radicare i bambini nel contesto. I fanciulli hanno, dunque, vissuto un’esperienza che li ha coinvolti sul piano socio-emotivo, emozionandosi e imparando a rispettare le regole, e sul piano cognitivo, assumendo elementi di conoscenza che sicuramente si tradurranno in pratica e orienteranno il futuro della loro esistenza.

 

Siccome la narrazione del Natale attraverso la realizzazione del Presepe, può rappresentare la strategia utile alle nuove generazioni per appropriarsi del vissuto antropologico della propria comunità, ovvero del Sé collettivo, mi sento di proporla a tutti gli educatori, sia docenti, sia i genitori. “Lu presepji- per parafrasare P.  De Filippo– jè bbèll!

 

“Il presepe come immagine della tradizione locale”

[tratto da] testo di Leonarda Crisetti e Gianni Cerrone

 

Narratrice- A Cagnano, un paese del Gargano nord che vive della civiltà contadina e di quella della pesca, già dal 25 novembre fervevano i preparativi del presepe quasi in tutte le famiglie. C’era in passato l’usanza di ammazzare il maiale, proprio come ricorda il detto “Lu sèje jè sande Necola, lu tridece Sanda Lucia, lu vendecinghe lu Redendore, accedime lu porce senza avè delore”. Era, infatti, costume di allevare un maiale, il quale in fondo si sosteneva da sé, ripulendo persino le strade, per cui non incideva sostanzialmente sul bilancio familiare, creando però qualche problema con il vicino.

 

Rosa- Compare Michele, di chi è ‘sto maiale?

Michele-  è mio, commà, perché?

Rosa- E non vedi cos’ha combinato!

Michele- Comare Rosa, po’ di pazienza, come sai, lo alleviamo per aver un po’ di abbondanza per Natale.

Rosa (irritata)-  Embé, tu vu la grascia e jì me tené ‘ssa zuzziia! Te pare bbèlle, mbà Mechè?

Michele- Mamma mia, statti zitta! (Allontana, poi, il maiale): Prù -tè- tè!

 

Narratrice- Il Natale religioso in passato era decisamente più sentito creando un’atmosfera e una devozione ignota ai giovani d’oggi. La preparazione del presepe impegnava tutta la famiglia sin dall’Immacolata. I ragazzini si recavano nei terreni a “muritch” (a nord), dove era possibile trovare del muschio per tappezzare il presepe, raccoglievano qualche rametto di ulivo da collocare qua e là. Poi andavano alla ricerca di carta per fare le montagne,e di cartone per costruire le casette. Non di disponeva di danaro utile per comprare le statuine, ma quelle essenziali non dovevano mancare. Sulla grotta una stella illuminava la strada ai magi e a chi giungeva da lontano. In terra uno specchio d’acqua per ricordare il nostro lago di Varano e  la “Sciumara” per indicare il nostro torrente. […] Il 15 dicembre per il paese “ggerava lu bbanne’” e il bandaiolo a suon di tamburo annunciava la novena di Natale. La mattina presto dal giorno 16 al 24, richiamato dal suono delle campane quasi tutto il paese gremiva la Chiesa Madre per partecipare alla novena. I nonni intervistati ricordano con nostalgia i fervidi preparativi, le faccende in cui erano impegnati grandi e piccini. A casa della nonna spesso nell’unica stanza trovavano posto figli e figlie, generi e nuore, nipotini e cugini, perché le famiglie di allora erano più numerose e più unite soprattutto nei giorni di festa.

 

Nipoti- No’, no’… Nonna, no’!

Nonna- Come siete belli.  Venite, venite da nonna! Avete fatto il presepe?

Nipote 1 (soddisfatto)- Si nonna, quanda jè bbèlle lu presépeje!

Nipote 2 (corrucciato)- A noi mancano i pastorelli!

Nipote 3 (triste)- E a noi  San Giuseppe!

Nonna (seduta, tira fuori dal petto un fazzoletto arrotolato alcune monetine) – Prendete, andate a comprarli.

Figlio (rivolto al nonno) – Ta’, che cosa fai?

Nonno – Ce strappa la vita! Quando mi sento meglio vado all’orto, quando no, resto in casa. 

