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Dall’aurora al tramonto, recensione di Leonarda Crisetti

10 Lug

un romanzo  di Domenico Di Miscia

tip. Lauriola 2002

 Da diversi anni è  in edicola l’ultima produzione di Domenico Di Miscia, un autodidatta in possesso della sola quinta elementare, che continua a sorprendere. L’autore nasce a Cagnano Varano nel 1935, ove risiede tuttora. La sua versatilità e sensibilità lo stimolano continuamente, ed ecco che nel 1977 pubblica Briciole di verità, una raccolta di poesie, nel 1997 si ripropone con Sotto la maschera, racconti di vita vissuta, nel 2002 con Dall’aurora al tramonto, un romanzo in prosa, intercalato da versi.  

Scritto di getto, frutto d’improvvisa folgorazione: “in certi giorni mi prendeva una certa frenesia, non mi riusciva di staccarmi dalle pagine, finché non ero riuscito a liberarmi dei pensieri e delle sensazioni che agitavano la mia mente”.

L’opera potrebbe essere suddivisa in due macrosequenze, che sviluppano principalmente i temi della guerra, del lavoro e dell’amore. Il romanzo si snoda, perciò, rievocando le vicende spesso drammatiche del secondo conflitto mondiale, stemperate dall’umorismo e dal fondamentale ottimismo del protagonista. Interessanti le considerazioni sulla relatività e sella caducità delle cose, sul tempo che fugge, evidenti anche quando l’autore si sofferma sulla naia: “l’adulto, se potesse, si aggrapperebbe al tempo inchiodandolo in modo da non lasciarsi sfuggire quel poco rimasto a disposizione, i soldati invece come carcerati vorrebbero che il tempo volasse più del vento, per tornare più presto alle loro case”.

Col dispiegarsi delle vicende, si amplia lo spazio del protagonista, passando da Cagnano, alla Laguna di Varano, al distretto di Foggia, alla Libia,  lungo la costa Adriatica …, inseguito dai pericoli e dalle tristi condizioni originate dalla guerra.

L’opera chiude con note che ripropongono la metafora che dà il titolo al romanzo”Dall’aurora al tramonto”, appunto, in cui lo scrittore riflette sugli stadi della vita con riuscite analogie, interessanti similitudini e traslati. Eccola:

Con l’aurora spunta al vita

Come nei prati la margherita.

La fanciullezza, una bella età,

Come i puledri in libertà.

La gioventù forte spensierata

Supera ostacoli montagne vallate.

Arrivano i problemi con l’età matura

Come vuole madre natura.

Con moglie e figli il cerchio si serra

La vita è più dura diventa una guerra.

Ormai già nonno col nipotino

Il piccolo al grande annuncia il declino.

Perde l’udito, i capelli, un dente

Segno che è giunto nell’età cadente.

Dolente curvo quasi rotondo

Malinconico silente aspetta il tramonto”.

 

Con la vecchiaia si chiude, dunque, il cerchio e insieme il lungo viaggio del nostro Michele, il protagonista del romanzo, un uomo nel complesso razionale e in grado di self controll, ma che messo alle strette tira fuori “quel guerriero che è in lui”. Certo con gli occhi di oggi non concederemmo a Michele di gestire-dominare il rapporto amoroso, forse non condivideremmo la sua visione romantica e medievistica della donna, una donna madre, moglie, amante dolce e paziente, regina della casa, intenta a recitare il suo ruolo, una donna, per dirla con l’autore “che non tenti di superarmi o di alzare la voce”.

Leggendo il romanzo il lettore troverà pagine che invitano alla rettitudine, all’onestà, alla solidarietà, al rispetto per l’anziano e per le “culture altre”. Potrà riflettere sulla realtà della vita, sul destino, sulla religiosità e soddisfare altre curiosità, partecipando della memoria storica della civiltà contadina soppiantata dalla modernità.

Chi legge potrà rinvenire, inoltre, pagine soffuse d’ironia e d’umorismo negli aneddoti recuperati; pagine intrise di crudo realismo, ad esempio nella descrizione delle automutilazioni dei militi per evitare il fronte, o in quella delle maglie dei soldati infestate da pidocchi “indispettiti”; nella descrizione dell’operazione in Montenegro, ove si legge: “le gazze davano un aiuto al ritrovamento del cadavere, perciò infliggevano l’ultimo sfregio, cavando per primi gli occhi e dopo beccando la parte del corpo scoperta dai vestiti”…

Il libro è interessante anche per le analogie, le similitudini, le onomatopee e le personificazioni cui lo scrittore fa ricorso: per tutte la sequenza della mamma che va incontro al figlio che torna dalla guerra: “incredula e piangendo di gioia, si strinse al petto il suo Michele, se fosse stato un canguro, in quel momento lo avrebbe rimesso nella sua sacca”  e quella delle donne del rione Palladino, le quali erano attente al fischio del treno, per vedere giungere i soldati e, “appena ne scorgevano uno, volavano come colombe per portare la buona nuova ai familiari”.

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Pubblicato da su 10 luglio 2008 in Recensioni

 

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