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Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis

21 Lug

 

Grazia e Michele Galante

Levante editori- Bari, 2006

 

Presentato il 12 maggio 2006 nella sontuosa sala Biblioteca comunale il Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, di Grazia e Michele Galante, Levante editori- Bari, con prefazione di Tullio De Mauro e postazione di Joseph Tusiani.

Un dizionario molto atteso, con oltre 200 mila lemmi, disposti in ordine alfabetico, senza tuttavia ridursi ad un arido elenco- precisa il coordinatore, dirigente scolastico Michele Coco- dato che di ogni parola si danno esempi d’uso tratti da proverbi, canti popolari, narrazioni. Contiene etimi di vocaboli, riferimenti alle lingue classiche e moderne, sinonimi e contrari, aggettivi nei vari gradi, verbi nelle diverse forme … . Dizionario arricchito da tavole tematiche: dall’abbigliamento ad ogni altro aspetto della vita culturale. Testo voluminoso alleggerito dai disegni di Nardella, strumento di conoscenza delle proprie radici, della storia sammarchese e garganica”.

Opera “ponderosa”, che Sergio Mazzia – commissario straordinario della città di san Marco in Lamis – si è onorato di presentare e che mostra l’interesse e l’amore dei fratelli Galante per la propria terra.

Molto interessante il contributo di Emanuela Piemontese, ordinario di glottolinguistica, didattica della lingua e sociolinguistica de La Sapienza di Roma che incentra il suo intervento sulla “corposità”, sulla “mole”, sulla “ponderosità”, sulla fatica dell’opera e sulla conseguente complessità, soprattutto a livello tecnico, inerente la compilazione di un dizionario della lingua dialettale.

Difficoltà riguardanti il criterio di scelta e di accesso alle fonti, che- nel caso del dialetto- sono, in genere, scarse e di tipo orale; difficoltà di classificare le parole che assumono sensi diversi, a seconda del contesto e della cultura; difficoltà di trascriverle; difficoltà di distinguere parole autoctone e prestiti; difficoltà connesse alla storica e complessa Questione della lingua, che ha visto contrapporsi due scuole di pensiero. Accenna quindi alla politica linguistica vincente nelle aule scolastiche e accademiche, alla teoria manzoniana che- tradendo le intenzioni dell’autore di Promessi Sposi- ha ritenuto i dialetti mala erba da estirpare. Recupera la teoria, meno nota al gran pubblico, di Isaia Ascoli, secondo la quale il successo dell’italiano non poteva ritenersi disgiunto dalla crescita del “commercio umano”. Se, dal punto di vista della politica scolastica, hanno vinto i manzoniani- continua la prof.ssa – dal punto di vista storico è risultata più corretta la posizione di Ascoli, per cui oggi, anche grazie ai mass media, la percentuale delle persone che parla l’‘italiano è salita dal 2% al 96 %, anche se un buon 40% ha molta familiarità con il dialetto.

Un secolo dopo, seguendo la teoria dei manzoniani e penalizzando chiunque si esprimesse in dialetto, don Milani poté affermare che la scuola è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati, bocciando dalla scuola di tutti chi non conosceva l’italiano.

 Né si può cancellare dalla memoria l’esasperazione della stigmatizzazione del dialetto operata dalla storia linguistica, dimenticando che intere generazioni hanno dovuto lottare, sentirsi persino in colpa, nel parlare in dialetto. Negli anni Sessanta del secolo scorso si è assistito, infatti, al mimetismo linguistico dei nostri immigrati, i quali a Milano e a Torino sono stati costretti a dimenticare insieme al proprio dialetto, le proprie radici, vivendo da sradicati e provando vergogna verso la prima lingua madre.

Oggi si assiste invece in tutta la Puglia al recupero del dialetto, dato che non contrassegna più lo status simbol del cafone, restituendogli quella dignità che si riconosce ad ogni lingua.

Un apprezzamento che, però, non può venire senza la conoscenza dell’italiano. Già Gramsci esorta, perciò, la moglie ad insegnare ai propri figli – oltre al dialetto- l’italiano, in modo ciascun cittadino abbia la possibilità di sentirsi dentro la situazione, percependo la sensazione di trovarsi al posto giusto, attraverso la comunicazione.

Il dizionario di Grazia e Michele Galante è quindi un buon punto di partenza, che ha dovuto affrontare tutte queste difficoltà, e che può essere migliorato.

Alla corposità del dizionario presentato, si aggancia il grande Joseph Tusiani, che si è premurato di esportare il dialetto garganico anche oltre oceano- il quale, per contro, partecipa al folto pubblico che gremisce la sala- il suo dialetto “limitato” oltre che “americanizzato, insegnatogli da sua madre. Un dialetto che sa di “sarta”, dal momento che sua madre faceva la sartina, e che comprende, pertanto, termini come fròffecia, fruffecìccchia e pertose. La cune che colmerà con questo dizionario, “un libro – confessa l’autore- che spiega me a me stesso”.

 Commovente e rilevante sul piano pedagogico la chiusa di Tusiani, il quale si augura che il Dizionario di Grazia e Michele Galante possa dare origine in famiglia ad un gioco o passatempo linguistico:

Addevine che gghiène lu strengeture? Addevine che gghiène lu cannepeddare? Addevine che gghiène lu… , e così via, per una mezz’oretta o solo per cinque minuti al giorno. Anche l’occhio ha diritto ad un poco di riposo, dopo ore ed ore di Tv. …. E mo nun parle cchìù”.

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Pubblicato da su 21 luglio 2008 in Recensioni

 

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