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Esame di Stato 2008 – indirizzo “Brocca”

01 Lug

 

 

Proposta di sviluppo traccia sul gioco

 

 

 

Nel testo si legge che il gioco è una prerogativa dei giovani viventi, animali e umani, protesi a esplorare il mondo circostante e socializzare regole utili nella vita adulta, si fa il punto, poi, sul gioco umano, veicolo dello sviluppo delle dimensioni cognitiva ed emotiva della personalità, strumento di socializzazione e di educazione. 

Dal punto di vista educativo il gioco costituisce il mezzo che consente al bambino di apprendere conoscenze e di esercitare abilità che potrà da utilizzare da adulto, grazie all’azione di modellamento delle figure parentali, che intervengono con lodi e punizioni, rinforzando le risposte esatte ed estinguendo i comportamenti non apprezzati dalla comunità. Il gioco insegna, inoltre, al bambino a risolvere i problemi, dai più semplici ai più complessi, senza costringerlo a stare al passo degli altri, ma assecondando il proprio ritmo di apprendimento.

Il passo sottende le teorie ludiche ludocentriche e del preesercizio, riprende le tipologie di apprendimento per imitazione e condizionamento, nonché per scoperta e problem solving, si rifà alla classificazione dei giochi di J. Piaget, distinguendo: i giochi funzionali, che veicolano l’apprendimento sin dai primi mesi di vita, quando il bambino gioca prima con il proprio corpo, poi con gli oggetti per il “piacere di essere causa”; i giochi simbolici o del “come se”, con i quali il bambino drammatizza situazioni, "fa finta di" essere altro volando sulle ali della fantasia e scoprendo cose nuove; quelli di regole, tipici della fanciullezza, utili ad allenare la mente nelle operazioni di ordinazione e classificazione, a insegnare a stare con gli altri, controllando le proprie scelte, nonché quelle dei compagni di gioco.

[1° quesito] Si possono definire “gioco” tutte quelle attività libere, spontanee, svolte per piacere e non per costrizione e neanche per fine di lucro: i vocalizzi dei neonati, il comportamento curioso ed esplorativo soprattutto infantile, i giochi con ciondoli e campanelli, le azioni del correre, salire, scendere, saltare, recitare conte e filastrocche, fingere di essere una scopa o un aereo o una strega o un dottore, le attività chiassose e  disordinate, quelle sempre più regolate che i bambini fanno in gruppo, i giochi individuali e colllettivi, le gare, … . Il filosofo Huizinga considera che l’attività ludica non abbia fini estrinseci, di utilità, di adattamento all’ambiente, ma il carattere della libertà, ritiene che sia intrinsecamente motivata, vada di là del processo d’immediata soddisfazione di bisogni e desideri, sia attenta al processo, abbia un senso in sé, sia eseguita per amore della soddisfazione che sta nell’esecuzione stessa.

[2° quesito] I bisogni dai cui scaturiscono i giochi sono sia fisiologici, sia culturali. Il bambino ha, infatti, necessità di muoversi, di essere stimolato, rassicurato, di sentirsi parte di un contesto, di essere amato e stimato, di autorealizzarsi, di divenire ciò che è capace di essere; ha bisogno di conoscere se stesso e gli altri, di esplorare, di creare e di smontare, di acquisire competenza, di confrontarsi, litigare, di sdrammatizzare e superare conflitti, di scoprire come funziona la realtà naturale, umana e sociale.

[3° quesito] Sul gioco sono state elaborate diverse teorie. Ricordiamo quelle residuale, dell’esercizio, ludocentrica, relazionale. Ciascuna di esse, pur non esaustiva, poiché non spiega la totalità del fenomeno, è comunque interessante perché ci mette a parte di particolari aspetti di questa fondamentale primigenia attività infantile.

La teoria “residuale” ritiene che nei comportamenti ludici individuali siano presenti tracce della filogenesi, afferma, insomma, che lo sviluppo umano individuale ripete quello della specie. A questa teoria afferiscono quella del “surplus d’energie” di H. Spencer, secondo la quale, grazie all’evoluzione, gli esseri viventi si dedicano alle attività risparmiando energie che riserverebbero al gioco, e la teoria della “ricapitolazione”, di Stanley Hall, secondo la quale nel gioco riaffiorerebbero comportamenti atavici dell’umanità. Entrambe le teorie sono state criticate: la prima ipotesi è, infatti, considerato semplicistica, dato che non tiene conto del fatto che giocano anche i bambini deboli e malati; la seconda sembra essere valida sul piano biologico, ma non applicabile al mondo della cultura, perché alimenterebbe il pregiudizio delle culture superiori su quelle inferiori.

In base alla teoria dell’esercizio, sostenuta anche da Kant, Froebel, Groos, Piaget e Bruner, i comportamenti ludici sono considerati addestramenti utili ad attività future, importanti per la sopravvivenza.  Sotto questo profilo il gioco costituisce il mezzo necessario a prepararsi alla vita adulta.  Anche questa teoria è stata oggetto di critica perché ha attribuito al gioco i caratteri dell’utilità. Tale assunto non spiegherebbe, a parere dei detrattori, il fatto che anche gli adulti – già abili – giocano. Accentuando le positività dell’attività ludica e trascurando le negatività di alcuni giochi, inoltre, la teoria dell’esercizio sarebbe parziali: vi sono, infatti, alcuni giochi che conducono al vizio, alla crudeltà, all’aggressività.

