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Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina

15 Set

Leonarda Crisetti Grimaldi

Centro Grafico Francescano (Fg), 2004

Pp 358 € 18.00

www.centrograficofrancescano.it

 

 

"Da tempo l’amore per la sua terra da parte di Leonarda Crisetti si è esteso fino ad abbracciare ogni aspetto della vita e della storia del suo paese. Una fitta rete di ricerche condotte con impegno e rigore sta facendo rivivere un caleidoscopico patrimonio di tradizioni e di cultura, strappandolo a quel dimenticatoio, al quale era ineluttabilmente destinato, se la Crisetti, con la sua paziente opera non avesse messo assieme le tessere di questo fantasmagorico mosaico, contendendolo all’oblio e consegnandolo alle nuove generazioni, quale prezioso comune retaggio in cui riconoscersi, per ritrovare un’identità culturale che le recenti, veloci trasformazioni hanno contribuito non poco a far smarrire e a disperdere.

 

Cinge vècchie”- commenta l’autrice in prefazione-, ma i cinge vècchie sappiamo che spesso sono i più cari, quelli ai quali siamo più legati, perché hanno un particolare valore affettivo, perché sono carichi di storia, la nostra storia. Essi sono così preziosi che giammai nessuno si sognerebbe di buttarli via; sono lì accantonati, in chissà quale angolo della soffitta, perché magari non abbiamo neanche il tempo di andare a riprenderli, ma sono sempre presenti in un angolo privilegiato del nostro cuore, della nostra identità. Un piacere particolare, poi, ci pervade se qualcuno ce li ripropone, un piacere misto di nostalgia e di appartenenza. E siamo ancora più grati se colui che ce li ripropone ha, come la Crisetti, la capacità di restituire loro tutto lo spessore storico.

 

È quanto accade in questo più recente lavoro, in cui, se l’autrice parte dall’intento di mettere assieme “Canti e storie di vita contadina” a Cagnano varano, riesce pur sempre a dare al ricco materiale di cui il libro si compone una organica esposizione, sì da farne uno spaccato intenso e quanto mai interessante della cittadina garganica tra terra e lago.

 

I canti sono un po’ il pretesto o l’occasione per indagare ogni aspetto della vita, dalla sfera materiale a quella spirituale, ai sentimenti, alle passioni. Essi non sono avulsi, ma calati nella realtà di un paesaggio e di un popolo che l’autrice conosce bene anche in rapporto agli aspetti socio-economici che fanno da sfondo, con il riferimento ai mestieri e alla vita quotidiana della cittadina lagunare.

 

Il libro si anima. Dal passato ci arrivano non voci affievolite dal tempo, ma personaggi con la loro vita di stenti, oltre alla storia e alla natura di un territorio impervio che ha contribuito non poco a determinare le sorti e a forgiare il carattere di questa gente.  Le stradine del centro storico sembrano ripopolarsi delle botteghe artigiane di un tempo. Le parole e le melodie sembrano rincorrersi per quei vicoli a scandire la pratica di tanti mestieri, alcuni ancora in uso, altri ormai dimenticati, che ora riemergono anche attraverso il ricco apparato iconografico.

 

Parole e melodie risuonano, poi, tra colline e altipiani e si disperdono fioche sul lago a sostenere la difficile esperienza di tanti contadini, tanti pastori e tanti pescatori, in competizione tra loro, pur se legati da un comune difficile destino, che si perde nel corso dei secoli e che ora riaffiora, almeno nelle sue tappe essenziali. La ricerca delle Crisetti. Spazia, infatti, nel tempo e nella complessa realtà della società cagnanese, ne interpreta le ansie e le attese, ne ricostruisce le caratteristiche, a partire dal riferimento all’ordinanza angioina del 1300 che assicura ai cittadini i diritti sugli usi civici del lago, fino alla difficile affermazione di questa attività in anni più recenti, con l’apertura della foce di Capojale. Un’attività che deve fare i conti anche con la prepotenza dei signorotti, che gestivano il lago come una cosa privata. Più antica quella agro-pastorale, risalente alla fine del X secolo, ma caratterizzata anch’essa da stenti e difficoltà. Due attività fortemente speculari, pur nella loro dialettica contrapposizione, contraddistinte solo da un diverso atteggiamento nei confronti della tradizione: più conservatrice quella agro-pastorale, più aperta al nuovo quella legata alla pesca.

 

L’analisi della Crisetti si allarga poi fino ad abbracciare i paesi limitrofi, quei paesi interni, come San Nicandro, San Giovanni, San Marco, che condividono la stessa sorte di Cagnano, la cui storia si interseca attraverso contatti che contribuiscono a rendere omogeneo il patrimonio culturale che presenta, proprio nei canti, elementi di affinità anche con il resto del meridione e di altre parti d’Italia.

