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Il pubblico giovanile di Cagnano non sembra avere apprezzato il convegno che è stato comunque utile

04 Dic

 

Nonostante sin dall’inizio alimentassi dentro di me il dubbio sulla possibilità incontrare i giovani al convegno e sull’eventualità che aprissero i loro cuori ad un pubblico eterogeneo, con varie fasce d’età e rappresentanti di diverse categorie sociali, a causa della riservatezza tipica dell’età e dei problemi relazionali, chiedo a diversi giovani, che ho la fortuna di incontrare tutti i giorni:

          Perché non siete venuti al convegno?

          Professoressa, ma che volete sapere da noi, che non sappiamo chi siamo e cosa vogliamo! Sbotta,  con fare liberatorio, una diciassettene.

C’è chi parla di scelta infelice della data e degli orari, perciò mi permetto di considerare:

          Non vi stava bene il giovedì o il venerdì perché dovevate studiare? Allora sarete presenti questa sera che è sabato. Che ne dite?

          Il sabato? Ma noi dobbiamo uscire!

          Noi, professorè, non andiamo, perché il convegno non ci attrae, non vogliamo sentire un comizio!

Qualcun’altra ritiene che il convegno non possa cambiare la realtà delle cose, tanto alla fine si deve andare via da Cagnano, proprio  come hanno fatto altri giovani. C’è anche chi dice che non sapeva, chi ha dimenticato, chi aveva altro da fare, chi non sa perché non è andata/o.

Prendono la parola alcuni giovani che hanno partecipato all’iniziative della …, convergendo sul fatto che una sola esperienza è stata portata a termine con successo: una serata danzante.

          Con  alcool e fumo (aggiunge una ragazza).

          Sigarette?

          Ma che sigarette!

          Con la parrocchia abbiamo organizzato anche una festa in maschera, senza alcool, però, chi è venuto?  Fa eco un’altra.

Avete perso una bella occasione, concludo. Avreste potuto utilizzare uno spazio messo a vostra disposizione per far udire la vostra voce. Vi lamentate che a Cagnano non si fa mai niente, però, quando si organizza qualcosa, voi avete altro da fare.

Probabilmente i convegni sono una realtà assurda per i giovani e occorre inventarsi strategie più allettanti. Dagli interventi di questi giovani, in ogni caso, oltre al disinteresse di facciata per l’iniziativa, sembra emergere sfiducia, disillusione, assenza di sogni, precarietà.  E siccome i giovani sono anche il riflesso della società, dovremmo chiederci dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare senza perdere altro tempo.

 

 

 

Il convegno è stato comunque utile

Anche se i giovani erano in gran parte assenti, il convegno è stato comunque utile, perché durante le tre serate un considerevole numero di adulti, rappresentanti delle associazioni, dell’amministrazione comunale, parroci, educatori, docenti, mamme e papà e parte dei giovani hanno condiviso un medesimo spazio e cercato di interagire e di comunicare, in diversi casi gettando la maschera.

Da alcuni interventi pare di capire che i giovani di Cagnano siano come tutti i giovani d’oggi,  senza grossi problemi. Da altri si evince  che “a Cagnano siamo messi male”, “è inutile nasconderci”, che non è il caso di “strumentalizzare i giovani”, che le associazioni sovvenzionate dall’amministrazione dovrebbero rendicondare sui progetti attivati, verificare le ricadute positive sulla collettività, che bisognerebbe “spendersi per il sociale” senza fini di lucro.

 

Da dove  cominciare

Bisognerebbe recuperare il significato e il senso dell’educare, inteso sia come e-ducere, tirare fuori maieuticamente, sia come  e-ducare, condurre, guidare, coltivare. Un compito che spetta primamente alla famiglia, quindi e collateralmente alle altre istituzioni non formali (parrocchie, associazioni, gruppi) e formali (scuola). L’educazione, in ogni caso, è un processo fatto di buone pratiche orientato alla crescita cognitiva, affettiva, sociale e morale del soggetto umano.

A tal fine, occorre riflettere sul modello educativo della società dei consumi, veicolato dai mezzi mass e multimediali, fondato sull’avere, sulla competizione negativa, sull’individualismo e sull’isolamento; ridisegnare – se si crede- un nuovo progetto educativo incentrato sull’interiorità dell’essere, sul rispetto umano, sulla valorizzazione della diversità, sui diritti dell’uomo (alla vita, alla salute, al lavoro).

Un progetto umano che prevede l’alleanza di famiglia, scuola, enti locali, mondo delle assoziazioni,  i quali devono convergere sui valori condivisibili, sugli insegnamenti e tradizioni da trasmettere alle nuove generazioni mediante l’inculturazione.

