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VOCI DI STRADA 4/5

10 Lug

81. Ammola li dénde.

Affila i denti.

E’ riferito a chi si prepara per gustare una pietanza.

 

82. Ditte pe ditte.

Detto per detto.

E’ questo il modo in cui passavano le notizie in passato, di bocca in bocca, dunque, spesso distorcendo anche la verità.

 

83. La jérva vucine allu foche c’appiccia.

L’erba vicino al fuoco brucia.

L’espressione era riferita ai fidanzati, che stando troppo vicini, rischiavano di precorrere i tempi.

 

84. L’éja cèrne nda lu farnale.

La devo passare a setaccio.

Lo dice chi prima di stringere una relazione con una persona, intende conoscerla bene, come si fa col setaccio con la farina.

 

85. Te’ ffatija, tè!

 Tiè lavoro, tiè !

E’ detto con sarcasmo a chi non ne vuole sapere di lavorare.

 

86. Jé cazze mija. Jé fatte mija.

E’ cazzi miei. E’ fatti miei.

E’ la risposta energica di chi evidenzia che il comportamento dell’altro è guidato esclusivamente dai suoi interessi.

 

87. Fa ccome si fatte, ca ne vi chiamate né mopa, né pazza.

Fa come sei fatto, non sarai chiamato scemo, né matto.

Tratta gli altri come gli altri trattano te, ripagandoli con la stessa moneta.

 

88. Stà cu lu féle alli dènde.

Sta col fiele ai denti.

E’ riferito ad una persona adirata.

 

89. Jé na fémmena bbasata.

E’ una donna seria.

Riferito a donna responsabile e non frivola.

 

90. Ndenghe fortuna manghe a cacà.

Non ho fortuna nemmeno ad evacuare.

 Lo ammette chi ritiene sia tanto sfortunato da non riuscire a fare neanche la cosa più naturale di questo mondo, senza essere interrotto.

 

91. Ne gnéva lu destine.

Non era il destino.

Il detto era riferito sovente dalla madre e rivolto verso la figlia, allorché si scombinava un fidanzamento, riflettendo la concezione fatalistica della vita del tempo.

 

92. Jé gghjute file file.

E’ andato filo filo.

E’ mancato poco che accadesse qualcosa di grosso.

 

93. Bbona fina e bbon prencipij.

Buona fine e buon inizio.

Ci si augurava in questo modo la fine e l’inizio dell’anno.

 

94. Stènghe ccome na mazza de fèrre.

Sto come una mazza di ferro.

Lo dice chi sente molto freddo.

 

S95. o rrumasta ccome na mazza de fèrre.

Sono rimasta come una mazza di ferro.

Detto da chi è rimasto rigido di fronte ad un evento o ad un’ingiuria inattesa.

 

96. A’ truuate la forma de la scarpa suua.

Ha trovato la forma della sua scarpa.

Ha incontrato finalmente chi gli tiene testa e lo fa rigare dritto.

 

97. Stenghe cu lu péde nda la fossa.

Sto col piede nella fossa.

Lo dice chi è sul punto di morire.

 

98. Quand’è brutte a fotte nghiazze.

E’ brutto fottere in piazza.

Le cose intime e riservate non vanno fatte davanti al pubblico, in genere maldicente.

 

99. Sonne cazze e cucchiara.

Sono come la cazzuola e il cucchiaio.

Sono la stessa cosa. Vanno molto d’accordo.

 

100. E che ce sta lu fùnneche!

Che c’è il fondaco!

Detto in genere dai genitori ai figli di fronte alle loro molteplici richieste. Il fondaco è un grande negozio ove si poteva trovare di tutto.

 

101. Jé sénza palle!

E’ senza palle.

Riferito a chi è senza carattere.

 

102. La gatta nnammuratizza.

La gatta che s’innamora.

La voce è riferita ad una ragazza che passa facilmente da una relazione all’altra.

 

103. Cu la coda nda li cosse.

Con la coda tra le gambe.

Atteggiamento di chi, dopo essere stato rimproverato, si pende del male fatto.

 

104. Gatta pelagna, rire e chiangne.

Gatta pelosa, ride e piange.

E’ riferito a chi si commuove e cambia umore facilmente, passando dal riso al pianto. 

 

105. Sta ccome la gatta che adda ngappà lu surce.

Sta come la gatta che deve acchiappare il topo.

Non vede l’ora di mettere in atto il suo piano. 

 

106. Pare na gatta mfruscenata nda la cènera.

Sembra una gatta che si rotola nella cenere.

Riferito ad una persona pigra, chiusa in casa, che non cura la propria persona, proprio come il gatto che vive accanto il braciere.

 

 107. Quanne tènghe de vena, stènghe de ggènj, quanne me frèca.

Sto in vena, ho voglia, m’interessa.

Espressioni che intendono dire grosso modo la stessa cosa.

 

108. De bbèllu ggenj.

Di bel genio.

Per forza.

 

109. Anna rengrazijà a Ggèsecriste pe la faccia ndèrra.

Devono ringraziare Gesù Cristo con la faccia in terra.

E’ il tipico modo di riverire Cristo, toccando terra con il volto, e baciandola. L’espressione è riferita a chi, fortunato, non si può lamentare per nulla del proprio stato.

 

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Pubblicato da su 10 luglio 2008 in modi di dire

 

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