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Relazione e autovalutazione del progetto di ricerca

17 Giu

          

                  Relazione finale

Il progetto Il gioco, uno strumento per crescere svolto dalle classi 1, 2, 3 e 5A del liceo socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano, referente prof.ssa Leonarda Crisetti, dirigente prof. Antonio Scalzi, ha visto la partecipazione di 46 alunni. Si è svolto in 26 incontri pomeridiani dalla durata media di circa 3 ore, nei quali sono state effettuate: interviste, letture, stesura di questionari, descrizioni, videoscrittura, tabelle, grafici, resoconti, relazioni, foto, scansioni, discussioni.

La sua presentazione al pubblico ha avuto luogo nell’aula magna del liceo socio-psico-pedagpogico di Cagnano Varano il 6 giugno alle ore 20.30, alla presenza di noi alunni, dei genitori, nonni,  docenti, dirigente e altri cittadini interessati.

Dal presente progetto di ricerca ci siamo resi conto che il gioco costituisce l’anima del bambino, la peculiare attività di base dell’infanzia,  di conseguenza ogni educatore – figura materna, paterna, docenti, operatori socio-culturali e assistenziali, la televisione stessa –  non può non conoscere questo fenomeno di natura essenzialmente psicologica, ma anche culturale, se vuole comprendere le ragioni profonde che motivano il comportamento infantile e rendere più agevole e completo lo sviluppo della sua personalità.

 Abbiamo accertato che l’attività ludica è giocosa, multiforme, che è presente in ogni spazio e in ogni tempo, che non giocano soltanto i bambini. Abbiamo preso atto del fatto che sono state elaborate diverse teorie  e classificazioni sul gioco, studi sulle sue funzioni.  I giochi si prestano, infatti, allo sviluppo di competenze differenti: alcuni sono utili per sviluppare la coordinazione nei movimenti e per imparare a contare, altri per apprendere le strutture linguistiche, altri ancora insegnano a svolgere ruoli, a vivere le relazioni positivamente, aiutando a superare conflitti.

Il gioco permette di sperimentare comportamenti, emozioni, di superare paure e angosce. Parlando, ascoltando, imitando, facendo finta di … , impegnando a scegliere la parola giusta, a costruire concetti e riaccomodare strutture mentali. Lo sviluppo del bambino che gioca riceve una forte spinta a livello emotivo, comunicativo e cognitivo. Nel gruppo dei pari e con i grandi, il bambino influenza ed è influenzato, sperimenta diverse posizioni sociali, riscopre e apprende le regole, impara a delimitare il proprio spazio e i propri bisogni. Il gioco diviene perciò anche strumento forte di educazione morale e sociale, pertanto ogni aspetto della personalità viene coltivata  e potenziata attraverso il gioco.

La nostra ricerca ha seguito il procedimento che va dalla prassi, alla teoria alla prassi. La nostra domanda d’inizio, è nata dalla curiosità di conoscere se e come giocano i bambini di oggi e per cogliere l’evoluzione del fenomeno siamo andati ad indagare al tempo dei nonni e al tempo dei nostri genitori.  Dopo l’indagine di sfondo, che ci ha impegnati nell’esame dei testi soprattutto socio-psico-pedagogici, dopo aver intervistato i testimoni privilegiati, dopo aver discusso tra di noi, dopo aver steso i questionari, siamo scesi finalmente sul campo a somministrare i questionari a nonni, a genitori, ai bambini di oggi.

Nella somministrazione dei questionari, purtroppo, sono venuti al pettine alcuni nodi: mancata chiarezza nella formulazione di qualche domanda, qualche ripetizionE, diverso modo di condurre l’intervista da parte nostra, che eravamo numerosi. Non tutti  abbiamo inteso le domande allo stesso modo, nonostante le raccomandazioni dell’insegnante. In particolare ci siamo resi conto che non abbiamo esplicitato con chiarezza gli anni del bambino, quelli del fanciullo e quelli dell’adolescente, di conseguenza i risultati avrebbero potuto essere non rispondenti alla realtà. Per rimediare abbiamo dovuto somministrare nuovamente i questionati ad adulti e anziani. Ma, probabilmente, se il nostro questionario fosse stato perfetto non avremmo imparato dagli errori.

L’altra grande fatica è stata richiesta al momento della raccolta dei dati, conteggio delle risposte, preparazione della matrice, elaborazione – lettura – interpretazione dei grafici, che ci ha impegnati per molte ore. Momenti, in ogni caso, utili per interiorizzare il metodo della ricerca socio-psico-pedagogica, e interessanti, perché eravamo ansiosi di conoscere i risultati dell’indagine, di validare o smentire le nostre ipotesi.