Progetto che dovrebbe essere elaborato sin dal concepimento della vita, via via coltivato con cura, per realizzare le inclinazioni naturali dei bambini e delle bambine, senza usare i figli come strumento per riscattare la propria posizione sociale, utilizzando il tempo necessario, senza lasciarsi prendere dalla fretta.

          Bambini ,presto a vestirsi! Tu, ancora in bagno? La colazione è pronta. In fretta, c’è la scuola. Subito dopo il pranzo, la Tv, quindi il corso di danza, l’ora della palestra. Ancora la televisione. Si  fa tardi… e i compiti per casa?

Alla fine della giornata i nostri bambini sono stanchi morti e spesso con la coscienza (ammesso che ce l’abbiano) sporca.  E così il giorno successivo  e tutti gli altri da un corso all’altro (sovente a pagamento),  senza avere spazio per sé, per guardarsi dentro e coltivare i propri interessi  e, soprattutto, senza che ci sia un minimo raccordo tra le istituzioni, gli interessi delle quali spesso confliggono.

Quando noi eravamo bambini, al contrario, avevamo molto tempo libero, giocavamo in strada, condividevamo giochi , un pezzo di pane [pure quello scarseggiava in passato!] con i compagni, esperienze con il vicinato, esercitavamo la manualità costruendo i nostri giochi con rimasugli, pale di ficodindia, rametti, pietre, sfoffe.

Oggi i bambini, sommersi da regali e giochi che probabilmente non hanno il tempo di usare, non riescono a sperimentare  il gusto di fare da sé. Ottengono e pensano di avere tutto o quasi, purché non “diano fastidio”, o – come si dice da noi – Bbasta che te live da nanze”, diventando sempre più fragili, chiudendosi in sé di fronte agli ostacoli.

Non farà  meraviglia se, anche quelli che da piccoli sembravano docili e ubbidienti, appena adolescenti, tireranno fuori tutto ciò che, da bravi bambini, avevano rimosso, per costruire una nuova identità, dibattuti dal desiderio di camminare da soli e il bisogno di aiuto e riconoscimento. In questo processo vale molto il punto di vista del gruppo amicale, ma quando gli amici non sono affidabili si corre il rischio di deviare. Di qui le paure sia di chi è impegnata a crescere sia dei grandi.

Gli adulti, inoltre, sono presi da problemi di varia natura: crisi per problemi di coppia e di comunicazione, bisogno di sentirsi giovani, conflitti di ruolo,  soldi che non bastano, lavoro che non c’è e che, quando c’è, mal si concilia con le esigenze della famiglia e dei figli. 

Intanto sui figli, che non hanno facoltà di scegliersi i propri genitori, e sulla loro crescita pesa il clima che si respira in famiglia. Accade perciò che, come il cane ce si morde la coda, abbiamo figli scontenti dei padri e padri  scontenti dei figli, famiglie in crisi e società malata.

Il problema dei giovani è dunque complesso, molto in più che in passato, per tanti motivi che sarebbe lungo spiegare. Uscire dal circolo vizioso si potrebbe, intervenendo, però, su ogni anello del sistema educativo, a partire dal micromondo familiare. C’è bisogno di formazione anche per diventare genitori consapevoli.

 

Patto educativo: Idee e proposte

  1. Cancellare la parola:- vai! Fa star male
  2. Partire dalla famiglia, perno delle iniziative socio-culturali
  3. Insistere sull’educazione
  4. Porsi in soluzione di continuità
  5. Promuovere il benessere inteso come qualità della vita dei giovani e soprattutto dei più deboli
  6. Curare la formazione, accrescendo le conoscenze e le competenze dei formatori coinvolti nel patto educativo (genitori, operatori socio-culturali, educatori, associazioni)
  7. Sostenere la genitorialità della Chiesa per risposndere al bisogno d’amore
  8. Far nascere un gruppo interistituzionale
  9. Organizzare servizi, spazi sportivi, ricreativi, di comunicazione e informazione
  10. Stendere il piano dell’offerta educativa territoriale
  11. Promuovere la rivoluzione della mentalità
  12. Smettere di stare da soli
  13. Favorire l’aggregazione che non ingabbi
  14. Favorire l’incontro e il dialogo intergenerazionale
  15. Raccordare i contesti formale, non formale, informale
  16. Attivare la progettazione partecipata e politiche giovanili nel territorio
  17. Individuare e utilizzare in modo efficace le risorse umane e materiali del territorio
  18. Creare cooperative dove i giovani possano trovare spazi di partecipazione, aggregazione, aiuto ai soggetti indifficoltà (bambini, diversamente abili, anziani)
  19. Fare volontariato e attivare laboratori (sportivi, drammatizzazione, canto, musica, per esercitare la manualità
  20. Valorizzare le risorse nascoste dei giovani, specie di chi ha fatto esperienze.

