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Kàlena: un po’ di storia

24 Giu

Kàlena è una località legata inizialmente ad una chiesa abbandonata. Ad un certo punto la storia di questa abbazia s’intreccia con quella dei monastero di Montecassino e di Tremiti. Accade, poi, che Tremiti la fagocita, assorbendola nel suo seno, insieme alle sue proprietà. A fine Settecento, in ogni caso, anche il ciclo dell’abazia tremitese si chiude, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine di storia.

Corre l’anno 1023 quando l’arcivescovo di Siponto, con il consenso del clero diocesano, dona al monastero [cenobio] di Santa Maria delle isole Tremiti, nella persona dell’abate Roccio, “la chiesa non più officiata [ecclesia deserta] di Santa Maria di Calena con le sue pertinenze, quattro appezzamenti di terreno appositamente acquistati e i boschi siti nella medesima zona”.[1]  Ecco la motivazione: "molte terre di proprietà della mensa vescovile restano incolte per la lontananza della sede”. Leggiamo testualmente:

En ego Leo divina concedente grazia sancte Sipontine sedis arcgiepiscopus, testamentum declarationis  facio qualiter plurimis terris abuntantibus de episcopio nostro pertinentibus, plurima inculta remanent propter sui diversitatem, in diversis enim locis consistunt, intre que plurima que laborare nequimus, est una ecclesia deserta in loco que vocatur calena, cuius vocabulum est Sancta Maria; anc ecclesiam cum ipsa terricella parva in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello, placuit mich[i] et omnibis sacerdotis et levitis, cunto clero nostre sedis, omnibus in unum pro hac causa ad consilium ollectis, offerre ij cenobio Beate Marie in insula que Tremiti dicitur, in qua preesse videtur domnus Roccius abbas; [ …].[2]

Sulla data non sembra esservi dubbio, poiché il documento dice espressamente che la donazione è rogata “sexagesino secundo anno imperii domini Basilii et domini Costantini sanctissimi imperatoribus nostris”.[3]

Pare che sia costume dei tremitesi acquistare appezzamenti di terreno coltivati a grano o a vigne, anche in piccole chiese rurali di origine privata, con l’impegno di fondarvi una cella benedettina.

Nel 1053, anno della battaglia di Civitate [giugno 1053], che segna la vittoria dei Normanni sui bizantini, Sancte Marie in loco Calena è tra i beni tremitesi. Lo conferma il Privilegium di Leone IX. È Guisenolfo, abate tremitese filobizantino, a chiedere tale conferma al papa, temendo i Normanni. Insieme ai possedimenti, la prima autorità della chiesa di Roma concede all’abate l’immunità dalla giurisdizione vescovile.[5]

Nel 1059 si assiste al tentativo di Desiderio, abate di Montecassino, di annettere a Cassino le isole di Tremiti e tutti i loro beni. Quando, nell’estate del 1059, papa Niccolò II scende a Melfi per il concilio, Desiderio si fa donare da Riccardo d’Aversa anche il monastero di Santa Maria di Calena. Il monaco tremitese Adam, però, interviene prontamente per dimostrare le ragioni di Tremiti e, due giorni dopo, esibendo gli antichi prvilegi, ottiene sentenza favorevole.  Il privilegium del 1061 riconferma, quindi, al monastero di Santa Maria di Tremiti, retto dal monaco Adam, tutti i possessi e i diritti che gli spettano. Ciò  soprattutto dopo le pretese dell’abate di Desiderio. Anche qui troviamo in elenco Santa Maria di Calena.[6]

L’ecclesia Sanctae Mariae de Calena è poi citata nel Privilegium del papa Alessandro III, datato 25 luglio 1172, ed è compresa nel territorio Montis Sancti Angeli de Gargano.[7]

Il privilegio più importante, che testimonia la grandezza dell’abbazia di Càlena, è del 7 maggio 1176. È emanato a Palermo da Guglielmo II. I suoi beni comprendono il luogo in cui insiste il monastero di Kàlena, i terreni, le chiese, le celle, le case, i castelli, gli orti, i vigneti, gli oliveti, i mulini, i casali, le saline, le pertinenze ubicate un po’ ovunque, soprattutto lungo la fascia che dal Gargano nord giunge fino a Campomarino. 

