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Cagnano Varano com’era, (da un manoscritto anonimo)

27 Dic

A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano.

La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggiore fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano.

L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento.

La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro.

Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione,  che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni.

Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni.

Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno.

La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta.

Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro.

Dopo la giornata di lavoro, a passo molto svelto, le donne tornano a casa per preparare il pranzo o consumarlo il più delle volte già preparato a base di legumi e, per sbrigare tante altre faccende.

In ogni casa si allevano le galline per il consumo delle uova della famiglia e per venderle. I compratori girano nel paese, in periodi di lavoro, di sera o di primo mattino, avvertendo del loro passaggio col grido: "Chi te’ l’ova?  (chi tiene le uova?)", che vanno, poi a vendere in città.

Anche l’olio, il petrolio per l’illuminazione vengono venduti per le strade.

Il suono delle campanelle avverte il passaggio delle venditrici di latte o di qualche capraio che, prima di portarsi il gregge al pascolo, fa con esso il giro del paese, per vendere il suo latte, che è preferito perché munto davanti all’acquirente e darantito della genuinità.

Tipico è l’abbigliamento dei pastori: calzoni aderenti, lunghi fino al ginocchio, sulla camicia un gilé di stoffa d’estate, mentre d’inverno è sostituito da uno lungo, fatto di pelle di capra o di pecora.

Ai piedi calzano gli scarponi, detti anche “zampitti”, specie di sandali legegri e impermeabili fatti dalla pelle di vacca e tenuti legati da funicelle, ricavate dal pelo di animali.

D’estate non manca la neve per rinfrescare l’acqua, il vino, preparare bibite e per coprire il pesce da spedire.

Due fratelli forestieri sono specializzati nel riporre la neve caduta in inverno in fossati scavati nel  terreno.

Anche i negozianti di maglie, stoffe, lo stagnino, il ramaio girano nel paese ad offrire la loro mercanzia ed il capillaro, che baratta i capelli e vende lucido, fili, aghi, spilli, bottoni, fettucce e tanti altri piccoli oggetti, contenuti in una cassetta appesa al collo.

Non manca, di tanto in tanto, il nero spazzacamino.

 

Forse la maggiore fonte di benessere viene dal lago.

In esso, a seconda delle stagione,s i pescano svariate qualità di pesci, tra i quali: grugnaletti, alici, gamberi, sarde, triglie, mazzoni, tupparelli, agoni, solgiole, cefali, spinole, corvi, orate, diverse speci di anguille (pantanine, maretiche), capomazzi, capitoni tanto richiesi su tutti i mercati d’Italia, specialmente per il pranzo magro della vigilia di Natale, di Capodanno e dell’Epifania.

In appositi allevamenti detti “giardini” vengono coltivati i mitili o cozze nere, tanto gustosi, in qualsiasi maniera preparati.

In vicinanza del santo Natale, la pesa del pescato venduto all’ingrosso viene effettuata sul Corso Giannone.

Le folaghe, i mallardi e gli altri uccelli acquatici, oltre a costituire oggetto di pesca, richiamano, ogni anno, nei mesi invernali, comitive di cacciatori paesani e forestieri per le cosiddette “mene alle folaghe”, battute di caccia nel lago. Si svolgono così:

“Ogni cacciatore prende posto in un sandalo, piccola imbarcazione usata, spinta a forza di remi. Ogni sandalo, guidato da due pescatori, va alla ricerca delle masse dei volatili posati sulla superficie dell’acqua.

Tutti insieme la circondano. Quando hanno raggiunto il loro posto, imbracciano il fucile per essere pronti a sparare i volatili messi in volo al primo colpo sparato dal capocaccia.

Gli animali colpiti cadono e vengono raccolti dai pescatori per dividerli, poi, coi cacciatori. Questi, oltre alla cartucciera ben fornita di colpi, portano la provvista di sigarette per loro e per i pescatori, contribuiscono alla preparazione di un buon pranzetto che consumano, tutti insieme, all’aperto, sulle rive del lago in grande armonia”.

I pescatori, per raggiungere il lago, percorrono ogni giorno, a passo marziale, alcuni chilometri di strada, in salita al ritorno, portando sulla spalla una bisaccia con l’occorrente e, sopra essa, glis tivaloni di gomma alti fino all’inguine.

Quando l’azzurro del cielo è nascosto da nubi e v’è minaccia di pioggia, i pescatori , che s’intendono delle variazioni del tempo, vi aggiungono l’impermeabile.

Questo indumento viene confezioanto in paese con il telone, stoffa grezza molto compatta, adoperata generalmente per la prima fodera dei guanciali e materassi di piume.

Detta stoffa la si rende impermeabile passandovi su col pennello una miscela di olio di lino e tuorli d’uova ben amalgalata che dà una tinta giallina all’indumento.

 

La popolazione, in genere, è brava gente. Però non frequenta assiduamente la Chiesa, non rispetta sempre il giorno festivo dedicato al Signore.

Non vi sono cinema o altri ritrovi. Alcuni bar, le osterie pullulano di uomini e questi, spesso tornano a casa avvinazzati, dando luogo a scene raccapriccianti, bestemmie, turpiloquio, tormentando le donne che hanno sfacchinato tutto il giorno.

