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L’anima e la spada

21 Lug

Leonarda Crisetti, Recensione del 26 gennaio 2006.

 

L’anima e la spada

Maria Antonia Ferrante

Edizioni del Rosone

 

Dopo San Michele tra luce e ombra (1991) e Memorie di Guerra dall’Idroscalo (2002), nonché molti articoli storico, psicologico- culturale, Maria Antonia Ferrante torna a tessere il dialogo con i lettori con questo nuovo libro intestato L’anima e la spada, edito in veste sobria ed elegante dal Rosone.

Un lavoro di ricerca storica, corredato da fonti, utilmente  interrogate, interrelate,  sì da sviluppare quella narratio, che si sviluppa intorno ai due personaggi principali, evocate dalle metafore espresse dal titolo, attraverso le caratteristiche che maggiormente li rappresentano.

L’intuizione, la conoscenza dell’animo umano, le capacità ideative,  critiche e introspettive soccorrono, inoltre, l’autrice in questo lavoro di ricostruzione storica, costruendo intrecci e vicende, animandole, attraverso le azioni, le soste sui luoghi e sui paesaggi, indugiando sui pensieri dei protagonisti.

Uno scenario intricato di eventi si dispiega davanti agli occhi del lettore, riconducendolo in un’epoca storica definita, a torto, oscurantista, tra prima e seconda metà dell’XI secolo, allorché la Chiesa è impegnata a ridefinire i suoi rapporti con il trono, avvalendosi dell’opera di vaste comunità monastiche, non senza avvertire i conflitti originati da un lato, dall’esigenza di riforma, che chiede agli uomini di Dio di ritornare alla povertà e semplicità evangelica, e, dall’altro, dalle pressioni di quel potere temporale, che li impegnava a lasciare traccia di sé attraverso la conquista di terre, castelli e cattedrali, adoperando gli strumenti delle indulgenze, del nepotismo e di ogni tipo di corruzione.

Sentimenti contrastanti ed elementi di contesto, efficacemente rappresentati dalla narratrice nei protagonisti, Desiderio e Roberto il Guiscardo, contraddizioni compresenti in ciascuno di essi, come in ogni uomo, perennemente dibattuto tra essere e non essere.

Il dissidio dell’anima è interpretato da Desiderio, sin dalle prime battute, allorché l’autrice, descrivendo l’aspetto fisico del futuro monaco destinato al soglio pontificio, lo definisce piacevole ed esile, gli conferisce quegli  occhi malinconici e quei lineamenti delicati, tipici di coloro che già in giovane età si votano alla vita ascetica. Questo giovane longobardo, battezzato Dauferio, è inquieto e ribelle sin dall’adolescenza, dilaniato dai sensi di colpa che insorgono, ad esempio, allorché egli si sottrae alla presenza dei genitori e soprattutto ai loro disegni, che lo vogliono sposato, preferendo la compagnia di anacoreti.

Parafrasando il linguaggio freudiano- non estraneo alla narratrice psicoterapeuta- potremmo sostenere che l’Anima di Desiderio soffre di quel conflitto che insorge tra le richieste sempre più forti di un Super ego, che lo vogliono rispettoso delle regole benedettine della preghiera e del lavoro, e le spinte dell’Es, che lo vedono attaccato alle cose mondane: la gloria e l’attrazione per il bello (arte bizantina in particolare).  L’anima si dibatte, pertanto, tra umiltà e presunzione, vita attiva e contemplativa. Rivedendo la  sua immagine affrescata sulle pareti di Sant’Angelo in Formis, desiderio pensa, perciò, con sgomento:- Troppo sontuoso è il mio abbigliamento.[ …] Troppo grande è l’immagine che mi rappresenta! Ho peccato ancora una volta, d’orgoglio e d’immodestia.

