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PRIMO MAGGIO: ISTITUZIONE, SIGNIFICATO, MICROSTORIE

10 Lug

 

RELAZIONE di Leonarda Crisetti per conto della CGIL, Vico del Gargano, 2001

 

 

Costanzucci,  Giovanna, Natina

 

 

Vorrei dividere il mio intervento in due tempi:

1.     Spazio da dedicare all’istituzione del primo maggio, chiedendomi e chiedendoci altresì se ha ancora senso celebrare il primo maggio e, se c’è, quale senso conferirgli oggi.

2.     Spazio da destinare alla memoria, recuperando il ruolo di protagonisti presenti in terra garganica, delle masse popolari e di singolarità, su cui la storia ufficiale ha finora taciuto, il ruolo di chi, emigrando, ha dovuto sacrificare affetti e radici, spendendo così le sue energie, per contrastare miseria, deprivazione ed emarginazione, affrontando i difficili problemi d’integrazione.

 

Il primo maggio, dunque. Il perché e il quando della istituzione di questa ricorrenza rinvia agli scontri tra operai in sciopero e polizia. Il contesto spaziale è Chicago (U.S.A.), la connotazione temporale è il 1 maggio 1886. I Nei primi giorni di maggio 1886 si verificarono drammatici incidenti nella cittadina americana tra operai manifestanti e governo repressivo, provocando diversi morti. Per ricordare tali incidenti, a partire dal 1890 il primo maggio divenne una giornata di lotta per i lavoratori.

Nel 1892 Milano aderisce alla giornata di lotta del 1° maggio, che il movimento operaio e socialista decide di adottare per ricordare i morti di Chicago e per le otto ore di lavoro. In questa organizzazione la Camera del lavoro è in prima fila.

Gli obiettivi degli operai e dei sindacati, nati in difesa dei lavoratori, erano inizialmente economici, poi, col tempo riguardarono anche la politica, volendo gestire la cosa pubblica per salvaguardare i propri interessi  e soprattutto per non far abbassare il costo del lavoro: obiettivi contrastati naturalmente dagli imprenditori.

Il primo maggio: quale senso possiamo attribuire oggi alla ricorrenza del primo maggio festa del lavoro.

Mi viene in mente anzitutto che, nonostante la proclamazione del diritto al lavoro, sostenuto e riaffermato da diverse normative, nonostante esso sia stato posto a fondamento della repubblica italiana (vedi art. 1 della Costituzione),  tale diritto è stato in pratica eluso in molti casi e soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, dove più del 20% della popolazione è disoccupata e una grossa percentuale dei disoccupati è costituita da giovani donne. Nel Gargano va detto inoltre che si assiste allo sfruttamento di giovani che nel tentativo di avere una certa autonomia economica, accettano di lavorare in nero e di  essere retribuiti con salari bassissimi, 12 ore di lavoro estivo effettuato nei mesi dell’affluenza turistica, ragazzi non dichiarati e malpagati. La disoccupazione, dunque, piaga che continua ad alimentare la forbice nord-sud.

Mi viene in mente un’altra considerazione. Nell’Italia dello sciopero generale  penso che il primo maggio possa riscoprire il suo significato originario, il motivo ispiratore, consistente nella difesa dei diritti, sia di quelli teorici solamente enunciati esigendone la concretizzarione, sia di quelli acquisiti da parte di chi ha già un lavoro, nei confronti delle nuove forme di lavoro, quello flessibile, atipico, a tempo determinato …, che, alimentando la precarietà, distrugge i sogni.

Nel discorso augurale di fine anno, il presidente Ciampi, rivolgendosi ai giovani, lanciò un appello, esortandoli ad alimentare i sogni, a volare alto, ad osare …, ma è possibile questo, mi chiedo, quando non si ha un posto di lavoro o quando da un momento all’altro chi ce l’ha può essere licenziato,   anche “senza giusta causa”?

Nell’attuale sistema economico liberista in cui sembra non si possa fare a meno della flessibilità, come conciliare l’assunzione-conservazione-tutela dei diritti con queste nuove forme che consolidano instabilità, precarietà e, di conseguenza, disuguaglianza ed emarginazione?

