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Mater Divinae Gratiae,La devozione mariana a Cagnano Varano

06 Mar

 

 

La devozione mariana a Cagnano affonda le radici nel medioevo e si propone di coltivare il rapporto con la Madonna, la Madre che porta la Grazia Divina, l’unica che può interfacciarsi con Dio e concedere grazie alla comunità.

Di questa devozione, soprattutto al femminile, si ha testimonianza nella pittura rupestre della grotta di San Michele (Madonna delle Grazie con Bambino), nella tavola rinvenuta nel convento di San Francesco, oggi allocata nella chiesa madre, nella icona presente nella chiesa degli Angeli, poi convento Santa Maria delle Grazie, nelle varie immagini incorniciate dalle donne e affisse alle pareti della propria camera, nelle preghiere e invocazioni, in alcune forme di superstizione (l’abbetine).

Mentre in molti paesi e città del mondo la festa della Madonna delle Grazie si celebra in maggio, giugno o luglio, a Cagnano la ricorrenza cade l’8 settembre e vede protagonisti soprattutto le donne, nonché umili contadini. Ricorrenza dettata probabilmente anche dal calndario agro-pastorale, dato che, a settembre, portati a termine i lavori agricoli, si dava inizio alla transumanza.

Il luogo primigenio del culto di Santa Maria delle Grazie ci conduce agli insediamenti francescani del XIII secolo, edificati fuori le mura dei centri storici allora in espansione. Il convento di San Francesco, dove fu trovata il quadro della Madonna, nasceva, infatti, intorno al 1230, ai piedi del borgo fortificato di Cagnano. Come ogni altro voluto dal fraticello, esso nasceva fuori le mura per consentire ai frati minori di meditare in silenzio e al contempo di mantenere un rapporto costante con la popolazione. Una serie di tratturi collegava allora il convento di Cagnano con i piccoli e medi appezzamenti agricoli, da cui traevano sostentamento i cittadini, ma anche con Apricena e Civitate e con gli altri abitati del Gargano, soprattutto con Monte Sant’Angelo, dov’era il santuario più importante della Montagna del sole. 

Abbiamo ragione di pensare che commercianti e pellegrini diretti verso il santuario più prestigioso del Gargano facessero una sosta, dunque, nel nostro convento. Così pure il frate d’Assisi che, quando era in viaggio per Monte volle posare la prima pietra del convento di Cagnano[1]. Si narra anche che, in quella circostanza, intorno al 1230, San Francesco fece una vista alla nostra grotta di San Michele, dove pure apparve l’Arcangelo.

C’erano, intorno al convento di San Francesco gli acquai pubblici: piscine e pozzi, dove le donne facevano la provvista di acqua, scendendo e salendo faticosamente le viuzze del centro storico.

Dal 1653, dopo che il convento fu soppresso, si è ridotto a rudere. In quel tempo ospitava la chiesa di San Francesco con l’unico altare di Sant’Antono da Padova. La chiesa, lunga 16 m. e larga 6, era ornata di pitture sacre, tra le quali spiccava la pregevole tavola della Madonna delle Grazie del quattordicesimo secolo -pare-, su cui si sta incentrando l’interesse degli studiosi.

Una tradizione orale narra che la Madonna sia andata in sogno ad un contadino dicendogli che non voleva più stare nel convento abbandonato e che dopo la traslazione del quadro una pioggia benefica e salutare sia scesa dal cielo.

Bisogna sapere che nei paesi garganici inondazioni, invasioni di locuste e siccità erano alla base di ricorrenti carestie che procuravano l’aumento dei prezzi, la miseria e la mortalità. Gli inverni erano molto freddi, incidendo negativamente sul raccolto. Neanche d’estate si stava bene, giacché con il caldo si diffondevano le malattie malariche. Si verificavano, inoltre, diverse ondate coleriche e altre malattie. Di fronte alle incertezze e alla precarietà dell’esistenza, la Madonna rappresentava l’àncora di salvezza. E il giorno del ritrovamento del quadro, quella pioggia fu provvidenziale, perché a Cagnano non pioveva da diversi mesi.

Da allora la devozione verso la Madonna divenne più forte. In ogni casa le mamme confezionavano l’abbetine, un sacchettino in cui era riposta l’immagine della Santa ripiegata più volte, dopo che era stata benedetta dal parroco. Ben chiuso, se lo appuntavano con una spilla sotto l’abito, portandolo sempre con sé, affinché la Madonna le preservasse dalle sciagure, in quel tempo all’ordine del giorno.

Chi era debitrice alla vergine di una grazia, vestiva la sua bambina, di rosso e azzurro, come la Madonna. Quando il figlio ritornava finalmente sano e salvo dalla guerra, se superava una crisi malarica, di spagnola o di polmonite, ecco, sempre la mamma farsi pellegrina, andare di porta in porta – lu vucale in mano – a chiedere l’elemosina di qualche decilitro di olio, un po’ di grano, qualche soldo per far celebrare la messa alla Madonna.

