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Il gioco, chiave di lettura del contesto culturale garganico

17 Giu

 

Progetto presentato nell’aula magna del Liceo di Cagnano Varano, il 6 giugno 2008, ore 20,30  

      

             Dai testi consultati, dalle interviste ai testimoni privilegiati e dai questionari somministrati a nonni e genitori, un campione di 204 persone, abbiamo capito che anziani e adulti quando erano bambini facevano molti giochi, con e senza regole, agonistici, di finzione, d’esercizio, di vertigine, d’azzardo, con i quali  socializzavano strumenti, mestieri, norme e valori della cultura di contesto.  

I giochi dei cagnanesi erano gli stessi svolti in altri paesi garganici, con la differenza che si chiamavano in altro modo: il nostro “curle”, ad es. si chiamava “strummele” a Carpino, a Vico, a Ischitella, a San Marco, a Sannicandro, passapìnde o forgianone (Vieste). Il gioco della campana, che appartiene a tutti i garganici e può essere definito a ragione il re dei giochi delle ragazzine, a Cagnano, Carpino e a San Nicandro è noto come cambana, a Rodi Garganico è chiamato ppédecocchia, a Ischitella zinghe, a Peschici sénghe (Peschici). Questo gioco si faceva all’aperto, anche sulla strada sterrata, nelle giornate non piovose. Occorreva un sasso farinoso o un pezzettino di gesso, preso a scuola, per disegnare a terra un rettangolo con dei quadratini (o altri rettangoli) numerati da uno a dieci: le caselle. Le bambine, a turno, saltando su di un piede dovevano spingere ‘a zanchett, (lu pinghe a Cagnano), un sasso levigato o un pezzetto di mattone forato o di tegola, da una casella all’altra senza far toccare i bordi. Vinceva, chi riusciva in questo intento, acquisendo il diritto a proseguirlo.

La serie dei giochi maschili garganici era lunga: une- è na lire, a fila longs, u passitte ovvero lu cape, ngappa nappa, cane – a – corre, l’orologio, sarde – a puìne, cavece ncùle, kopple ntèrra, u sckàffe, mane rósce, palle-è-trucculitte, briànde-è-carbunìre, a cavalè… mûsce (cavalieri… attenti), lu diavele datlu-dà, tènghe n’albere a la vigna mij, al pescatore, coi soldatini, al pastore, a sparà (alla guerra), a ngappà músckere, a briganti e carabinieri,   alla cuccagna, a lu carrugge, a guardia e ladri, a cane a corre, a mazze e ccippe, alla corsa nei sacchi, a curle, a bocce, della secchia; a prète, alla ràreca, a scàreca la bbotta, a nuce, … .

I nonni e i genitori giocavano anche a zzoca, a péde pedugne, alla piedina, a llu mute, a vola lu ciucce, a vettune, a lambe e llambe, a lu pinghe, a sόlete, a mmucciabbone, a tutte-ngule-lu-cuccucciare, a cavadducce, con la bici, a carte, a pallone, con la creta, all’orologio, a basket, a pallavolo, a palline, a ciocche-li-jatte, a correre, allo scivolo.

Il secondo gruppo di giochi era condiviso dalle donne, anche se queste ultime preferivano giocare: alla pupa, alla sarta, alla mamma, con la carrozzella, a regina reginella, a girotondo, alla Quarandanna, al negoziante, a cummà te la vu pigghjà, a nave navédde, al cerchio, a gatta mbalata, all’altalena, con le costruzioni, alla campana, con la  palla di pezza, con das, plastilina o creta, a  rosa rosella, a fare castelli di sabbia, con l’acqua.

Notiamo che da una generazione all’altra cambia il tempo dedicato all’attività ludica; si scopre che gli adulti  hanno giocato più degli anziani e a più giochi.  Dalla ricerca abbiamo capito, inoltre, che i giochi tradizionali erano strumenti di crescita utili a far imparare alle nuove generazioni a difendersi, la compostezza e l’eleganza, le abilità necessarie nei mestieri, a stare in società, a comunicare.

I giochi maschili erano in genere di competizione, di guerra, piuttosto aggressivi, probabilmente perché nel gruppo onon tutti potevano fare i capi, ecco allora la giustificazione di giochi come sarde – a puìne (Vico del Gargano), càvece ngùle (Carpino), kopple ntèrra (Vico, ischitella, San Nicandro), lu sckàffe (Cagnano),  mana róscia (Cagnano, Carpino, Sannicandro), che insegnavano a subire, senza tuttavia esagerare. Evidentemente ciascun elemento doveva scoprire il suo posto e il ruolo nella società di cui era parte, ed esercitarlo, senza dover rimettere ogni volta tutto in discussione.

Regina Reginella, per contro,  insegnava alle bambine la compostezza e l’eleganza dei movimenti, mentre i giochi con la pupa  de pèzza (la bambola spesso di stoffa), le ninne nanne, i trastulli, le conte e filastrocche (vola- vola- lu- ciucce (vola-vola-l’asino), pède- pede- pedugne (piede, piede, pieduncolo), lambe-è-lambe, erano utili per soddisfare il bisogno di attenzioni, cure e affetto del bambino e della bambina, per tenere desta l’attenzione, per esercitare i riflessi e allenare la memoria.

Tra i giochi di società troviamo: lu kucucciare (lo zuccaio), che vede finalmente insieme maschi e femmine di ogni età, che davano prova di sé, della proprie capacità attentive e linguistiche, nonché dei riflessi.