Inoltre, se la flessibilità entro certi limiti non rappresenterebbe il “male”, ma un mezzo per creare occupazione, come sostengono anche alcuni gruppi della Sinistra, come gestirla in modo che non si ritorca negativamente contro gli operai? Forse la ricetta del liberismo mentre funziona bene negli Usa e in altri stati europei mal si adatta al contesto socioeconomicoculturale italiano, data la  scarsa presenza di ammortizzatori sociali?

Molto si è detto sull’art. 18. Forse è un falso problema, come sostengono i critici più obiettivi, ma, al di là della complessità dell’interpretazione dell’art. 18 e in considerazione del fatto che in Italia, specie nell’area del meridione con elevato tasso di disoccupazione non si corre nemmeno il rischio di essere licenziati, al di là di ogni strumentalizzazione, una cosa è chiara: occorre che ciascuno abbia un lavoro;  bisogna difendere i lavoratori dai soprusi del datore di lavoro, dai manager di aziende pubbliche e private, che continuano ad affilare i coltelli, praticando il mobbing sugli impiegati, a quelli che tengono basso il costo del lavoro. Il lavoro – si sa- rende la vita dignitosa, per contro chi è senza lavoro non si sente realizzato e non riesce a guadagnarsi un posto né in famiglia né nella restante società.

Forse con la strumentalizzazione dell’art. 18, si è voluto fare politica. Ammettiamo che sia vero, com’è vero anche che grandi riforme sono nate da piccoli provvedimenti, fatti anche in sordina. Allora la recente dimostrazione di piazza potrebbe essere rivisitata in questi termini: vigilare per scongiurare pericoli più grossi, far capire che i lavoratori ci sono e sono attenti a quanto accade intorno a loro, che le riforme richiedono il loro coinvolgimento e il loro consenso, in altri termini dare dimostrazione della cittadinanza attiva; vigilare affinché il sindacato non sia esautorato, svuotato delle sue funzioni, affinché lo svolga con maggiore giustizia.

Dal canto suo, anche il sindacato deve interrogarsi e riconquistarsi la fiducia degli operai, degli impiegati, e soprattutto dei disoccupati, prestando ascolto alle richieste d’aiuto, cercando di non allinearsi con chi continua a fare la parte del leone, guadagnando il suo obiettivo che è quello di  dialogare e dare  voce ai dipendenti, di difendere i lavoratori e chi è alla ricerca della prima occupazione, che, soprattutto nel mondo globalizzato e della robotizzazione, hanno diritto ad una vita dignitosa. Se le tecnologie elevano la qualità della vita, da tale benessere non deve essere escluso l’operaio.

Il primo maggio è, pertanto, al contempo una giornata di gioia, per i progressi realizzati dalla classe operaia, e di tristezza, per i sacrifici che sono costati e continuano a verificarsi, dato che molti cittadini ne sono ancora esclusi, una giornata di memoria e di riflessione, affinché quanto è stato conquistato non vada perduto.

 

Eccomi ora alla seconda parte di questo mio intervento, che come accennavo, è rivolta al recupero della memoria. Presenterò qui alcuni casi a mio avviso significativi, testimonianze inedite di gente garganica, da restituire alla storia, microstorie che hanno inciso sugli eventi determinando i grandi avvenimenti, quella storia generale che si apprende sui manuali scolastici spesso contrassegnata dall’anonimato o dai protagonisti delle grandi imprese. 

Voglio qui ricordare anzitutto il ruolo delle popolazioni garganiche, di Cagnano, Carpino, Vico, Sannicandro, S. Marco e San Giovanni, Rodi, Vico, Ischitella, Peschici, Vieste …, popolazioni che hanno dovuto affrontare gli stessi problemi, dovendosi difendere dalla miseria e dalla precarietà dell’esistenza causata dai padroni feudatari, baroni, podestà, che si sono succeduti nel tempo, gente che ha dovuto contrastare anche le difficoltà date dall’asprezza del territorio garganico.

