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“Ho camminato per sentieri infiniti”, commento di Dina Crisetti alle ultime poesie di F. Bocale

15 Feb

 

È il libro della maturità- scrive l’autore- di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”

“Ho camminato per sentieri infiniti”, di Francesco Bocale, pp. 110, Tip. Zaffaroni (Co), dic. 2008, una raccolta di poesie, che apre con “Attesa”, scritta nell’ospedale di Saronno, urologia, 7° piano, venerdì 17 novembre 2006, ore 5,35, dove dona amabili cure il dottor …, e chiude con “Alla luce della tua divinità”, ancora a Saronno, ma nel reparto di oncologia, giovedì 13 dicembre 2007, ore 11,20.

Settantatrè poesie, scritte  nell’arco temporale di un anno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia. “Ho dovuto scrivere queste poesie, devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono.

Francesco mi chiede una recensione, invitandomi a “scavare in profondità, nelle sue pieghe più recondite per farne risaltare limpido, chiaro, il messaggio di attaccamento alla vita, di fede in Dio, negli uomini”.

Proverò, caro Francesco,  ad esaudire le tue richieste, ma non potrò offrirti che qualche riflessione scaturita dalla lettura delle tue poesie, ora cupe ora liete, proprio come il tuo stato d’animo. 

Comincerò da “Sogno” (pag 44 della raccolta), una poesia di 33 versi [scelta casuale?], a mio avviso significativa, in cui ciascuna persona, che abbia vissuto un rapporto difficile con il proprio corpo, a seguito di malattia devastante, potrà vedersi riflessa.  L’autore parla di corpo precipitato in fiume, che “trasporta fetore umano”, di “corpo profanato”, segnato da  “solchi che inquietano” l’anima. È stupito e imbarazzato per il nuovo corpo, “coperto di feci e di vergogna”, “diventato una larva”. Lotta, aggrappandosi  alla “riva” [alla vita] “per non finire inghiottito”; urla per essere strappato “ai gorghi. Questo uomo, oltre che forte, è ambizioso, concede, perciò, solo “ bambini sarcastici” di schernirlo. È orgoglioso, non vuole che sia umiliato, implora quindi il Signore affinché si riprenda il suo corpo nella sua  “interezza”. È anche uomo debole, che piange e rifiuta la condizione provocata dall’infermità. Ed ecco che “uomini pietosi”, i medici dell’ospedale- presumo-,  lo strappano alla morte, che “lacrime” generose -amici e familiari- bagnano le sue membra “attingendo acqua con piccolo mestolo”, come fece Giovanni per Gesù nel Giordano, rigenerando il suo corpo. Di fronte al “ cavallo  imbizzarrito”[1], la più potente e significativa  àncora di salvezza, in ogni caso,  rimane il Signore. Ed è a Dio che Francesco si rivolge perché lo sostenga e lo faccia rinascere,  glorificandolo con “il sangue della sua passione”, dato che non sopporta la “fragile nullità” del suo essere.

Versi dietro ai quali sembra celarsi il senso di inadeguatezza di chi non è più sano; che rinviano allo scenario della società consumistica e edonistica del nostro tempo, fatta di uomini belli e perfetti, dove, chi è malato, purtroppo, resta indietro, sentendosi emarginato, annullato, deprivato persino del corpo. 

 “Io sono sereno, forte, – dice l’autore- non il fragile Francesco, sono una canna che si piega fino a terra a provare sensazioni e sofferenze straordinarie, forti, ma poi si rialza, narrante con un canto di ringraziamento e di stupore per essere rinato”.[2]

Una canna che si prostra al volere del vento, dunque,  che si rialza, infine, per narrare un canto di ringraziamento. Passaggio interessante, questo, che mi consente di andare alla ricerca di simboli e motivi ricorrenti nella raccolta: il vento, l’acqua, la luce.