Si potrebbe, pertanto, effettuare una classificazione dei giochi per genere, avendo riscontrato che nei vari paesi garganici una serie di giochi è riconducibile  all’universo maschile e un’altra serie riguarda il mondo delle donne. Se questa è la regola, però, va considerato che esistono anche le eccezioni. A Peschici, a Cagnano a san Giovanni Rotondo, infatti, u zipp, gioco ritenuto per lo più adatto ai maschi, è fatto anche dalle ragazze. C’erano , perciò, anche giochi condivisi.

Ecco la testimonianza di un nonno di Peschici: “Durante la bella stagione le femminucce giocavano in strada a Mazz e zipp, un gioco che si faceva in gruppo: una bambina doveva tirare il più lontano possibile ‘u zipp, un pezzetto di legno appuntito alle estremità, con una mazza lunga due palmi. La seconda bambina doveva indovinare quante mazze di distanza dal punto di partenza. Le altre bambine presenti controllavano il conteggio e se era vero il gioco passava ad un’altra bambina.”

I nonni fanno sapere, inoltre, che il tempo dei giochi non durava molto specie per i maschietti, che sotto i 10 anni andavano a lavorare. I maschi, però, nel gioco avevano maggiore libertà di movimento, mentre le donne erano limitate negli spazi e nelle esperienze socializzanti, impegnate in giochi femminili e soprattutto ad imparare a fare la mamma ordinata, pulita e rispettosa dei doveri di moglie. Sin da piccola, la donna riceveva perciò in dono una bambolina, prima artigianale, fatta di “pezza”, poi di plastica, o porcellana, a seconda della sua estrazione sociale.

I giocattoli, che i nonni facevano in genere da sé utilizzando materiali autoctoni e che solo i più ricchi acquistavano di tanto in tanto, erano rivelatori anche dello status simbol, come risulta dal documento: “ … le bambine giocavano con le bambole di pezza: mia sorella ne aveva una lunga, secca e di vari colori ossia era fatta con tanti pezzi di stoffa, e aveva, la bambola, come capelli dei fili di lana variopinti, glieli aveva attaccati la zia dopo averli recuperati da una vecchia maglia sfilata per rifare un paio di calze. Le bambole delle figlie dei ricchi di Peschici avevano bei vestiti, capelli come veri, il viso bello lucido e gli occhi grandi neri, non come quelli della bambola di mia sorella due macchie fatte con l’inchiostro.”

Dalle testimonianze dei cagnanesi apprendiamo, inoltre, che le bambine restavano con la mamma, quando queste non erano costrette a seguire i mariti in campagna per mietere, spigolare o dedicarsi alla raccolta, oppure erano affidate alle cure della vicina. I maschietti sin dalla fanciullezza seguivano il papà o il nonno in campagna, a pascolare i maiali, le pecore o le mucche, o al lago, a “tirare lu sciabbecone”. Tanti ragazzi, dunque, all’età della pubertà si guadagnavano “la parte”  pescando nelle acque della laguna di Varano, svolgendo lo stesso lavoro di un adulto, oppure andando alla Vadoiannina, a Rumungère o a Pagghizze, a guardare i porci, le pecore o le mucche del padrone.

Negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, questi ragazzi facevano giochi di imitazione e di finzione: i maschietti figli di pescatori, “facevano finta di”… acchiappare i pesci, i figli di bracciali e pastori, giocavano alla caccia o a pascolare le pecorelle, le bambine giocavano a “sciuppà fave” o a “speculà”, raggruppando le spighe in “manocchje”. Nel primo caso erano sufficienti un cartone, una tavola o una cassa del pesce, perché diventasse lu sànere [la barca tipica del luogo], e un bastone, perché si trasformasse in remo; nel secondo bastava nu strappone, ricavato dal ramo di un albero, perché diventasse un fucile o andare dietro ai papà, nel terzo era sufficiente seguire le nonne e le mamme nei campi appena mietuti. 

L’ipotesi dell’esistenza di due culture nella comunità di Cagnano trova conferma, dunque, anche nei giochi, cosicché mentre alle figlie  dei campagnoli giocavano a spigolare o a estirpare fave , quelle dei pastori, giocavano a prendersi cura degli animali e i figli dei pescatori a pescare pesci.

Il fatto che molti maschietti amassero e amino ancora i giochi di guerra, ricorrendo inizialmente a materiali naturali, reperibili in casa o in campagna, fino a giungere ai fucili e alle armi sempre più sofisticate prodotte dalla odierna tecnologia, sembra validare la teoria residuale del gioco, secondo la quale l’ontogenesi ripete la filogenesi, rivivendo, ciascun essere umano, i passaggi e i progressi realizzati dall’umanità.

Altro gioco che intratteneva i fanciulli e le fanciulle lungo i vicoli soprattutto nelle calde serate primaverili ed estive era a-mmucciabbone (Jatt’ a mucc a Sannicandro), il ben noto nascondino.  I maschietti giocavano, inoltre, cu strummele, un cono di legno appuntito e avvolto da cordicella: il più bravo era colui che riusciva a farlo ruotare più a lungo possibile o chi colpiva un curle con un altro curle mentre roteava (giocando a spaccàcurle); altro gioco era ‘u cavallucce, una mazza di scopa che fungeva da cavallo, altro ancora busc-karell, (a Cagnano noto come jucà a prète), sassolini che i gocatori dovevano raccogliere da terra e lanciare in alto per poi acchiapparli, avendo contemporaneamente altri sassolini sul dorso della mano.

Quando si andava in campagna, era premura del nonno predisporre l’altalena li ndràndele [a ndrau-lat ] per i nipotini, legando una corda ad una fascia di legno piatta, dopo averla fatta passare intorno al ramo ben scelto di un robusto albero. Nel frattempo i più grandicelli si avventuravano alla ricerca di lucertole, giocando a ngappàmùsckere.

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Pubblicato da su 17 giugno 2008 in etnografia garganica

 

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