Pensate alla pazienza dei contadini che hanno raccolto migliaia e migliaia di pietre per erigere muri a secco, macere e tratturi, le "vie erbose" della transumanza, i pagliai e  le abitazioni dei centri storici che continuano a caratterizzare il nostro territorio.

Pensate alla condizione dei pescatori della laguna di Varano ostacolati dalla malaria e dai signori feudatari che fino al secolo scorso hanno contrastato la pesca, tentando di usurpare un diritto millenario (tra  i signori c’erano anche i Caracciolo di Vico e i Turboli d’Ischitella).

Pensate al contadino di Vico che, come semplicemente ed efficacemente descrive Matassa nei suoi Ricordi, ogni mattina tirava fuori dalla stalla l’asino e la capra, per raggiungere la campagna e far ritorno a sera con il somaro carico, alla cui coda spesso si aggrappava, e con la capra con le grosse mammelle piene di latte, che in assenza dei bambini, veniva coagulato per fare la provvista del cacioricotta.

Pensate ai mietitori a alle spigolatrici, agli uomini e alle donne che in autunno affollavano i tratturi per recarsi nelle campagne e assolvere il rituale della raccolta delle olive.

A Cagnano, ad esempio, ogni anno oltre mille donne si recavano nel demanio comunale Puzzone e nella contrada Barosella, organizzate anche in cooperative (tra cui ricordiamo La Proletaria 1945)  prestando il lavoro “alla parte” , ciascuna con la propria scala, mille scale messe a disposizione dal Comune. Per farsi la provvista di olio, in quel tempo in cui tra la popolazione non circolava denaro, ma si ricorreva ancora spesso al baratto.

Pensate alle preoccupazioni e alle cure richieste dalla raccolta delle arance, alle ansie condivise da Ischitellani, Vichesi e Rodiani, legate ai timori della siccità e del gelo. D’inverno, perciò si portava San  Valentino in processione per benedire le campagne. Quest’attività, che vedeva impegnati uomini, donne e adolescenti, offre inoltre, un esempio della catena di montaggio applicata all’industria delle arance: “gli uomini dalle piante staccavano i frutti e riempivano le ceste, i ragazzi le trasportavano poi a spalla al “montone” dove c’era chi le contava una ad una. A fianco al montone erano le donne impegnate ad incartare nella velina i frutti più belli, selezionandoli e sistemandoli in apposite casse. Quindi intervenivano i trasportatori che, caricate le casse a dorso di animali, le scaricavano nei magazzini di Rodi, da dove venivano condotti sui mercati.

 

Uno spazio particolare vorrei destinarlo alle donne lavoratrici, donne che fino agli anni 60, in assenza  dei servizi igienici e dei comfort attuali, dovettero far fronte a mille incombenze, sottoponendosi alla fatica del bucato e del pane, alla provvista di legna ed acqua.

Donne impiegate a “spigolare” grano nei campi già mietuti anche negli ultimi mesi della gravidanza (testimonianze orali affermano infatti che alcune di esse partorirono mentre spigolavano ed altre, con i neonati avvolti “nda li pannucc” erano già all’opera).

Donne vichesi e rodiane, impegnate a seccare cortecce d ‘arance e a commerciarle, donne cagnanesi intente a salare lavorare curpecedde, femmenedde e panne de nanze, obvvero reti per intrappolare i pesci.

Donne garganiche che quotidianamente, al suono della trombetta, dovevano vuotare i canteri pieni nel carrobotte; donne lavandaie che lavavano i panni sporchi  della propria famiglia e di quelle dei ricchi; donne che attingevano acqua alle cisterne, ai pozzi situati lontani dal paese, alle sorgenti; donne impegnate nel ricamo, nel cucito, nella filatura e nella tessitura di tessuti e di reti per costruire attrezzi da pesca.