 

Interventi

  • Noi adulti dobbiamo imparare a condividere, cominciando con l’incontrarci e stare insieme. I giovani hanno bisogno di questo. Se noi ci ammazziamo tra noi, se litighiamo, forniamo ai giovani l’alibi per non crescere e cattivo esempio (parroco).
  • Sono un giovane di Cagnano,  sempre vissuto a Cagnano e questa sera voglio dire che qui a Cagnano siamo messi male. Ci sono associazioni, c’è gente che opera, però, devo dire che queste esternazioni sono strumentalizzate e politicizzate, dietro le persone ci sono interessi privati. Lavorare per il sociale significa mettersi a disposizione, impegnarsi senza chiedere nulla in cambio. A tale proposito sono orgoglioso delle esperienze della nostra associazione e lo voglio dire in maniera forte, un’associazione che opera da 4 anni, che ogni anno conta mediamente cento ragazzi iscritti e siamo insieme uniti per la passione per il calcio senza chiedere in cambio nulla. Allora il problema è proprio questo. Le idee ci sono, i porgetti ci stanno. È nescessario che ciascuno si deve impegnare.
  • Credo che questa sera sono stati fatti sostanzialmente critiche e spot non invece proposte concrete. Ci sono realtà migliori delle nostre. Penso che anche gli adulti hanno la propria vita. Non possono pensare solo ai figli.
  • Dobbiamo cambiare mentalità. Il proprio “io” si costruisce pian piano. Se ognuno resta col proprio pensiero, se non ci mettiamo in relazione, non si va avanti.   Dobbiamo coinvolgere tutti quanti. Cambiare mentalità.  
  • I giovani hanno bisogno di guida dei genitori, del professore, … .
  • Purtroppo oggi la famiglia ha molti  problemi. Anch’io da giovane ho avuto problemi, anche i giovani del passato hanno avuto difficoltà (papà emigrati, mamme in campagna, solitudine). La parrocchia, la scuola, la strada, la chiesa, alcune persone mi hanno aiutato a crescere. Sono covinta che insieme si deve, si può collaborare,insieme è possibile.
  • Oggi mancano i modelli. Bisogna rendersi conto che i giovani sono cambiati. Aprire spazi dove i giovani possano parlare, confrontarsi. Vedo che stasera stiamo parlando non dei giovani ma di noi. Coltivare la speranza.
  •  A Cagnano ci sono già diverse associazioni sportive, iniziative eccellenti. Se le associazioni riuscissero a coordinarsi ci sarebbe modo di crescere. …  si tratta solo di incontrarsi, cominciare a fissare qualcosa su cui parlare.  I ragazzi a casa si scocciano, hanno bisongo di spazi in cui incontrarsi.
  • Non vedo i giovani. Stiamo forse anche noi preparando un piatto pronto, visto che i giovani protagonisti di questo convegno sono rappresentati solo da un’esigua minoranza?
  • I giovani non ci sono perché gli adulti non li conoscono. A Cagnano c’è bisogno di cambiare mentalità, di dialogare, di condividere la diversità. Da piccoli ci dicono:- Con  quello non devi andare, quello non lo devi aiutare, non fare copiare. Si vede il papà che picchia la madre. Bisogna invece aiutare chi è in difficoltà, farlo venire a casa, vedere insieme un film. Noi condanniamo invece i ragazzi “diversi” a stare in strada. In giovani non ci sono a questo convegno ma i grandi sì. Voi siete qui perché avete paura.  Ci sono bambini che hanno bisogno di amore (come risulta dalle mie esperienze). Cominciare a mobilitare le coscienze, sensibilizzarle verso la diversità.
  • Penso che il  giovane cagnaese, problematico come tutti i giovani, assumendo i valori di contesto, si distigua da tutti gli altri. La carenza di solidarietà nella società cagnanese, che in qualche modo sta emergendo, mi pare affondi le radici nella nostra  cultura, la stessa tramandata dal proverbio che dice “chi tè la casa grossa, l’ha dda nghì de spine (chi ha la casa grande, deve riempirla di spine”, o dell’altro che recita : “vu fregà lu vucine, còrechete la sera prèste e gàvezete subbete la matina” (vuoi superare il vicino, a sera vai a letto presto e di mattina alzati di buon ora). Detti che, insieme agli atteggiamenti di chiusura e competizione, sembrano confermare che non c’è spazio per gli altri. Questo però non vuol dire che non si debba iniziare a costruire una comunità più coesa e modificare l’identità, patendo dalla famiglia.    
  • Sono una studentessa di scienze della formazione che nel fare servizio civile  ha realizzato insieme al gruppo un progetto sulle fiabe, poi vendute per aiutare i bisognosi.
