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Per ” casinates cellas”, Cella Santo Nicolay dello Inbuto

14 Set


               Uno degli edifici dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti, situato vicino alla sorgente omonima, nasconde tracce di una esistenza più lontana: è la cella Santo Nicolay dello Inbuto [Imbuto], posseduta dai monaci cassinesi. Ne fa fede un documento del 1058 che cita tra le altre pertinenze di Kàlena “cellam sancti Nicolay cum vineis et terris suis”. Nell’Inbutus, ci sono, quindi, una cella, dei vigneti e terre di sua pertinenza.

 

E’ possibile, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che all’epoca di Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti è raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, strada che svolge importanti funzioni economiche e politiche, collegando antiche città e ville-fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord, destinate a diventare comuni.

 

I monaci cassinesi colonizzano estese aree, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, per motivi anche di ordine economico, religioso e politico. Ambiscono esercitare il controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo potranno disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga) seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne, alimento che attiva un commercio invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce.. Nell’area di San Nicola di Varano sono diverse sorgenti, che danno modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando l’importante risorsa, costituita dall’acqua. Il tenimento costituisce una discreta risorsa economica del monastero madre di Santa Maria di Tremiti, anche perché vi si riscuotono le decime sull’intero lago.

 

C’è poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In epoca medievale, la via veteres che passa per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituisce un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allaccia i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e che è molto vivo il culto per l’Arcangelo.


           C’è, infine, l’interesse politico, legato al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia è a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) è popolata da genti proveniente dai Balcani. 

 

Il convento di San Nicola Imbuti è, dunque, una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, accrescono  il patrimonio e il prestigio della Casa di Santa Maria di Tremiti.

 

Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, ma c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem fatta da suo padre, il quale non riserva per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come esplicita la fonte- iniziano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, gira  intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insiste  un pesclo e una centia, prosegue con Nido di Corvo, taglia  poi dritto per il lago e si ricongiunge  con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), prosegue per metà isola e si ricongiunge  al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni. Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dà torto al signore di Devia e lo condanna a pagare 200 once, mentre riconosce a Santa Maria di Kàlena (Peschici) il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto.  

 

I privilegi di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituiscono beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

 

Nel 1332 Imbuti è annoverato tra i casales, uno dei tanti insediamenti tardomedievali destinati a morire. A seguito della decadenza della comunità benedettina di Tremiti e degli attacchi di pirateria da parte dei turchi, papa Gregorio XII affida ai cistercensi il compito di promuovere la rinascita e di erigere fortificazioni.

 

In epoca moderna, nel tenimento ci sono una chiesa, un castrum, folti boschi. Si pratica ancora la viticoltura, mentre sul lago si continuano ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare: pesci di ottima qualità (anguille e capitoni soprattutto), anche essiccati, di cui alla chiesa dell’Imbuti spetta la decima parte. Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati. Le acque dell’Imbuti sono appetibili anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli, che giungono in questi luoghi sostandovi d’inverno; i suoi pascoli, che si estendono fino all’isola Varano, sono utili per far svernare gli animali grossi del monastero di Tremiti.

 

Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i pascoli dell’Imbuto cominciano, però, ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico, Peschici e Ischitella vogliono appropriarsene.  

 

Nella prima metà del 1700, il grande feudo ecclesiastico di San nicola Imbuti, che si estende per Ha 5273 circa,  è posseduto dai Canonici Regolari Laterannensi di Santa Maria di Tremiti. Nell’Onciario si legge che tale feudo comprende il convento soppresso di San Nicola dell’Imbuto, beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria, una difesa boscosa di San Nicola dell’Imbuti affittata ad uso di manna e da far pece, di terre seminative e mezzane. Nel 1783, quando la badia di Tremiti cessa la sua agonia,  il tenimento dell’Imbuti passa nelle mani dello Stato, per essere poi comprato da Giacomo e Francesco Forquet, domiciliati in Napoli.

 

La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’Imbuto fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente. Il monastero viene poi distrutto e abbandonato dai monaci.

 

“I monaci recatisi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava ombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredarono, poi distrussero completamente la forma del monastero. I religiosi da allora non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare.” 


            In seguito, gli abitanti dell’Imbuti si sono trasferiti a San Nicandro Garganico e a Cagnano, le strutture rimaste in piedi si sono trasformate in masserie. Dell’antica cella restano alcuni segni inconfondibili presenti in uno degli edifici dell’idroscalo: la volta a botte di alcuni vani del piano terreno, i muri spessi, il materiale da costruzione, qualche finestra, il dislivello tra i vani, le difformità rispetto ai nuovi edifici.


 

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Pubblicato da su 14 settembre 2008 in luoghi della memoria

 

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