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cagnano, la raccolta delle olive, … da un manoscritto del 1954

18 Ott

 

A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano.

La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggior fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano.

L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento.

La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro.

Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione,  che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni.

Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni.

Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno.

La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta.

Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro."

 Le donne cantavano  in genere "li sturnèlle", cfr. Canti e storie di vita contadina, di Leonarda Crisetti Grimaldi, 2004

 

3.4.1 Fior di vijóle,

li mamme ce hann’a fà li fatte lóre,

li figghie ce hann’a pegghià a cchia vònne lóre,

fior di vijóle.

 

3.4.2         Fiore di lino,

voi non mi garbate, voi non mi piacéte,

se io mi piglio a ttè sarà il destino,

Fiore di lino.

 

3.4.3        Fiorin Fiorello,

tutti i fiorellin che fioriranno,

il fiore dell’amore sarà il più bello,

fiorin fiorello.

 

3.4.4        Fiore d’arancio,

quanne la mamma sposa la mamma chiagne,

quanne la mamma sposa la mamma chiagne,

Fiore d’arancio.

 

3.4.5        Fior di trafòglio 124

ne fate un mazzoline e ppoi lo vènde,

di vècchie attòrno a mmè io non ne vòglio,

Fior di trafòglio.

 

3.4.6        Fior di lombazza,125

cchiuttòste nda lu puzze me menasse

che nnò ccummatte cu sta brutta razza,

fior di lombazza.

 

3.4.7        Llarìllarilla,

m’héje mbarate l’arte lu craparille,126

e lli cuscine mija sò li cangille,

llarì llarilla.

 

3.4.8        Fiore di ngigghia,120

quanda ne fa na mamma pe nna figghia,

‘rrivà nu uappetille e cce la pigghia,

fiore di ngigghia.

 

3.4.9        Fior d’inzalata,

a mmè mi piace l’addóre de la cita,

a mmè mi piace lu nóme lu fidanzate,

Fior d’inzalata.

 

3.4.10    Fior di papagna,127

e ll’òmmene sònne tutte magnamagne,

la fèmmena tira sèmbe a llu sparagne,

fior di papagna.

 

3.4.11    Fior di patata,

mangiate e nno mme dite favorite,

questa crejanza chi te l’ha mbarata,

fior di patata.

 

3.4.12    Fiore di pépe,

tutte le fondanèlle sono asseccate,

il povero amande mio muore di séte

fiore di pépe.

 

3.4.13    Fiore di lino,

voi guardate e a mmè mi fate péna,

se io mi piglio a ttè sarà il destino,

fiore di lino.

 

3.4.14    Fior di finocchio,

ci avete il pannolino nell’orecchio,

io non ti prendo se non ti prezzo agli occhi,

fior di finocchio.

 

3.4.15    Fior di menduccia,

beato chi ti stringe e cchi t’abbraccia,

beato chi ti bacia la tua boccuccia,

fior di menduccia.

 

3.4.16    Fiore di canna,

se vuoi la canna vaje nel cannito,

se vuoi la sposa vallo a ddire a mmamma,

Fiore di canna.

 

3.4.17    Fiore di canna,

tutte le notti coi piedi alla culla,

senza marito e sson chiamata mamma,

fiore di canna.

 

3.4.18    Fior di ginestra,

la mamma mia non mi marita apposta,

pe ni perdè quel fiore dalla finestra,

Fior di ginestra.

 

3.4.19    Fiore di menda,

menta si chiama perché non fa pianda,

la nostra londananza ci tormenda,

fiore di menda.

 

3.4.20    Fior di fagiolo,

gli uomini son findi e mmenzogneri,

hanno la bocca a rriso e ccendo cuori,

Fior di fagiolo.

 

3.4.21    Tu macchia d’accio,

son belli i tuoi capelli, gli occhi e lla faccia,

màmmeta t’ha ccresciute e ji t’abbrazze,

tu macchia d’accio.

 

3.4.22    Oh quande rose,

il viso tu ce l’hai ancor da sposa,

io spero di chiamarti ancora rosa,

oh quande rose!

 

3.4.23    Oh quande lune,

io l’amore lo farò di sera

e nottetembo non vedo nessuna,

oh quande lune!

 

3.4.24    Oh luna, sole,

stelle lucendi non mi abbandonate,

vorrei fare la pace col mio amore,

o luna, sole.

 

3.4.25    Oh quande stelle,

vieni Pierino, vienile a contare,

le pene che io soffro son più di quelle,

oh quande stelle!

 

 


124 Trifoglio.

125 Lapazio.

126 Capraio.

120 Fiore di giglio.

127 Fior di papavero.

128 Fiore di menta. Ricordiamo che il suono “d” è spesso usato in luogo di “t” in diversi  stornelli qui riposrtati( fontanelle per fontanelle, quande per quante, findi per finti…), lo stesso accade per i suoni b/p, c/g).

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Pubblicato da su 18 ottobre 2008 in etnografia garganica

 

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