Alla vigilia del secondo conflitto mondiale risale la teoria ludocentrica, che propone la spiegazione del gioco come fenomeno culturale, ponendolo alla base della civiltà e della cultura, come dimostra il fatto che anche i cuccioli giocano. Il gioco del bambino e quello dell’animale sono però diversi, giacché solo il primo sa che sta giocando ed è consapevole di essere nel gioco. Sotto questo profilo gli uomini sarebbero passati dal gioco al lavoro, creando gli strumenti della civiltà grazie alla curiosità e allo spirito ludico. Fautore di questa teoria è il filosofo J. Huizinga, autore di Homo Ludens, 1939. Il gioco, non più inteso come semplice svago e non solo come pre-esercizio, non più posto quale alternativa al lavoro, recupera la sua dignità, sia sul piano teorico, sia su quello pratico, e assume valenze educative, divenendo uno dei più antichi strumenti di formazione umana e civile, costituendo il fattore fondamentale dello sviluppo della personalità infantile nelle prime fasi del ciclo di vita.   Il filosofo afferma che l’uomo ha costruito la sua esistenza giocando, che le grandi attività della società umana sono intessute di gioco, che con il gioco, l’essere umano ha sviluppato il linguaggio, che grazie al linguaggio “è asceso a condizioni di vita e di attività più evolute”, proprio come accade di assistere in una partita dei moderni videogiochi, dove, riuscendo nel gioco, appunto, l’uomo passa a livelli crescenti di sviluppo e complessità. L’uomo ha giocato con i suoni e con le parole, producendo il linguaggio e la musica; ha giocato con i materiali, modificando l’ambiente e creando paesaggi urbanizzati; ha giocato con altri uomini, talvolta gareggiando e lottando, altre socializzando e attivando la solidarietà, “inaugurando le forme primarie di Pace e di Guerra”; ha giocato a darsi le regole, perché si è reso conto che occorre continuare a giocare bene, tutta la vita, così elaborando il concetto di Diritto, Giustizia, Ordine; ha giocato con i colori, creando l’Arte; ha giocato con i suoi pensieri ed ha creato la Filosofia, la Scienza, il Sapere.

Le teorie recenti puntano i riflettori sul gioco come mezzo di comunicazione e di relazione, dato che permette al bambino di stare con gli altri, di confrontarsi con adulti e coetanei, di superare punti di vista egocentrici, di sviluppare pensiero e linguaggio, di intessere rapporti positivi utili alla crescita e a sviluppare al prosocialità.

[4° quesito]. Poiché il gioco è un potente strumento di crescita e formazione della personalità infantile, ogni educatore deve inserire le attività ludiche nel progetto educativo.  Huizinga ritiene, infatti, superata l’affermazione secondo la quale “comunque si cresce”.  Questo significa che occorre ripensare il “come si cresce”, che attraverso l’educazione soltanto – che è anche un condizionamento – il bambino può acquisire conoscenze e abilità, sviluppare la sua creatività, apprendere regole, distinguere ciò che è “bene” da ciò che è “male”. In questo compito è decisivo il ruolo svolto dalle figure genitoriali, soprattutto nei primi anni di vita: dalla madre, inizialmente con i contatti corporei e con i giocattoli, dal padre, specie con i giochi di movimento, recuperando “spazi” e superando remore (“non ti sporcare, non correre, non sudare”!), le quali, impedando i giochi, ostacolano la crescita dei bambini. 

Perché il gioco sia strumento formativo, occorre imparare a “pensare da bambino”, conoscere le varie forme ludiche che attraversano l’infanzia: i Paidia (giochi senza regole), i Ludus (giochi strutturati e di regole), gli Agon (giochi agonistici e di competizione), gli Alea (giochi d’azzardo), i Mimicry (giochi di simluazione), Ilinx (giochi di vertigine o capogiro), come risulta dalla classificazione del sociologo Caillois, che esprime, in ogni caso, l’essenza multiforme ed evolutiva dell’intelligenza.  

Traendo spunto dalle riflessioni psicologiche e sociologiche, l’educatore all’infante offrirà giocattoli dotati di movimento, suoni, colori vivaci, quindi, giocattoli da maneggiare e spingere, automobiline, tricicli, blocchi di legno per costruzioni. Nel frattempo avrà cura di fare in modo che il bambino giochi con altri per creare situazioni d’interazione. Nella fase del gioco simbolico metterà a disposizione dei bambini abiti che la mamma o il papà non usano più perfavorire i giochi di traversimento, utensili domestici, attrezzi per giocare al negoziante o all’infermiere. Ai fanciulli regalerà giocattoli che insegnano a stare insieme, a coltivare hobby, ad allenare la manualità, carte da gioco, bocce, ma anche materiale povero per stimolare la creatività.  Avrà premura di attivare anche i giochi prosociali, mettendo insieme i bambini, insegnando loro a superare conflitti e ad andare incontro all’altro, perché l’altruismo si costruisce con il tempo e solo nelle concrete relazioni.

Oggi, purtroppo, gran parte dell’infanzia è confinata in case e scuole “prigioni”. I bambini – soprattutto quelli delle realtà urbane -sono costretti a restare inchiodati nei banchi di scuola, a stare fermi in casa seduti davanti alla televisione, a tormentare cellulari e telecomandi. Gli spazi di libertà sono ridotti, lo sviluppo della socialità è demandata ad agenzie sociali, che offrono corsi a pagamento senza premurarsi di raccordare i tempi e i luoghi di vita dei fruitori. I grandi pensano che il gioco sia una perdita di tempo e i bambini sono costretti a diventare adulti senza poter essere stati bambini, vedendosi negati i diritti propri dell’infanzia, e, tra essi, quello di giocare.

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Pubblicato da su 1 luglio 2008 in psicopedagogia

 

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