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Esame di stato 2009- Seconda prova- Scienze sociali

28 Giu

Le tracce e il commento

Tutte accessibili le quattro tracce della prova di scienze sociali, con tematiche socio-antropologiche che riflettono lo scenario dei nostri tempi, aspetti culturali, sociali e valoriali della nostra società. La prima traccia indugia sul rapporto tra etnocentrismo e relativismo culturale in un mondo in cui il “traffico delle culture” si fa sempre più intenso; la seconda  sui “prodotti culturali” di successo e sul ruolo della pubblicità; la terza sul rapporto genitori-figli, mediato dalle tecnologie che avrebbero allargato la forbice tra le generazioni; la quarta sulla miseria nel mondo contemporaneo ancora stratificato, che vede crescere il livello di povertà di chi vive soprattutto negli slum dei Paesi in via si sviluppo, senza lasciare del tutto fuori le nostre  realtà geografiche. Proviamo a commentare queste tracce.

 

PRIMA TRACCIA

La prima traccia, che apre con un testo di T. Torodov, dal titolo emblematico e moderno “La paura dei barbari” [Milano 2009], affronta il problema delle “differenze” culturali, oggi accentuate a causa dell’intensificarsi dei flussi  migratori e della società globalizzata.

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 Nel testo  si pongono a confronto due teorie: quella universalistica- etnocentrica e quella localistica del relativismo culturale. In base alla prima, sono possibili giudizi di valore estensibili a tutto l’universo umano; in base alla seconda, ogni fenomeno culturale è funzionale al gruppo in cui nasce e di cui è espressione.  Entrambi i modi di pensare sono difettosi, secondo l’autore del testo,  dal momento che l’universalismo può alimentare l’etnocentrismo, ponendo in primo piano i valori e le scelte della cultura dominante. L’universalismo, inoltre, può avere come conseguenza il dogmatismo e assumere la pretesa che il buono e il giusto siano presenti solo nella propria cultura, arrogandosi quindi il diritto di estenderla – imponendola- alle culture “altre”. È la logica dell’assimilazione.  Il concetto di “relativismo culturale” è  riconducibile a Boas e a Malinowski , secondo i quali ogni cultura va studiata e compresa in relazione allo specifico ambiente in cui si sviluppa e alle difficoltà che deve superare. Non esistono, dunque,  culture superiori che meritano di estendersi all’universo e culture inferiori da reprimere. Tutte le culture hanno validità e non meritano di essere valutate secondo parametri esterni, che in definitiva coincidono con quelli prodotti da una cultura che si ritiene superiore, promuovendo l’etnocentrismo. Il relativismo culturale potrebbe, però,  produrre come effetto il  nichilismo, lasciando ciascun popolo al proprio destino, così legittimando, ad esempio,  schiavitù e tortura per il fatto che tali fenomeni in quel determinato gruppo sociale esistono da sempre.  Bisognerebbe uscire dal bivio. È possibile? Come fare?

La complessa questione del multiculturalismo nella società del cambiamento deve impegnare le democrazie occidentali a rivedere alcuni principi fondamentali, e, al contempo, le scienze sociali ad interrogarsi sui difficili problemi dell’identità  personale e sociale di ciascuno. Con la globalizzazione  si è avviato un processo che ha rivoluzionalto le coordinate fondamentali di spazio e tempo, i rapporti città-campagna, i concetti di cultura regionale e di economia nazionale, dal momento che anche chi vive nei piccoli spazi – collegandosi a Internet – può essere messo a parte di tutto, fare acquisti, intervenire ai dibattiti internazionali, partecipare a movimenti, …, così modificando di fatto la propria cultura e influenzando quella degli altri. La sociologia deve affrontare il difficile compito di comprendere il tipo di società in atto, decisamente diversa da quella fondata sul modello industriale. Si deve chiedere se stiamo andando incontro ad una società planetaria o, al contrario, verso una concorrenza spietata tra culture ed economie, da cui l’Occidente sa già che dovrà fare la parte del leone. Si deve domandare se l’abbattimento delle barriere porterà ad un rinnovamento delle culture, alla valorizzazione delle “diversità”, oppure costituità il veicolo delle società capitalistiche per acuire la distanza tra le aree geografiche ricche e quelle povere. A. Salza (traccia n. 4), vedendo all’orizzonte l’Homo nihil, l’ultimo anello della evoluzione umana, sembra propendere per quest’ultima ipotesi.