Nel 1724 i Padri riformati francescani vollero riedificare il convento andato distrutto, sempre fuori dall’abitato ma in altro posto. Il convento fu poi affiancato dalla chiesa che porta il nome di Santa Maria delle Grazie – probabilmente la stessa che prima era detta degli Angeli. La devozione crebbe, dunque, e la Madonna delle Grazie fu proclamata compatrona dei cagnanesi, insieme ai santi Cataldo e Michele. Dal 1877 ha cominciato a operare anche la Congregazione della Madonnna delle Grazie, istituita per promuovere la coesione tra i cittadini e divulgare il culto per la Madonna.

Sin dai primi giorni di agosto di ciascun anno, i preparativi fervevano, sia in paese, sia nelle campagne. Gli uomini della Congregazione bussavano qua e là per “la cerca”, chiedendo a ciascuno un’offerta in modo da poter fare una festa grande alla Madonna. Ogni famiglia metteva da parte un po’ di grano. I più facoltosi anche del denaro.

Va qui ricordato che nella  prima metà dell’Ottocento solo l’11% del territorio di Cagnano era coltivabile e che questa piccola parte era divisa in 1300 piccole lingue di terra, che il piccolo colono, per integrare, prendeva in affitto la terra dei “galantuomini”, sottoponendosi al carico della terraggera, che, quando l’annata era magra, oltre a non restituire al colono il compenso per suo lavoro, lo faceva indebitare, aggravando la sua condizione.

Il raccolto della “cerca”, veniva ammassato nel Convento di Santa Maria delle Grazie o in Borgo San Cataldo, Palazzo Caizzi-Mendolicchio e poi Pelusi, pesato e venduto in genere agli stessi cittadini bisognosi di grano, legumi, olio. Per l’occasione si usavano le misure del tempo: lu quartucce, lu mezzette, lu tummele, lu stare, la pignata.  

La Madonna era sacra ai cagnaesi, maschi e femmine, amata soprattutto dalle persone umili legate alla terra. Sacro è tutto ciò che è inspiegabile e incute timore reverenziale. Con la Madonna si entrava in relazione attraverso il rituale della “cerca”. Il dono era simbolo del modo di rapportarsi delle persone, in questo caso, dei cagnanesi con la Santa. Insomma si ragionava più o meno così:- Se io sono generosa con la Madonna, la Madonna lo sarà con me e mi dispenserà grazie.

Approssimandosi il giorno della festa, ogni famiglia preparava pane casereccio fresco e “lu cacciandr”, un dolce povero, ricavato dai pezzetti di massa che restavano attaccati qua e là nella madia (fazzatora), con l’aggiunta di un filo di olio, semi di finocchio, un po’ di zucchero e un po’ di latte. C’era anche chi faceva la pizza, chi i taralli e persino “li mènele atterrate”, unendo mandorle tostate e zucchero.

Nove giorni prima della festa per il paese “ce menava lu bbanne”, affindando al bandaiolo il compito di annunciare che l’indomani in processione sarebbe stata traslata la tavola della Madonna dal suo altare (il secondo a sx della Chiesa Madre) a quello maggiore. Si richiamava, in questo modo, l’attenzione della popolazione, che si affacciava al balcone, alla finestra, ad ogni angolo di strada, per ascoltare.

Siccome la devozione verso la Vergine cresceva sempre più, dal 1881, il sindaco Antonio Fini e gli amministratori del paese decisero di istituire una fiera del bestiame, da farsi il 7 e l’8 settembre. C’era già la fiera di San Michele che cadeva ni giorni 7 e 8 maggio di ciascun anno. La fiera di settembre, però, si teneva già da diversi decenni e qualche anno fu differita per calamità, come ad esempio nel 1866, a causa del cholera morbus.

In occasione della fiera, che aveva luogo fuori paese, s’incontravano contadini, agricoltori e allevatori del posto e dei paesi limitrofi, e persino abruzzesi, giacché era già iniziata la transumanza. Si vendevano capre da latte, animali da soma e da lavoro, pecore da lana e maiali, di cui non si buttava nulla. I poveri, però, mangiavano poca carne, basti pensare che solo a fine Ottocento fu prodotta istanza di aprire una macelleria a Cagnano.

La fiera, in ogni caso, metteva in campo un nuovo attore sociale: “lu nzanzane”, un uomo particolarmente tagliato, che mediava tra il venditore e l’acquirente, rimediando qualcosa per sé. 

