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VOCI DI STRADA CAGNANESI RACCOLTE DA DINA CRISETTI 1/5

10 Lug

 

 

donne cagnanesi

 

Le "voci di strada" agevolano la lettura dei contesti. Da quelle raccolte nel mio paese è possibile desumere  il carattere e il costume del cagnanese che, a ben guardare, in fondo in fondo, è come altri uomini garganici. Di qualche voce è stato possibile ricostruire l’intera storia, di altri ho riportato l’espressione dialettale e il significato, sia letterale, sia metaforico.

Ringrazio tutte le informatrici e gli informatori, in particolare mia madre Lucia e l’ingegnere Diego Mendolicchio.

 1. L’ova de Pèllanèra

Era il tempo della mietitura e ogni mietitore a fine della giornata era solito consumare la cena insieme ai mietitori. Una di quelle sere di giugno, Pellanèra preparò l’òva a panemfùsse. In passato si soleva mangiare tutti in un unico piatto, la pàtena. Fu così che in quell’unico piatto il padrone riversò l’uovo cotto con abbondante acqua e cipolla sul pane casereccio. Ciascun mietitore mangiò il pane, scansando l’uovo e pensando:- Non lo posso prendere proprio io, sarebbe malecriànza! Accadde perciò che a fine cena quell’unico uovo rimase in fondo alla pàtena. Pellanèra, il proprietario, afferrandolo infine con la forchetta esclamò: – Quànda jé malamènda la gràscia! L’espressione fu proverbiale ed è rimasta sulla bocca di tutti.

 

 2. Lu troppe jè troppe.

Il detto era raccontato sovente dal maestro Francesco Mendolicchio negli anni del dopoguerra ai suoi alunni, allorché esageravano. Vede protagonisti un sacerdote di Cagnano intelligente, ma soprattutto ironico, Don Pètre Di Pumpo e un artigiano di nome Michele.

Durante il rito della celebrazione eucaristica, Don Pietro, che officiava, beveva dal calice il vino buono, di produzione propria, di cui aveva delle provviste in casa. Il sacerdote dimorava in Corso Umberto, accanto all’omonima fontana, denominata appunto fundana don Pètre, il secondo piano, cui si accedeva attraverso una scalinata matta, poco inclinata, interrotta da un piolo. 

Nella strada attigua abitava Michele che, siccome esercitava il mestiere del sellaio, era chiamato Mechèle lu vardare. A Michele piaceva molto il vino e frequentava spesso la candina de Romuualde, che era nelle vicinanze. Alla cantina di Romualdo si ritrovavano  anche altri  artigiani del paese, che ad un certo momento della giornata chiudevano la bottega, per andare a farsi nu bucchère de vine. 

Ogni mattina, quando don Pietro usciva dalla casa per recarsi alla Chiesa Madre dove celebrare la messa, passava davanti alla casa de lu vardare. Entrambi si salutavano con rispetto, ed essendo nata una certa confidenza, finivano con lo scambiarsi  i convenevoli e talvolta pettegolezzi.

Michele aveva saputo che il vino di don Pietro era molto buono. Un giorno si fece coraggio e gli disse: Don Pe’ eja sapute c’a fatte nu vine che ghjè na maravigghia. Che ddice, me la fa assaggià nu poche?

Bisogna sapere che anche Michele non era sprovveduto, perciò quando voleva era così abile a circuire il suo interlocutore da riuscire nell’intento, ottenendo infine ciò che desiderava. Se lo lavorò per bene ogni giorno e  quando giunse la festa di San Giuseppe, don Pètre disse finalmente a Michele: – E nghianele lu varrelotte.

Michele, e non solo lui, aveva in casa un barilotto di cinque litri, di quelli fatti con tante fasce di legno tenute strette da altre due verticali. Michele, solerte, prese il barilotto, lo sistemò sotto il braccio e salì a casa di don Pietro, pregustando già il buon vino del sacerdote.

Don Pietro spillò il vino dalla propria botte e riempì il barilotto di Michele, che se lo strinse sotto il braccio più forte di prima, per timore che potesse sfuggirgli, e tutto contento salutò don Pietro con mille cerimonie.

Una volta sceso nella sua bottega, lu vardare si sedette e gustò il vino fino all’ultima goccia, tanto che a sera il contenitore era già vuoto. Tra un sorso e l’altro, attaccandosi alla botticella e tracannando diceva tra sé e sé: Quanda jè saprite lu vine de la messa.

Il giorno seguente, quando don Pietro scese per recarsi in chiesa, com’era solito fare, mbà Mechèle gli si fece innanzi, ripetendo ad alta voce: – Mbà don Pè, lu vine ca fate jè propre bbone.