Carmela (rivolta verso la mamma)- Mamma, che fai! (vedendola impastare acqua e farina, aggiunge): Uhè, ma tu sta sembe nfacennata!

Nonna- Che dobbiamo mangiare il pane duro. Arriva Natale e ci vuole il pane fresco!

Carmela- Perché non mi hai mandata a chiamare? A trumbà ce vo’ lu putère!

Nonna- E che ci pensiamo a fare! Ora è fatta.

Teresa (entra la nuora)- Ma’, per la via si sentiva un profumo …

Nonna-  Sono già diversi  giorni che la gente prepara dolci.

Marietta (figlia)- L’amma fa pure nuja nu pare de crùstele e  de scartellate?

Nunzia – Ma sì, che ci vuole?  E giacché ci siamo, perché non facciamo anche li pezzarèdde? Mamma la massa la tè.

Figlie – Sì, sì!

 

Narratrice. Mentre le donne erano affaccendate nella preparazione della pasta e del pane casereccio e dei dolci, il nonno intratteneva i più piccoli con qualche gioco tradizionale.

Nonno- Pède, pède, pedugne, e lu mèse d’ ggiugne, la catrenèlla qualla jè, lu cuppine e la ciucchiara, la furcina e la scodella, tira lu pède tira e tò, tira lu peède Maste Andò. Tira!

Nipoti  (si divertono un mondo)– Ancora, ancora, nonno!

Carmela  (alla sorella)– Teresì, Sande Martine ogne crustele pèsa mèzze chile. E falli cchiù picculi!

Nunzia (ne taglia uno più piccolo e lo mostra )- Va bene così?

Teresa (mettendo un crustolo in bocca a Carmela)- Statte citte. Assaggia, te’!

Carmela (riprende la sorella perché frigge con troppo olio) – Mariè, e che tenime li mezzane!(le mezzane sono tenute ulivetate]

Nonna- Carmè, Teresì, Nu’, venite, il forno è pronto, sennò  la massa ce scr’scenda!

 

Narratrice- Carmela, la primogenita, dopo aver ripulito il piano con  lu munele e ammucchiato i carboni al lato sinistro della bocca del forno, svuota in fretta, l’uno dopo l’altro, sei cesti di massa su una grossa pala, avendo cura di far entrare tutte le pagnotte. L’odore buono del pane e quello dei dolci si espande nel monolocale e per le strade, alimentando l’attesa. I bambini ora sono tutti vicini al nonno che sta narrando la paraula de Vungulicchje.

 

Nonno- Ce stèva ‘na vota, n’òmmene che teneva nu figghj pìcculu pìcculu, ccome nu vunghele. Lu chiamavene Vungulicchj. …

 

Narratrice. La sera prima della vigilia di Natale si assisteva allo scambio dei doni: i pescatori regalavano le anguille della laguna di Varano, i pastori donavano formaggi,. Chi era a lutto non faceva dolci. Ed erano i vicini a prendersi cura di lui. In casa qualche artigiano arrotondava le entrate con qualche prestazione in più, come ad esempio il calzolaio: “ lu scarpare, ticch- tticch’, ne gnè povere, ne gnè ricche, iè rricche lu scarpare nda li jurne de Natale”. La sera della vigilia, dopo aver cenato, come prescrive la tradizione con li gnidde pe li sinepe, ogni famiglia prendeva nu tezzone acceso dal focolare e si avviava verso la Chiesa Madre. Qui i maschi si sedevano a sinistra della navata, alla vija d’ la Madonna de li Grazije, le donne alla destra, alla vija de Sand’Andoneje. […]

Terminata la funzione religiosa, i giovani formavano due file, lasciando passare in mezzo le donne, con la speranza di poterle sfiorare. Ognuno, poi, riprendeva lu tezzone e ritornava a casa, sistemandolo accanto allu rocchje. Il ceppo acceso era di buon auspicio per tutta la famiglia. Il fuoco, infatti,  è simbolo di luce e Gesù è la luce delle genti volta ad illuminare il cammino degli uomini.

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Pubblicato da su 9 dicembre 2009 in etnografia garganica

 

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