Vicende e tematiche che portano alla luce i dilemmi di sempre: l’essere, l’apparire, la frenesia del tempo mondano, che ruba spazio all’anima – commenta l’autrice. Inquietudini, agitazioni e azioni del narrare calcate puntualmente dal vento, simbolo di ………… 

Se l’ anima  del romanzo caratterizza principalmente il personaggio di Desidero, la spada ben si addice a Roberto, figlio di Tancredi d’Altavilla, che a causa della sua astuzia si è meritato l’appellativo di Guiscardo. Volitivo e  tenace, crudele e spietato, pio e devoto, scomunicato e deferente verso la chiesa, devoto all’Arcangelo guerriero e dissacratore, il conte normanno rappresenta l’altra realtà della storia dell’XI secolo, che vede il Mezzogiorno terra  contesa tra papato, longobardi, bizantini e normanni.  Grazie a Roberto il Guiscardo, gli uomini del nord da mercenari diventano nuovi padroni del Sud.

A quest’uomo, dai folti capelli, che si confondono con gli altrettanto lunghi baffi e con la barba, dipinto dalla narratrice come furia, vento che non s’arresta, acqua che travolge, fulmine che incenerisce, dato che non risparmia punizioni ai vinti, a questo condottiero al contempo generoso, magnanimo e sottomesso, afferisce, pertanto, la metafora della spada.  E mentre il Guiscardo annette città alla sua corona, elargisce doni alla chiesa, per tranquillizzare la coscienza, pensando di redimere in questo modo le sue malefatte. Un personaggio dalle due anime, proprio come quelle di Desiderio, che è pertanto da lui affascinato, rappresentando il suo alter ego.

Due vite parallele, segnate dalle azioni dei protagonisti: accade perciò che nello stesso tempo in cui Desiderio è impegnato a ricostruire chiese, basiliche e monasteri, Roberto s’impossessa dell’intera Puglia, ponte per Costantinopoli, nutrendo l’ambito progetto di impadronirsi di Bisanzio.  Il primo impegnato ad edificare-commenta l’autrice- e l’altro a distruggere.

Indugia la penna dell’autrice nel delineare i tratti dell’astuto dagli occhi azzurri che, oltre ad essere abile condottiero, si abbandona ai piaceri del cibo e del vino – specie a seguito di una difficile impresa. Vizi smodati, tollerati dalla consorte del normanno, la bella giovane Silchegaida, sua seconda moglie che darà alla luce una numerosa figliolanza.

La forte personalità del conte che, tuttavia, non regge se messa a confronto con  quella espressa dalla bella, devota, fiera e coraggiosa, colta, decisa, lungimirante Silchegaida, la quale entra in scena insieme al suo futuro sposo, ad un terzo della narrazione, restando in primo piano pressoché fino alla fine del racconto, insieme all’erede d’Altavilla e all’abate Desiderio.

Questa donna, cui l’autrice dedica ampio spazio, contravvenendo alle costumanze del tempo- data la posizione decisamente subalterna della figura femminile anche nella cultura longobarda- viene annunciata attraverso le parole di Alfano, amico e confidente di Desiderio, il quale aggiunge che si è formata alla scuola salernitana di medicina ed è  un’autentica longobarda.

Singolare e anticonformista, questa donna è sempre a fianco al suo consorte,  soprattutto dopo il concilio di Melfi, dove al conte normanno viene conferito il titolo di duca di Puglia, di Calabria e Sicilia.

Moglie generosa e madre premurosa oltre che orgogliosa dei figli, che ama amorevolmente e che fa istruire, trasmettendo nelle donne la raffinatezza dei modi, l’amore per la musica e per le arti nobili, aiutata da dame di prestigio, salernitane, di ascendenza longobarda, nei maschi il culto delle armi.

Donna che alla ragione unisce l’intuito e la sensibilità femminile, risultando vincente anche nel momento in cui svolge i  ruoli di stratega e soldato, dovendo pianificare e sostenere gli attacchi.

Donna colta che informa puntualmente i soldati e soprattutto il Guiscardo ad ogni attacco, mostrando carte e leggendo notizie storiche dalle pergamene di suo padre, il conte Gisulfo.

