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Bbommine (Fiori d’asfodelo) di Francesco Granatiero

21 Lug

 

Edizioni Joker Graphicolor

Città di Castello (PG)

gennaio 2006

 

A i crestejéne, a u munne,/ sprúcete stràneje stràuse/ ca na parléte rume,/ ggiargianèise. Sderrupe// ngúerpe na furnesije/ de singhe e ssúene cupe./ Bbóne o mala fegghianne,/ angóre me chenzume// de paròule stramòrte./ Na vòuce annatavanne,/ affunne, me strapòrte,/ na vòuce o nu commanne.

 

(Agli uomini, al mondo,/ scontroso estraneo strano,/ ché una parlata rumino,/ incomprensibile. Dirupa// in corpo una frenesia/ di segni e suoni cupi./ Buono o cattivo parto,/ ancora mi consumo// di parole stramorte./ Una voce altrove,/ profonda, mi trasporta,/ una voce o un comando).

 

È con questa poesia (FurnesijeFrenesia”), tratta dal volumetto Scúerzele “Spoglia”, che Francesco Granatiero, medico, poeta e studioso di fama nazionale, originario di Mattinata, ma vivente a Rivoli, in provincia di Torino, ha esordito spiegando così il bisogno di scavare, di andare indietro nel tempo, rinnovando il senso di “parole stramorte”. È la “voce altrove” (na vòuce annatavanne), di un altro luogo, di un altro tempo, che spinge il poeta al ricupero memoriale e all’uso dello strumento vergine della lingua materna per dare un senso alla vita, conferendo nel contempo dignità di lingua al suo dialetto periferico.

 

Il poeta e critico Achille Serrao, nell’Aula Seminari della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Foggia, la sera del 23 maggio 2006, prima di presentare l’ultimo lavoro di Granatiero, BbommineFiori d’asfodelo” (prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, Edizioni Joker, Novi Ligure 2006, pp. 56, € 9), ha voluto soffermarsi sulle opere del poeta garganico, da U iréne (1883) a La préte de Bacucche (1886), da Énece (1994) a Scúerzele (2002), per ricostruirne l’intero percorso ideativo.

 

Senza perdere d’occhio i fondamentali studi critici di Giovanni Tesio, di Pietro Gibellini, di Franco Brevini e di Donato Valli, Serrao traccia la storia di una ricerca poetica necessaria, letteralmente scavata, attraverso un percorso trentennale, parlando di metapoesia, di fonosimbolismo, di apofonia, di archeologia della parola e della psiche.

La preferenza accordata al dialetto, la predilezione per i termini arcaici, ritenuti da Granatiero più “pregnanti”, “discreti”, “necessari”, è riconducibile al côté del poeta: il “nido” rotto anzitempo, l’infanzia triste e lontana, il contesto garganico, che conserva il fascino del primitivo e del selvaggio, sono indelebili nella memoria del poeta.

Il critico parla quindi, molto appropriatamente, di operazione di speleologia linguistica, ricondotta fenomenologicamente all’antropologia, di legittimazione culta, di deciso rifiuto della “parlata”, esposta alla corruzione e quindi all’impoverimento lessicale (alterazioni fonologiche, semplificazioni), proprio come accade per la lingua nazionale comune.

L’analisi stilistica continua e si scandisce nell’individuazione delle parole-chiave della poetica di Granatiero, dove ritornano cafúerchie “tane”, irótte “grotte”, iréve “grave, voragini”, préte “pietre”, macíere “muri a secco”, óve “uova”, énece “nidiandolo”, parole presenti in tutte le raccolte.

 

Ritorna nel volumetto più recente, ossessivo, il tema della “memoria”, che Pietro Gibellini traduce in «durata del passato-presente», «cifra persistente» della poesia di Granatiero; «durata del passato-presente» che – aggiunge il relatore – verifica in Bbommine «un massimo di estensione applicativa», consolidandosi nella magia del mito, dove – come sostiene Franco Pappalardo La Rosa – il poeta proietta la storia propria e altrui e «i materiali della stilizzazione lirica in uno spazio-tempo aspaziale e atemporale, situabile nella dimensione magica del mito: gli aurorali spazio e tempo dell’infanzia, dove tutto rimane per sempre fissato sullo schermo di un’abbagliante-struggente eternità».

Il critico continua parlando «di “vivezza” straziata, ma contenuta», di «carta della elegia e della algia, ma algia stemperata» dalla capacità del poeta di proiettare la materia nelle dimensioni del mito; e conclude con il rammarico di non poter esaurire «la intera gamma dei motivi di interesse e di studio dell’opera di Granatiero», perché «con Bommine, come in pochi altri lavori poetici in circolazione, si è ben dentro la magia del dire: accade qui che il verso canti le proprie ragioni ad esistere in uno straordinario, miracoloso equilibrio strutturale», con una «felicità di invenzione, una resa stilisticamente individuante dove nulla è lasciato al caso, alla pulsione elementare, e dove invece tutto è stato esperito ed attrezzato per conseguirla».

 

Al critico si è alternato Granatiero, la cui lettura, intensa, calda e sensibile ai moti dell’anima, ha proposto vecchie e nuove poesie, come Cafúerchie irótte iréve “Tane grotte voragini” – ben nota perché inclusa in tutte le più importanti antologie di poesia dialettale, da Chiesa-Tesio (Mondadori) a Spagnoletti-Vivaldi (Garzanti) a Bonaffini e allo stesso Serrao (Brooklyn, Legas) – o M’allèrte ca m’appadde nzúenne “Mi allerto ché mi appallottolo in sogno”, dove il poeta si sprofonda in una «catabasi poetica» (Franco Brevini) o «dove l’incubo dell’éboulement in una serie di consecutivi baratri sempre più profondi e tetri sembra richiamare la paura e la sofferenza della nascita» (Franco Pappalardo La Rosa), quasi scongiurata dalla magia di una serie interminale di n, raggrumate in allitterazioni e paronomasie: nzúenne “in sogno”, sciulènne “scivolando”, uerevòune “dolina”, sprefunne “gorgo”, funne “fondo”, affónne “affonda”, sfunne “sprofondo”, affunne “profondo”, affóche “annego”, a sseffunne “senza fine”, e così via.

 

La magistrale relazione di Achille Serrao è stata introdotta dalla generosa presentazione del prof. Domenico Cofano, ordinario di Letteratura italiana dell’Università di Foggia, che ha inquadrato l’opera nell’ambito di un’attività culturale iniziata due anni fa con il convegno sulla “Poesia neodialettale in Capitanata”. Il professore ha quindi evidenziato che l’Ateneo dauno, oltre ai compiti istituzionali, annovera quello di incoraggiare e divulgare i discorsi culturali, tanto più se essi riguardano il territorio in cui si è chiamati ad operare, meglio ancora se a proporceli è Francesco Granatiero, autore di raccolte poetiche, in cui recupera in maniera colta e raffinata il dialetto garganico.

 

Nella discussione è intervenuto, tra gli altri, l’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Ischitella Pietro Comparelli, animatore del Premio “Ischitella-Pietro Giannone”, che ha ricordato come una poesia di Granatiero fu letta da Enrico Montesano in una trasmissione di Rai Uno del sabato sera.

Leonarda Crisetti

 

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Pubblicato da su 21 luglio 2008 in convegni

 

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