L’8 settembre, dopo la celebrazione eucaristica, le campane della Chiesa Madre squillavano a festa, richiamando il popolo al corteo processionale. Avanti a tutti il bandaiolo, quindi lo stendardo con l’immagine della Madonna in campo azzurro, i giovani e le giovani dell’azione cattolica, San Michele, San Cataldo e la Confraternita, la croce della chiesa Madre, i chierichetti e i sacerdoti, il quadro della Madonna delle Grazie, la banda, il popolo.

Al quadro della Vergine erano due lunghi nastri, dove i devoti attaccavano in genere cartamoneta. Una persona portava un cuscino celeste dove erano appuntate collanine e orecchini, per grazia ricevuta. I risparmi che erano costati molte rinunce. Donne e bambini scalzi si buttavano ai piedi della Madonna, per ringraziarla o per chiedere una grazia.

Il corteo processionale faceva il giro del paese, passando per via Cannesi, via Ospedale, via San Giovanni, Corso Umberto, Corso Giannone. In piazza Giannone la banda cessava di suonare e le oranti di pregare, mentre tutta l’attenzione era rivolta ai fuochi d’artificio: rotelle e botti tanto amati.

Poi tutti a casa a gustare il piatto buono della festa: ndroccl[2] e brasciol[3] e turcnedd[4]. Sulla mensa non mancava il vino, che rendeva più loquaci gli animi.

La festa religiosa rappresentava una delle poche occasioni in cui anche ai miseri era concesso di cessare l’attività lavorativa e staccare dalla routine alienante della vita. La banda, i fuochi d’artificio, l’abito della festa, la condivisione, la credenza nei medesimi valori, rendevano più coesa la comunità, caricandola di energie nuove, utili per meglio sopportare il peso dell’esistenza.

Gli anni della siccità e della carestia, purtroppo, ritornavano costantemente, mettendo a dura prova i piccoli coloni, soprattuto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando, in seguito alle leggi eversive della feudalità e alle piccole occupazioni, ognuno di essi si era recintato un piccolo appezzamento di terra e i professionisti erano diventati “galantuomini”, impossessandosi delle terre migliori, nonché di “parchi” e “mezzane”. L’acqua era utile sia per l’agricoltura, sia per l’allevamento, per far crescere l’erba e per riempire gli acquai. Gli animali dovevano alimentarsi e dissetarsi affinché gli uomini potessero sopravvivere.

Quando le campagne erano particolarmente assetate, il popolo implorava la Vergine affinché facesse piovere. Per tre giorni consecutivi pregava con fervore in chiesa, quindi in processione dietro la Madonna, portandola fino alle Tre croci, fuori il paese, oltre la Madonna de lu Rite. L’ultimo corteo processionale finalizzato a implorare la pioggia risale agli anni Sessanta del secolo scorso. Al rientro della processione o il giorno dopo, la pioggia arrivava, quasi sempre. Era il segnale della Madonna che, in questo modo, dispensando grazie ai cagnanesi, teneva accesa la devozione.

Col tempo, anche i pescatori di Cagnano hanno avvertito il bisogno di stare sotto l’ala protettrice della Madonna delle Grazie. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso l’icona della Madonna fu quindi portata nei sandali, imbarcazioni tipiche del luogo, dentro di arancio e fuori di nero pece, da Bagno al Crocifisso di Varano, dove, oltre ad una statua lignea posta sulle acque della laguna, c’è la chiesetta, un tempo dedicata all’Annunziata. Di recente, il corteo si dirige verso la foce di Capojale, per benedire anche i mitilicoltori.

Mentre questo saggio volge al termine, vorrei accennare all’effigie della Madonna delle Grazie di Cagnano Varano restaurata verso al fine degli anni Novanta. L’icona parla chiaro: l’indice della Madonna, rivolto verso il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande mantello azzurro trapunto di stelle, che avvolge la Madonna, simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il colore rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato sta a significare che Maria è Madre di Cristo, ma anche della Chiesa. L’icona, in definitiva, vuole trasmettere al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli possano crescere alimentandosi del Verbo di Dio.[5]

La devozione verso la Madonna delle Grazie si coltiva ancora a Cagnano Varano, sebbene in modo più flebile. La richiesta di sacro, però, non cessa, anche nella società tecnonolgica e conoscitiva, perché in periodi caratterizzati da incertezza e mutamento sociale, come quello attuale, i valori religiosi possono fornire un’àncora di salvezza.  

  

 

   


[1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo.

[2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”.

[3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti.

[4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate.

[5] SAVERIO PAPICCHIO [a cura di], Santa Maria delle Grazie, l’Icona di Cagnano Varano, lettura spirituale e pastorale, Falcone grafiche- Manfredonia, settembre 2007.

 

 

 

   


[1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo.

[2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”.

[3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti.

[4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate.

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2009 in Donne

 

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