Donna coraggiosa e razionale, prudente e saggia soprattutto nei momenti difficili,  a fronte di un marito impulsivo e rude. Sulla via di  Costantinopoli, quando tutto è pressoché perduto,  Sichelgaita interviene dicendo: -E’ bene, mio consorte, conservare la calma e agire con prudenza…Dobbiamo… dobbiamo … .

Donna che, come ogni essere umano, è assalita talvolta dal dubbio: al matrimonio delle figlie Sibilla e Matilde ha infatti un attimo di smarrimento, allorché affiorano, da dove li aveva ricacciati, i dolori provati per il padre e i fratelli uccisi per mano del marito, le atrocità commesse nelle guerre di conquista e il sangue versato dai salernitani, i sensi di colpa per le figlie andate a  nozze per volontà paterna. Sentimenti che prontamente allontana da sé, perché sa che non è saggio rimuginare sul passato e che bisogna andare avanti, facendo riemergere la valchiria, la duchessa del più scaltro e  spietato protagonista della seconda metà dell’XI secolo.

Personaggio interessante, quello di Sichelgaita, proteso a cancellare gli stereotipi di genere, che attribuiscono tutt’oggi alla donna intuito, dolcezza, passività e  seduzione, destinando all’uomo razionalità, forza, capacità decisionali e pianificatorie.

Attorno ai protagonisti, si muovono altri personaggi: papi, duchi, monaci, tutti importanti e che hanno lasciato traccia di sé nella storia. Tra essi emergono Alfano, il monaco consigliere, amico di Desiderio rimasto fedele ai Longobardi, e Ildebrando da Soana, l’energico Gregorio VII, il papa accentratore, impegnato nella riforma della chiesa.

I viaggi di Desiderio, mediatore e diplomatico che dirige le mosse della sua politica dalla sede di Montecassino, conducono il lettore anche in terra Garganica.  La storia narrata, che si dipana per un cinquantennio a partire dal 1027, s’intreccia perciò con le vicende del monastero di Santa Maria di Tremiti, dipendenza cassinense, dove Desiderio effettua tre viaggi, occasioni colte dalla narratrice per fornire al lettore notizie storiche, ma soprattutto per invitarlo a guardarsi intorno, al fine di poter  ascoltare voci e suoni, di ammirare i colori, di gustare i sapori.  

Quella cui M. A. Ferrante fa riferimento nell’opera è l’età aurea di Montecassino, che si arricchisce di opere d’arte, chiese e celle, che impingua il suo patrimonio tramite ogni genere di donazione. Tempo in cui prosperano sia le città costiere e sia quelle dell’entroterra, epoca in cui si attivano i commerci grazie al pescato dei laghi di Lesina e Varano, alle produzioni della vite, del grano e dell’ulivo sostenute dai monaci, agli scambi con l’Oriente, da cui giungono tappeti e stoffe.

La cornice storica si snoda, quindi, tra le conquiste normanne, il concilio dei vescovi, il tentativo di conquistare Bisanzio, la politica temporale della chiesa e la riforma. L’ansia di ricostruire la basilica di San Benedetto, tra i tanti progetti di Desiderio, rappresenta, tuttavia, quello che non fa dormire l’abate, progetto che realizza infine con le elargizioni del Guiscardo.

L’autrice, indugiando sui costumi, sui cerimoniali di corte e religiosi, sulle strutture difensive, sui templi religiosi e sui castelli, sull’educazione di figli, sugli eventi mondani e sul tempo libero [caccia, banchetti, danze, giochi a dado, a tric-trac… ] offre, infine, al lettore la possibilità di ricostruire un quadro composito delle vicende narrate.

Uno spaccato  della società del tempo attendibile storicamente per l’autorevolezza delle fonti impiegate, ma anche un piacevole racconto, reso agevole dalla capacità fabulatrice di Maria Antonia Ferrante, dalle introspezioni psicologiche, volte a scavare nelle pieghe più recondite dell’animo umano, ricostruzione di cui vale la pena di appropriarsi per condividere eventi ed emozioni.

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Pubblicato da su 21 luglio 2008 in Recensioni

 

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