Donne che a fine 700 erano abbruttite dalla sporcizia e dalla miseria, come attesta Manicone in La fisica Appula “Le case erano nere e lorde… tutto vi puzza di affumicato, di foliche salate e di carne corrotta. Ogni cagnanese passa dinanzi a sé gli effluvi di questi suoi alimenti e s’annuncia di lontano alle narici non avvezze. Le donne poi s’abbandonano totalmente al sudiciume. Quindi esse mandano un disaggradevole puzzo”.. e non solo quelle di Cagnano. Parlando delle donne di Capitanata il Manicone afferma che le donne giovanissime erano lebbrose, con la faccia stravolta da cicatrici purulente, sdentate, afflitte da piorrea, da carie e da tisi, non si salvavano nemmeno le nobildonne che temevano di lavarsi dal momento che l’acqua era infetta. Donne che, oltre a tutte le succitate faccende, erano intente a svolgere il ruolo di figlia, di moglie e di madre, senza dover contravvenire alle  censure , alle regole imposte da una cultura maschilista, che le voleva relegate in casa. Donne impegnate in attività sommerse, in lavori faticosi ma non retribuiti e pertanto non riconosciuti, destinandole perciò al posto di subordinate, soggiogate all’uomo, l’unico che all’inizio del novecento vide riconosciuti alcuni diritti, forse perché portava a casa il soldo. Grazie a questa risorsa femminile, tuttavia, molti progressi furono conseguiti da tutta la società garganica.

 

Presenterò in chiusura alcuni casi, microstorie cagnanesi. Un  riguardo particolare credo vada attribuito al personaggio socialista anarchico Carmelo Palladino. E’ nato a Cagnano Varano il 23.10.1842 in corso Umbero 15. A Napoli, dove compì i suoi studi di giurisprudenza, s’incontrò con il capo degli anarchici, M. Bakunin. Dopo alcuni mesi, costituì la sezione napoletana dell’associazione internazionale dei lavoratori, di cui fu per un certo tempo segretario e corrispondente, risultando uno dei più attivi socialisti. Ebbe rapporti d’amicizia e di collaborazione con Malatesta, Zerardini ed altri esponenti del movimento internazionalista italiano. Fu in corrispondenza con Marx ed Engels.

A Cagnano, sposo della contadina Antonia Caccavelli e padre di due figlie, continuò la sua attività sovversiva e mantenne i legami con i massimi esponenti del movimento che guidava l’emancipazione della classe operaia, anche se sottoposto a continua vigilanza, esercitando la professione di avvocato. Ricevette qui la visita di Malatesta, Merlini e Zerardini nel 1876.

Nel 1879 fu arrestato per “cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello stato”. Fu poi prosciolto.

“Strenuo difensore delle posizioni libertarie, oppositore di ogni tendenza autoritaria e riformista all’interno della Prima internazionale, il suo pensiero sociale s’ispira, secondo Magno (cfr. La Capitanata) ad un certo utopismo egalitario. Discendente di una famiglia agiata e nobile, sentì dunque il bisogno di andare verso il popolo.

A Cagnano c’era in quegli anni una sezione di anarchici. Con Palladino collaboravano i concittadini Antonio Fini e Alessandro Bosna, Luigi della Monica da Sannicandro e G. Bramante da Carpino. Sezioni anarchiche erano presenti anche a Carpino, a San Marco in Lamis, a San Nicandro e a San Giovanni Rotondo.  Questa specie di società segrete di mutuo soccorso con tendenza internazionalista spinsero più volte i contadini alla rivolta e ad occupare numerosi fondi. A questi socialisti-anarchici si rivolsero i cittadini per proteggersi dagli abusi di signorotti che gestivano le  amministrazioni comunali, tentavano di conservare privilegi feudali ormai aboliti.

I sogni degli anarchici, però, non modificarono le condizioni della classe povera dei contadini, che presero coscienza della loro realtà quando vennero a maturare nuovi rapporti di produzione tra imprenditori agrari e proletari agricoli, il che accadde via via che si consolidò il partito socialista.

Carmine morì assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle nel 1896. (cfr. Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costume, società, di L. Crisetti Grimaldi, Acropolis 1999).