Dunque, universalismo-etnocentrismo o relativismo-nichilismo? In altri termini: è possibile creare una nuova umanità che non cancelli le identità e al contempo creda nei valori universali? Esistono valori universali? Rispetto a quale universo: a quello degli Occidentali o dei paesi in via di sviluppo? Oppure ad una umanità “costituenda”?  La moderna sociologia è impegnata proprio in questa sfida. 

 

SECONDA TRACCIA

La seconda consegna fa il punto sull’industria culturale della società dei consumi e sul potere della pubblicità. Invita il candidato ad esaminare il rapporto tra prodotto culturale e successo, individuando quanto è riconducibile alle operazioni di marketing e alla pubblicità, quanto invece alla “creazione”culturale. Il testo è tratto da “Vita liquida”, del sociologo Z. Bauman, da sempre critico verso la società globale e consumistica. Il candidato è quindi invitato a sviluppare i seguenti quesiti:

1.     Il significato di “prodotto culturale” nel nostro tempo;

2.     la relazione tra “indagini di mercato” e “prodotti culturali” di successo;

3.     Il ruolo della “pubblicità” nel costruire il successo di un prodotto culturale.

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Il destino delle creazioni culturali, sempre più numerose, variegate, sofisticate nella società del nostro tempo – detta post-industriale proprio perché si fonda sul consumo, sull’informazione e sulla comunicazone -, è decretato dai clienti potenziali, di cui l’industria culturale promuove la conoscenza. Per produrre e vendere prodotti culturali, le aziende ralizzano ricerche di mercato, volte a percepire tendenze e a  far nascere nuovi gusti, e pubblicità, finalizzata a persuadere e a far acquistare il prodotto. Perché un prodotto culturale abbia successo, si realizzano le indagini di mercato, utili in fase preliminare, orientate a conoscere  i gusti, le opinioni, il target, gli stili di vita, la psicologia di chi acquista, ma anche le resistenze del probabile acquirente, che è meno sprovveduto di quanto si pensi.

A segnare al differenza tra un prodotto culturale (un libro, un film, .. ogni creazione della mente umana) di successo e uno che resta nell’anonimato sarebbero, pertanto, le strategie messe in opera dall’industria culturale. I critici d’arte – considera Bauman – non sono riusciti ad individuare il nesso esistente tra “creazione culturale” e “livello di celebrità”, ma tra “celebrità” e “potere del marchio”. nel testo si legge, infatti: “Se correlazione si trova, è piuttosto tra celebrità e il potere del marchio”. È, dunque, il linguaggio della pubblicità, “il potere del marchio, il logo che  eleva l’incipiente objet d’art dall’oscurità alle luci della ribalta”. Un marchio non casuale, ma che è frutto dell’incontro tra psicologi della scelta e meccanismi della percezione, tra arte della persuasione e scienza della comunicazione. Un logo che trasmette messaggi condivisibili dall’universo degli uomini, che comunica l’idea della “simmetria”, infondendo stabilità, affidabilità e sicurezza, e, al contempo, della “rottura della simmetria”, incitando all’acquisto, alla voglia di cambiamento. Il venditore, dovrà condurre l’interlocutore dall’incertezza iniziale alla decisione finale dell’acquisto, utilizzando ogni strategia opportunamente studiata.

La pubblicità si avvale a tale scopo di una struttura complessa e organizzata, costituita da soggetti che si dividono il lavoro: c’è chi cura le relazioni con i clienti, chi pianifica la strategia della campagna pubblicitaria, chi produce i messaggi, chi cura la grafica. Ci sono, inoltre, soggetti sociali che compiono indagini di mercato, case di produzione video e audio, archivi fotografici, fotografi, concessionari di pubblicità. La pubblicità, con il suo linguaggio, fatto di visual, headline, body copy, logo, payhoff, musiche, colori … , con le sue strutture e l’organizzazione,  conferisce in definitiva realtà ad un prodotto o a una marca, promuove e legittima la civiltà dei consumi, promuove e veicola valori, concorre alla costruzione sociale della realtà. Pur non dicendo falsità, essa è, tuttavia, ingannevole per le suggestioni che mette in atto nei confronti del consumatore, per la potenza allusiva del suo linguaggio, per il fatto che genera aspettative che non potrà soddisfare.

 

TERZA TRACCIA

La terza traccia presenta un testo di M. N. De Luca, tratto da Repubblica [21.01.2009], dal titolo: “Internet, sms e troppa Tv. Un muro del silenzio divide i padri dai figli”. La consegna chiede di

1.     analizzare il rapporto genitori-figli, una relazione che ora si fa più complicata perché tra gli uni e gli altri s’interpongono le tecnologie, verso le quali i grandi in genere non hanno familiarità;

2.     illustrare l’importanza del computer nella formazione delle nuove generazioni;

3.     esprimere il proprio parere in merito al valore educativo delle tecnologie multimediali.

