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In Michael Osiride, Mithra, Asclepio

28 Set

 

Il 29 settembre si celebra la festa di San Michele. L’altra giornata dedicata all’Arcangelo è l’8 maggio, come vuole la tradizione garganica. La ricorrenza mi offre lo spunto per riflettere con voi sulla figura di Michele, l’arcangelo venuto dall’Oriente per convertire al cristianesimo chi era ancora abbarbicato ai culti pagani, il santo che muove tutt’oggi milioni di fedeli all’anno verso i santuari a lui intestati, presenti nel Mezzogiorno d’Italia come nel Nord e nel Paesi d’Oltralpe.

La finalità, che animava i pellegrini di ieri, spingendoli a lasciare la sicurezza della propria casa e ad affrontare le insidie del viaggio, è la stessa che muove i figli della civiltà tecnologica e conoscitiva: la ricerca del sacro.

L’arcangelo, figura interessante e molto significativa per le genti di Capitanata e del Gargano, svolgeva molteplici funzioni, assicurando la salute psicofisica individuale e collettiva. Secondo l’opinione popolare, Egli aveva sotto controllo la luce, il sole, i terremoti, faceva profezie, allontanava dall’uomo e dal suo gregge ogni infermità, assicurava la fertilità, pesava e conduceva le anime nell’Aldilà.

Michele era, perciò, venerato, invocato e bestemmiato: quando la terra tremava, quando si spegneva la luce, quando non pioveva, quando c’era la peste, quando si era ammalati, quando si era in punto di morte.

Le funzioni dell’arcangelo erano le stesse prima svolte da altri esseri soprannaturali. Lo confermano i dati del convegno su “La Grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia” del 6-8 maggio corrente anno organizzato dalla Proloco, che ha alimentato dubbi e demolito qualche certezza. 

La grotta presenta tracce di culti giunti in gran parte dall’Oriente, quando al posto dell’attuale laguna di Varano era un seno di mare. La zona era, infatti, al centro di un continuo traffico culturale. Situata nel Gargano nord e protesa nell’Adriatico,  a 30 km. dalle Isole diomedee, già prima dell’Impero romano, la grotta di San Michele di Cagnano Varano dovette essere facilmente raggiungibile approdando  via mare.

 Il sito era inoltre accogliente per la presenza di sorgenti. L’ascesa alla grotta non dovette essere lunga, né faticosa, percorrendo la valle che in epoca medievale ha assunto il nome dell’angelo: Va Sand’Agna.

La caverna  è stata interessata dal fenomeno dei flussi migratori, di gente che giungeva sulle nostre coste per motivi commerciali, in tempo di pace, per trovare un rifugio, in tempo di guerra.  I popoli che migravano, stanziandosi nei nostri agri, sin da allora dovettero fare i conti con le popolazioni del posto e queste ultime a contatto con i sopravvenienti hanno dovuto mettere alla prova le proprie tradizioni, in qualche modo innovandole.

 Che la zona sia stata interessata al traffico culturale, quindi, cultuale, lo dimostrano i reperti disseminati intorno al luogo sacro, nella distanza compresa tra alcune centinaia di metri e trenta chilometri. Reperti rinvenuti negli insediamenti di Coppa Castèdde – la Casteddara (Bronzo), Vadoiannina (Bronzo), Masseria Iacovelli (Bronzo), Bagni di Varano (con presenze del Ferro e Paleocristiane), Cava la rèna (Ferro), Pineto e Avicenna del piano Cagnano-Carpino (con elementi di cultura greca, romana, longobarda),  Monte Civita e Niuzi di Ischitella (Ferro e Paleocristiana), Crocifisso di Varano (epoca romana e seguente); Jazzo Trombetta (Paleocristiana), San Nicola Imbuti (sicuramente medievale),  Devia (romano e medievale), … .

La grotta ai piedi del Varano avrebbe , perciò, dato stanza all’oplomanzia, al culto delle acque, alla divinazione. Il culto micaelico, di conseguenza, avrebbe assorbito quelli di Iside/Osiride, di Mithra, di Asclepio e di Calcante. In Michael sarebbe, dunque, la sincresi di culti precristiani.

Nella nostra grotta, ex mitreo, echeggerebbe la dottrina di Zoroastro (Zarathustra)  che assegna a Mithra il compito di uccidere il toro, figura leggendaria che attraversa i rituali e i miti di molti popoli, prestandosi all’opomanzia. Toro tuttora presente nella grotta di San Michele di Cagnano nella congregazione calcarea subito dopo la sacrestia.  Toro  protagonista della leggenda dell’ “Apparitio” di San Michele a  Monte Sant’angelo e dell’ “Apparizione” registrata a Cagnano. Toro scolpito sull’arco di San Michele, una delle antiche porte del centro storico del paese.