“Lanterne al vento”, “Britannia”, “Fuga” sono solo alcuni esempi dei testi poetici in cui è presente il tema del vento. Segno di inquietudine, simbolo della sorte, della forza irrazionale contrapposta alla fragilità umana, il vento porta l’uomo dove vuole, senza dargli modo di sapere cosa gli accadrà. “Chissà se verrai a farti luce/ per i miei occhi che non vogliono spegnersi/ come lanterne al vento che impazza”. “Il Tivano che impazza/ e sfilaccia i pensieri agli uomini”, “il vento che scende furioso… /e mi strappa dalle mani ogni cosa, /forse anche la mia fragilità”. “E continuo a fuggire come il vento/stanato dall’inquetudine che morde” (pag. 78). Nella tradizione cristiana, il vento simboleggia lo Spirito Santo, la forza che rigenera.

Altro elemento ricorrente è la luce: In Un nuovo cammino (pag. 10) si legge: “Chissà se la notte è passata./ Forse ancora verrà/ col suo cantico di oscurità/ laddove credevo di vedere luce,/ a tendermi un’imboscata”. In Implorazione (pag. 11): “Maria è luminosa e solenne a tracciare la strada agli uomini”. In Risveglio ”… le luci si sono accese alle finestre … . Anche il dolore ritorna a urlare”. In A Giuseppe : “Voleranno gli angeli a portarti in cielo dove il dolore si muta in luce.” In Sia più lieve il mio tempo scrive: “La luna impallidisce/ … silenziosa si eleva la cielo/ a consumarsi in un abbraccio di luce”. “Illumina… / la mia anima con l’ultimo tuo sospiro,/ perchè sia più lieve il mio tempo /soffocato dal buio della croce”.

Luce, che nella tradizione cristiana- sottesa in tutta l’opera-, è simbolo di Dio, della speranza che accompagna l’uomo. In Già vedo la luce leggiamo: “Com’è vile il cuore umano/ sempre pronto a stendere il pollice verso, quando non sa farsi artefice di un dono che tarda a venire!  Già vedo la luce dell’alba [del nuovo anno] aprirsi sui miei occhi ormai senza olio.

La mia casa è un deserto/come potrò darti accoglienza?- si legge in Alla luce della tua divinità– dove l’autore- pur bisognoso dei “vagiti di misericordia”, essendo la sua anima offuscata, teme che non potrà vedere la Luce di Cristo.

Anche il tema dell’acqua è presente in molte poesie, richiamato attraverso le scene delle lacrime (“Mi sono spogliato, mostrando le mie ferite/ e piangevo su quei solchi/ che inquietano l’anima mia.// E tutti versavano lacrime/ e mi bagnavano le membra…/,  “di padre … che piange”, “Domani lascerò questa Terra vinto dalla solitudine/ che si è mutata in malinconia e pianto”). Tema ripreso nell’immagine  del fiume (l’immobilità del Lario), dei paesaggi (“le case affacciate all’acqua”, “l’acqua nella piscina è luccichio perpetuo”, “I gabbiani ghignano a filo d’acqua”). L’acqua ha un significato speciale per i cristiani: è simbolo del battesimo, del rinascere a nuova vita.

Luce, olio, lanterna, croce, … immagini dell’angoscia, del precipitare, del bisogno di mani pietose, di idee speranzose: sembra qui la chiave di tutta la produzione di Francesco Bocale.

Prima di chiudere queste note di commento vorrei sostare su “Sentieri infiniti”, la poesia che dà il titolo alla raccolta, conferendole finalmente un tono gioioso, alleviandola dalla cupezza che attraversa quasi tutti i brani.

Un componimento di  17 versi, che ricorre a suoni e a immagini, per esprimere il motivo del canto. Canto che nel primo verso si fa “voce”, nel quinto “sgorga dalle labbra”, nel nono “gorgoglia dalla bocca”, nel dodicesimo si colora di “melodia”  e si esprime nella “visione di donna” possente, dagli occhi smarriti, che fanno vibrare le sue stanche membra. Canto che, nell’ultimo verso, stupisce, per narrare le meraviglie dell’infinito.