 

Le donne cagnanesi furono in alcuni casi protagoniste di sommosse popolari, come accadde negli anni  del fascismo, quando  furono spinte dalla miseria a ribellarsi contro lo strapotere del podestà e per questo si meritarono l’arresto, seguito da condanne detentive. Era il 1941 quando le donne di Cagnano, in assenza dei mariti impegnati nel secondo conflitto mondiale e dilaniate dalla povertà, scioperarono per la fame: si recarono in massa all’ex municipio e tentarono di scacciare il podestà, fecero poi un lungo corteo e sfilarono lungo le vie del paese. Molte di esse furono arrestate e condotte al carcere di Lucera. C’erano tra quelle, la signora Nannina, che portò con sé in prigione anche la sua bambina, Lucia, Carolina, Graziella… Giangualano Maria. Quest’ultima era un’attivista che prima di partecipare allo sciopero aveva scritto una lettera molto interessante ed accorata al Duce, chiedendogli aiuto per sé e per la sua bambina. Ve la propongo:

“Sono povera, assai povera, la mia casa è tanto oscura perché vi regna la miseria e insieme la tristezza. Sono infinitamente impressionata nel sentire la morte di vostro figlio Bruno e con angoscia pensavo al dolore vostro e della famiglia tutta.

Fra questi pensieri misi alla luce una bambina che diedi il nome di  Bruna: la mia povera Bruna già sente freddo; guardandola pensavo fra me: E’ bella, è vispa, ma non posso ben fasciarla e coprirla, solo col mio affetto e col mio latte ho da farla vivere! Con grande meraviglia questa notte ho sognato un giovane forte e ardito; io avevo fra le mie braccia la mia cara Bruna e questo mi disse: Addio! E poi sparì.

Duce, nostro buon Duce, abbiate un pensiero per me e per la mia bambina.

Con grande venerazione vi saluto”.

Avete potuto notare il tono supplichevole, l’atteggiamento speranzoso, il tentativo di blandire il Duce, pur di non sopperire  alla fame, bisogno bene esplicitato  in apertura, quando afferma senza tanti mezzi termini: “sono povera, assai povera, la mia casa è tanto scura … ”. Evidentemente questo suo appello non sortì l’effetto sperato, dal momento che la signora Maria partecipò allo sciopero contro la mancanza di viveri.

 

Significativa anche quest’altra lettera al duce, reperita nell’archivio comunale di Cagnano Varano, scritta 25 aprile 1941 da Natale, professione fabbro, il quale aspetta invano di partire per i campi di lavoro tedeschi. Egli denuncia il problema della disoccupazione nel paese e il modo in cui gli operai vengono sfruttati dai “comandanti” di Cagnano.

 

“Non ci fa paura che stiamo disoccupati, perché materiale bellico serve al governo. Ma però ci sono i nostri Massoni di questo paese di Cagnano varano che ci vogliono schiacciare sotto i piedi, perché sono venute parecchie circolari per andare a lavorare in Germania. I nostri signori ci hanno fatto fare domanda che a un povero operaio per andare a passare una visita medica e fare domande se ne sono andate più di 50 lire che noi potevamo far mangiare una settimana i nostri figli perché i figli degli operai sono proprio figli della Patria che ci tengono per la Patria e anche se necessario di stare qualche giorno digiuno. Sua Eccellenza, siamo andato dal federale di Foggia e ci a promesso di partire perla Germania o pure per l’Albania alla prossima partenza, però ne sono passate quattro partenze ma noi non ci fanno partire. Tutti i paese sono partiti e questo no. Come va? Perché i nostri comandanti che ci abbiamo in questo paese ci vogliono tenere sotto i pedi che devono chiamare un operaio e lo devono far lavorare a giornata con dieci lire al giorno che non li bastano di mangiare ai propri figli: che si fanno pure le risate dicono vi potete mangiare anche l’erba. Siamo tutti figli d’Italia. S. Eccellenza vi prego di prendere provvedimento di questo che vi ho scritto. Vincere.

La lettera venne rispedita dalla segreteria particolare del Duce in prefettura e dalla prefettura tornò al Comune. E’ evidenziato l’ultimo periodo e sono sottolineate le parole “risata dicono vi potete mangiare anche l’erba”.  