Ogni giorno che lo vedeva, Michele finiva col ripetere la stessa frase, lodando il buon vino della messa di don Pietro. E’ chiaro che il sellaio pensava sempre a quel vino, tanto più che se l’era scolato in una serata.

In prossimità delle feste patronali di San Michele e di San Cataldo, Michele pensò: – Mo ce l’eja ddummanna n’avetu poche de vine a don Pètre. E cche sso cinque litre de vine pe chi jè ricche ccom’e ghjsse. Si fece perciò coraggio e una di quelle sere rimasero a chiacchierare con don Pietro più del solito.   Con fare sottomesso chiese di potere assaggiare dell’altro vino, sicuramente più maturo di quello che aveva bevuto due mesi prima.

Don Pietro, come se l’aspettasse, rispose: – E ssì, perché no!

Fu così che per la seconda volta gli riempì il barilotto di vino, mentre lu vardare non la finiva di complimentarsi col sacerdote sulla bontà della bevanda, covando in cuor suo il desiderio di averne ancora un po’.

Passò del tempo e nel frattempo sia di mattina, sia di sera, quando lo incontrava Michele non la finiva mai di dire:- Com’è saprite li vine de don Pètre.

Intanto anche la provvista di don Pietro cominciava ad esaurirsi. In prossimità della festa della Madonna del Carmine, mentre don Pètre era in casa,  mbà Mechèle con la solita botticella stretta sotto il braccio, cominciò a salire la scalinata matta, ritenendo che il bravo don Pietro non gli avrebbe detto no. Nella sua testa argomentava cercando giustificazioni al suo comportamento, pensava ad esempio che quella di don Pietro era una famiglia benestante, dato che aveva la proprietà, perciò non gli sarebbe costato molto dargli ancora del vino. Giunto dietro alla porta, dopo un po’ di esitazione, bussò.

Chi è- rispose don Pietro.

Songhe ji, mbà Mechèle– fece eco l’altro.

Don Pietro che sprovveduto non era, appena percepì la sua presenza, pensò:- Ah! C’è ngarnate lu dende a mbà Mechèle. Improvvisamente il sacerdote mise in moto la sua fantasia, ragionando nella mente, al fine di trovare le parole giuste per fare cessare le pretese di mbà Mechèle. Don Pietro intendeva rifiutargli in vino, senza offenderlo, proprio come uno da par suo sapeva fare.

Un momento- disse infine. Avvicinò l’occhio al buco della serratura, per vedere l’esatta posizione di compare Michele e per mettere in atto il piano che gli era balenato. Aprì poi di botto la porta e assestò un colpo di gomito al barilotto del sellaio. Il barilotto a quel punto sfuggi al controllo del proprietario e cominciò a rotolare molto lentamente giù per le scale della gradinata matta di don Pietro. Mentre avveniva ciò, il sacerdote richiamò l’attenzione di mbà Mechèle:-

Ascolta- disse- ascolta:

– Trocch- trocch- trocch-trocch- tropp. Troppe- troppe- troppe.

Il barilotto intanto continuava a rotolare, accelerando il ritmo, lasciando intendere:

– Lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe.

La sendute mbà Mechè, lu dice pure lu varrelotte ca lu troppe jé troppe.

 

 

 3. Lu prim’anne musse e musse

Lu seconde cule e cule

Lu tèrze a cavece ngule.

(Il primo anno bocca a bocca, il secondo culo a culo, il terzo a calci nel sedere).

Si suole ripetere a coppie di sposi gioveni e meno giovani, per ammonire sui rapporti di coppia, i quali sono destinati a mutare nel tempo. Fibnchè la spinta erotica è forte, i due sono molto affiatati, quando questa si affievolisce, si passa alla sopportazione giungendo anche alla violenza.

 

4. Mettimece na prèta sope.

Mettiamoci sopra una pietra.

Si suole dire ancora oggi quando si vuol mettere fine ad un diverbio che provoca ancora sofferenza. Delle volte il male causato da uno dei litiganti è così forte che si suole rispondere:- Ce vò na macèra (non basta dunque una pietra).

 

5. Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

Ora se ne va la folaga cannaiola.

Il detto rinvia ad un episodio accaduto, che vede protagonista una donna molto devota, Angelina De Monte, e il sacerdote Don Pietro di Pumpo, che l’avrebbe ideato. Questa signora ogni mattina soleva andare a messa. Ad una sua uscita costantemente anticipata, il sacerdote commentò: Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

 

6. Prega per noi pescatori.

In passato la gente di Cagnano, che frequentava la campagna, era molto religiosa, gli artigiani lo erano un po’ meno, i pescatori molto meno, tanto che modificarono l’Ave Maria con: – Prega per noi pescatori.

