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Dell’apprendimento

12 Mar

  "Soltanto chi non ha più curiosità d’imparare è vecchio: s’è tirato il lenzuolo sul volto, è come morto"

    

Per apprendimento, tout court, s’intende la modifica del comportamento e delle conoscenze individuali, in seguito a determinate esperienze. Volendo offrire una risposta più elaborata, potremmo dire, che l’apprendimento è la capacità di adattarsi in modo funzionale, quindi, intelligente all’ambiente, è un processo che si realizza dalla culla alla bara, all’interno di un contesto relazionale, coinvolgendo le sfere cognitiva, affettivo-emotiva e sociale, che è agevolato da un buon patrimonio genetico, corroborato dagli stimoli ambientali e sensoriali socio-culturali, semplificato dalla motivazione e dalla partecipazione personale.

I fattori dell’apprendimento sono, perciò, di natura:

  1. organica biologica, (gravidanza, parto, peso alla nascita, malattie infantili);
  2. emotivo-relazionale, che affondano le radici nella prima infanzia e dipendono dalla qualità della relazione genitori-figli (Freud parla di curiosità del b/o anzitutto di natura sessuale, in genere inibita, altri freni sono dati dai genitori che vogliono tenere sotto controllo il proprio figlio, quindi l’autofreno del bambino che non esplora o conosce come vorrebbe per compiacere i genitori);
  3. socio-culturali, più o meno stimolanti (incoraggiamenti e/o frustrazioni, che possono modificare quanto ereditato);
  4. educativi (organizzazione scolastica più o meno flessibile, relazione educativa più o meno positiva).

Esistono apprendimenti che, pur presentando diversi gradi di complessità e di coinvolgimento dei processi cognitivi, sono essenzialemente sociali, perché dipendono dall’influenza dell’ambiente. Procedendo dal più semplice al più complesso, potremmo classificare gli apprendimenti nel modo che segue:

1.  per “imprinting” o “attaccamento”, istinto a seguire l’uomo o l’animale o l’oggetto con il quale l’individuo è stato nel periodo critico, ossia in un particolare momento dello sviluppo, che nelle oche coincide con il tempo immediatamente successivo alla nascita, nei bambini col tempo che va dai tre ai sei anni (fenomeno studiato da K. Lorenz);

2.  per “condizionamento classico”, o pavloviano, essendo stato individuato dal fisiologo russo I. L. Pavlov con l’esperimento sui cani, basato sulla capacità dell’individuo di stabilire una relazione tra uno stimolo e una risposta e di generalizzare le caratteristiche dello stimolo appreso, estendendole a stimoli simili, assegnando comunque al soggetto un ruolo passivo;

3. per “condizionamento strumentale”, basato sul riconoscimento che ad ogni azione segue una conseguenza, che può essere positiva o negativa, del tipo

a. “per prove ed errori” (sperimentato da Thorndike nelle gabbie per topi, verificando che gli errori tendono a diminuire con l’esercizio);

b.  “condizionamento operante”, individuato da B. Skinner, che mette in evidenza il ruolo attivo, operante del soggetto, che si adopera, appunto, per ricevere dall’ambiente una risposta soprattutto gratificante (rinforzo positivo), di conseguenza, dosando sapientemente rinforzi e punizioni è posibile far apprendere comportamente complessi;

4. “osservativo” o per “osservazione e imitazione”, “modellamento”(A. Bandura) che si realizza guardando ciò che fanno gli altri e i relativi risultati; si chiama anche ”sociale” per indicare sia il modo in cui avviene l’apprendimento, sia ciò che viene appreso;

5. “cognitivo”, che assumendo l’analogia mente computer, evidenzia il ruolo attivo e costruttivo della mente che seleziona e organizza informazioni producendo la conoscenza.

Se le tipologie di apprendimento sopra citate, elencate dal n° 1 al n° 4, sottolineano la funzione dell’ambiente, l’apprendimento cognitivo è incentrato sull’azione selettiva e organizzatrice della mente riguardo alle informazioni provenienti dall’ambiente e alle conoscenze precedentemente acquisite. L’ambiente in questo caso fornisce le informazioni necessarie all’acquisizione, ma anche quelle di ritorno, che consentono la verifica (feedback) e l’eventuale modifica dell’azione.