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Il rapporto genitori-figli da sempre conflittuale per il fatto che la comunicazione tra i soggetti coinvolti nella relazione è per natura asimmetrica, ponendo da una parte padri e madri, che sono adulti e hanno il compito di educare, e dall’altra soggetti in crescita che hanno il diritto di crescere nelle migliori condizioni, camminando con le proprie gambe, ma anche il dovere di rispettare e aiutare i genitori.

In una società sempre più complessa come l’attuale dove sono cresciuti i diritti dei figli – ad essere amato, istruito e a vedere soddifatti anche i bisogni indotti -,  come pure quelli dei genitori – non più disposti a intendere la vita come un “calvario”, tanto meno a sacrificarsi sia pure a favore dei figli -, in una società che non offre spazi adeguati e tempi rilassati come una volta, in una società dove tutti vogliono tutto altrimenti si sentono emarginati, in una società dove il lavoro impegna papà e mamme a stare fuori casa tutto il tempo perché tutto costa di più, …  il rapporto si complica.

Se tra genitrori e figli si frappongono le tecnologie, verso le quali i grandi in non hanno in genere familiarità, pare che la relazione si faccia ancora  più intricata. I figli, di fronte a situazioni conflittuali, non si chiudono più in camera a meditare, non scappano dalla finestra per incontrarsi con gli amici, non si confidano con i fratelli [perché spesso figli unici], non trovano più la figura del nonno o della nonna, non leggono un buon libro, ma  si rifugiano nel mondo virtuale utilizzando Internet, la rete tra le reti.

In questo mondo  fatto di “minacce” e di “opportunità” si possono fare incontri utili, positivi, favorevoli alla crescita, e incontri spiacevoli, che lasciano segni indelebili soprattutto nelle fasce dei ragazzi più sensibili, deboli e sprovveduti, visitando, ad esempio, siti web poco decenti, oppure chattando con sconosciuti. Il testo parla di “muro”, fatto di “codici incomprensibili, di nascondigli virtuali, di incontri pericolosi” e di “linguaggi ermetici”. La personalità del soggetto in crescita potrebbe essere compromessa, qualora  trascorresse tutto il tempo davanti alla macchina elettronica, perché ciò significherebbe tagliare i ponti con la vera realtà, che è quella fatta di persone in “carne ed ossa”: mamme e papà, fratelli e  sorelle, amiche ed amici, docenti, istruttori, parroci.

Le tecnologie, pertanto, hanno punti di forza e punti di debolezza. Esse vanno adoperate quando serve e per il fine per il quale sono state create: aiutare l’uomo, semplificargli il reperimentro di dati, facilitare l’attività lavorativa, risolvere i problemi della quotidianità. Per il resto, ogni individuo ha bisogno di muoversi, di ascoltare le “narrazioni”, di piangere sulla spalla dell’amico, di vedere le reazioni di chi gli sta di fronte, mentre informa, si confida, discute o si arrabbia. Ogni persona ha bisogno del contatto umano.

Se per educazione s’intende quel processo che si attiva dalla culla alla bara, che coinvolge ogni aspetto della personalità individuale (cognitiva, sociale, affettiva e morale); se le tecnologie hanno facoltà di agevolare detto processo, mettendo a disposizione di ciascuno l’informazione, personalizzandola, persino semplificandola con opportuni software, incidendo soprattutto sulla dimensione cognitiva; credo di poter concludere affermando che gli strumenti multimediali possono agevolare il processo educativo. Il loro utlizzo, però non dovrà essere esaustivo ed esclusivo, ma integrato con le altre strategie e pratiche educative consegnate dalla tradizione.

Nel caso della relazione genitori-figli, inoltre, al contrario dell’autore, sarei portata a credere che lungi dal creare un abisso tra le due generazioni, le tecnologie possano accorciare le distanze tra gli uni e gli altri, ad esempio, portando in genitori a chiedere ai figli “come si fa” …  ad aprire in file, a inviare un messaggio di posta elettronica, a trovare un sito che interessa il papà o la mamma. Le tecnologie consentono in questro caso ai figli di essere utili ai padri e alle madri, attivando la socializzazione “alla rovescia”, dato che sono i giovani ad insegnare agli adulti e agli anziani. Scambiando i ruoli, i figli si sentono, inoltre, importanti.

