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GARGANO LETTERATURA, intervento Leonarda Crisetti – continua

16 Set

Nel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.

 

Versione cagnanese  

 

Quarandasètte jurne sònghe state unèste

E cce so state pe fféde e ppe propòsete

E mmo che ssò menute li sande fèste

raggine de cre ce ne jèsce tòste.

Sàbbete sande sfèrrene li cambane

Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.[1]

 

A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:

 

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana

Mo nge fa l’amòre com’e pprima.

Mìttete ‘na crona longa mmane

E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.

Sàbbete sfàrrene li cambane

E allòra facime l’amòre com’e pprima.[2]

 

 

È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada,[3] oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.

 

A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:

 

Quarandasètte jurne jè la Quarèseme.

Non è ttèmbe cchiù de fa l’amre.

Mìttete ‘na crona jinde li mane,

decème uammarije e rrazione.

La matina che te jàveze da lu lètte,

vàttela sinde ‘na prèdeca devine.

Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane

Ce vedème arrète com’e pprime.[4]

 

Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane – una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale.

In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione – oserei dire- religiosa.  

 

àveza quidd’occhje, giuvinotte galande,

Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu.

Tu sumigghje a doi viole bianghe

O puramende a lu fiore de lu paravisù.

E guarda bellù, a chi ti rassumigghi?

A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu.

E guarda, bellu, a chi àssumigghiate?

Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.[5]

 

Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.    

 

Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari.  […]

 

 

 


[1] Sono stato onesto per quarantasette giorni/ lo sono stato per fede e perché me lo sono imposto/ ed ora che sono giunte le sante feste/ le ragioni del cuore si fanno sentire/Sabato santo squillano le campane/ è il giorno di Pacqa/ ci vediamo in chiesa. CFR. Canti e storie cit.

[2] Bella ora viene la Quarandana/ pora non si fa l’amore come prima/mettiti una lunga corona in mano7 e vai in chiesa ad ascotare la messa ogni mattina/Sabato suoneranno le campane/ e allora faremo l’amore come prima.

[3] Belli i versi di una poesia popolare sangiovannese che recita: “la voria la fracca/, la nfonne tutta l’acqua/ e jèssa persuasa venduleja”, nel mio saggio La Quarandanna … (vedi bibliografia).

[4] Quarantasette giorni è la Quaresima/non è più tempo di fare l’amore/mettiti una corona in mano/ recita l’avemaria e le orazioni/la mattina dopo che ti sei alzata dal letto/ vai ad ascoltare una predica divina/ Sabato santo sciolte le campane/ ci vedremo di nuovoi come prima. Cfr. Canti e storie cit.

[5] Alza quegli occhi giovanotto galante, che devo ammirare le bellezze del tuo viso. Tu somigli a due viole bianche o semplicemente al fiore del paradiso. Ehi, guarda, bello, a chi somigli? Alla sfera del sole, al fresco giglio. Ehi, guarda, bello, a chi somigliate? Alla sfera del sole , quando s’è levato. In Canti e storie cit.

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Pubblicato da su 16 settembre 2009 in etnografia garganica

 

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