RSS

NICOLA d’APOLITO, il chirurgo cagnanese ideatore di una nuova sutura

20 Apr

 

 

 

A dx della strada è casa d’Apolito

 

Il chirurgo Nicola D’Apolito, viene oggi ricordato dal cittadino non distratto dalla presenza di due epigrafi collocate, una sulla facciata dell’ex municipio che prospetta sul Corso P. Giannone, e l’altra su quella della casa natia, oltre che dal Vico D’Apolito, adiacente al palazzo omonimo.  Anche la scuola media statale di Cagnano Varano è stata intitolata "Nicola D’Apolito", in memoria dell’emerito chirurgo .

Il suo cognome, che pare si scrivesse con la "d" minuscola, compare in molti trattati scientifici.  Consapevoli di quanto sia insufficiente il tributo che l’umanità deve al chirurgo, ci accingiamo a ridare una po’ di splendore a questo astro della terra di Cagnano, rievocando cenni biografici e opere, per farli conoscere in particolare alle nuove generazioni.

"Alla città di Cagnano, ai tardi nepoti del chirurgo D’Apolito, a tutti gli uomini di scienza italiani e stranieri che non seppero e non vollero vedere nell’aquilotto garganico uno dei più sottili innovatori della moderna tecnica operatoria". Così scriveva il dott. Capuano nella dedica, dalla quale si evince un sentimento di tristezza e di rammarico. Sulla base di questo e altri scritti, oltre che di dati reperiti nell’archivio municipale di Cagnano, ripercorreremo le principali fasi della sua esistenza.

Suddivideremo la sua vita in tappe, che definiremo:

a) primo periodo cagnanese;

b) periodo napoletano;

c) secondo periodo cagnanese.

Di origini nobili e antiche, Nicola, ultimogenito di nove figli, nacque dal medico Francescoantonio, che dimorò a Cagnano alla strada detta Coppa in una modesta abitazione, e da Bartolomea Curatolo, il 29 .03.1815.

Compì i primi studi nella città natale, Cagnano, sotto la guida del dotto sacerdote Francesco Antonio Caputo, allorché manifestò i primi segni della sua fervida creatività e attitudini per gli studi scientifici. Da giovanetto "fu pensieroso e mesto".

Viene presentato "magro, esile, alto e asciutto, dai lineamenti neri e dal naso marcato, gli occhi profondi" , sulla base dell’unico ritratto pervenuto. Quanto al carattere, Davide Panzetta, suo compagno di studi universitario così lo descrive:" un giovine per quanto umile, rispettoso, altrettanto meccanico di natura, di carattere freddo e minuto osservatore". Studente, nella città partenopea non mancò "di trovare occasioni di far tralucere intempestivamente il suo genio, in quella branca della scienza salutare” che era la pratica.

Suo padre gli trasmise l’amore per la scienza e il maestro gli insegnò la solidarietà cristiana.

Dal 1832 al 1842 visse a Napoli, dove si era recato, dopo aver compiuto gli studi liceali, per frequentare la facoltà di medicina. Colà sorprese i suoi maestri per "la velocità di genio inventivo e lentezza di compassata osservazione".

Era la prima metà del XIX secolo, quando la scienza si orientava verso il Positivismo e registrava a suo carico profonde innovazioni nella chirurgia e nella tecnica.

All’età di venti anni, ancora prima di laurearsi, D’Apolito faceva interessanti e vantaggiose modifiche all’apparato ad estensione permanente per le fratture dell’arto inferiore, finalizzato a ridare all’arto interessato la sua normale lunghezza. Il 27 gennaio 1838 all’Accademia medica chirurgica di Napoli egli presentò, infatti, un apparecchio da lui realizzato per la estensione continua della frattura del collo del femore. "Sottolineò solo il fatto che quando si manifesta una frattura del collo del femore il malato è incapace di sollevare la gamba. Questa poi diviene più corta e il piede è piegato fuori.  Ecco quindi la necessità di apparecchi che diano all’arto la normale lunghezza e mettano i frammenti ossei nella giusta direzione". Si esprimeva così il prof. Busacchi dell’università di Bologna, venuto a Cagnano in occasione della commemorazione del centenario della sua morte.

Tale apparecchio fu da qualcuno criticato e definito "mezzo di tortura", mentre l’Osservatore e il Severino, due giornali scientifici, "decantavano l’apparecchio e la precoce erudizione, e la esattezza dei rilievi su studi comparati del D’Apolito". 

Nel 1840 conseguì la licenza in chirurgia e iniziò la sua attività pratica, continuando a studiare e ad osservare. A Nicola D’Apolito va il merito di aver ideato la "sutura" detta "alla materassaia", ma che, secondo il parere del Busacchi, meriterebbe essere chiamata sutura "a tempo" o meglio "alla D’Apolito".