 

cellam beati Pauli, cum terris et aliis pertinentiis suis; cellam Sancte Trinitatis de Monte sacro com terris et pertinentiis suis; cellam Sancti Nicoli de Marino cum pertinentiis suis; cellam Ss. Cosmi et Damiani cum pertinentiis suis; cellam Sancti Nicolay de Montenigro cum ipso casali, molindinis et aliis pertinentiis suis; cellam San Petri de Schitela cum pertinentis suis; cellam S. Iohannis de fauce Sparviperga cum pertinentis suis; cellam  Nicolai de Imbuto cum pertinentis suis; et castrum ipsum imbutum cum silvis, terris et vineis suis; cellam S. Petri de Casa veteri cum pertinentis suis; cellam S. Salvatoris sita in territorio civitatis vestan (e) cum pertinentis suis; in loco  qui dicitur Pesclice cellam S. Andree, cellam S. Barbare, cum baptisterio et casali et cellam S. Petri cum earum pertinentiis; in civitate Siponto cellam S. Lucie et cellam S. Giorgii cum earum pertinentiis; cellam S. Stephani de Cannis cum salinis et terris suis, cellam S. Giorgii in territorio Rignani cum pertinentis suis ; et ibidem terras et olivas; in Casali novo ecclesiam S. Basilii cum domibus, vineis et olivis; iuxsta castrum Cagnariii ecclesiam S. Giorgii, ecclesiam S. Marci et ecclesiam S. Barbare cum earum pertinentis; in pertinentis Caprilis ecclesiam S. Marine, sancti Helie et S. Bartolomei cum pertinentiis earum, in territorio Rodi eccelsiam S. Agate, S. Teodori, S. Martini e S. Menne cum molendinis et earum pertinentiis; in Barano piscatores ad piscandum in Pantano et flumine; in territorio Vici ecclesiam S. Blasii, S. Nicolai Pancratii Sancli Angeli de gaio et S. Stephani cum molendinis et earum pertinentiis; item in castro Peschlice homines cum possesionibus, dominio districto et omni iure ipsorum et iuxsta ipsum castrum ecclesias S. Nicolai monachorum et S. Maria de Calenela  cum hominibus et pertinentiis earum; item in praedicta civitate vestane domos et extra civitate vineas et olivas et ecclesias S. Iohannis, S. Marci et S. Felicis cum pertinentiis earum; in Campomarino ecclesia S. Thome cum domibus, vineis, olivis et terris et aliis pertinentiis suis”.[8]

Alle dipendenze dell’abazia di Kàlena sono dunque ben 16 celle,  obbedienti alla regola di San Benedetto da Norcia, variamente distribuite in terra garganica, dove uno, dove due e dove tre: a Ischitella, a Carpino, a Cagnano, a Vico, a Vieste, a Rignano, a Peschici.[9]  

Nel tenimento di San Nicola Imbuti – territorio di Cagnano Varano – Kàlena possiede la cella omonima con le pertinenze, il castello dell’Imbuto, boschi, terre e vigneti. Esercita, inoltre, i diritti di pesca  sul lago di Varano e sul fiume.[10]

 

L’abazia Calena per un certo tempo conduce una vita indipendente e gode di buona salute sul piano economico. Lo conferma il succitato Privilegium e quello sottoscritto da Innocenzo III nel 1208.[11]

Per il monastero tremitese inizia intanto una fase di declino. Per uscirne fuori, nel XIII secolo il governo di Tremiti passa all’ordine dei Cistercensi e nel XV ai Canonici regolari di Sant’Agostino, che, pensano di recuperare il patrimonio, rivendicando  anche il possesso di Calena.[12]  In queste pretese i priori di Tremiti hanno l’appoggio di papa Eugenio IV e alla fine vi riescono, dato che il 7 marzo 1445 il papa ordina che Kàlena sia restituita ai Canonici. Il provvedimento consente, intanto, al monastero tremitese di rifiorire, ampliando  i territori anche con altre donazioni.

La vita a Tremiti non è semplice perché bisogna contrastare il potere dei feudatari e dei vescovi locali. I tremitesi, però, hanno dalla loro sovrani e papi, per cui non affrontano da soli le difficoltà. Al tempo degli aragonesi  è soprattutto re Ferdinando a proteggerli. Nel Gargano, ad esempio, nel 1451 Giovanni Dentice, signore di Ischitella,  è condannato a restituire al monastero la barra dell’isola Varano; nel 1467, il priore di Tremiti riesce a spuntarla sul signore di Vico, Ettore Bulgarelli, che pretende i diritti di pesca sul lago. Dal 1464, inoltre, re Ferdinando obbliga detti signori garganici a far macinare il grano nei molini tremitensi di Calena e di Montenero (Vico).   

I priori di Tremiti ora sanno che non possono vivere isolati, che hanno bisogno dell’appoggio delle massime autorità. Si fanno sempre più furbi. Basti pensare che nel 1462 tentano di corrompere l’abate di Ripalta, al fine di barattare Kàlena, esentasse, con la chiesa di Ripalta – altro possedimento benedettino in terra garganica molto appetitoso. Il tentativo non si traduce in realtà, probabilmente perché i cistercensi sono messi a parte del piano.

