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CONTRIBUTO PER SCHIAMAZZI 11/10/2009, Intervento di LEONARDA CRISETTI

21 Ott

L’EX CONVENTO DEI PADRI RIFORMATI FRANCESCANi  E I TESORI GARGANICI DIMENTICATI

  

Cenni storici del convento

Nel 1724[1], quando si gettano le basi del convento dei padri Riformati francescani, l’abitato di Cagnano, è già fuori le mura da oltre un secolo e mezzo; si è sviluppato lungo Via Coppa e Via Mercato (oggi Corso Giannone), laddove a inizio Novecento si faceva la fiera del bestiame, lungo Via Media e Largo dei barbieri (oggi Corso Roma),  e lungo il Casale (oggi corso Umberto).

Vi sono, inoltre, le chiese di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio e di San Giovanni, entro le mura, e altre 10 chiese fuori le mura, tra cui San Cataldo e Santa Maria degli Angeli alias Santa Maria delle Grazie, con l’altare dello stesso titolo (Appendix Synodi sipontinae, 1678) . Ed è qui che secondo me vanno rinvenute le primitive tracce del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa al convento nel 1753, se non addirittura prima ancora, nel XIII secolo, dato che un documento del 1734 dice che fu voluta da Padre Santo Francesco e che poi andò in rovina.

Nel Settecento, Cagnano si lascia alle spalle un periodo di catastrofi, segnate da una serie di terremoti (ben 4 nel Seicento), e di miseria, come attestano i censimenti, che tra 1669 e 1779 vedono finalmente triplicare la popolazione.Terra povera praticamente svenduta a GIulia d’Aiello che l’acquista nel 1628 al prezzo di 10.000 ducati, contro i 38.000 serviti  circa cento anni prima ad Antonio Loffredo , per l’acquisto del feudo Cagnano-Carpino.

Dunque, quando nel 1724 il convento nasce, ci sono già intorno già delle case e degli orti, ed è cinto da muro che racchiude due versure di superficie (25.000 mq circa). L’orto del convento dei Padri riformati francescani confina con via delle Grazie, Giro esterno e Palazzo Pepe.

Ne l 1734 il convento non è ultimato, ma già vi dimorano 6-7 religiosi e promette di essere “uno dei più buoni e belli conventi della provincia. “È pur anco disegnato il giardino, assai comodo, e di buon sito, ma non è ancora ammurato, essendo il tutto imperfetto, ma vedrassi di perfettissima semetria” (padre F. Arcangelo di Montesarchio). Nel 1753 al convento è annessa l’attuale Chiesa di Santa Maria delle Grazie, innalzata su un rudere preesistente.

Nel 1809, quando G. Murat, chiede ai rappresentanti delle comunità l’inventario dei beni degli ordini monastici e  conventuali, in vista delle loro soppressione, il complesso risulta formato: da un orto ammurato e arborato con circa due versure, una mula d’imbasto che non si riesce a trovare, qualche arredo sacro in argento, le statue di San Pasquale e di Sant’Antonio (Inventario sindaco A. Sebastiani, luogotenente C. M. Giornetta, arciprete M. Troia e testimoni)

In base all’inventario di Di Giuva  del 1811, invece, i Beni mobili e immobili del convento risultano così costituiti: 35 volumi della biblioteca dei frati; 20 stanze di lamia finta; 4 corridoi (di cui tre corrispondenti) e un quarto che forma una loggia coperta; Piano terreno con cucina, locale del fuoco comune, refettorio, piccola chiesa con 2 altari, una chiesa più grande con 7 altari (di cui uno con statua in pietra di s. Giuseppe), un chiostro al centro con cisterna, un muro che include l’orto con 27 alberi di fichi e 7 alberi di “amendole”.

Nello stesso anno l’intendente Charron ordina la soppressione del convento, nonostante gli amministratori si oppongano, sostenendo la tesi che fu finanziato dal signore del luogo e dal popolo, ritenendolo  utile, perché istruisce, evangelizza, assiste i moribondi, potrebbe, inoltre,  ospitare una scuola per fanciulli. Si ritiene di dover conservare la piccola chiesa annessa al convento e di praticare il culto, perché “a San Pasquale e a Sant’Antonio il popolo ha grandissima devozione”.

Dopo la breve parentesi del 1815, allorché, a seguito della Restaurazione il convento fu riaperto, nel 1866 è chiuso definitivamente. Nel frattempo gli amministratori del paese continuano a perorare la causa dell’apertura. Il sindaco Gennaro De  Monte, nel 1860, scrive che questa casa religiosa debba essere aperta, considerata la sua utilità per la comunità che avrebbe potuto incivilirsi e “mettersi a pari con altri comuni del regno”. Sostiene che il convento appartenga al municipio, non allo stato, perché si mantiene sui contributi della comunità, che spetta perciò all’ente locale assumere decisioni. Aggiunge che i frati non vanno scacciati perché così facendo si genererebbe un malcontento nella popolazione. Ritorna sull’argomento nel 1863, sempre dopo  l’unità, adducendo la motivazione che i frati con la loro opera concorrono all’educazione morale, civile e religiosa della popolazione. “Con la predicazione possono più degli altri ammaestrare la classe ignorante piena di pregiudizi, istruirla ai principi della fede cristiana e incamminandola verso il progresso e la civiltà.