Dagli studiosi viene ricordato che la sutura delle ferite è vecchia, conosciuta dagli Egizi e forse anche dai primitivi, i quali devono aver avuto sicuramente bisogno di unire tessuti lacerati. Nessuna chirurgia o sutura delle ferite era tuttavia possibile quando si trattava dell’intestino tenue.

C’era nel XIX sec. un fermento di idee e di novità, che D’Apolito portò a compimento. Vedendo dalla sua finestra in Vico Purgatorio una signora cucire il materasso, gli balenò che quella dovesse essere la sutura giusta per le ferite intestinali. Quindi sperimentò questo nuovo metodo sui cani e presentò i risultati all’Accademia medico-chirurgica di Napoli.

La sutura del D’Apolito in sostanza "fa combaciare le superfici sierose dei bordi della ferita intestinale per mezzo di una specie di filzetta, le cui anse passano nella sottomucosa. Questa sutura si fa con filo continuo il quale percorre per un tratto lo spessore intestinale, parallelo ai bordi della ferita, riesce sulla sierosa e decussa la incisione per portarsi allo spessore dell’intestino nell’opposto lato, e così di seguito per punti alterni eguali tra di loro ed equidistanti dai margini cruenti. Onde, stringendo, per trazione sugli estremi del filo, i punti, si affrontano tra di loro le superfici sierose dei labbri della ferita, arrovesciandoli verso il lume intestinale". Questo tipo di sutura fu realizzato con esiti positivi nel 1841 e fu presto applicato negli ospedali del Regno di Napoli.  D’Apolito aveva soli 26 anni.

Il 2 agosto 1841 il nostro chirurgo inviava all’Accademia di Francia la RELAZIONE, congiunta alle applicazioni pratiche della sua ricerca, ma la sua invenzione fu ivi accolta con ostilità e D’Apolito fu tacciato di plagio, essendosi, a loro parere, servito di metodi colà già in uso. Il chirurgo cagnanese si sentì in dovere di dare un "Rischiarimento sul nuovo metodo di enterorafia” in risposta ad uno degli attacchi contro di lui.

“La mia sutura non solo è diversa dalla sutura a sopraggitto del sig. Velpeau, ma non ha neppure a che fare colle numerose suture cruenti che si sono andate mano a mano da diversi autori immaginando". " Essi non hanno badato "al corso che ha fatto l’ago nell’attraversare parallelamente alla direzione della ferita, ben due volte l’istesso labbro della medesima, darne uno consimile all’altro labbro, un altro sul primo, e così uniformemente seguitando fino al compimento della sutura; sempre però incominciando il 2° punto dove termina il 1° ed il 3° dove finisce il 2°, ecc."

Intanto nella clinica napoletana si preferivano la sutura a filzetta per le ferite trasversali, quella alla D’Apolito per quelle longitudinali e la sutura con interposizione dell’epiploon per le soluzioni con perdita di sostanza.

Nel suo soggiorno a Napoli, durato sette anni, D’Apolito divenne un bravo chirurgo, discutendo alla pari con i suoi maestri, che amavano intrattenersi con lui. Nel 1842, allorché i rappresentanti della Reale Accademia Napoletana gli proposero una cattedra, egli la rifiutò. "All’apogeo delle sue soddisfazioni, decise di abbandonare Napoli". Ritornò a Cagnano, dove rimase fino al resto della sua breve esistenza, vivendo, purtroppo, una vita "di disinganni e di stenti". 

Il dott. Capuano nel suo saggio si chiedeva se fosse stata la nostalgia per il paese natio, a fargli rifiutare gli allori di Napoli, o se lo avessero troppo minato le critiche mossegli da taluni per i suoi apparecchi ad estensione continua del collo del femore, paragonabili a strumenti di tortura, allorché la scienza e la tecnica avevano proposto di meglio, o ancora se la sua sensibilità non fosse stata messa a dura prova con l’iniziale disconoscimento del suo sistema operatorio.

Indubbiamente tutto questo dovette far male al nostro sensibile chirurgo il quale, ritornato definitivamente in paese, si dedicò al lavoro, alla famiglia, allo studio, alla solitudine, "rivoltato" ormai contro chi non gli aveva voluto o saputo dare giustizia.

Nel paese nativo costruì molti apparecchi di chirurgia operatoria. Nel 1852 sposò Sofia Lombardi da cui ebbe tre figli: Bartolomea, Francesco, Michele e una vita coniugale tranquilla. Si tramanda che di giorno visitasse i suoi pazienti nel Casale, un quartiere molto soleggiato, e di notte scrivesse. Morì nella sua casa di campagna, dopo essersi ammalato di polmonite. Era il 25 giugno 1862. 