 

Le testimonianze introdotte man mano nell’opera e tratte dal vissuto di personaggi cagnanesi costituiscono il valore aggiunto del libro, a partire da quella del pastore Michele Tenace, con il racconto della transumanza a Vieste. Agli stenti del pastore fanno eco quelli del contadino impegnato nella mietitura. Anche qui a ravvivare il racconto subentra il ricordo di un rito agricolo pesante e impegnativo che vedeva coinvolta tutta la famiglia, oltre ai bracciali, nella pratica della mietitura, della cerviatura, della pesatura, della raccolta, dell’insaccatura e del trasporto.

 

In questo difficile panorama Ciuciurumèlla, che ha la fortuna di possedere un cane che in momenti di magra gli procura di che mangiare, portandogli una folaga, rappresenta davvero un’eccezione, una bella favola. Ben diversa la realtà che il racconto della Crisetti ci consegna attraverso l’intreccio con storie del vissuto, come quella del calzolaio Diego Mendolicchio, che, nell’orgoglioso ricordo del nipote, da onesto e indefesso artigiano qual era, è riuscito a diventare “agricoltore proprietario” e a dare un sicuro avvenire a tutta la sua numerosa figliolanza.

 

Se in una società patriarcale la figura maschile la fa da padrona, non possono essere, però, dimenticati i tanti mestieri femminili a cui ci riportano canti come Cummare, cirne cirne, che presenta la vecchia attività ormai in disuso di preparare il pane in casa, Nu jurne me ne jéva pe la vija de la fundanèlla, che introduce la lavandaia, Celate jè stu pajése, con l’immagine di una virtuosa filatrice di seta ricamatrice di bottoni, alla quale si aggiunge l’imbottitrice con tutte le attività a questa collegate, dalla coltivazione del cotone nelle paludi del lago di Varano, alla realizzazione delle mande mbuttite.

 

Mestieri estinti, come tanti anche maschili, ad iniziare da lu vardare, il sellaio, per finire a lu macerale, che realizzava muretti a secco. Lavori difficili e che stentavano a garantire condizioni di vita dignitose, che spingevano ad emigrare, se andava bene, verso il tavoliere E scappa da la Pugghia), oppure in località transoceaniche (Marìtema sta a lla Mèreca), in questo caso con conseguenze sui rapporti coniugali che si allentavano, in una realtà dove il matrimonio era importante per la stessa sopravvivenza della donna, che non aveva una sua autonomia, che svolgeva mansioni pesanti, ma spesso misconosciute (Migghièrema a llu friscke e ‘i a llu sóle).

 

Un mondo nei confronti del quale poi la donna si prende una sorta di rivincita, ironizzando, come fa la ragazza di Óhi ma’, óhi ta’, sui mestieri degli uomini che la mamma le propone di sposare, con il rischio, giunta all’età limite di 28 anni, di restare zitella. Un’ironia presente in tanti altri momenti come nei racconti de L’óva de Pèllanéra e Do mBètre e llu tròpp’è ttròppe!

 

Un’ironia per esorcizzare gli effetti del duro lavoro, che inizia alle cinque del mattino, anche per i ragazzi, come nel racconto di Giovanni Bevilacqua, e che si protrae fino a tarda sera, quando non bisogna farsi carico delle responsabilità di avere smarrito qualche capo, e per un compenso di 30 lire al mese.

 

Una realtà dura e difficile, in cui l’unica valvola di sfogo è rappresentata dall’amore, tema comune di tanti canti tramandati dalla tradizione con tipologie diverse nelle forme e nei toni: serenate e strofette, eseguite da pastori, ma anche stornelli, arie o macchiette eseguite dalle contadine durante la zappatura, la mondatura, la raccolta, per finire con le serenate d’amore e di sdegno, due facce della stessa medaglia, come spesso accade, e con i sunètte e manuuètte, tra amore e satira. Un tema importante a cui è destinata la seconda sezione del libro, ma che si combina con ogni altro aspetto della vita e pertanto ritorna potente in tutte le sezioni, a costituire la trama, il filo rosso di una difficile esistenza, in cui si insinua l’ironico e malizioso invito Bbèlla, se te vu’ mbarà de fa l’amóre.

 

Canti tramandati oralmente attraverso una lingua che riflette la condizione socio-culturale, ma che cambia nel tempo in rapporto alla stessa tradizione orale. Testi semplici per gente semplice, che ci presentano una galleria di personaggi e una gamma di situazioni diverse: dalla condivisione coi vicini di un sentimento bello e profondo, al lamento per un amore contrastato. Così come semplici e tradizionali sono gli strumenti di accompagnamento: puta puta, tamburi, nacchere, … chitarra battente, che dal 1500 accompagna i canti garganici.

