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GARGANO LETTERATURA, 9 SETTEMBRE, intervento Leonarda Crisetti (estratto)

16 Set

 

 

Religiosità popolare a Cagnano Varano

 

caratteri della religiosità …  che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.” 

 

È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”.   Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale.  Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera. 

Vi condurrò – spero piacevolmente – sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.  Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.

 

 

Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto)

Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione:

1.      fanno parte delle nostre radici;

2.      costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare;

3.      sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione;

4.      offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato;

5.      appartengono anche al nostro mondo.

Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali.

Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa – sono interrelate. […]

La religione è quell’istituzione universale – per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici.    

Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale.  Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione.

[…] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”.

Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività.

Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi.

Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini.

[…] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi.

Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche.

A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio[1]. L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata”[2], c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno.[3] Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo.[4]  L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne – le fattucchiere – il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro!

Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie.  Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!”  Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa.

Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”.[5] A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. – “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.[6]

L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio.

Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza. 

“Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano – protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje[7] dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata – “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”.

Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità.

Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:

 

“San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne,

dimme Mechèle me penza, si o no?

 

Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine”[8] l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena.

Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio.

A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze.   Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta,[9] l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale.  Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.

 

 

Sije bbèlla ca duman’è ffèsta

L’Ascinzijne e llu corpo de Criste.

Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra,

mèna li fiori quanni passa Criste.

Tu li mini pi la mana dèstra

E lui li raccogli pi la sinistra.

Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste.

Ca sinnò ce mèna e la funisce.

 

La funisce e la

Nzia ma’ nzia ma’

Vola palomma

E cu la pampena ti risponde.

 

E funisce e vvola

Si la fiamma di lu core

Quanne ce à ddà luuà

Quanne lui pi ttè po’ stà.[10]

 

Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato.  [continua pagina succ.]


[1] Forma di superstizionre attribuita allo sguardo di certe persone iettatrici.

[2] Termine che potremmo tradurre con “maleadocciata” dal iettatore.

[3] Il rituale per scacciare il malocchio prevede – dunque- il segno di croce,  che tale segno sia ripetuto nove volte, che si versi acqua e olio in un piatto, che si reciti: “ De tutte li jurne vè Natale/ de Dumèneca vè Pasqua/ de giuvedìa vè l’Ascènzione/ lu malocchje jèsce fore”; che si reciti, infine, il credo. Se le gocce si allargano la persona “è stata presa d’occhio”. 

[4] Per chi vuole conoscere la formula. Cfr. ibidem.

[5] A dire il vero non sono mai riuscita a capire quale santo rpegasse. Ad ogni modo la traduzione è più o meno la seguente: “In nome di Santa Tecla(?), che in ogni maglia [di rete] ci sia un pesce”.

[6] Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quando il lago di Varnano era ancora molto pescoso.

[7] Della rete, nutrendo al convinzione che il malvivente prima di arrecare danno doveva scigliere ogni sua maglia.

[8] All’aperto, in genere sulla finestra o sul balcone.

[9] È probabilmente l’antico strambotto formato in genere da 8 versi, ai quali si è aggiunta la coda, dal contenuto piuttosto posticcio, di lunghezza variabile a piacere del cantore (Vedi Bbèlla te vu mbarà…). 

[10] Fatti bella perché domani è festa/ L’Ascensione o il Corpo di Cristo./Alzati e affacciati alla finestra,/lancia dei fiori quando passa Cristo in processione./Tu li getti con la mano destra/ egli li afferra con la sinistra./Quello che dovete fare, fatelo presto,/antrimenti entra in casa e finisce l’attesa./La finisce e l/ non sia mai, non sia mai/ Vola colomba/ e con il pampino  ti risponde/ La finisce e vla /e sei al fiamma del cuore./Quando si spegnerà/Quando lui con te può stare. Cfr. LEONARDA CRISETTI GRIUMALDI, Canti e storie di vita contadina e interbista al cantore Antonio Di Cataldo del 7.09.09.

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Pubblicato da su 16 settembre 2009 in etnografia garganica

 

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