Le donne del popolo vestono un’ampia gonnella aggrinzata alla cintura. Su questa un grembiulone, un giacchetto a vita, abbottonato sul davanti. Portano in testa il “tuccato”, fazzoletto legato a fioccco sulla nuca, per lo più bianco con disegni vari. Calzano pianelle.

Si riparano dal freddo col “pannuccio”, panno di lana colore nero, marrone, blu, o a fasce variopinte tessute ai telai paesani.

Le più giovani e quelle di classe più elevata usano scialli di lana con frangie di vari disegni e colori, acquistati nei negozi o da venditori ambulanti. Nei corredi delle spose si dà lo scialle nero.

Solo le signore, le impiegate portano i cappotti, i cappelli, le sciarpe.

Anche il corredo delle spose è in parte tessuto dalle tessitrici locali, molto provette nel tessere coperte di lana, cotone, lino, sevizi da tavola, asciugamani.

Le bisacce dei pescatori, dei contadini, i mantelli in uso, i vestiti invernali degli uomini sono anch’essi prodotti dai telai locali.

 

La lavorazione delle reti da pesca costituisce buona fonte di guadagno per le donne e per le ragazze.

Chi passa nel paese le vede in gruppo, sedute nelle strade, compiere il lavoro con molta destrezza ed agilità, spostarsi secondo il cammino del sole nell’estate di ombra in ombra alla ricerca di un alito refrigerante, nell’inverno, invece, del tiepido raggio di sole.

L’aspetto delle donne, in genere, non è quello di personeben curate.

Trascurati anche i bambini e le case per un complesso di motivi.

Manca l’acquedotto. La donna è costretta a fare dei chilometri per andare a prendere l’acqua dai pozzi in campagna, servendosi di barili di legno, di conche di rame, di vasche di zinco che porta sulla testa.

In parecchie case, in paese, vi sono le cisterne, che raccolgono l’acqua piovana dai tetti. Quest’acqua, però, non è buona da bere e non tutti possono permettersi  il lusso di pagarla ai proprietari delle cisterne.

Il bucato ne richiede parecchia e molto lavoro.

Si ammannisce prima l’acqua. Si mette a bagno la roba. Si lava una prima volta. Poi si fa bollire dell’altra acqua per la liscivia. Per questa si adopera la cenere fatta cuocere ed imbiancre nel forno. Dopo averla fatta bollire per un po’, la liscivia si versa nel tino contenente la biancheria, facendola passare attraverso un panno spesso, che trattiene la cenere. Il giorno dopo si rilava la roba, si risciacqua, si va a stenderla sull’erba fuori dell’abitato.

Quando non è completamente asciugata, si piega, si stira ben bene con le mani, si fa riposare un po’, si ridistende, per farla finire di asciugare. Così non ha bisogno di essere stirata.

Per la stiratura, comunque, si usano ferri da stiro di ferro o ghisa tutti di un pezzo col manico, che si scaldano sui carboni; un secondo tipo che ha il coperchio e nel vuoto si mettono i caroni accesi. Non so perché li chiamano “ferri a vapore”!

Anche la fattura del pane è un’operaziona  lunga e faticosa. Non vi sono forni pubblici. Solo tre donne fanno il pane per i negozi, per soddisfare i forestieri e coloro che vogliono mangiarlo fresco. In quasi tutte le case vi è il forno.

Bisogna prima provvedere la legna. Scegliere il grano per liberarlo dai semi estranei quali il loglio, la veccia, il “balifone” (semi quanto il grano pieni di terra nera) ed altri.

Vi sono tre mulini per trasformare il grano in farina. Tutti hanno un asino munito di campanello al collo, che viene portato in giro per raccogliere il grano da macinare, ma solo pochi si servono di questo mezzo.

La maggior parte in ceste molto grandi lo porta in testa al mulino. La farina viene setacciata per separare la crusca. Dalle vicine che hanno fatto il pane si provvede un po’ di lievito. Si ammassa con un po’ di farina, si fa lievitare.

Nelle prime ore del mattino, nella madia s’impasta tutta la farina. Ben coperto, il masso ottenuto, si la lievitare. Poi si formano le pagnotte, si fanno ancora lievitare mentre si accende il fuoco nel forno. Quando la legna è consumata si mette a cuocere il pane.

Detta operazione occupa metà della giornata. Le pagnotte di quatro-cinque chili ciascuna durano per circa un mese.

 

Non v’è l’energia elettrica. Le case sono illuminate con lucerne di stagno o terracotta alimentate da olio, da candele, o da lumi a petrolio di stagno, di vetro o porcellana.

Per le strade è addetto un uomo ad accendere i fanali. Porta una scala sulla spalla e con una mano regge una latta col petrolio. I lumi sono di stagno con un tubo cilindrico chiusi in un lampione di vetro come un tubo. Ma ai primi colpi di vento i lumi si spengono e ,quando mancano i pallidi raggi lunari a rischiarare i passi dei viandanti, questi si servono di una piccola lanterna ad olio o agitano un “tizzone”, pezzo di legno acceso preso dal camino.

Manca anche la fognatura e gli escrementi si vanno a buttare un bel po’ fuori dall’abitato e di mattina presto.

Queste le condizioni del paese nel primo quarto di secolo. L’avvento del fascismo porta la ferrovia, l’acquedotto, la fognatura. Una società locale impianta la luce elettrica. Il tenore di vita cambia anche a Cagnano.
 

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Pubblicato da su 27 dicembre 2008 in paesi garganici

 

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