I suoi resti, insieme a quelli della sua famiglia, furono raccolti in un’urna di rozza lamiera e sotterrati un una botola della chiesa di S. Francesco, ex convento dei Padri Riformati. Dopo il rifacimento dell’edificio sacro, essi hanno avuto sepoltura più degna. Oggi sono murati nella parete della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a sx di chi entra, dietro una lapide commemorativa.

Spulciando tra gli atti amministrativi dell’archivio comunale dell’Ottocento si è potuto rinvenire ben poca cosa, tra l’altro non edificante, sul chirurgo Nicola D’Apolito.  Purtroppo risale agli ultimi  giorni della sua infelice e travagliata esistenza. Ecco il documento:

   "Il chirurgo condottato Signor NICOLA D’APOLITO, da qualche tempo è divenuto cieco in un occhio per cataratta, e l’altro occhio si vede bastantemente annebbiato, in modo che, egli non si trova più alla portata di esercitare la professione di chirurgo. Oltre di che lo stesso è talmente malconcio nella sua salute e son circa due mesi che lo stesso giace in letto, in cronica infermità, da cui difficilmente potrà risanare.  Gli infermi poveri di chirurgia stante lo deplorevole stato del signor D’Apolito, sono privi dei sussidi dell’arte salutare.

Il volerlo poi tenere tuttavia in carica nello stato in cui è sarebbe lo stesso di privare per sempre l’assistenza agli infermi.  Per siffatte considerazioni la Giunta propone al Consiglio la dimissione del signor D’Apolito dalla carica di chirurgo condottato, e propone in surrogazione il chirurgo D. Antonio Giornetta per l’annuo soldo di ducati quaranta la cui abilità è nota a tutti, come pure i sentimenti che egli nutrisce di libertà e di patriottismo."

Il Consiglio alla unanimità deliberava: “é mestieri che lo stesso sia rimpiazzato per il bene dell’umanità”, “considerato che è cieco in un occhio e poco vedente coll’altro e che lo stesso è tormentato da più mesi da cronico malore, il quale a dire dei medici esistenti è incurabile". 

Il mese dopo morì. Dopo molte incomprensioni e delusioni, il dottor Nicola D’Apolito ebbe i giusti riconoscimenti. Nel 1911 la sutura a tempo venne definita indubbiamente superiore.

Il chirurgo ci ha lasciato alcuni scritti:

1) La comunicazione sull’apparecchio per le fratture del femore, del 1839;

2) La memoria sul nuovo metodo di enterorafia, del 1841;

3) Il rischiarimento sul suo nuovo metodo, del 1841;

4) La memoria o relazione inviata a Parigi, all’Institute de France.

Pare che abbia scritto anche un’opera sulle razze umane.  Le sue opere e i suoi attrezzi andarono perduti, per l’incuria o per l’invidia, come scrive il De Monte, ma forse anche per l’incapacità del popolo cagnanese di riconoscere in lui la mente geniale che era. Ci si augura che simili cose non si ripetano.

Alcuni cagnanesi emigrati, lontani dalla patria, sentirono il bisogno di rimediare in qualche modo al profondo buio in cui era stato avvolto il nostro illustre personaggio e, il 4 dicembre 1928, a Rosebank, in U.S.A., volendo commemorarlo, si costituirono in associazione e gli dedicarono la lapide commemorativa collocata sulla facciata Sud dell’ex municipio.

Nello statuto che si sono dati e che porta il titolo "STATUTO FONDAMENTALE DELLA SOCIETÀ’ CAGNANESE NICOLA D’APOLITO. in Rosebank," , sono riportate alcune notizie biografiche del dottore di Cagnano Varano, inventore della sutura Napoli 1841. E’ stata ricordata la sua grandezza e al contempo la sua misera vita al suo rientro a Cagnano, dal momento che non ricevette onori, né gloria. Secondo gli associati, se studiosi e scrittori illustri avevano avuto parole di lode per D’Apolito, i cagnanesi non avevano fatto abbastanza.

Gli associati chiudevano con una fervida preghiera esortando tutti i cittadini a commemorare adeguatamente il chirurgo. Sanza Giuseppe era il presidente della Società.

Nel centenario della sua morte, anche il comune di Cagnano gli tributava onori con un convegno ed un’epigrafe murata sulla facciata di casa D’Apolito. Sull’epigrafe è stato inciso il seguente testo:

 

"Questa casa dette i natali all’illustre concittadino

Dottor Nicola D’Apolito

1815 -1862

che battendosi con tenacia e per amore della scienza

schivando gloria e onori

additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini

dell’arte chirurgica.

Il Comune di Cagnano Varano

nella ricorrenza del 1° centenario della sua morte

21 ottobre 1962".

 

Era allora sindaco di Cagnano Varano il signor Agostino La Pescara.

 

Tratto da LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, …, Acropolis 1999. 

Advertisements
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 20 aprile 2008 in personaggi garganici

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: