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Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amore, Canti e storie di vita contadina

16 Set

  Leonarda Crisetti Grimaldi

  Centrografico Francescano, 2004

  pp. 258  € 18

 

"Leonarda Crisetti Grimaldi ha al suo attivo varie e interessanti pubblicazioni su Cagnano; ha collaborato con un mannello di proverbi cagnanesi curati e ciclostilati dall’Associazione “L’Alternativa” a un mio dizionario paremiologico garganico; e finalmente ha raccolto canti e trascritto storie di vita contadina, annotando voci per un vocabolario garganico a cui sto lavorando.

 

Il presente libro – il suo connettivo – nasce e si sviluppa proprio da questa ricerca di parole, che lo rende ricco di spunti e generoso di ricordi e fatti, tanto da costituire un’affabile microstoria dell’uomo di fatica e soprattutto della donna subordinata e dinamica di un passato non lontano eppure remotissimo, alla cui voce la Crisetti dà diritto e riconoscimento.

 

Dalle storie, non meno che dai canti, affiora e si delinea un dialetto che vale la pena definire nelle sue coordinate, evidenziandone carattere e peculiarità. I dialetti di Capitanata e Terra di Bari fanno parte del gruppo napoletano-barese dell’area «meridionale». In Capitanata si distinguono due varietà: la dauna, che comprende i dialetti garganici settentrionali e i dialetti dauno-appenninici, a sud-ovest di Foggia; e la apulo-foggiana, che comprende i dialetti garganici meridionali di Vieste, Mattinata e Monte Sant’Angelo e quelli del Tavoliere, tra cui Manfredonia, Foggia e Cerignola.

 

A Cagnano Varano, che è situato sul versante nord del Gargano, a ridosso dell’omonima laguna, si parla un dialetto dello stesso tipo di quelli parlati nei paesi del Subappennino dauno. Ciò è possibile perché anticamente gli Apuli furono sopraffatti dai Sanniti, i quali occuparono non solo la Capitanata, ma anche l’intero Gargano fino a Peschici, che rappresenta l’estrema propaggine conservativa del popolo dauno. A Peschici, infatti, si continua a dire jalle “gallo” con ­-ll- come nei dialetti dauno-appenninici, mentre nel resto del Gargano si dice jadde o gadde. 

 

I dialetti della varietà apulo-foggiana sono l’effetto tangibile della transumanza tra l’Abruzzo e la Capitanata, un fenomeno socio-culturale di grande rilevanza linguistica, che, iniziato in epoca romana, si è protratto fino agli inizi del Novecento, travolgendo il ponte ideale che collegava il Gargano ai contrafforti appenninici.

 

Il dialetto di Cagnano, come gli altri dialetti dauni, è caratterizzato dall’assenza di palatalizzazione della A tonica: jennare *jenuarius “gennaio”, mana manus “mano”, lapa apis “ape”, strata strata “strada”, cerasa cerasia “ciliegia”, vascë basium “bacio”, ecc.

 

La palatalizzazione di detta A (come anche della U tonica; cfr. Manfredonia: feletüre *fultorium “tappo”) è una «spia antichissima del sostrato celtico» (Graziadio Isaia Ascoli), che evidentemente non ha interessato, se non in modo marginale, il versante nord del Gargano, mentre ha lasciato la sua forte impronta in centri come San Severo, Manfredonia, Mattinata, Monte Sant’Angelo, Vieste, dove il suddetto fenomeno è del tutto regolare (scënnére, méne, épe, stréte, cerése, vése, ecc.).

 

Altra caratteristica del dialetto di Cagnano Varano, e degli altri dialetti dauni, è l’assenza di matefonia per la E e la O brevi latine: péde pedem “piede” e pedes “piedi”, bbóne bonus “buono” e boni “buoni”, céle caelum “cielo”, fèrre ferrum “ferro”, mmèrne (tempus) hibernum “inverno”, argènde argentum “argento”, cèveze (morus) celsa “gelso”, fóche focus “fuoco”, jóche iocus “gioco”,  òsse lat. tardo ossum “osso”, sònne somnus “sonno” e somnium “sogno”, òcchie oculus “occhio”, ecc.