I canonici di Tremiti, in ogni caso, ottengono diversi privilegi: dal re Ferdinando, che nel 1475 li esenta dalla gabelle su ogni prodotto importato dalla terraferma, dal papa Sisto V, che nel 1483 li esonera da ogni imposizione. Lo stesso fa papa Innocenzo VIII (1482).

Grazie a queste agevolazioni fiscali, l’economia del monastero di Tremiti si fa sempre più robusta, consentendo ai priori di investire in opere di pubbliche utilità, mettendo in primo piano la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, la fortificazione dell’isola di san Nicola, la sistemazione delle zone agricole possedute in terraferma. Il monastero di Tremiti riesce finalmente ad ottenere la chiesa di Santa Maria della Carità di Ripalta. Accade anche che da priorato diviene abazia: primo abate Savino da Mortara.

Sin dal XIII secolo il monastero di Tremiti attira lungo le sue coste un pubblico eterogeneo, spinto da motivi diversi: dai mercanti, contrabbandieri e pirati, ai pellegrini che giungono dal Molise e dai centri garganici perché denoti alla Vergine. Se quest’ultima ragione giustifica l’ampliamento della chiesa, la presenza e le incursioni turche lungo le coste legittima la costruzione delle mura di cinta e delle torri.

All’inizio del secolo decimo sesto, mentre Tremiti vive gli ultimi momenti di gloria, l’abazia di Kàlena è in declino ma nelle sue mani, ancora con un interessante patrimonio posseduto sulle coste garganiche: estesi uliveti intorno a Kàlena, frutteti e vigneti intorno alla chiesa di San Nicola di Montenero, la chiesa di San Nicola Imbuti sulle rive del Varano, con terreni e boschi per sette miglia, tutta l’isola Varano adibita a pascolo invernale degli animali grossi.

Molto più allettante è un’altra ex dipendenza di Kàlena: il grande complesso agricolo di Sant’Agata, che si estende per 27 miglia alla foce del Fortore, con colture cerealicole, viticole, boschi e pascoli dove si alimentano  ovini, bovini, suini e cavalli.

L’abazia tremitese  e quella di Kàlena svolgono, in definitiva,  ruoli diversi e importanti, sui piani economico, culturale e religioso. Gli abati insegnano a coltivare i campi, a praticare le colture specializzate della vite e dell’olivo, l’allevamento, a coltivare il rapporto con Dio e con i Santi, consentendo al Gargano di procedere in qualche modo verso il progresso.

Dopo l’attacco dei turchi (1567), nonostante si sia ben difesa, per l’abazia inizia l’agonia. Con il tempo, i suoi interessi cominciano a confliggere anche con quelli della chiesa e dei sovrani. Il colpo di grazia le viene inferto dalla politica anticlericale di Carlo III di Borbone, che nel 1737 dichiara le isole di “real dominio” e decide di presidiarle. Nel 1872 l’abazia è soppressa e i suoi beni vengono incamerati nel regio demanio, affidati ad un amministratore di nomina regia.

Dopo di che la storia continua, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine.


[1] Nel sessantaduesimo anno dal dominio di Basilio e di Costantino, cfr. ARMANDO PETRUCCI [a cura di], Codice diplomatico del monastero benedettino di Santa Maria di Tremiti (1005-1235), Roma 1940.

[2] Ibidem, Chartula offertionis, n. 8, pag. 25

[3] Ibidem, pag 25.

[4] Ibidem, Chartula offertionis, n. 18.

[5] Ibidem, Leonis papae IX Privilegium, n. 49

[6] Ibidem, Nicolai papae privilegium, pag. 214.

[7] Ibidem, , doc. n. 11, pp. 316-322.

[8] A. PETRUCCI, cit., Introduzione, pag. LXXXVI.

[9] Anni fa in un articolo su Il Gargano nuovo lanciai l’idea di ricostruire un percorso turistico culturale alternativo da intitolare “Per cellas casinates”. Rilancio l’idea, affermando che sarebbe interessante individuare e censire le cellas elencate in questo documento [o per lomeno quelle di cui è rimasto un brandello di muro], progettare la loro ristrutturazione, disegnare un percorso che conduca i visitatori dal monastero madre alle piccole celle. E per chiudere, una visita alla laguna.

[10] Ciascun lettore garganico (Vico, Ischitella, Peschci, Carpino, Rodi, Rignano, Siponto …) e molisano, leggendo il documento, troverà almeno un toponimo familiare.

[11] Ibidem, pp. LXXXV-VI.

[12] Ricordo che la prima contesa tra Montecassino e Tremiti per il possesso di Calena e suoi beni risale all’XI secolo.

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Pubblicato da su 24 giugno 2009 in luoghi della memoria

 

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