 

Quest’amore si cala, poi, nella più complessa realtà di tutti i giorni, in quella vita difficile di sempre, legato anche all’aspetto religioso, importantissimo in una società caratterizzata dalla precarietà, in cui il ciclo liturgico si riverbera sul ciclo della vita e determina anche gli incontri tra amanti, proprio in occasione delle feste (si pensi al linguaggio ammiccante, in cui anche il lancio dei fiori durante le processioni aveva un significato recondito), o l’astinenza sessuale durante la quaresima, (Quarandasètte jurne sònghe state unèste).

 

Nell’opera trova spazio tutto il rituale relativo al matrimonio: dall’ammasciata alla ngappata e lla fujuta, alla nascita dei figli, con l’aiuto di “donna Valentina”, ma anche il racconto di vita reale legato alle figure di vere e proprie eroine contadine, come Mechelina. Questa, come gli altri personaggi che trovano spazio nel libro,sembra di primo acchito balzata fuori dalla penna di Verga e dal suo mondo dei Vinti, ma con essi questa non ha in comune che un difficile tragico destino, perché, poi, anche per Mechelina viene fuori quell’anima garganica volitiva, instancabile, costantemente impegnata, con un carico di responsabilità che contrasta fortemente con la marginalità del suo ruolo, ma portato avanti con insolita tenacia.

 

Una donna e un amore che alcuni canti, lontani dalla realtà, ci presentano rispettivamente come irraggiungibile e impossibile, alla maniera dei poeti provenzali, siciliani e stilnovisti, altri come donna oggetto o tentatrice, una donna che per piacere all’uomo deve essere semplice, acqua e sapone, docile, fedele, ma che può essere anche diabolica e tentatrice (La fèmmena fa la fòrca e l’òmmene ce mbicca). Una donna destinata a subire l’arroganza e la prepotenza del maschio, che tendeva a reprimere la sessualità femminile e ad esaltare l’illibatezza del matrimonio.

 

L’attenzione si sposta su un più ampio contesto, quello della vita, includendo i canti narrativi: di saluto, di riappacificazione, di intrattenimento, di scuse, di commiato, i canti dal carcere (con osservazioni sulle cause socio-economiche di atteggiamenti delinquenziali, tra cui l’abigeato), i canti di ninnananne e trastulli, i canti dell’amicizia, dai quali emerge l’amara esperienza di una sostanziale solitudine dell’uomo e una sfiducia nei confronti dell’amicizia disinteressata (Quanne vune te vè a ttruuà/quarchéccósa te vè a ccercà).

 

In tutto ciò s’inserisce la sfera religiosa e il ricco patrimonio di testimonianze, che scandisce le diverse fasi della vita, dalla precarietà esistenziale che trova conforto negli inni e nelle invocazioni, a quella sorta di divinazione sul mestiere del futuro sposo nel giorno di san Giovanni o sull’andamento delle stagioni a Santa Lucia, all’esplosione di gioia nei preparativi natalizi o intorno al fuoco sacro del falò di San Giuseppe.

 

In questo ambito e in questa dimensione spirituale un posto particolare occupa la morte con il lamento funebre, che trova espressione anche a Cagnano e sul Gargano, anch’esso in canti che hanno una loro singolarità, come quelli “cadenzati e iterativi” con alti toni di disperazione per il coniuge, che si esprime in una gestualità che rafforza la drammaticità già espressa nelle parole e che il buon vicinato e lu chenzóle possono solo lenire. Un lamento funebre sospeso tra la morte e la vita, che riafferma con forza la voglia di esserci, di esistere, e attraverso il canto e la parola vuole riaffermare la vita, quella vita, sia pure difficile e di stenti, che pulsa in tutta l’opera della Crisetti.

 

Rodi Garganico, 29 giugno 2004

 Prefazione, PIETRO SAGGESE

CORRISPONDENTE E CRITICO DE “IL GARGANO NUOVO”


" Canti e storie di vita contadina è un’opera letteraria bella e interessante, che esporta gli aspetti positivi diCagnano (e ce ne sono tanti). L’autrice ha saputo ancora una volta dimostrare le sue grandi doti letterarie nonché di ricercatrice. La ringrazio a nome di tutti i cagnanesi, esortandola, per l’amore che nutre per l’arte, a regalarci ancora altre opere."

 

Giuseppe di Pumpo, sindaco di Cagnano pro tempore
 

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Pubblicato da su 15 settembre 2008 in Libri

 

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