 

Diverse altre lettere indirizzate al Duce, al prefetto e al podestà lamentano insieme alla disoccupazione, il problema delle ingiustizie, della miseria e dell’emigrazione mancata, tanto invocata per fuggire la miseria. Questi documenti risultano interessanti anche perché contrastano il parere di alcune testimonianze orali di anziani che hanno nostalgie del regime, a loro parere perfetto.

 

Nonostante le leggi severe, anche negli anni del  fascismo alcuni cagnanesi s’incontravano segretamente nelle grotte per festeggiare il primo maggio e per affrontare i problemi del  lavoro. Per contrastarli, le forze di polizia cominciarono ad arrestarli qualche giorno prima di tale ricorrenza e per rimetterli in libertà  alcuni giorni dopo, assicurandosi, in questo modo, che tutto filasse liscio e non ci fossero manifestazioni di piazza, perché il regime non tollerava il dissenso.

 

Nella storia cagnanese va ricordato anche il caso singolare della zia Giovannina, figlia del calzolaio Teopista, che nel 1946 con la prima amministrazione postfascista ricoprì la carica di assessore alla pubblica istruzione. Per le votazioni del 31 marzo 1946 elaborò un testo che personalmente presentò in un comizio elettorale e che attesta la sua fede convinta nel partito comunista. Di questo comizio   vi presento qualche passaggio, che ci permette si conoscere meglio il personaggio:

 

“- Proletari, …non fatevi ingannare dalla borghesia… che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Pensate ai tempi del loro comando a quante volte vi trattarono come cani rognosi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di vota civile Vi fecero incarcerare perché  reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioé che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … Ora i gaudenti vi promettono il paradiso e quel che è peggio chiamano i comunisti senza cristo. Io rispondo che i senza Cristo sono proprio loro perché infamano chi non predica altro che la dottrina di cristo, che predicava : – Distaccatevi dai beni e allora potrà venire l’uguaglianza e la pace tra gli uomini. I comunisti vogliono la Russia. I comunisti vogliono il divorzio. I comunisti vogliono la disgregazione della famiglia! Già perché secondo loro i comunisti non amano le loro creature.

 I comunisti vogliono la distruzione dei beni. Invece i comunisti vogliono che tutti gli uomini abbiano un tetto, un letto, un pezzetto di terreno e quanto Iddio ha messo sulla terra per goderla ugualmente perché siamo tutti figli dello stesso creatore. … Proletari unitevi, siate fratelli della vostra stessa classe dei diseredati e se anche fra voi vi siano dei dissensi questo è il momento di dimenticarli”.

 La zia Giovannina conseguì il diploma magistrale, ma non l’abilitazione perché, rispoettosa della sua ideologia, non si è voluta sottomettere alle regole del regime, che prevedevano il tirocinio a scuola, tirocinio che senza la tessera fascista non si poteva effettuare. Così la zia Giovannina continuò ad esercitare privatamente, a fare l’infermiera, la fotografa e a militare in politica, organizzando incontri sindacali nei quali poter affrontare i problemi dei lavoratori e militando nel P.CI., partecipando insieme al padre pressoché analfabeta, il quale se la portava dietro “perché sapeva parlare bene”. Si riunivano allora nelle grotte, che non mancavano in paese, data la natura carsica del territorio, per non farsi scoprire.

La zia Giovannina aveva idee larghe per quei tempi, non si sposò, ma adotto due bambini: Mario Paolino (che seguendo le orme della madre adottiva fu militante attivo del P.C.I. per circa mezzo secolo a Cagnano varano) e Rita.

Indubbiamente un caso eccezionale, un esempio di emancipazione, soprattutto se pensiamo che gli eventi si riferiscono agli anni trenta/ quaranta e che operava in un contesto storico in cui le donne si tenevano a debita distanza dalla politica. Ad esse, infatti era stato negato il diritto di voto fino agli anni della seconda guerra mondiale, diritto esercitato per la prima volta nel ’46, forse perché le donne se l’erano conquistato per il contributo da esse offerto durante la Resistenza.

Comunista convinta e dichiarata, dunque, alla sua morte avvenuta nel 1952, non è riuscita a ricevere il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza essere potuta entrare nella casa di Dio.