Nel 1867, in ogni caso, è la soppressione. Il centro economico del paese è ormai fuori dalla Terra vecchia, nel Casale. Il consiglio Giornetti  delibera di acquisire l’ex convento e utilizzarlo come sede della vita civile e amministrativa, di adibire i locali per gli uffici di guardia nazionale, prefettura mandamentale, carcere, scuola; di salvare la chiesa “attesa la ristrettezza dell’unica chiesa parrocchiale al numero della popolazione”. Nel fare richiesta al prefetto e la procuratore del re, fa presente che i R.D. del 1813 e del 1816 concedono il  monastero agli usi pubblici del comune, che i cittadini fanno ritornare i monaci ma i diritti dominicali del comune con cessano, che l’ente non ha smesso di investire per il mantenimento dello stabile. In attesa della sovrana concessione, che si facciano, dunque, accomodare la parte dell’ex convento destinato a uffizio municipale e i bassi (posti ad oriente), occupati “per servizio di magazzino del grano e guardia nazionale”,  di occupare temporaneamente i locali del piano superiore.

Si spianano, quindi, via delle Grazie e il Limitone intorno la monastero. Si decide l’inizio dei lavori di sistemazione del tetto, locali, dei lapidari delle porte, dei mobili di segreteria. Delibera di affittare la cisterna e gli orti, di acquistare la libreria dei frati (200 lire), di costruire la “calcaia” per fare la provvista di calce, di ridurre i vani del convento a pretura per avvicinare questo ufficio alla segreteria, sin dal 1865 sita nel convento, di far riparare gradinata, corridoi, condotti d’acqua, tettoia, di fare riempire le sepolture dell’ex convento per motivi igienici, di far livellare la strada dal palazzo de Monte al convento dei Padri Riformati francescani, essendo piena di rocce e sassi sporgenti. E siccome qualcuno vuole appropriarsi dello spazio pubblico antistante il convento, lo stesso consiglio delibera di non far costruire fabbricati in largo Municipio: “non v’ha punto più bello del nostro paese di quello che noi chiamiamo con la nuova denominazione Largo Municipio, quel largo che, appunto, non so come e perché, si voglia riempire di fabbricati” A. Giornetti, 1873). Nel 1879, il consiglio Brancaccio pensa di far sistemare 4 stanze “per ospitare qualcuno ad interesse dell’amministrazione dato che il paese difetto di locanda.

Nel 1876 un frate è ancora in convento, a insegnare a leggere e a scrivere ai fanciulli, insieme all’asistente. Nicola De Monte informa che nel convento hanno  dimorato padri ragguardevoli per dottrina e virtù, tra cui i cagnanesi P. Vincenzo Maccherone, Giuseppe di Miscia, Federico Jacovelli, Padre Luigi (“il molto reverendo dott. in sacra teologia, morto compianto da tutti nel 1848”).

Nei decenni successivi nel nostro municipio, ex convento dei Padri riformati francescani, vengono eseguiti altri interventi di mantenimento e adattamento. Si pensa di mettere a dimora due file di alberi tra Largo chiesa di San Cataldo e municipio, giacché in tale zona “sotto la canicola dei mesi di giugno, luglio e agosto, è un vero deserto d’Africa”(L. Pepe, 1902).

Nei locali dell’ex convento, la funzione amministrativa è  esercitata pressoché ininterrottamente fino al 1995, allorché è evacuato sia perché pericolante, sia perché è pronta la nuova sede del municipio. Dal 1995 è chiuso in attesa di restauro. “Ci si augura che venga riattivato presto – scrivevo nel 1999 – per poter mostrare a tutti la sua storia e la sua bellezza”. Tanti gli usi possibili: sala studio, sala conferenza, sala mostre, museo civico, biblioteca, luogo d’intrattenimento culturale dei giovani, … .

I progetti abortiti

Dagli anni ottanta del secolo scorso sono stati elaborati 2 progetti di restauro e recupero: il primo 1988  (arch. Muciaccia e Fatigato), della Regione Puglia, non ha avuto seguito forse perché agli amministratori non interessava più restare nei locali dell’ex convento, dato che era pronto il nuovo palazzo di città. In ogni caso i 200 milioni di lire (primo stralcio) sono andati persi. Il secondo progetto (n. 192) curato dalla Comunità Montana del Gargano, parla di “Lavori per il recupero funzionale dell’ex Convento di San Francesco nel Comune di Cagnano Varano: di riparazione danni e rifunzionalizzazione stativa, di miglioramento ed adeguamento sismico. Il progetto preliminare approvato e pubblicato il 23-07-2007, porta la firma dell’arch. S. Gatti, studio di Foligno (Pg). Richiama lo studio di fattibilità del 2004 con l’impegno di spesa di  € 1.309.955.43 e l’approvazione del 2006, con un impegno di spesa di  € 500.000.00 circa. In data 1 /10/2008, il comune di Cagnano concede il permesso di costruire nei locali dell’ex convento alla comunità montana del Gargano per il cosiddetto “reupero funzionale”. Intanto è passato un altro anno e tutto tace.  Questo dice la storia, e noi siamo qui a perorare a causa del restauro e apertura dei locali dell’ex convento, ricordando, con G. De Monte, che la popolazione  “non può guardare con occhio asciutto la dissoluzione delle opere di pietà dei loro antenati e che invece amano di vederle conservate.” 

 


[1] La data si legge su una della colonne del porticato.

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Pubblicato da su 21 ottobre 2009 in convegni

 

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