 

QUARTA TRACCIA

Il candidato è invitato a commentare un testo di A. Salza, tratto da Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà, Milano 2009, che mette in risalto il tema della povertà pei Paesi in via di sviluppo. Esordisce constatando la presenza di milioni di persone “accalcate negli slum”, luoghi di povertà, di esclusione, di degrado, di criminalità. Un pretesto per entrare nel tema della povertà, invitando il candidato ad interrogarsi sulla nuova tipologia di miseria. L’autore adotta la metafora poco edificante del “sifone” per introdurre il concetto delle “stratificazione” sociale, collocando i benestanti a livello più alto e i più poveri al di sotto della curva del sifone, senza avere facoltà di risalire a galla, nonostante gli sforzi. Tutta la società, in ogni caso, è dall’autore collocata in un “sifone”. Vorrà dire qualcosa?

Problemi e carenze si registrano ovunque nel mondo, ma soprattutto nei paesi in via di sviluppo, tanto da indurlo ad ipotizzare la nascita del più povero di tutti gli uomini finora esistiti: l’“Homo nihil”. Il  candidato è chiamato ad effettuare riscontri, individuando se nella nostra società occidentale esistono realtà con simili situazioni di precarietà, d’inquinamento e  di violenza, a valutare l’ipotesi dell’Homo nihil come ultimo anello della catena sociale [nel testo si legge, però: Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? Homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo della catena sociale?], a pensare se sia possibile un mondo senza povertà.

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Sulla definizione di povertà si sono versati fiumi d’inchiostro, senza riuscire ad accontentare tutti. Si è parlato di povertà assoluta (teoria della sussistenza), di chi non riesce a soddisfare i bisogni primari, escludendo molti deprivati,  e di povertà relativa (approccio di chi lega la condizione dell’individuo al tenore della società in cui vive). Si è giunti ad una teoria di sintesi che collega i termini di povertà assoluta e relativa. Il fatto è che la povertà non è solo un fatto economico legato a fattori esterni. Essa è condizionata anche da fattori riconducibili all’individuo (aspettative) e all’ambiente (più o meno stimolante); produce conseguenze fisiche (dalla malnutrizione alla vita breve), psichiche (basso livello di autostima), sociali (a livello di percezione dei poveri e di reazione ad essi).

La povertà in generale è da sempre esistita e se nel mondo antico e nel medioevo era tollerata da parte dei ricchi e  degli stessi miseri, dall’epoca dell’industrializzazione si pone invece il problema sociale della povertà. Tra gli indicatori della povertà ricordiamo la durata della vita, la salute, l’accesso all’istruzione, ai servizi, la disponibilità economica. Dalla tabella dell’IPU 1999 (indicatore di povertà umana) si evince che stanno peggio i paesi in via di sviluppo (Niger e Ciad in testa rispettivamente con il 65,5% e il 52,1% ), che alcuni stati avanzati non godono di ottima salute (Usa 16,5%).

Detto questo credo si possa aggiungere che situazioni di precarietà e miseria si registrano anche nelle nostre realtà geografiche, nei piccoli centri, che si continuano a spopolarsi alla ricerca di un posto di lavoro, come nelle grandi città, dove lo sfruttamento si fa sempre più palese, nei centri delle megalopoli come nelle periferie. La miseria, a seguito della crisi finanziaria, si sta estendendo anche in Italia, interessando nuove fasce della popolazione. Ciò a causa dei licenziamenti, della cassa integrazione, della disoccupazione. A soffrire di più sono i giovani, le donne, gli anziani del posto, quindi gli immigrati. Anche il problema sicurezza sta allertando i governi, predendolo pretesto per  emanare leggi più restrittive sull’immigrazione e porre freno alle migliaia e migliaia di persone che fuggono dalla miseria. Realtà preoccupanti anche le nostre, dunque, ma non credo ai livelli denunciati nel testo di Salza.

Non sarei portata a sposare l’idea che l’homo nihil sarà l’ultimo della evoluzione umana, ritenendo che prevarrà infine l’istinto alla conservazione della specie, che i poveri saranno aiutati dai governi in nome del principio dell’equità, come non credo che la miseria umana alla fine scomparirà dalla terra, probabilmente per lo stesso motivo riconducibile soprattutto alla natura umana, che fa di alcuni uomini dei “lupi” e di altri degli “agnelli”.

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Pubblicato da su 28 giugno 2009 in Senza categoria

 

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