 

7. La Madonna de li scekattele.

La Madonna dei petali dei fiori.

Festa religiosa che cadeva nella stagione della primavera, allorché per le strade del paese passava la processione cu lu palejotte e le strade si ricoprivano di un tappeto di petali di papaveri. Lu scekattele è, infatti, il petalo del papavero.

 

8. Hanne purtate l’estrema unzione

L’estrema unzione si riceveva in passato in casa ed era portata dal sacerdote accompagnato da due ragazzini: uno con la campanella e l’altro con l’ombrello eucaristico.

 

9. Federiche e Chelenucce

C’era uno straordinario accordo tra Federico, che suonava l’organo della Chiesa Madre, e Chelenucce che cantava: erano talmente abili nel mantenere alcune note ed accelerare il ritmo, che insieme trasformavano la nenia di ninna nanna della novena di Natale in gioioso canto di gloria.

 

10. Ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

Lo bevono il vino a Cagnano.

E’ una voce di strada molto interessante che, insieme alle altre, descrive il carattere del cagnanese. Una domenica sera, sul tardi, cumbà Mechèle, indugia davanti alla porta del suo negozio di tessuti, nel tentativo di aprirla. Passa cumbà Giuvanne, si ferma incuriosito, osserva e infine dice:

          Cumbà Mechè, ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

Risponde cumbà Mechèle : – Ce lu frèchene, ce lu frèchene… e riprende il tentativo di aprire la serratura con il sigaro toscano.

 

11. Jé morte lu ciucce

E’ morto l’asino.

Detto a chi piange senza un motivo serio o veste nero senza che sia a lutto.

 

P12. are na vacca senza campana

Sembra una mucca senza campana.

E’ riferito a chi va in giro senza una meta.

 

13. A fatte a petècchia.

Ti sei ubriacato.

Letteralmente “hai fatto a petecchia”. E’ un’espressione tipica dei pescatori, che utilizzavano corteccia di pino per tingere le reti, al fine di non farle attaccare dagli insetti (pulci) In senso figurato esprime la condizione di chi è ubriaco fradicio. I contadini invece ricorrono alla voce: – A fatte mezzètte a regghie. Lu mezzètte era una misura di capacità e la règghije era l’insieme dei covoni, dai quali difficilmente si riusciva a ricavare un mezzetto di grano. Altra variante: te si fatte nazze nazze.

 

14. Sta surte surte, benedica.

Stai bene in salute, Dio benedica.

E’ riferito a chi gode ottima salute.

 

15. é grane de chiane.

E’ grano di pianura.

La voce, usata in senso ironico, è riferita a chi attribuisce alla sua merce un valore superiore a quello effettivo, in senso concreto sostiene che il grano coltivato in pianura è di qualità superiore a quello di montagna.

 

16. Ngricca la coda.

Alza la coda.

E’ l’atteggiamento di chi, insuperbito, si offende.

 

17. Fa crà crà ccome la curnacchja.

Fa domani domano come la cornacchia.

E’ riferito a chi rinvia le decisioni e non è di parola. Dal latino cras, il dialetto crà imita qui il verso della cornacchia.

 

18. Parene li crape de Zenghine.

Somigliano alle capre di Zenghine.

La voce è diretta a quelle persone che masticano sempre, ruminando appunto come le capre di un personaggio del luogo Zenghine.

 

19. So rrumaste Cricche Crocche e Màneca de ngine.

Sono rimasti in pochi sprovveduti.

 

20. Bell’accatte!

Bell’acquisto.

Modo ironico per assicurare che l’acquisto non è un buon affare.

 

21. Ngorpe e citte!

Incassa e taci.

Accade a chi, di fronte ad una situazione imbarazzante, non è nella facoltà di ribattere.

 

22. Quidde me dice: – Accideme, accideme!

Mi dice:- Ammazzami!

Soleva dire in questo modo sovente la mamma al figlio, quando questi diventava riluttante e irritante, da far nascere la voglia di ricorrere alla violenza.

 

23. Ce né gghij d’acizze.

E’ diventato acido. 

Detto di cosa guasta, ma anche di persona che non è più quella di un tempo e che ha perso la testa.

 

24. Ne nde occhj pe chiagne.

Non ha occhi per piangere.

E’ riferito a chi è completamente al verde o non ha alcuna risorsa.

 

25. Mè calata la scurda nnanze l’occhj.

Non l’ho vista più.

E’ riferita a chi perde il controllo della situazione.

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Pubblicato da su 10 luglio 2008 in modi di dire

 

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