 

La metafonesi (o dittongazione) per E e O brevi è invece costante nei dialetti apulo-foggiani: píde (píete) “piedi”, bbúne (bbúene) “buoni”, cíle (cíele) “cielo”, fírre (fíerre) “ferro” e “attrezzi”, vírne “inverno” e argínde, cíveze, fúche, júche (scjúeche), súnne, úcchie ecc.

A Cagnano, come altrove (nel Gargano e nel resto della Puglia), a voler ripercorrere la storia attraverso le sue tappe fondamentali, si repertano testimonianze linguistiche prelatine, come (crapa) cucca “(capra) senza corna”, mòrra “branco di pecore”, grava “voragine”, zóca “fune”; termini di origine greca, come camastra “catena del camino”, fanója “falò”, spara “cercine”, làghene “tagliatelle”, cuccuuaja “civetta”; parole di derivazione latina, come appeccià “accendere”, fulecara *filicaria “campo di felci”, farnare “vaglio”, setidde “setaccio”, cambésa “fiscella”, macéra “muriccia”, restuccia “stoppia”, ùrdene “filare”, chenòcchie “conocchia”; e voci di origine longobarda (sparagnà “risparmiare”, ualane “bovaro”, zènna “angolo”), araba (varda “basto”, arrecamà “ricamare”, nzanzana “ruffiana”), francese (sciarrabbà “calesse”, traìne “carro agricolo a due ruote”), spagnola (manda “coperta”, ninne “bambino”, capescióla “fettuccia”).

A queste testimonianze se ne potrebbe aggiungere qualcuna di lingua slava. È il caso di Capejale “Capojale”, composto da cape “capo, estremità” e slavo jale “spiaggia”, parola presente anche a Vieste negli esiti scjéle “spiaggia” (u Scjéle Castíedde “la Spiaggia del Castello”) e scjalidde “duna di fondale sabbioso”.

 

Un’altra peculiarità del dialetto di Cagnano è la conservazione dell’-a finale, fatto linguistico non rilevato da Giacomo Melillo nel fondamentale saggio fonetico, I dialetti del Gargano (Pisa 1926). L’­a finale è presente quindi non solo a Sannicandro, a San Marco in Lamis e a San Giovanni Rotondo – come evidenziato dal dialettologo –, ma anche a Cagnano Varano, così che questi quattro centri vengono a formare un quadrilatero entro cui si trova racchiusa la parte relativamente meno accessibile e verosimilmente più conservativa della parlata del Promontorio.

 

Cagnano, infine, vive una realtà socio-economica particolare. Se da un lato partecipa del carattere eminentemente pastorale dell’area garganica più interna, dall’altro svolge un’attività non meno tipica ed importante, che è la pesca nella Laguna di Varano. Certo si tratta di mondi diversi che convivono, tuttavia una ricerca che scandagli e metta a confronto la lingua dei pastori e la lingua dei pescatori potrebbe condurre a risultati interessanti.

 

La stessa Crisetti sottolinea come la sbronza di chi vive nel mondo agricolo-pastorale assuma tinte e connotazioni differenti dall’ubriacatura di chi vive di pesca a contatto con la pece dei pini di Aleppo. Mentre il primo fa il pieno introitando medzètte a rrègghie, cioè una mezzetta (circa 22 kg di aridi) per bica (che è tanto), il secondo è ubriaco fradicio se ha ffatte a ppetècchia, ossia se è tinto di nero come dopo avere impeciato le reti con la resina della corteccia di pino. D’altronde, dicono a Vieste, l’arte che féje, hé’ scî tinde (del mestiere che fai ti sporchi).

 

Dismetto allora i panni (sporchi?) del dialetto parlato per calarmi in quelli “tinti” della letteratura popolare di questa entusiastica raccolta, che si caratterizza per l’orignale alternanza tra parti più o meno omegenee di canti tradizionali e intermezzi di storie-interviste realizzate al fine di ricreare il mondo socio-culturale, con il lavoro e le sue pause, in cui erano oggetto di manifestazione collettiva.

 

Questo mondo, che solo per zeppe realistiche e perle di travisamenti traspare dall’ottava zoppicante dello strambotto (sunètte o manuuètte), di una koinè non tanto garganica o pugliese quanto sovraregionale o meridionale, si apre a tratti nella quartina giustapposta a mo’ di chiusa, i cui riflessi sembrano più circoscritti, trattandosi di versi a volte autoctoni, spesso frutto della fantasia creativa del singolo cantatore.