Pare di leggere la la storia della sua vita che si snoda principalmente tra la terra garganica e quella del comasco, passando attraverso l’esperienza del seminario. In altri lavori[3] ho già evidenziato l’amore profondo e nostalgico verso la sua terra garganica, a cui Francesco Bocale resta ancorato, quando è costretto a sradicarsi, senza tuttavia restare impedito, impegnato a tessere nuovi rapporti nella nuova città di residenza. Sono vivi, indelebili, comunque, i ricordi dell’infanzia, i taralli morbili, la “pizza negata”, il vino buono, la mamma lontana, il papà che non è più, gli ulivi, il Varano, i “pettegolezzi” dei cagnanesi, le passeggiate sulla “coppa”, … .

“Ho camminato per sentieri infiniti”- dice l’autore … “per venire a incontrarti nella pianura/ dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia”, la piana della Lombardia, dove ha conosciuto sua moglie e ha continuato a condividere le sue esperienze di vita insieme ai figli. La “voce” che accompagna il peregrinare di Francesco, ad un certo punto assume sembianze“di donna”, regalo venuto dal cielo, presenza forte, capace di incuorargli fiducia, che merita, perciò, tutta la sua gratitudine.  A primo acchitto sembrerebbe che questa donna sia sua  moglie, Maria Grazia. Ad una lettura più profonda pare, invece, che questa visione non sia da configurare in una donna in carne ed ossa, ma in Madre Natura, che disvela il mistero del divino. Storia di uomo e di donna si fonderebbero, dunque, infine, in una sorta di sentimento panico, che esprime il contatto dell’autore con tutto l’universo.

In “Rinsavimento”, Francesco Bocale si denuda: “Credevo di essere un gigante/ delirante di onnipotenza/ e mi sono scoperto fuscello/ spazzato dall tempesta.// Credevo di essere fiamma/ che rischiara l’oscurità della terra/ e mi sono trovato lanterna senz’olio.// Credevo di essere barca/ che non teme di solcare/ il mare aperto della vita/ e mi sono sentito tronco/ di legno alla deriva.// Credevo di essere vaso d’argento/ che non teme l’invidia del tempo/ ed ora sono frammento/ inutile d’argilla.// Quanti castelli avevo costruito,/ Signore delle cose e della vita./ Ora, sono ai tuoi piedi/ con la mia infinita nudità/ perché tu mi avvolga di misericordia/e mi tracci un sentiero di umiltà.// ( pag 26 della raccolta).

Testo da cui emerge il peso e le difficoltà della vita di un uomo, angosciato dalla malattia che accelera il tempo già breve degli umani, l’uomo nudo che chiede di essere avvolto dal manto della misericordia divina. Un uomo che sente il bisogno di palesare la sua nudità, sviscerando agli altri il suo dolore, probabimente anche con l’intento di dimostrare di essere vicino ad altri sofferenti, e, forse, per invitare chi sta bene ad apprezzare la vita che è fragile e breve.

Come non condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni? Chi non prova emozioni forti di fronte a questo io narrante esuberante? E siccome penso che ciascuno di noi abbia annuito dentro di sé, in modo affermativo, ritenendo che la poesia sia il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, essendo egli riuscito a trovare forme, simboli  e segni linguistici adeguati, credo di poter dire che Francesco ancora una volta abbia dato prova di essere poeta.

 

Francesco ci ha lasciati il giorno 15 febbraio 2009 alle ore 7.00 in Saronno.


[1] È così che descrive il suo male (telefonata di lunedi 4 febbraio 2009). Come cavallo imbizzarrito pare si sia sparso dappertutto. Sono in attesa di un farmaco che purtroppo ancora non riesco ad avere. Si lamenta per i tempi lunghi della burocrazia ospedaliera:- Ma cosa aspettano che la gente muoia?

[2] Saronno, 29 gennaio, 0.9, 1,42; Missiva di Francesco Bocale a Leonarda Crisetti

[3] Presentazione di Misura dei miei passi, recensione, Quando la cipolla fece piangere il padrone e di Quando il silenzio si fa poesia.

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Pubblicato da su 15 febbraio 2009 in Recensioni

 

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