Dalle risposte alle 10 domande del questionario somministrato ai nonni e ai genitori e dalla lettura dei grafici da noi realizzati, è possibile effettuare  diverse considerazioni, trarre elementi di conoscenza interessanti, alcuni anche nuovi. Prima di proporveli, sembra utile offrire qualche spiegazione sul metodo. Abbiamo raggruppato le risposte delle 204 persone intervistate per segmento campione: M. Anziani (in genere i nostri nonni), M. Adulti (i papà), F. Anziane (le nonne) e F. Adulte (le nostre mamme). Quindi abbiamo rappresentato le risposte nei vari grafici indicando i valori di percentuale.

Il nostro campione è costituito per l’81% da cagnanesi, il 10% da ischitellani, il 5% da carpinesi, mentre la parte restante comprende vichesi, sammarchesi, sannicandresi, sangiovannesi, peschiciani, rodiani e foggiani.

Di ciascun segmento abbiamo individuato la professione e abbiamo scoperto che le donne anziane è così distribuito:  61% casalinghe, 14% braccianti, 8% emigranti, il valore restante è costituito da collaboratrici scolastiche, insegnanti, negozianti e sarte.

Il campione delle donne adulte comprende: 73% casalinghe, 17% braccianti, 3% negozianti, 7% docenti. Va precisato che i docenti riguardano in genere i nostri insegnanti forestieri.

Il campione dei maschi anziani è così formato: 43% contadini e agricoltori, il 26% pescatori, il 17% allevatori/pastori, i 7% emigranti e il 7% muratori.

Dal grafico della distribuzione del maschi adulti si evince che i mestieri sono diventati più numerosi e sono cambiati anche i valori: al primo posto vediamo i muratori (18%), al secondo vediamo posizionati commercianti e operai (13%), seguino gli impiegati (11%), gli agricoltori e gli allevatori  (9%), potatori e docenti (5%. La parte restante è costituita da elettricisti, cuochi, pescatori (scesi al 2%), meccanici, imprenditori, macellai, geometri, artigiani). La ricerca ci ha offerto, pertanto, anche l’opportunità di verificare come sono cambiate le occupazioni dal tempo dei nonni a quello dei genitori, e, soprattutto, come la campagna e la laguna di Varano, un tempo le principali risorse occupazionali, siano state abbandonate.

Abbiamo esaminato, infine, il campione anche sotto il profilo dell’istruzione e ci siamo resi conto che l’analfabetismo al tempo dei nonni raggiungeva l’82%, che solo pochi anziani erano in possesso del diploma di quinta elementare. Tra gli anziani sono soprattutto i maschi i senza titolo. Con gli adulti il livello d’istruzione fortunatamente si alza, gran parte delle mamme hanno frequentato, infatti, la terza media e un discreto numero di maschi anche la scuola superiore, anche se alcuni di essi sono senza titolo.

Con la prima domanda, abbiamo chiesto a ciascun segmento del nostro campione se attualmente gioca. La risposta è che è maggiore il numero di chi non gioca rispetto a chi gioca, che giocano meno di tutti le donne anziane.

Alla domanda n. 2, che chiedeva se avessero giocato di più ogni giorno, nei fine settimana, nei giorni festivi o quando c’era tempo, il maggior numero di preferenze è caduto su “ ogni giorno”, anche se gli adulti M  e F lo hanno fatto di più. Un discreto numero ha, però, detto che giocava “quando aveva tempo”.

Quasi tutti hanno giocato soprattutto  quando erano bambini e ragazzini. Circa l’80% dei M anzani non ha giocato  neanche nella fanciullezza. M. anziani e F. anziane, invece non hanno giocato affatto negli anni dell’adolescenza, dato che andavano presto a lavorare e si sposavano sicuramente prima di oggi.  F e M adulti hanno giocato un po’ anche durante l’adolescenza.

Le risposte alla domanda n. 4 danno conto dei compagni di gioco prevalenti dei bambini e dei ragazzi. Dal grafico si evince che i M giocavano in genere con fratelli e compagni. La figura ludica dei nonni e dei genitori non sembra confermata dall’indagine. Evidentemente i nonni e le mamme non avevano il tempo di cullare e far divertire i piccoli. I dati, dunque, smentiscono il luogo comune che vuole il contrario.

Dai 7 agli 11 anni il nostro campione predilige ancora compagni e compagne, quindi i fratelli e le sorelle. C’è chi gioca con i cugini, chi da solo, specie se di esso femminile.

Quando i nonni e i genitori giocavano si meritavano i riproveri o l’indifferenza delle loro mamme. A soffrire di più erano le femmine adulte e anziane, probabilmente perchè restavano a gocare in casa o nelle immediate vicinanze.

Riguardo ai giocattoli va detto che al tempo dei nonni essi erano decisamente costruiti dai bambini e dai ragazzini, utilizzando stoffe per fare la pupa di pezza, rametti per accendere il fuoco, pietre per giocare e fare finta che fossero pasta, pentola o altro, corda per l’altalena e per saltare, pale di fico d’india per costruire oggetti, nonché persone o di animali, tavole, rami, spago, bottoni, cerchi, … . Al tempo dei genitori si cominciano ad acquistare i primi giocattoli, sia pure di plastica, ma sempre per veicolare l’educazione di genere. A scuola, chi ha avuto la fortuna di frequentarla, ha giocato poco.