 

La natura locale della quartina è denunciata, oltre che dai diversi stereotipi e dai realistici riferimenti, anche dalla varietà dei nomi con cui viene designata, da strusce e struscelicchie (Monte Sant’Angelo e Mattinata), che nello “strascico” rimarcano quasi una ridondanza, a strufètte (Carpino), strufulètta (Cagnano) e strapulètta (San Giovanni Rotondo), che denotano un fare più modesto, meno elaborato o ambizioso, della “strofetta” rispetto allo strambotto. Il termine strapulètta sembra poi paraetimologicamente evidenziare il carattere posticcio, di una citazione a sproposito, “estrapolata” da un diverso contesto o situazione.

 

Quasi a sostegno della teoria che vede nello strambotto, per aggiunta di una sestina, l’origine del sonetto, col nome sunètte a Cagnano s’indica proprio lo strambotto, sebbene più latamente, in altre parti del Gargano, possa intendersi addirittura l’intera serenata.

 

Degno di rilievo è infine il fatto che il “sonetto” abbia a Cagnano una duplice modalità di esecuzione, una comune al resto del Gargano (simile alla “canzone” di Carpino) e una, almeno nel nome, tipicamente cagnanese. La manuuètte, infatti, altro non è se non un diverso modo di cantare lu sunètte (come a Carpino lu sunètte, sinonimo di manuuètte, è un diverso modo di cantare la canzóne). Per Monte Sant’Angelo Francesco Nasuti evidenzia come l’inserimento di improvvisazioni conferisca al “sonetto” un effetto sorpresa e un andamento tanto più complesso quanto maggiore è l’abilità dell’esecutore.

 

Il termine manuuètte, in un primo tempo recepito al maschile (erroneamente rifatto sul plurale), non giustificava del tutto il richiamo al passo breve (fr. menuet, dim. di menu ‘piccolo’) del “minuetto”. Vero è che dagli endecasillabi distesi dello strambotto si passa ad una esecuzione che esalta le cesure per camminare su un verso “piccolo”, da quattro a sette sillabe, ma il minuetto è della sfera culta, estranea al mondo contadino. Il movimento degli emistichi, che nella manuuètte slittano uno nell’altro per tagli e riprese, non si affidi però (per scambio di suffisso) al semplice girare di una “manovella”, svelto o lento, allegro o malinconico, sulla musica di un nostalgico organetto di Barberia.

 

Il dialetto di Cagnano è capace di arte raffinata, di una lettura stravolta, quasi in falsetto, del classico strambotto. Così come il Gargano è capace di poesia tout court. Oggi ne sarebbe convinto anche Pasolini. Tra i numerosi canti che la Crisetti ha amorevolmente raccolti, valga un solo esempio:

 

Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe,                 

ma vuje tanda ricche, ricche che site

…ssi magadzine addóva ce l’avite?

parche e ppuscine addóva li tenite?

li vóve addóva fanne la carravana?

li vacche addóva tènne lu muschejature?

li crape addóva fanne lu sauriature?

li pècure addóva tènne lu muriature?

li pòrce addóva fanne lu sugghiature?

 

È il canto di un garganico povero ma dignitoso, in possesso di una cultura pastorale arcaica, di una lingua antica e specifica quanto pregnante e viva, che si dispone nella misura di un verso irregolare sì, ma incisivo ed icastico. Parla di magazzini, parchi e cisterne, buoi, vacche, capre, pecore, porci, di beni materiali, seppure inesistenti (dove sono queste tue ricchezze?), in maniera assai concettosa ed anche ironica, ma lo fa associando questi beni a termini come carravana (carovana), muschejature (luogo polveroso dove le vacche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato, dal francone saur ‘secco’), murejature (luogo ombreggiato dove le pecore si abbrancano), sugghiature (luogo dove i maiali si rivoltolano nella motriglia o si accoppiano), per dire alla sua donna che lui è povero come lei è povera, e nello stesso tempo, quasi francescanamente, per invitarla alla gioia di vivere insieme come questi animali, che si appagano tra la polvere, al vento, all’ombra o nella mota, in piena povertà, ma in compagnia.

 

Rivoli, 24 aprile 2004
Prefazione di Francesco Granatiero

Poeta dialettale pugliese

 

 

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Pubblicato da su 16 settembre 2008 in Senza categoria

 

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