Che la grotta abbia dato stanza al culto di Mithra- ufficializzato nella Roma imperiale nel terzo secolo-  troverebbe conferma nella pianta dell’altare maggiore oggi intestata a San Michele, nella pila con acqua, nella campanella posta sull’arco, il cui suono richiamava i fedeli a ricomporsi, prima di entrare nel luogo sacro.   

L’Arcangelo presenta, in ogni caso,  molte affinità con le divinità con lo zoroastrismo. Egli, ad esempio, come Ormazd (il Signore Saggio dei persiani), giudica le anime dopo la morte e, come gli Ameshaspenta, esseri anch’essi spirituali, lotta contro il male. Male che assume le sembianze di Angramanius, l’arimanne che si oppone a Dio (Ahura Mazda), ricorrendo alla bugia per contrastare il bene.

Non è dunque un caso che il nostro San Michele, dopo aver duellato con il “diavolo” lo abbia infine vinto, schiacciandolo sotto i piedi, come vuole l’iconografia ufficiale, che mostra l’arcangelo dal volto delicato imbracciare arma e scudo, con il piede destro sul ventre di Satana e il sinistro sul petto dell’angelo ribelle. Un satanasso dalle orecchie appuntite, la fronte corrugata e la testa taurina.

A Mithra, noto anche “sol invictus”,  come a Michael, è stata riconosciuta la funzione di psicopompo, giudicando le anime “a peso”. Compito attribuito dagli egiziani a Osiride, Anubis e Serapide, dai norvegesi a Odino. L’iconografia presenta perciò anche la versione dell’arcangelo con la bilancia.  

Ai sassanidi di Persia è riconducibile anche il culto dell“ala di San Michele” che i devoti vedono nella congregazione calcarea dietro l’altare dell’Annunciazione e che qualche altro studioso rinviene sulla “pozza” d’acqua dietro l’altare maggiore.  

In grotta si praticava il rito dell’“incubatio”, che voleva venissero rilasciati responsi ai pellegrini, dopo aver ucciso un ariete ed essersi ricoperti con il suo vello. Si esercitava il rituale della guarigione utilizzando l’acqua, interpellando Asclepio, dio della medicina.  

E se per alcuni Asclepio (Esculapio) aveva il suo primo centro a Epidauro (Grecia), per altri, era nativo di Tricca, cittadina garganica distrutta da Diomede e avrebbe operato nella grotta di San Michele di Cagnano prima che in Grecia.  A sostegno di questa ipotesi  sarebbero – tra l’altro- i due altari presenti nella grotta sul Varano: il primo a sinistra di chi entra, che riporta in facciata un volto posto sopra un tozzo serpente, animale sacro al dio della medicina, nel quale si riteneva egli s’incarnasse, e il primo a destra, poi riconvertito nell’altare di San Raffaele, anch’egli con verga come Esculapio. 

San Michele è, inoltre, bello e luminoso come Apollo, interpellato nell’oracolo di Delfi, il dio dei greci e dei romani, patrono della profezia, della divinazione e della medicina. L’affinità Michele-Apollo emerge nell’iconografia e nelle leggende che li riguardano, e, se Apollo avrebbe ucciso in grotta un grande pitone o un drago che proteggeva il precedente santuario della Dea Madre, Michele nella nostra grotta avrebbe trafitto il diavolo tentatore, il toro (simbolo del paganesimo).

Michele ha gli attributi di Zeus tonante, del dio del cielo dei Lettoni, del dio Varuna dei Persiani, del dio della tempesta degli Ungari. Presenta analogie con Ermes (Mercurio), il dio messaggero protettore dei viaggiatori e dei mercanti.

Questo essere solare, che gli uomini continuano a vedere soprattutto quando sono prossimi alla morte, alla stregua di Zeus /Giove e di Hadad, il dio assiro-babilonese della tempesta, controlla le acque, il fulmine, la pioggia; come Poseidone, è responsabile delle tempeste e dei terremoti. Ecco perché i nonni lo implorano quando la terra trema. Come Pan, protegge i  pastori e la fertilità.

L’acqua, il serpente, il toro, la roccia, elementi ricorrenti nei rituali e negli antichi culti confluiti in epoca cristiana in quello micaelico, sono tutti presenti nelle leggende dei cagnanesi e dei garganici e soprattutto nella grotta di San Michele di Cagnano.

Nella nostra grotta è, dunque, un sincretismo religioso, risultanza di credenze e pratiche preesistenti al culto micaelico, con le quali il cristianesimo ha dovuto fare i conti, in parte inglobandole, in parte amalgamandosi ad esse, esaugurando, comunque, il luogo del culto. Perché se le divinità cambiano, il desiderio di sacro è eterno.