L’approccio cognitivista è, pertanto, più interessato al “come” che al “che cosa”, più ai processi mentali messi in atto dal soggetto per elaborare la conoscenza, che agli eventi comportamentali.

I processi cognitivi consistono nelle seguenti operazioni:

1. elaborazione delle informazioni ricevute, non assommando dati ma collegandoli a quelli già posseduti, producendo nuove conoscenze, così agevolandone il ricordo (può essere utile allo scopo costruire mappe, tabelle, porsi domande, sintetizzare, revisionare, …)

2. uso di strategie, vale a dire di strumenti e procedure utili per raggiungere un obiettivo, scegliendo la soluzione più economica, la quale è tuttavia connessa alle conoscenze ed esperienze pregresse (la più importante strategia concerne l’“imparare ad imparare”, ossia  la consapevolezza individuale di come si possa apprendere in modo semplificato);

3. formulare ipotesi per la risoluzione di problemi posti dalla realtà, partendo dai rapporti tra gli elementi, e verificare dette ipotesi, attraverso un lavoro di “scoperta”, costruendo personalmente il sapere;

4. andare oltre l’informazione data, attraverso l’intuizione (“insight” o ristrutturazione del campo) e l’ “inferenza”, una sorta di “salto logico” che consente al soggetto di inferire sulla realtà, andare alla scoperta del dato mancante, che è possibile cogliere attraverso collegamenti e deduzioni;

5. “metacognizione”, che consiste nella capacità del soggetto di controllare i propri processi di conoscenza, di capire come conosce  e quali sono i suoi livelli di conoscenza. L’obiettivo è di imparare meglio, in modo economico ed efficace. L’alunno che utilizza lo stile uditivo, ad esempio, farà bene a studiare ad alta voce, chi padroneggia  quello visivo ricorrerà agli schemi. Entrambi dovranno, inoltre, sapere che esistono diversi modi di organizzare il materiale, che determinate  strategie sono più efficaci di altre, che alcuni compiti richiedono determinate strategie.

Prima di chiudere, vorrei ricordare che la personalità è caratterizzata dall’organicità, complessità, sistemicità, per cui ogni sua dimensione non è va scissa dalle altre se non per motivi di studio. La dimensione cognitiva, non può, pertanto, essere separata da quella relazionale e affettivo-emotiva, da cui è influenzata, proprio come non può essere considerata avulsa dal contesto storico-ambientale. L’apprednimento può essere perciò condizionato negativamente, ad esempio, da un elevato livello di ansia, come da un basso livello di autostima e di motivazione.

Va detto, infine, che certe forme e contenuti di apprendimento sono possibili solo ad una determinata fascia d’età, perché il porcesso apprenditivo fa i conti anche con lo sviluppo e con la maturazione dei processi cognitivi soprattutto complessi. Vale, perciò, in questo caso la massima di Rousseau, secondo la quale “bisogna perdere tempo per guadagnare tempo”. Nello stesso tempo, però, bisogna non aspettare troppo, perché non è facile recuperare quanto non è stato appreso soprattutto nei primi cinque anni di vita.

La “morale” è che l’apprendimento umano varia da individuo a individuo, da contesto a contesto, da una fase  all’altra dello sviluppo, e che per agevolarlo non è sufficiente che il docente conosca le tipologie apprenditive, occorre che s’impossessi anche le strategie e le sappia mettere in opera, individualizzandole e personalizzandole, ma soprattutto che l’alunno sia motivato, giacché – come insegna Dewey- l’insegnante può anche condurre l’alunno alla fonte, ma questi potrà sempre rifiutarsi di bere.

 

 
1 Commento

Pubblicato da su 12 marzo 2009 in psicopedagogia

 

Una risposta a “Dell’apprendimento

  1. Johnd694

    14 settembre 2014 at 14:49

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