La domanda che ci ha impegnato maggiormente è stata la n. 10, con ben 69 tipologie di giochi tra cui gli intervistati dovevano scegliere, ai quali essi hanno aggiunti altri giochi da noi non contemplati: a mana roscia, a lu skaffe, a quann passe te mette la sella, a la cuculiata, a la scionna, a ttupp-ttuppe… . Dalle risposte alla suddetta domanda si evincono tipologie e valori dei giochi, s’individuano, inoltre, le differenze sia generazionali, sia di genere. Abbiamo classificato le risposte alla domanda n. 10, riconducendole a tre gruppi: giochi essenzialmente femminili, giochi essenzialmente maschili e giochi più o meno equamente svolti da maschi e femmine.  Abbiamo, infine, letto in verticale (cioè in senso diacronico) sia i giochi essenzialmente femminili sia quelli prevalentemente maschili, per individuare eventuali cambiamenti dalla generazione dei nonni a quella dei genitori e cogliere trasformazioni.

I giochi, come si è avuto modo di verificare dalla ricerca-azione, sono strumenti di crescita psico-motoria e sociale; essi forniscono, inoltre, la chiave utile per effettuare una lettura di contesto. Dopo avere assunto numerosi dati qualitativi (tramite l’indagine di sfondo) e quantitativi (tramite i questionari), tenendo conto che sono stati possibili alcuni errori da parte nostra nel condurre l’indagine, data la numerosità dei “ricercatori” e la limitata esperienza, senza avere la pretesa di assolutizzare, pensiamo, pertanto,  di poter affermare che:

Per assumere dati sulla valenza socio-psico-pedagogica del gioco abbiamo utilizzato i nostri manuali scolastici, testi integrativi e internet. Ci siamo resi conto che il gioco fa parte degli “alfabeti empirici della pedagogia”, che costituisce un contenuto e linguaggio molto importante anche della psicologia, della filosofia, dell’antropologia,  dell’etologia e della sociologia.

In definitiva, possiamo dire che il progetto ci ha dato modo di imparare meglio ciò che era compreso nel programma curricolare – tanto è vero che i dati assunti dall’indagine sono stati spesso richiamati nelle ore antimeridiane per i continui riferimenti del gioco presenti nelle nostre programmazioni e libri di testo – per il fatto che molti termini, concetti e metodi non sono rimasti vuoti ma pieni di significati, adoperandoli nella realtà. In altri termini, il progetto ha costituito il mezzo che ha consentito a noi alunni di apprendere in modo non meccanico ma significativo, proprio perché ha permesso che le nuove conoscenze si collegassero alle precedenti anche con l’aiuto della pratica.

Ci siamo resi conto, inoltre, che, nonostante la sua importanza, in effetti il gioco soprattutto all’aperto, condiviso e di movimento, è attualmente un po’ trascurato. Dalla letteratura abbiamo appreso che i bambini sono in un certo senso costretti a diventare adulti, con la conseguenza che si assiste alla presenza di “bambini senza infanzia”. Dall’indagine è emerso, però, che i bambini, non sono mai stati bambini, dato che anche in passato erano costretti a crescere in fretta per guadagnarsi un pezzo di pane.  Lo dicono i nostri grafici: i bambini di ieri – come e forse più di quelli di oggi – non avevano nonne e mamme a cullarli o a prendersi cura di loro. La ricerca ci consente pertanto di sfatare qualche luogo comune.  Il fatto che il bambino del passato non fosse soggetto di diritto, come d’altronde non lo era neanche la donna, non deve comunque costituire l’alibi per non restituire dignità all’infanzia, al contrario, bisogna cogliere le sollecitazioni che vengono dalle scienze umane per fare sì che “il piccolo dell’uomo” possa crescere al meglio per poter stare bene con se stesso e con gli altri nella società, senza adeguarsi passivamente alle mode.

Occorre in definitiva far provare al bambino il gusto di vivere la sua età attraverso lo svolgimento della sua vera attività, che è il gioco. Non sarebbe male, infine, se anche gli adulti  si ritagliassero un adeguato spazio da dedicare all’attività ludica, spazio da condividere con i figli e con i coetanei, continuando a coltivare il “fanciullino” che è in ciascuno di essi.  Il gioco, insomma, dovrebbe recuperare il suo giusto spazio sia nelle mura domestiche sia nei luoghi formalmente adibiti alla formazione, sia nei luoghi informali.  Meglio ancora, infine, se ogni lavoratore riuscisse a dedicarsi alla sua attività con lo stesso interesse e dedizione, impegno e soddisfazione del bambino che gioca, perché in questo modo la società potrebbe contare su un numero sempre minore di alienati.

Gli studenti della classi 1, 2, 3 e 5 Liceo e la prof.ssa Leonarda Crisetti

 

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Pubblicato da su 17 giugno 2008 in progetti didattici

 

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