Per questo motivo siamo propensi a credere che la grotta di Cagnano, sebbene non abbia alle spalle un’organizzazione, politici, papi, vescovi o agenzie turistiche, continuerà ad accogliere fedeli, a stupire e ad assicurare la salute psicofisica dei viaggiatori, che vi giungono perché spinti dalla fede, da motivi antropologici, storici o naturalistici, o più semplicemente dalla curiosità. Alcuni devoti sono davvero entusiasti:

 

 “Bella, Bellissima! Però ci vogliono i segnali per poterci arrivare.”

Sono venuto alla grotta di Cagnano – non ricordo di preciso l’anno – colpito da quel respiro che Monte Sant’Angelo ha fatto perdere, il respiro di sana nudità. Bagnarmi in grotta alla presenza dell’Arcangelo, una sensazione stupenda che difficilmente si riesce a provare! Da allora ci ritorno, porto diverse persone a visitarla, nonostante i fari che disturbano la meditazione.”

 

 Si ha, dunque, motivo di alimentare grandi aspettative sulla grotta di Cagnano, una realtà dall’alto valore culturale, sinora poco apprezzato e forse volutamente negato, su cui bisogna fare luce. Ci si augura , perciò, che gli enti invitati al convegno passino dalla parola ai fatti, impegnandosi a pubblicare gli Atti e a investire nella ricerca, affinché il passato della nostra grotta venga fuori.

 

 LA TRADIZIONE ORALE

  L’ “Apparitio” di Monte Sant’Angelo narra:

“Un ricco signore di Siponto faceva pascolare i suoi numerosi armenti sulla montagna del Gargano. Essendosi un giorno smarrito uno dei suoi tori e non essendo riusciti a trovarlo i suoi mandriani, si mosse personalmente il padrone per la faticosa ricerca. Alla fine gli riuscì di rintracciarlo sulla vetta della montagna, inginocchiato sull’apertura di una spelonca. Eccitato dallo sdegno, scoccò una freccia contro il toro; ma questa rigirata su se stessa, anziché colpire il toro, ferì ad un piede il signore medesimo. In conseguenza dello straordinario avvenimento, il vescovo con la sua cittadinanza indisse un digiuno di tre giorni di pubbliche preghiere per ricevere lumi soprannaturali sullo strano avvenimento. Allo scadere del terzo giorno l’Angelo apparve al vescovo. Annunziandogli che egli aveva scelto al grotta per il suo culto particolare”.

 

A Cagnano, invece, si tramanda che

“Un giorno un pastore condusse le sue vacche a pascolare. Un bue scappò via veloce e s’infilò nella grotta attraverso un buco, senza potere più uscire. Il padrone fece molti sforzi per cercare di liberarlo, ma inutilmente. Improvvisamente vide prima una gran luce e poi apparire l’Arcangelo San Michele. Il pastore corse subito in paese per annunciare cosa era accaduto. Tutti i cagnanesi andarono in grotta per potere vedere l’Arcangelo. Allargarono il buco, cercarono di qua e di là: San Michele non c’era più. Trovarono, invece, le impronte del suo cavallo. Seguendo le orme del quadrupede fecero una sosta alla fontana di San Michele, dove l’Arcangelo si dissetò, quindi giunsero a do nLluise e infine – dirigendosi verso Monte Sant’Angelo – a la “puscina” di San Michele, dove l’Angelo trasformò una pozzanghera in uno specchio d’acqua. Arrivò infine a Monte Sant’Angelo, dove decise di rimanere.”

  

A SAN MARCO E A CAGNANO …

I pellegrini del Gargano – come scrive De Vita – nei loro racconti citano soprattutto tre grotte: quella di Montenero a nord di San Matteo (territorio di San Marco in Lamis), la grotta di San Michele di Cagnano Varano e quella di Monte Sant’Angelo.

La leggenda vuole che San Michele abbia lottato con Satana. Il duello tra l’arcangelo e il diavolo – secondo alcuni – “è iniziato a Montenero, dove c’è una grotta che sfonda tutte le montagne ed esce a Montesant’Angelo”.

Altri raccontano che  “San Michele la prima volta ha messo piede a San Marco e siccome ci stava già San Marco, ha deciso di andare via e si è trasferito a Montenero. Da qui è sceso dentro e si è trovato a Cagnano, dove è stato poco. Non gli è piaciuto il posto e se n’è andato, sotto per sotto,  a Monte”.

Narrando la leggenda del toro, una signora ha tenuto a precisare che “San Michele non è mai stato a San Marco. Stava prima a Cagnano e poi sotto per sotto se n’è andato a Monte. Ma a Cagnano ha lasciato le ali”.

Dalla tradizione orale, è possibile dunque inferire che la prima apparizione abbia avuto luogo nella nostra grotta e che probabilmente   le origini del culto micaelico andrebbero qui individuate.


 

 

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Pubblicato da su 28 settembre 2009 in etnografia garganica

 

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