  • È vero che i genitori impongonoi le regole ai figli, ma è anche vero che i figli non hanno la forza di reagire. Quando io avevo 15 anni e la mamma mi imponeva qualcosa che non condivedo, io  la contrastavo. Questa aria di sufficienza secondo me nuoce ai giovani. Ci son persone che hanno viaggiato, studiato fuori, visto realtà diverse, perché, quandos ono tornate a Cagnano, non hanno fatto diversamente? Perché non hanno fatto nulla per questa comunità. Invece tutto è tormato come prima. Giovani che hanno studiato e che dovevano portare novità a Cagnano. È vero, perciò, che i genitori hanno fatto niente, ma anche i figli hanno fatto niente.  
  • Non mi stupisco che i ragazzi non ci siano. La vedo difficile che i ragazzi partecipino. Quelli che ci sono coraggiosi. Io non la vedo male.  Cagnano ci sono giovani che fanno sport. Abbiamo giovani in tutte le facoltà italiane. Anche dottori e ingegneri di fama internazionale. …  A Cagnano bisogna organizzare i giovani, mettere a disposizione tutto quello che c’è a livello di amministrazione. [Riporta alcune esprienze realizzate con i ragazzi del servizio civile e la Consulta giovanile].  Possiamo dire tutto quello che vogliamo. Mancano spazi pubblici liberi per  i giovani, spazi gestiti da giovani. Le associazioni sportive: si creano scontri anche per la gestione delle palestre. … almeno il 50% dei ragazzi del servizio civile va via. Si può restare a Cagnano anche facendo nascere una cooperativa a sfondo sociale. … Se viaspettate che un quarantenen o un cionquantenne  riesca a capire le esigenbze dei giovani diventa tutto più complicato.
  •  Si deve pensare ad una consulta giovanile con dentro tutte le associazioni perché queste conoscono il territorio.
  • Partire dal basso, con gli oratori. Ho frequentato e visto come funziona un oratorio.
  • Un convegno dove, purtroppo, mancano i giovani. Il problema è uno solo. In Parrocchia non c’è stata continuità. Incominciamo a lavorare insieme, sentiamo le problematiche. Di associazioni ce n’è un’infinità. Prendono i contributi. Cosa dannno ai ragazzi?  Alivello di amministrazione manca il controllo. Ognuno pensa a salvre il proiprio orticello.  
  • Diciamo le cose come stanno, dobbiamo avere il coraggio di metterci insieme e fare il “mea culpa” senza tirare acqua al proprio mulino. Stiamo andando sempre più giù.
  • Ho organizzato per la seconda volta il Cagnano folk festival., non senza problemi. Oltre a quello economico, c’è il grande problema che  gli adulti non ci ascoltano. Questo è grave nella società del terzo millennio. Apello a tutti:- aprite le orecchie, sturatele come si fa con il lavandino),perché non c’è società senza giovani, perché i giovani prendono il vostro esempio. I giovani possono sbagliare, ma a loro è concesso sbagliare per il fatto che essi sono giovani, non hanno esperienze, voi invece non potete. Ognuno di voi dovrebbe prenderci per mano, guidarci. Ci rimproverano che vogliamo cambiare il mondo. È certo che vogliamo cambiare il mondo. Vi sembra un mondo decente questo che ci state consegnando?
  • Faccio sport, mi sono laureato, ho realizzato diversi progetti dentro e fuori la scuola, anche con l’aiuto del dirigente.  È giusto che ci siano le associazioni. …
  • Condivido l’idea dei  laboratori e soprattutto del volontariato per i disabili, la parte più debole della popolazione, che mi sta a cuore.
  • Anche noi giovani siamo deboli e seppure abbiamo idee non sappiamo a chi rivoògerci, come fare perché i progetti vadano in porto e si realizzino. Perché non creare un gruppo di lavoro che si metta a disposizione dei giovani che spesso non sanno cosa e come fare, come fare. Ho fatto esperienza in un centro di prima accoglienza dove ho visto persone istruite, esperte, a disposizione dei giovani. Noi a abbiamo bisogno di aiuto anche per trovare lavoro.
  • Grazie a tutti, a chi è intervenuto e a chi è rimasto in silenzio. Nel salutarci ricordiamo che siamo qui per i ragazzi. Per il loro bene, bisogna inizare a condividere. E in questi giorni ci siamo creati lo spazio per condividere. Dobbiamo imparare a condividere.  Sono inter venute diverse associazioni, segno della ricchezza diq uesto paese. Occorre andare avanti, provare a creare dialogo, sinergie tra associazioni, un forum di persone che si entusiasmano. Le proposte ci sono. Mi porto via un’immagine di questo luogo che sa di vivere un’appartenenza. Chiudiamo, perciò, con una canzone di Giorgio Gaber che parla di appartenenza, una parola che vuol dure “avere gli altri dentro di sé”.  
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Pubblicato da su 4 dicembre 2008 in notizie di cronaca

 

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