 

La storia garganica è segnata anche dalla tragedia e insieme dalla rinascita economica causata dal fenomeno dell’emigrazione, come attesta il caso di Natina, una  storia simile a molte altre in cui molte donne avranno modo di potersi rispecchiare. Il contesto storico ci porta questa volta agli anni sessanta/settanta.

 

Natina nasce a Cagnano Varano  da una famiglia modesta e numerosa (sette figli) nel 1949, un anno di crisi, come ricordano quelli del posto, perciò stenta a soddisfare il bisogno della fame. La mamma per poterla  nutrire deve ricorrere ad allungarle il latte con l’acqua. A 11 anni Natina è già sotto  gli alberi a raccogliere le olive, con ritmo veloce, allungando entrambe le mani e ritirandole con ritmo frenetico, proprio come fanno le galline sotto la spinta della fame. Nonostante la sua debolezza e gracilità, deve riempire alla svelta il cesto, altrimenti il proprietario non la fa lavorare il giorno successivo.

A 14 anni  è alla Saleria, un’industria di conservazione del pesce, dove lavora, 10- 12 ore al giorno, anche se non in maniera continuata. A 17 anni emigra in Svizzera, insieme ai suoi fratelli maggiori.  Finalmente recupera alcuni chili, potendo mangiare banane, cioccolata e latte. Anche qui lavora a cottimo, soddisfacendo contemporaneamente la domanda di tre ditte. Confeziona merletti da mane a sera e per diverso tempo svolge l’attività a domicilio perché deve accudire a che a due bambini: il suo e quello della sorella. S’impegna con tutta l’anima per farsi apprezzare e soprattutto per non farsi dare dello “zingaro”, appellativo che gli svizzeri in quegli  anni riservavano a molti italiani. Ricorda che si angustiava molto quando leggeva sulle vetrine dei ristoranti e su qualche parete la scritta: – Via i cani dalla Svizzera, pensando che “cani” erano gli italiani.

Alla nascita del secondo bambino, Natina è costretta a lasciare il più grande presso la famiglia materna. Da quel momento, soprattutto al sabato, allorché cessa il ritmo frenetico del lavoro e può concedersi di pensare interamente ai figli, Natina  si ritrova a versare fiumi di lacrime , accusa forti dolori alla testa, è triste e si sente in colpa per questa forzata separazione.

Finalmente, dopo aver messo da parte quel tanto che basta per costruirsi un nido e avviare un’attività lavorativa, Natina e il marito fanno ritorno a Cagnano. Natina però soffre ancora una volta. Dopo 10 anni d’emigrazione fatica ad adattarsi: Cagnano non è più come l’aveva lasciato, sono cambiati i rapporti tra le persone, il modo di trascorrere il tempo libero, non c’è più quella coralità di un tempo. Via via si adatta anche a questa nuova realtà, ma soprattutto non accusa più il mal di testa  dal momento che la famiglia è riunita.

Ora Natina ha 54 anni e continua a lavorare insieme al marito nella sua piccola azienda, per mettere da parte qualcosa per i figli, per sentirsi utile e, forse, inconsciamente, per farsi perdonare il fatto di essere stata lontana dai suoi bambini negli anni più importanti, i primi anni di vita, quelli che sembrano condizionare il resto dell’esistenza.

 

 

 Col tempo, dunque, molte cose sono cambiate, ma  tanti problemi nel Meridione sono rimasti irrisolti, originando ulteriori disagi sociali, psicologici ed economici. Per realizzare l’uguaglianza di fatto e il rispetto dei principi dichiarati ex lege, occorrono un posto di lavoro, istruzione e rispetto delle "culture altre". Bisogna combattere, inoltre, il costume del clientelismo  il quale  alimenta la sfiducia nella politica da parte di chi nutre sani principi. Bisogna infine recuperare la memoria degli intellettuali che hanno continuamente stimolato gli operai e di  chi ha perso la vita per l’emancipazione della classe lavoratrice: dall’eccidio di Chicago, alla strage di Portella della Ginestra, … perché essi non siano morti invano. Così facendo questa giornata del primo maggio potrà avere un senso.

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Pubblicato da su 10 luglio 2008 in convegni

 

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